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Un freddo 29 gennaio un giardino spoglio, alcuni germogli inappropriatamente facevano capolino, il sole non scaldava, quell’inverno era insolitamente tiepido.Quel giorno invece le temperuture si erano eclissate abbassandosi nettamente tornando sui valori normali del periodo. L’aria pungente sfogava sul viso, Elena ed io eravamo seduti su una panchina avvolti in calde giacche a vento, lei aveva un berretto di lana calcato fino alle orecchie, un buffo pon pon all’estremità, io occhiali da sole scuri, uno sciarpone arrotolato maldestramente al collo. Ermeticamente chiusi in un silenzio inutile, avevamo molte cose da dirci ma dalle nostre bocche fuoriuscivano solo piccole nubi di condensato vapore. Era leggermente ingrassata, inalterata la sua bellezza. Io mi vedevo invecchiato soprattutto nella mente,stanco tornavo dal mio ennesimo viaggio, Londra la mia ultima destinazione. L’umidità e le grigie faccie inglesi mi nauseavano ancora nella memoria. Lei aveva quel suo libro poggiato sulle gambe, l’aveva iniziato un mese prima, il giorno della mia partenza, non era riuscita a leggerne neanche la metà. Provai ad accarezzarle i capelli sottili, lunghi splendenti più del sole, spocchiosa si ritrasse idiosincrasicamente malcelando un inqiueto nervosismo, di scatto mi alzai in piedi accesi una sigaretta, aspirai profonde boccate dicendole:
- Senti dobbiamo prendere una decisione così non possiamo più continuare.- Lei rimase inespressiva non proferendo alcuna sillaba. Nevrastenico aspirai ancora fumo, poi gettai la sigaretta a terra calpestadandola con rabbia, dandomi un barlume di tono incalzai:
- Mi rispondi o no? Non puoi sempre comportarti così!-
-Comportarmi così come?- A me parli di comportamento!?-
-Comeee!… Per esempio riesci a parlare solo al telefono quando sono lontano da casa o nei momenti meno opppurtuni, tipo quando sto lavorando nel mio studio. Rispondi cazzo! Dì qualcosa.-
A questa mia frase Elena inziò a singhiozzare fino a piangere chiudendosi ancor di più in quel irriverente silenzio. Quel suo atteggiamento mi mandò letteralmente in bestia, stavo per esplodere non so quale miracolo fece trattenere il mio lato oscuro. Lei rendendosi conto del mio stato d’animo si sciolse formalmente e sottovoce emise:
-Calmati, arrabbiarti non porta a niente, cerca di essere tranquillo.-
-Spiegami perchè dovrei essere tranquillo, PERCHE’? Spiegami.
Non sò più come prenderti sei sempre scontenta non ti va bene nulla.
-Dai Paolo! smettila mi hai raccontato sempre una marea di cazzate ora basta non le tollero più. Il nostro rapporto oramai si è consumato come legna accesa in un camino, la fiamma è spenta, è rimasta solo la cenere. Il figlio che ho nel grembo non ci stà aiutando anzi stà peggiorando le cose, tu sei preso troppo da te stesso, dai tuoi viaggi, il tuo lavoro e non aggiungo altro… Non abbiamo più nulla da dirci e quel poco che abbiamo non riusciamo a comunicarlo in maniera decente.
E’finita Paolo devi prenderne atto come lo sto facendo io.-
-Ma vaffanculo Elena, sei un’egoista pensi solo a te stessa,non hai capito un cazzo non hai rispetto neanche per questo figlio, comunque hai ragione tu è finita.
-Maldicendo me ne andai, lasciandola sola in quel giardino brullo in quel freddo giorno di gennaio. Non la vidi più.

E’notta fonda. Il chiarore dell’alba è ancora lontano, sono sveglio ho freddo, sudo, mi attorciglio nella coperta. Oggi è ancora un 29 gennaio, stanotte come ogni notte, da dieci lunghi anni, faccio lo stesso identico sogno. Un atroce stillicidio, tutto è uguale a quello sciagurato giorno, lei, io, lo stesso giardino quel litigio. Tutte le notti quest’incubo torna a fracassare il mio breve sonno, non ho riposo. Quel giorno rientrando a casa in quel preciso istante sentii l’auto di Elena allontanarsi rabbiosamente, avrei voluto inseguirla, desistetti.
Dopo circa un’ora venni informato che era stata coinvolta in un incidente stradale, un camion le aveva tagliato la strada era andata a finire sotto il rimorchio del possente articolato, non ci fu scampo per Elena. Morta sul colpo, nostro figlio sarebbe dovuto nascere a marzo.
Da quel giorno non sono più riuscito a riprendermi, ho rinuciato a vivere, ho cambiato città, casa, ho abbandonato il lavoro, ero un promettente ingegnere, non ho più amici, amanti, nulla, solo dolore. Il mio.
Vivo in questo sperduto paese di montagna, ai confini con l’Austria,non conosco nessuno, vado poco in paese non frequento gente, parlo il necessario, quasi niente. Sono sfigurato nell’anima, imbruttito, ho quarant’anni ne dimostro il doppio, non mi interessa. Faccio lunghe passeggiate sui monti, mi guadagno da vivere intagliando legno facendo sculture, le vendo a finti artigiani, commercianti che poi le smerciano ai mercatini spacciandole per loro creazioni, a me non importa non ho voglia di interloquire con le persone, guadagno il tanto che basta per sopravvivere. Sono riuscito a far perdere le mie traccie, sono un fantasma, un uomo senza alcuna identità, volevo farla finita tentai il suicidio tagliandomi le vene, le cicatrici scolpite nei polsi inesorabili me lo ricordano. Fui un pusillanime mentre dissanguavo in extremis riuscii a chiamare il 118, il pronto intervento dei sanitari mi sottraette al trapasso. Forse in quel momento pensai che era troppo semplice farla finita, mi dovevo punire e finchè la sofferenza non sarà al culmine agonizzerò ogni attimo di questa dannata vita.
L’unico contatto esistente è quello epistolare con mia sorella Laura, forse siamo ancora gli unici a comunicare tramite lettera. Non ho televisione nè radio nè computer, cellulare, niente tecnologia. A Laura ho impedito categoricamente di venire a trovarmi, suo malgrado rispetta questa mia volontà. Scrive anche una lettera a settimana, le leggo tutte, non sempre rispondo, se lo faccio, sono sintetico, scrivendo sempre la stessa frase:
- Tutto a posto. Stai tranquilla.
Un abbraccio ti voglio bene.-
Sento un rumore avvicinarsi, lo riconosco è quello di un auto. Oggi deve essere venerdì, il giorno di consegna della posta, esco fuori mi appoggio sulla staccionata, aspetto l’arrivo della piccola utilitaria, eccola sbucare dalla nube bianca di fresca neve. Rosa la postina scende dall’auto. E’una bella donna sulla quarantina, bionda, due occhi da gatta, un volto dall’aria intelligente molto espressivo. Indifferente apostrofa:
“Buongiorno signor Paolo c’è la solita lettera per lei.”
Prendo la missiva dalle sue mani, lei oppone una leggera insolita resistenza prima di lasciarla conclude:
“Mi scusi forse sono inopportuna mi dovrei fare i fatti miei. A lei piace proprio stare solo non ha bisogno di un contatto umano? Non le viene mai la necessità di frequentare qualcuno? Scusi se mi permetto.. Stasera in paese è festa, festeggiamo i giorni della merla, i più freddi dell’anno. La leggenda narra che le fate scendono nei centri abitati per divertirsi e ballare, noi le aspettiamo sulla piazza grande, accendiamo un grande falò bevendo vin brulè ascoltiamo musica… Perchè non viene? Sara divertente vedrà, io ci sarò.”
Prendo la lettera senza rispondere. Rientro nella baita.

Sto intagliando, preso dalla mia scultura dalla finestra noto a valle un bagliore, esco fuori è freddo, un freddo pulito, sano, respiro profondamente. Scorgo nettamente la fiamma del falò di cui parlava Rosa stamane, si eleva danzando nel buio della notte frangendo le poche stelle. Odo leggere note allegre sospiro, rimpiango.
Rientro, vado in bagno mi guardo allo specchio vedo la mia barba sempre più lunga, grigia increspata. Prendo un paio di forbici. Inzio a sfoltirla .

il mio vivere

Mi diverto mentre vivo
canto mentre suono
sorrido alle parole che intaglio
scolpisco
siano gemme preziose o avanzi superflui
versi dolci, aspri, melensi

stonati nel giorno
intonati al vespro
incastonati nella luna, come diamanti splendono
brillano al mio cuore
dissonano nella mia mente
sconforto
speranza
essere

essenza sgorga dal fondo
promiscuo intreccio d’impulsi
irrefrenabile vita
ora lento osservo il mio dire
mentre descrivo il mio vivere

Un Altro Dio


Passi solenni screpitano nel silenzio, lento l’avanzare, le lucide scarpe nere solcano il ghiaccio marmo. Poche donne, figure d’ombra in liturgico pensiero. Le luci deboli non rendono il giusto risalto all’essenziale navata, polveri trasparenti, odore acre di legno, candele accese.
Dietro lo spartano altare i candelabri illuminano il volto sofferente del Cristo, il suo sguardo sembra contrapporsi con il ceruleo dell’uomo, ora devoto si china riverente passandosi la mano dalla fronte al petto nel segno della Croce .Indietreggiando senza voltarsi arriva alla seconda fila di banchi in un rovere sofferente usurato dal tempo, s’inginocchia, da una tasca esterna della dozzinale giacca a quadri estrae il rosario, deglutisce poi con voce afona recita: 

-Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo regno e sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra, dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiano ai nostri debitori, non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male Amen.-

Spostando il liso polsino l’uomo guarda l’orologio, gli occhi brillano di uno strano bagliore che mal s’intona con quel sacro luogo, scricchiolii improvvisi di legno, lo starnuto di un’anziana donna dipinta nel nero per qualche suo lutto, solleva  una piccola nube di pulviscolo, và a disperdersi nella luce del sole appannato, disperato sfora il cristallo della finestra della navata laterale.
La sagoma umana, tozza nella figura ora si solleva dalla genuflessa posizione, dalle sue labbra appena accennata una smorfia maligna, di nuovo ordinario ripete il rituale facendosi il segno della croce,volge a destra della basilica dove appesi al muro imponenti dipinti sacri, il primo un intensa Natività raffigura una Madonna gaudente con  bambino, poi a seguire San Giuseppe Patrono di Bagheria, il terzo un Cristo disteso ai piedi della Croce, sotto ogni immagine ossequioso s’inchina. Si sofferma su quello di Santa Rosalia, patrona della città. Slacciandosi l’ultimo bottone della camicia, mostra un collo taurino, accende una candela in onore della Santa, prega ancora assorto.  Solennemente così com’è entrato prende la via d’uscita, non prima di aver bagnato la mano nell’acqua Benedetta e aver espletato l’ennesima riverenza.
Fuori è maggio ad attenderlo sul piazzale due uomini, indossano giubotti di pelle nera, sui volti poco rassicuranti occhiali scuri.
L’uomo tarchiato dallo sguardo glauco smarrito nel grigio delle orbite, senza proferire parola riceve la risposta che si aspettava,i due loschi figuri simultaneamente come marionette, mostrando ghigni feroci chinano la testa in cenno d’assenso. L’ambiguo personaggio ripone il rosario nella tasca, senza scomporsi non nega soddisfazione. Lento scende le scale della chiesa,sulla piazza uno dei due garzoni s’affretta ad aprgli la portiera della vecchia Citroen zx, sale a bordo. Il guardiaspalle lo fà a sua volta ponendosi alla guida, l’altro figuro inforca una potente due ruote, i mezzi scompaiono furtivi nel frenetico traffico dove allampano urla di sirene impazzite.
L’auto confondendosi nel caos quotidiano di Palermo fila via liscia. 
L’autista accende lo stereo, da un giornale radio notizie confuse annunciano di una strage avvenuta pochi minuti prima sotto il cielo di Capaci, un esplosione ha squarciato dilaniando un tratto di asfalto coinvolgendo diverse auto. Giovanni Falcone Procuratore della Repubblica, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta sono morti. Un attentato di chiara matrice mafiosa, la città sembra impazzita, coincitata, pattuglie di polizia e carabinieri vagano frastornate. Totò u’curto è sereno,devoto recita ancora:
-Padre nostro che sei nei cieli liberaci dal male come hai fatto oggi, sia fatta la tua e la mia volontà Amen.-
Rivolgendosi all’ autista sussurra:
-Pietruzzo domani dona in forma anonima 20 milioni,scrivici che sono per la festa Di Santa Rosalia, capisti?.
-Si Totò sarà fatto.-
Il capo dei capi assentendo sorride soddisfatto.

 

 

 

 

Il 23 maggio del 1992 in un attentato mafioso sull’ autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi (oggi Falcone Borsellino)con Palermo, perirono il procuratore antimafia Giovanni Falcone sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: Vito Schifani,Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro.lo stato in quell’ occassione subì una grave onta , una dolorosa sconfitta.

Il 15 gennaio del 1993 alle ore 5 e 30 di una domenica, dopo mesi di estenuanti pedinamenti, il nucleo speciale dei Carabinieri coordinati dal Capitano Ultimo arrestarono Toto Riina. Il Capo dei capi di cosa nostra, poi condannato all’ ergastolo riconosciuto come il mandante della strage di Capaci. Lo stato torna in evidenza consolidando il suo ruolo.

12 gennaio 2012 la camera rigetta l’arresto dell’Onorevole Cosentino accusato di essere colluso con la camorra.

 Quale Dio? quale Stato?


Il lento scorrere, il naviglio avvolto in un elegante rosa corallo, le prime stelle discrete iniziano a sbocciare ingannando di fatto il letto del fiume illuminato già dalle piccole scintille artificiali poste ad arco sopra di esso per le festivita Natalizie. Poche le persone in questo primo giorno dell’anno, la temperatura è dolce non sembra sia gennaio, neanche essere a Milano. Amo i navigli, passeggiarci, un oasi di pace. Pare di essere in un ridente paese di provincia, l’atmosfera è magica a volte surreale una cattedrale. I tanti ristoranti, troppi, dallo stile finto tipico propongono piatti di dubbia qualità tanto sono asettici e poco curati sfiorando soltanto il gusto verace della genuinità lombarda, è raro mangiare un ossubuco davvero buono così come le polente,i risotti, tutto condito da prezzi spesso esorbitanti.Le botteghe antiche, i pittori, rigattieri, i liutai, gli artigiani in genere quasi tutti scomparsi, pochi resistono all’ agressione dello sfacciato business, sfrattati da affitti eccessivi. Nonostante tutto nulla riesce ad intaccare il fascino di questo delizioso luogo. Da poco sono venuto a vivere qui, risiedo sul Naviglio Grande, sono in una conchiglia da 1200 euro al mese, il mio lavoro fortunatamente lo permette. Estasiato, tutte le mattine quando muovo i primi passi sul viale e quanto alla sera torno. Amo viaggiare in tram, osservare le figure, le forme che prendono vita fino a consumarla. Amo i volti grigi dei milanesi, compassati neanche più di tanto. Milano che cambia, Milano che non si beve più, Milano capitale della moda, Milano del panettone, anche una Milano meno appariscente più consapevole, oserei dire anche un tantino più sobria, Milano comunque vitale al passo con i tempi. Il buio ruba spazio al pomeriggio, il rosa riflesso è oramai inghiottito dalle morbide acque, mi trovo a passare davanti alla casa di Alda Merini; non ho capito bene, penso la demoliscano per fare altrove una casa museo in suo onore, che senso ha distruggere un luogo dove ha vissuto, amato, sofferto, gioito, pianto, scritto poesie sulle mura? Il luogo dove è morta nell’intimita dei misteri del mondo come recita la targa posta all’esterno. Mi soffermo per la centesima volta a rimirare il presepe galleggiante, proseguo inoltrandomi in luoghi ancor più silensiosi, sento solo il canto dei miei passi che cadono soffici come neve persa nel tempo. Arrivo in una romantica piazzetta, dove pare in eterna contemplazione la piccola chiesa di San Cristoforo, dentro qualche anima in preghiera. Rimango sempre rapito degli splendidi affreschi, alcuni avrebbero urgente bisogno di restauro, nonostante mantengano inalterato il fascino della chiesuola.La leggenda narra di questo omone grande e grosso, burbero e solitario. Egli traghettava di tutto caricandoselo sulle spalle da una sponda all’altra del fiume; un giorno mentre doveva trasportare un bimbo dal fisico minuto faticò tremendamente a guadare il corso d’acqua arrivando all’altra riva stremato, incredulo per lo sforzo sostenuto. Il pargolo si annunciò a lui come Gesù Cristo spiegando al brav’uomo il senso dell’episodio: “Gli uomini non sono nulla senza la fede e l’umiltà, le difficoltà nella vita possono arrivare inaspettate mai peccare di superbia.” Così fu che il burbero ma buono omone prese il nome di Cristoforo, cioè portatore del Cristo.
Dopo aver apprezzato l’artistico presepe esco continuando il mio cammino, dal Grande mi sposto nel Naviglio Pavese a me piace meno con quei suoi barconi adibiti a ristorante comunque sempre degno di essere corteggiato, lo percorro fino alla fine, sono in porta Ticinese, qui rivedo Milano, le auto, i tram, luci smaniose di protagonismo;

 Penso sia ora di tornare a casa nel mio guscio. Cambio idea, decido di andare a trovare Mitti la pittrice, ha lo studio sull’alzaia vicino al vicolo Lavandai, una cara persona affabile, l’ho conosciuta esattamente un anno fà.

vicolo lavandai 

Era la notte di capodanno gironzolavo con una bottiglia di champagne in mano sorseggiando di tanto in tanto il gustoso nettare insieme alla mia compagna, era appena passata la mezzanotte avevamo cenato nella nostra nuova casa, poi decidemmo di continuare ad assaporare il nuovo anno uscendo. Passeggiando fummo attirati dalle note allegre di un sax, attraverso le vetrine di un atelier di pittura scorgemmo persone dai volti simpatici, festeggiavano, mangiando e bevendo, si divertivano ballando in quello spazio così intimo e colorato. Una signora sorridente con la mano ci fece cenno d’entrare, fu piacevolissimo trascorrere la notte in quel posto, assorbiti dalla cultura, poesie in dialetto meneghino recitate da Paola, i racconti di Giorgio, rigattiere esperto restauratore proprietario fino al 2007 di un’antica bottega sul naviglio “l’arzigozzoviglieria” che aggrappato ancora ai ricordi, preouccupato da un futuro globalizzato a cui sobriamente si oppone. Laura giovane donna ungherese ci deliziava, in madre linqua con canti lirici. Un atmosfera romantica di altri tempi.
Ecco Mitti, assorta al pc mi vede, salutandomi cordialmente, ci scambiamo gli auguri c’è anche Giorgio, gentile come suo solito prende dal frigo una bottiglia di vino bianco e delle olive ascolane dicendomi:
-Assaggia queste, sono buone le ha portate una tua conterranea, non sono quelle industriali.-
Ne assaggio un paio, sono davvero buone, brindiamo.
Maria Teresa, questo è il vero nome di Mitti, mi aggiorna sull’andamento del suo bizzarro quanto nobile progetto, lei insieme al suo inseparabile amico Giorgio hanno costituito un associazione dal nome e di fatto “Coinvolgente,” il progetto tratta la realizzazione di una sciarpa lunga quanto le sponde del naviglio, tutti possono aderire collaborando, portando pezzi che siano di lana, cotone o altro non ha importanza, basta siano larghi trenta centimetri, lunghi quanto ognuno vuole. Lo scopo è quello di proteggere e preservare il naviglio dalle avversità delle troppe modernità estraendo così la vera essenza, la storia la cultura di Milano e dei milanesi.
Mitti è entusiasta di tale inziativa, mi accompagna nel cortiletto retrostante a vedere i primi 600 metri dell’enorme gomitolo consegnatole, mi congratulo con lei condividendo emozione. Beviamo un altro bicchiere di vino, altro brindisi, non fà mai male. Li saluto torno a casa.

la famosa sciarpa .

    locandina ufficiale della manifestazione tratta dall’ acquerelllo dipinto da “Mitti”

Sono alla finestra godo ancora dell’incanto che emana il flusso del borgo,una leggera nebbia lo avvolge quasi a proteggerlo le luci affondano soffuse, la magia rimane. Il naviglio continua a scorrere melanconico aspettando una nuova alba.

luci sul canale

le luci fioche violano la quiete della fredda notte
il calore di un falò scalda il canale
dove silenzio riposa
le viscere vitali sono quì
in questo rifugio notturno occultato
dalle frenesie quotidiane
ignoranza rabbia qui casa non hanno.
respiro nascosto tra i miei tiepidi pensieri
acqua cheta scorre
brillando riflessa nei tuoi occhi
domani sarò ancora vivo

ti proteggo

riordino le stuoia, filtro il mio umore.
aromi di caffè
incensi
la notte è tornata ad essere dea
incontrastata regina.
scarne le stelle stasera,
come oscuri presagi
nubi minacciose ammassano nere
ti siedo vicino
spengo la luna
così non potrà disturbare il tuo giacere
ti proteggo guardandoti sognare
sorridi

UN FILO D’ ARGENTO

Accendo una candela, la timida fiamma illumina a stento la buia cantina fredda. Corrente elettrica neanche a parlarne, muffa e altri odori stantii nutrono il mio olfatto. Rovisto nell’instabile scaffale, tra le bottiglie polverose, nulla. Sull’altro ripiano dimenticati, vecchi attrezzi da lavoro, tenaglie, martelli, chiodi arrugginiti. Tappi di sughero disseminati dappertutto coprono ingialliti fogli di carta illeggibili, la polvere respirata mi crea micro allergie procurandomi fastidiosi starnuti, smucino vorticosamente nel ciarpame, tutto inutile nessuna traccia dell’oggetto cercato. Eccolo finalmente! Sotto un volume logoro dei Promessi sposi un’usurata etichetta della levi’s, cazzo! Doveva essere qui la memoria non mi ha tradito. La scrollo violentemente per renderla leggibile, nella parte posteriore inciso in un fiammante inchiostro rosso un numero; 2012. Ricordo ancora bene quel giorno di primavera del 1981 son passati trent’anni, appena maggiorenne passeggiavo nel parco con Tiziana la mia fidanzata, cercavamo un angolo tranquillo al riparo da occhi indiscreti quando sulla nostra via incontrammo una figura bizzara, una zingara allegra dai capelli ramati, decorata con variopinte collane e un infinità di strani bracciali ai polsi. Immediata attaccò bottone ignorò Tiziana volgendo l’attenzione su di me, voleva predirmi il futuro, lo fece malgrado le mie ardue reticenze. Prese la mia mano, la scrutò attentamente, il suo viso goliardo si oscurò all’improvviso, funesto presaggio, in breve si distese nuovamente rassenerandosi, con aria solenne sentenziò:
-Vedi ragazzo, la tua vita sarà come un lungo filo d’argento, metallo prezioso ma stai ben attento dovrai averne sempre cura, dovrai essere solerte, tenace guardiano altrimenti brunirà, diverrà opaco, triste, non brillerà più di luce propria.
Quindi occhio ragazzo, solo tu sarai il padrone responsabile del tuo argento non permettere mai a nessuno di curarlo al tuo posto, fartelo custodire o peggio rubare. Se seguirai i miei consigli arriverà l’anno buono, per te il 2012 sarà il momento della svolta, il destino ti sarà amico, tutto andrà per il verso giusto abbi fiducia, credi ad una vecchia zingara che nulla pretende.
Allibito sorrisi come un bambino fà quando vede Babbo Natale. Inebetito la fissai. Poi di colpo fulminea fece volteggiare il suo braccio dietro la mia schiena io mi irrigidii non capendo cosa volesse fare, rapida strappò dai miei jeans questa strucida etichetta, dal mezzo del suo prosperoso seno estrasse una biro rossa scrisse sul lacero cuoio un ben marcato 2012. Aprì bocca e sottilmente disse ancora:
-Tienila ragazzo riponila, questa data è importante, ricordalo.-
Incredulo sorrisi di nuovo, dalla tasca tirai fuori l’unica banconota giacente cinquecento lire, gliela stesi, lei la prese carezzandomi lievemente il viso. poi facendosi seria, complice un raggio di sole il suo volto si colorò d’oro apperendomi così fiabesco.
- Grazie, Dio ti benedica, tu sei argento tu sei vita, abbine cura, non aver mai timore.-
In un mulinare di vento scomparve tra gli arbusti del parco, non la vidi più.
La fiamma della candela si arrende facendosi inghiottire dal buio del tetro scantinato, la mia vita passata scintilla nel fragore del silenzio davanti ai miei occhi. In un angolo un luccichio, un bracciale d’argento si materializza dal nulla, lo afferro stringendolo forte nella mano. Dalla lampada fin ora appesa inutilmente al soffitto, luce.

BUON ANNO. BUON 2012. GRAZIE DI CUORE CON AFFETTO UN ABBRACCIO SINCERO A VOI TUTTI
E COME SI DICE DALLE MIE PARTI………POZZA I Bè…….
Zè…….

UNA DONNA.

I volti avvolti nella fosca sera riminese si susseguivano distratti, rapidi, sorridenti, altri accigliati ombrosi. Essenze umane si incontravano, teneri abbracci, saluti. Questo fù il proscenio che si presentò davanti ai miei occhi una volta scesa alla stazione. Era trascorso molto tempo dall’ ultimo viaggio fatto in treno, infinito. Incerta sui tacchi trascinavo il trolly, attraversai il sottopasso, ingorda di vizio mi accesi una sigaretta, era calma apparente la mia? Non lo sapevo, non lo sò neanche adesso. Mi indirizzai verso il bar avevo voglia di un buon caffè, l’aria umida, a tratti pungente spruzzava frizzante sul mio viso, avevo bisogno di ritoccare il trucco.
Strano il suo cellulare era spento, l’avevo sentito fino ad un ora prima, era anche vero, aveva problemi con la batteria, comunque avrebbe provveduto, daltronde il telefonino era l’unico mezzo per comunicare. Costeggiando i binari incrociavo faccie anonime, sconosciute, mentre cercavo il bar, ad un tratto un volto spaccò il mio ansioso incedere s’infranse netto nell’intimo dei miei stupiti occhi. Noo! Non poteva essere! Cosa ci faceva lui qui? Era proprio lui? Si nessun dubbio era lui; l’avevo amato troppo e per tanto tempo, non mi era bastato io avrei voluto per sempre. Non l’ho mai dimenticato, come si può dimenticare l’AMORE?
Quello sconvolgente che ti fà sognare, fremere,che irradia emozioni cambiandoti la vita, quello definito vita stessa. No impossibile.
Come una statua di sale immobile iniziai ad osservarlo,erano trascorsi dieci anni, dall’ultima volta non l’avevo più visto. Non era cambiato, i capelli si erano romanticamente colorati d’argento intervallati da ciocche brune, il suo volto si era lievemente segnato, rughe nuove lo solcavano,eternamente bello, elegante in quel suo cappotto grigio fumo di londra, le scarpe nere lucide. Madonna mi tremavano le gambe, Madonna cosa ci faceva in quella stazione il diaciasette dicembre a trecento chilometri di distanza da casa sua? Sapevo si era sposato con quella vegetariana del cavolo, lui amante del buon cibo del buon vino, lei era affascinante, giovane, colta anche ricca giocava a fare l’artista. Lui opportunista,immediato si era tuffato come un tonno fà nel mare. Riuscii a stento a sedermi su una panchina, presi una rivista finsi di leggere, non volevo mi vedesse. Chiamarlo? Per dirgli semplicemente ciao, come stai? Non ne fui capace, l’emozione paralizzava il mio ventre, il mio cervello atrofizzato.
Massimo l’uomo della mia vita, dieci anni insieme bellissimi, pieni, densi come cioccalata calda sempre profumati, poi in tre mesi tutto tracollò sgretolandosi, finche una mattina, disse:
-mi dispiace tra noi non funziona più, vedi io son fatto male ma son così,cerca di star bene,tu meriti altro,ciao.-
Se ne andò.
Esterefatta non riuscii a pronunciare mezza sillaba, piansi tre giorni e tre notti,fui attanagliata da malessere per un interminabile periodo, mangiavo pochissimo, dormivo niente. Per lui avevo lasciato mio marito, avevo litigato con mia figlia, per ricostruire un buon rapporto con lei avevo impiegato quasi due anni. Ora a cinquantanove anni sono felicemente madre e nonna, ma solo nonna e madre, per il resto è tutto sbiadito, sola, affettivamente senza amore. Ecco perchè mi trovo in questa banale stazione, in chat ho conusciuto Claudio è simpatico sembra un brav’uomo. Magari sarà una storia per farci un pò di compagnia, a sessantanni la vita non è al copolinea, tutt’altro,sento che posso dare ancora molto, forse non ci sarà amore, un pò di sano affetto quello almeno si.
Sono stata sempre una guerriera non mi sono mai arrresa di fronte alle avversità, come l’Araba fenice sono sempre risorta. Massimo, ora cosa c’entra? Si cosa c’entra. Cosa stà a fare quì dopo dieci anni? Adesso che faccio?
Lui era a pochi metri da me andava avanti indietro, quando veniva in mia direzione il cuore ammutoliva, timido tremava come foglia in autunno. Fumava, guardava nervosamente ora il cellulare ora l’orologio, non appariva tranquillo. Spezzai gli indugi, chiamai Claudio, volevo scappare andar via, perchè non arrivava? Niente quel suo cellulare sempre spento.
Nella mia mente i ricordi volteggiavano come scimmie impazzite, sfumature di azzuro, le nostre vacanza al mare, i baci al chiaro di luna sulla spiaggia, le passeggiate in montagna. L’ ardente passione, il nostro far l’amore per ore intere, eravamo felici come due ragazzini, puff………Tutto svanito in un attimo, dieci anni cancellati da una vegeteriana del cazzo. Chissà se sono ancora insieme? Massimo aveva quindici anni in più. Potevo alzarmi e chiedergli, “scusa brutto stronzo stai ancora insieme con la tipa delle verdure? Ti prepara ancora le zuppe di farro?” Non lo feci rimasi rannicchiata dietro la mia rivista.Pensavo, perchè non se ne va? Chi starà aspettando? Claudio questo demente, perchè non arriva? Almeno accendesse quel cavolo di cellulare, ammesso sia scarico, può essere che non trova un telefono per chiamarmi? Non è che morto? Sfigata come sono. Cosa sono venuta a fare in questo posto? Mi posi mille interrogativi quel venerdi sera del 17 dicembre.
Ad un tratto passi ansimanti verso di me, una voce coincitata disse:
- Scusa Angela, sono Claudio piacere, mi è successo un casino, ti spiego con calma, Come stai? Il viaggio è andato bene? Lo guardai, aveva indosso una giacca a quadri, era sudaticcio, pochi capelli un viso estraneo non sincero, un mazzo di brutti fiori in mano, tutto mi sembrò irreale che cosa stava accadendo? In quale film ero? Claudio non era attraente, dov’era l’uomo dal volto simpatico visto in foto? Chi era costui? Soprattutto cosa voleva? Atterita e con finta noncuranza mi limitai a dire:
-Non sono Angela, signore lei stà sbagliando persona.-
Il suo viso rosso sbiancò all’improvviso, sbigottito emise solo uno sciocco:
-Davvero te non sei Angela? Ma la foto? La voce? No non scherzare sei tu.-
-No signore mi dispiace non sono Angela.-
Ribadii decisa, me ne andai lasciandolo lì come uno stoccafisso. Intrufolandomi nella nebbia scomparsi, giunsi nel piazzale della stazione salii su un taxi, al conducente chiesi di portarmi in un albergo qualsiasi sull lungomare.
Una volta in camera, feci un bagno, immersa coccolata dal tepore dell’acqua rimuginavo sulla mia vita, un sms scombinò l’instabile tranquilità.
Ciao Angela, sono Massimo, scusami oggi non ho avuto il coraggio di rivolgerti parola, cosa ci facevi in stazione? Sei sempre bella, il tuo viso non conosce stagioni. Scusami sono ancora mortificato per come ti ho mollato quel giorno. Se ti va chiamami anzi ti prego fallo, il mio affetto per te è inalterato, rivedendoti ho capito quello che ho perso lasciandoti. Ciao unico vero AMORE.
Sorrisi.
Non feci in tempo a realizzare cosa veramente fosse scritto su quel display, immediato un altro sms, non era di Massimo come pensavo fosse.
Perchè ti sei negata? perchè? Tante ore in chat, tante ore al telefono, tante risate, tante belle parole, poi? Non ti sono piaciuto? Ti aspettavi qualcosa di più? oggi è stata veramente una brutta giornata per me. Scusami ancora. TI PREGO CHIAMAMI. Ciao Claudio.
Rilessi entrambi i messaggi diverse volte.

Oggi è la viglia di Natale stò raccontando ad Angelica la mia nipotina, la storia di una anziana signora che senza rimpianti tra un passato incastonato di ricordi meravigliosi come diamanti e un futuro insignificante,aveva scelto se stessa, essere nonna, madre, donna, comunque una degna persona. Aveva scelto il presente.
-Ora piccola mia andiamo a dormire è tardi-
-Ma nonna non aspettiamo Babbo Natale? Non viene?-
-Si amore viene stanotte e ti porterà tanti bei regali.-
-lo vedo?-
-Non credo, ma se dovessi vederlo, ricorda sempre è comunque un uomo, pur buono voglia essere, non credere mai a tutto ciò che dice.
BUON NATALE.

tre poesie

MANDARINO

attende primavera solitario il mandarino
i suoi fiori rideranno per me.
semi rubati, abiti appesi,
illussioni.
Collane colorate, abbandono
altri occhi nei tuoi occhi
smarrita ho tremato
barcollando ho sperato
di sentire l’ odore del tuo inutile ritorno.
Il mio viaggio è appena iniziato
il tuo spirito finalmente svelato;
disprezzo
attingo dal mio cuore la forza che non ho
mi volgo indietro
arido, solo deserto
pietre…
timido,tenero nasce un sottile filo d’ erba.
voglia di ricominciare.

ALTRO GIRO ALTRA GIOSTRA

Stelline colorate
carte profumate
parole nuove sempre uguali
giochi perduti realtà svelate
amori traditi amori trovati
sorrisi diversi
capelli più lunghi
carezze
dolcezze
dovevo sapere invece non sò
questa è la mia vita
di più non ho
miseria e tradimento non sono cosa mia
prenditi tutto e portati via;
via da me
va bene un’ altra lei
sorridi e menti
così sei
altro giro altra giostra
tu un’ altra;
che botta
ferita piango non importa
non sono morta
lontano da te ritroverò la via
abbraccio il mio cuore mi sorrido e rido
sono poesia
un fiore, un treno, un canto, un suono
struggente malinconia
ripulisco le ali, guardo il cielo
e volo
ciao allegria  fammi compagnia.

 

NON TORNERO’

rimaranno di me ricordi felici

gaie risate

abbracci nudi piedi intrecciati

profumi bracciali anelli dimenticati

una fontana a me cara fiori colorati

la tua gente
il mio canto
profumo di fresco
gli occhi tuoi blù
la tua voce che dice non tornare più

ROSI

ROSI HA VOLUTO CHE LE PUBBLICASSI……UN ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA. COMUNQUE è BRAVA….. ORA GIUDICATE VOI. CIAO Zè

Linda tritava la cipolla, annoiata ascoltava jazz alla radio, non aveva particolari aspettative nè programmi in quel sabato di dicembre dal sapore primaverile. Natale s’avvicinava minaccioso, lei non amava particolarmente qualla festività, era sola, separata da oramai troppo tempo, l’unico figlio lontano da lei chilometri, al nord per lavoro, stabile nel cuore.
Antonella spalancò la finestra, fece entrare aria pulita, il sole filtrava sminuzzando a piccole fette la scarna stanza. Aveva appena finito di correggere i compiti in classe dei suoi ragazzi, era molto arrabbiata con loro, avevano combinato dei veri e propri pasticci, insegnare storia dell’arte in un istituto professionale è un’impresa ardua. Non sopportava più quei suoi studenti cosi idiosincratici allo studio, avezzi solo a far nulla, impregnati di menefreghismo totale. Decise di dedicarsi alla lettura, prese un libro,”Edipo re” Di Pasolini, iniziò a leggerlo, era sola,sconsolatamente depressa.
Paola piangeva,l’ hiphone in mano, era su facebook, cercava traccie del suo amore, un segno un messaggio un destino nulla. Dissolto nel vento.Inviava sms a raffica, nessun fremito,nessuna risposta.
Silvia aspettava Lucio,suo marito. Era già mezzogiorno, doveva essere tornato da un pezzo, ancora non si vedeva, il cellulare spento, strano. Rapidamente tracollava in ansia.
Antonella prese in mano il telefonino, non aveva voglia di star sola in quella giornata di sabato, compose un numero.
Un trillo interruppe il rumoroso sfriggere, Linda si pulì le mani alla meglio sul primo strofinaccio trovato. Rispose.
“Ciao che fai?”
“Oh sei tu! Ciao, non faccio nulla,oggi pensavo di stare a casa”
“Perchè non usciamo? Approffitamo della bella giornata andiamo a fare una passeggiata, magari al parco,che ne dici?”
“Non sò bo! Non ho molta voglia.”
“E dai cosa stai a fare a casa?”
“Va bene mi hai convinta, però prometti di non parlare di quel bastardo del mio ex marito.”
“Stà tranquilla di quello stronzo non ne voglio più sentir parlare nemmeno io.Ti passo a prendere alle tre va bene?”
Si Antonella va bene, ci vediamo dopo ciao”
“Ok ciao”
Paola si spogliava, faceva scorrere acqua calda nella vasca, convinta che un buon bagno le poteva far bene, quantomeno l’ avrebbe distolta da insani pensieri.
Sivia era entrata ufficialmente in ansia. Lucio era sempre spento.
Il rumore dell’acqua coprì per qualche istante il suono nervoso del citofono Paola rispose:
-Ciao apri, sono io.-
-Cosa vuoi? Sei venuto a riprendere la tua lercia tuta? Cazzo vuoi non ho nulla da dirti, soprattutto nulla da ascoltare; Va via bastardo!-
- DAI! Non fare la stronza, apri stò fottuto portone, altrimenti lo butto giù.-
-VA VIA! Torna da tua moglie bastardoooo.-
Silvia ora era in pieno panico tra poco sarebbe tornato da scuola Federico. Doveva preparare da mangiare, nulla era pronto; Di Lucio nessuna traccia; Perchè il telefono era spento? perchè non tornava? perchè?
Di solito era puntuale, se tardava premuroso avvertiva.
Vattene urlava Paola in preda ad una crisi isterica, da sotto al citofono l’uomo grossolanamente ribadiva feroce.
-Apri, apri, non è finito nulla tra noi, ti prometto, oggi al massimo domani lascio mia moglie, le dico tutto.
-NON TI AMO PIU’! BASTA MI HAI TROPPO FERITO SEI UN CAZZARO.-
-Ragiona Paola, per favore fammi salire, ti prometto che sistemo tutto, io ti amo.-
Disse Lucio abbassando il tono della voce.
-Lascia stare sei troppo vigliacco, va via non ti voglio più vedere! SPARISCI DALLA MIA VITA!-
Riagganciò il citofono, piangendo tornò in bagno.
Lucio guardò l’orologio, l’una e trenta! Cazzo era tardissimo. Prese il cellulare chiamò.
-Ciao Silvia, scusami ho avuto dei contrattempi, poi ti spiego.-
-Dove sei? Quando torni? -
-Tra dieci minuti al massimo sono lì, stai tranquilla è tutto a posto.-
-Ero preouccupata, dai tesoro torna presto ti aspetto.-
-Non è successo nulla,tu prepara pranzo. Ciao. -
-Ciao Amore -
Rincuorata tornò in cucina.
Linda aveva finito di mangiare i suoi spaghetti, guardava il tg.
Era insofferente, qualcosa di impercettibile rodeva dentro di lei.
Paola cercava di rilassarsi immersa nella fragrante schiuma, cullata dal tepore dell’acqua. Era ancora scossa dall’episodio avvenuto poco prima con Lucio.
Inviava sms, nessuna risposta il display rimaneva desolatamente inespressivo. Non poteva essere tutto finito, perchè una bella storia d’ amore si polverizza solo per un capriccio, un banale atto sessuale, perchè? Aveva sbagliato, si è vero ma cazzo, si può, si deve perdonare, perchè lei non veniva mai perdonata? Quando si è giovani si possono commettere degli errori che diamine.
Silvia si stava tranquillizzando,suo figlio Federico era appena tornato, stava pranzando. Lucio ancora no.
Linda accusava improvvise vampate di calore, maledetta menopausa.
Che palle, viene Antonella, perchè ho acconsentito ad uscire con lei?
Non ne ho per niente genio, poi depressa com’è la menerà ancora su Lucio quasi non bastasse averlo già sposato… Stò bastardo. Poverina però le voglio molto bene è tanto dolce,va bè, uscire mi distrarrà un pò, non mi farà certo male respirare aria fresca e godermi questo sole, magari andiamo anche in quel negozio di via Malta, così finalmente acquisto quegli stivali che mi piacciono tanto.
Antonella colta da isterica claustrofobia, tovato a caso il primo giubbotto lo infila, cosi come era senza nemmeno truccarsi esce di casa, salì in macchina andò.
Lucio non arrivava, Silvia era assallita da totale panico, fracassata cerebralmente.
Squilla il telofono fisso.
-Lucio ma dove sei?-
_Ma che cazzo di Lucio sono Marco_
-Oh ciao scusami, ti passo federico?-
_Si passamelo, tu come stai?_
-Bene, si bene, sono preouccupata Lucio non torna è uscito stamattina non so dove sia.-
_In quali mani ho messo mio figlio? Ti sei separata da me perchè non ero affidabile ed ora…_
-Dai te lo passo, Lucio si è sempre comportato bene e comunque non va a puttane come ci andavi tu.-
_Ma falla finita passami Federico che è meglio Ciao._
-Ciao, eccolo è qui.-
Ciao papà …………
Silva si allontanò, col mobile chiamò ancora, Lucio non rispose.
Paola girava nuda per casa, era scossa un’anima in pena, si chiedeva perchè le cose non andavano mai per il verso giusto; Ho venticinque anni e non capisco ancora niente, continuo a ripetere gli stessi errori, sono una scema dò fiducia a chi non la merità.
Linda si era appena vestita fumava nervosamente, il suono del citofono la fece sobbalzare,
” chi è?”
“Sono Antonella scendi?”
“Non sali neanche un attimo?”
“No. Scendi ti prego fai veloce”
“E’successo qualcosa?”
“Ti spiego appena scendi”
“Arrivo.”
In ascensore il trillo disordinato del telefonino,
“pronto”
_Ciao mamma sono Filippo come stai?_
“Filippo che hai? non ti sento per niente bene”
_Mamma, mi hanno telefonato dall’ospedale, Papà è li dicono che è grave._
“Cosa stai dicendo? che ha?”
_Non sò nulla di preciso ho solo poche notizie confuse. Stò andando all’ aeroporto prendo il primo aereo per Roma e vengo subito, chiamo Andrea o qualche altro amico, mi faccio venire a prendere appena atterato._
“Filippo non farmi stare in pena, se hai altre notizie dammele, io cerco di andare subito, in quale Ospedale è?”
_Al San Camillo. Ora ti saluto fammi andare ci sentiamo poi, comunque grazie,ciao Mamma. _
“Ciao piccolo, stai attento cerca di stare tranquillo, ciao.”
Agitata chiuse la chiamata. Aprì il portone trovò di fronte Antonella, cadaverica, tremante piangeva.
“Ora a te cosa è successo? Madonna che caos!Proprio adesso ha chiamato Filippo, dice che Lucio è ricoverato al San Camillo è molto grave, sta malissimo, pensavo mi potevi accompagnare ma vedo che non stai bene, vuoi tornare a casa? chiamo tua sorella? Ti faccio venire a prendere? Dimmi cosa hai?”
Antonella rinvigorì il suo pianto, copiose lacrime le inondarono il viso affondando in una laguna di singhiozzi.
“Cazzo l’auto… cosa hai fatto? Mamma mia! Hai avuto un incidente? con chi? è rovinatissima… tu stai bene? sei sotto choc? piccola… Madonna che giornata.”
Arrivò un SMS,la professoressa lo lesse.
Mittente Paola:
Amore perdonami, basta non posso più vivere senza te. Ti prego rispondi chiamami, fai qualcosa. Dammi un cenno. CON LUI ho chiuso definitamente è stata solo una cazzata. Dai Prof, sei tu la mia vita, il mio amore bellissimo….. TI AMO.
Antonella snervata asciugandosi le lacrime si rivolse a Linda:
“Dai andiamo all’ospedale, ti accompagno. La mia vita è rovinata non capisco più nulla sono a pezzi.” si accomodò alla guida del malconciato mezzo, Linda oramai arresa agli eventi, salì.
Silvia era travolta da mille paranoie, in totale confusione cercava dei tranquillanti. Ancora il telefono, rapida rispose:
-Pronto chi è?-
Una voce sterile all’altro capo:
_La signora Sgattoni Silvia? _
-Si sono io-
Buongiorno signora,è l’ospedale San Camillo, Lucio Sgattoni è stato ricoverato qui._
Cosaaa? E’grave? Che ha fatto? Cosa gli è successo?-
_Signora venga prima che può, io le posso dire solamente, la situazione non è delle più semplici, è stato investito da un auto pirata, ora è in rianimazione.Deve essere operato d’urgenza_
Un tonfo… La cornetta schiantò a terra.
FINE

PERSONAGGI.

LINDA:EX MOGLIE DI LUCIO, MAMMA DI FILIPPO, AMICA DI ANTONELLA.
ANTONELLA:LA PROFESSORESSA,EX FIDANZATA DI PAOLA E ANCORA INNAMORATA.
PAOLA: EX FIDANZATA DI ANTONELLA, EX AMANTE DI LUCIO.
SILVIA:ATTUALE MOGLIE DI LUCIO, MAMMA DI FEDERICO.
LUCIO:BASTARDO.MARITO DI SILVIA,EX MARITO DI LINDA,EX AMANTE DI PAOLA, PAPA’ DI FILIPPO.
MARCO: EX MARITO DI SILVIA, PAPA’ DI FEDERICO.
FILIPPO FIGLIO DI LINDA E LUCIO.

UN FOGLIO BIANCO.

Su questo foglio bianco
inchiostro non cade,
sospiri di vita intrisi d’amore
di silenzi,
di pace.
Non trovo versi che gli donan vita.
Un foglio bianco che senso ha?
Riluce nel cuore, davanti ai miei occhi smarriti.
Giacciono parole non dette, non scritte
le più belle.
Il foglio rimane espressivamente vuoto
nuvole di velata malinconia.

Avvolti nella fosca sera genovese i due come squali affamati ripresero il loro girovagare spostandosi nel centro del porto. La luce dello scooter perforava il buio illuminando le poche forme di vita presenti.
Ad un tratto Andrea arrestò il mezzo, si sfilò il casco, parlò con il suo “socio” :
– Ascolta la vedi? Eccola li è lei la nostra vittima; Lola!-
No! Lola no! non ci stò.-
Rispose Antonio con tono deciso.
-Dai non rompere scemo, è sicuramente carica di soldi, cosa ti frega di lei, è solo un trans del cazzo.-
– Ci conosce, poi la Lola no!-
ribadì confuso Antonio.
-Senti bello qui comando io! si fa così punto.-
Lola una transessuale, brasiliana, un istituzione lì al porto, famosissima per le sue prestazioni sessuali, non solo per quelle. Da sempre attiva nel sociale, aiutava i ragazzi a non cadere nel tunnel della droga,collaborando con associazioni di volontariato impegnate nel recupuro di prostitute.
Molti clienti andavano da lei solo per parlare, per sfogarsi, raccontare i propri guai,Lola sapeva ascoltare aveva sempre una buona parola.
Tutti le volevano bene, anche Antonio, la riteneva un essere speciale soprattutto un’amica.
Andrea era inamovibile, il suo obiettivo era Lola.
Ancora una volta il debole compare si arrese alla prepotenza del riottoso amico.
Si rimisero i caschi, Andrea accellerò rabbiosamente, in un attimo piombarono addosso al malcapitato trans. Antonio strappò la borsa, il trans non mollò opponendosi con disperato vigore, il ladro tirò forte strattonando con forza isterica, lo scooter faticava ad avere una marcia regolare, Antonio estraette la pistola e con il calcio sferrò un poderoso colpo al viso centrando la bocca, schizzi di sangue e denti spezzati volarono via come frammenti di mosaico, Lola barcollò stramazzando pesantemente al suolo schiantando il bel viso sul asfalto ruvido. Lo scooter riprese potenza e sibillò rapido sparendo nelle brume novembrine del porto.
Una volta al riparo da occhi indiscreti,Andrea si fece dare dal complice la borsa maltolta, frugò dentro avido, immediatamente scoppiò in una grassa risata di soddisfazione:
– Ah ah ah che ti dicevo guarda qua belin.-
con la mano tirò fuori una fronda di banconote, il colore verde spiccava vistoso.
- Belin sono più di cinquecento euro, bel colpo! siamo stati grandi, proprio bravi. Problemi risolti, ok! Questa è la tua parte, bravo scemo.-
Così dicendo allungò una banconota da cento euro ad Antonio che rimase col palmo della mano aperto aspettando il rimanente denaro. Andrea lo guardò schifato, non s’intenerì di fronte al volto impaurito e scioccamente attonito del suo complice, infilandosi il resto del denaro in tasca e con la solita volgare spavalda risata disse:
-Belin che cazzo vuoi ancora, siamo a posto così.-
Antonio provando ad indurire il tono della voce replicò:
-Cosa dici? Questa non è mica la metà del bottino! Mi devi almeno altri trecento euro.-
La risposta dello spregievole individuo fù una risata disgustosa infine deglutendo saliva schiumò rabbiosamente:
- Ubriacone vai a bere! Adesso togliti dai coglioni.-
Mentre accendeva lo scooter, sentì un gelido brivido in fronte, Antonio gli aveva puntato la pistola.
Il gradasso non ebbe tempo né di pensare né di dire.
Antonio premette il grilletto….. nulla….. il solo rumore, la solita risata sguaiata di Andrea che aggiunse:
- Scemo pensavi davvero che ti affidavo una pistola carica, proprio a te!? Squilibrato come sei.-
Rise ancora avviò lo scooter e se ne andò.
Antonio rimase immobile frastornato con la misera banconota in una mano e nell’altra la pistola che face cadere sordamente a terra.
Rivide il volto fracassato della Lola inzuppato in una maschera di sangue. Riecheggiarono le urla della prima giovane prostituta rapinata, non si dava pace per quello che aveva commesso e come si era fatto incastrare da quel farabutto di Andrea. Depresso s’incamminò. Giunto sotto il portone di casa incontrò Lisetta una vecchina con una vistosa zoppia ad una gamba. Lisetta lo salutò con la solta affabilità,
- Ciao Antonio come stai? hai lavorato oggi? tutto a posto?-
Antonio rispose con un abbraccio e di soppiatto fece scivolare nella tasca della sciatta vestaglia da camera le cento euro, la baciò sulla fronte. Lisetta sorrise.
Salito in casa Antonio fù assalito dallo squallore triste che quell’ appartamento emanava così come la sua insulsa vita, era svuotato, defraudato nell’anima, nessun pensiero logico lo attraversava.Lo perseguitava vivida l’immagine della sua povera amica Lola avvolta nella maschera di sangue. Abbandonata sopra un sudicio mobile della cucina trovò un audio cassetta l’inserì nel malridotto mangianastri, l’indimenticato De Andrè prese vita, la musica ebbe il sopravvento, si sentì sollevato, aprì la finestra, fece entrare vaporosa aria fresca. Si chinò sotto la sdrucita poltrona, nascosta dietro al cuscino una vecchia pistola e in una piccola scatola dei proiettili, caricò la pistola, tornò di nuovo alla finestra, guardò la sua Genova, il suo vicolo,Cesare stava abbassando con il solito fracasso l’arrugginita sarracinesca del bar.
Inspirò quell’aria umida, buona, si puntò la pistola alla tempia
l’insegna del bar emise il suo ultimo rantolo spegnendosi
note tristi disegnarono il vuoto.

ALL’ OMBRA DELL’ ULTIMO SOLE
s’era assopito un pescatore
aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso

venne alla spiaggia un assassino
due occhi grandi da bambino
due occhi enormi di paura
eran gli specchi di un avventura

all’ ombra dell’ ultimo sole
s’era assopito un pescatore
TRA LA LA LA LALLA TRA LA LA LA LALLA ……………..

fine

sull’ uscio


Sull’uscio ti guardavo andar via.

un aspro raggio di sole
luceva sul tuo viso
che voltar non si volle.

foglie umide, di rosso bagnate
sospiravano immerse nel vento
svanivano
tristi come la mia anima
tristi come me, come i miei occhi
ma lacrime non versai
da quell’azzurro mare
in quell’inutile addio.

solo parole

parole spaventate.
mai dette, che tacciono.
pugni allo stomaco.

parole dolci soavi che accarezzano;
taglienti,come lame impietose;
 affabili.
stridenti come oscure pale meccaniche.
senza senso,
con troppo senso;
arroganti spavalde insicure.
senza motivo, che accolgono che scacciano;
parole come trame di seta.
offensive, tenere;
lucide, offuscate, inutili;
al vento.

false pure coraggiose pavide.

parole di tenebra bestemmiate nelle tempeste della vita.

 parole d’amore;

che muoiono che vivono

solo parole soltanto parole.

rien ne van plus

chiudo il passato in una gabbia di ossa
sussulto al vagare di un treno
gli occhi tuoi nei miei
fluttuano in un incrocio di destini
la tua pelle bianca, colorata di luna
la mia speranza perduta
riacquisto il debito
questa è l’ultima fiches
impavido la gioco
rien ne van plus

Sul molo, Antonio se ne stava seduto su una panchina, annichilito dal coro dei cigolii delle barche ormeggiate, mentre il mare strideva burrasca,.
 A voce alta invocava il suo personalissimo Dio:
- Perchè non mi aiuti? Cazzo fai lassù? Può essere non hai pietà di me? Ho trentacinque anni, non ho famiglia, nè un lavoro, non sono nè arte nè parte, non mi riesce nulla. -
 Cosi dicendo stappò con l’accendino l’ennesima birra, la bevve a grandi sorsi.
Nel frattempo non si era accorto, dietro di lui c’era Andrea seduto sul suo scooter che gli rivolse la parola sfottendolo:
- Scemo cosa hai da lamentarti, belin smettila, soprattutto finiscila con quelle birre, cosa risolvi ad ubriacarti tutti i giorni? Poi te la prendi con Dio, cosa c’entra lui? 
Sei tu un deficiente. Sarà anche vero che non sai fare un cazzo, belin ma a qualcosa servirai, vieni con me forza. -
Antonio si alzò in piedi, svogliato chiese:
- Dove andiamo? Cosa dobbiamo fare?
- Sali non ti preoccupare -
Antonio obbedì. Lo scooter schizzò via veloce inoltrandosi nei carruggi per poi arrivare a Boccadasse, il mezzo meccanico sobbalzava furente sugli acciotolati sconnessi degli stretti vicoli. Vecchi pescatori respiravano stanchi in attesa della luna seduti su delle malridotte careghe. Andrea fermò lo scooter, dal bauletto estrasse due caschi ne porse uno ad Antonio in tono imperativo esclamò:
- dai mettilo! -
Antonio controbattè apaticamente:
- Da quando ci si mette i caschi? perchè?-
- Mettilo e basta! non fare storie.-
Antonio eseguì.
Andrea dal giubotto sfilò un pistola e la passò al confuso individuo che la prese, stupito esclamò:
- Cosa ci devo fare con questa? Cosa hai in mente? -
Andrea rise spocchiosamente, rispondendo:
- Non l’hai capito ancora sei proprio uno scemo belin, andiamo a fare qualche scippo alle puttane, basta con i furti da appartamento troppo rischiosi. -
Antonio attonito:
- ma io non ne son capace non ho mai usato una pistola. -
- ‘Cazzo ci vuole premi il grilletto BUM!…….. ah ah ah . Di colpò aggrottando le scure sopracciglia il  volto di Andrea ebbe un mutamento improvviso,smise di ridere e solennemente espose:
- Vedrai non servirà usarla sarà tutto semplice, ascolta agiremo cosi, io guido lo scooter tu strappi la borsa; se non la mollano subito, tiri fuori la pistola gliela punti, loro si spaventano e lasciano la borsa e noi via più veloci della luce ah ah ah……capito scemo. -
Antonio sempre più confuso rispose :
- si ho capito, va bene -
arrendendosi alla volontà di quello che credeva fosse suo amico.
I due indossarono i caschi, Antonio mise la pistola nella tasca del giaccone. Andrea avviò il due ruote. Arrivati nei vicoli frequentati da prostitute, ne scorsero una giovane,dalla figura esile, molto probabilmente proveniva dell’est europeo .Andrea fece un cenno all’amico dicendogli:
- quella va bene, sei pronto? -
- si -
urlò tra il disperato e il preoccupato, Antonio.
Una accellerata improvvisa potente rabbiosa e l’obbietivo fu lì,lo scooter sfrecciò, Antonio allungò un braccio, afferrò la borsa che la ragazza aveva a traccola e la strappò con irruenza:

- PRESA!  gridò, VIA,VIA.-

La prostituta lanciò nell’aria umida urla disperate, non aveva avuto tempo di rendersi conto di nulla che l’incasso della giornata era sfumato, frantumato in un istante così come la sua vita. Nessuno accorse.
In un vicolo, Andrea si fece passare dal compare,la borsa rubata rovistando non prestò attenzione ai vari oggetti, cianfrusaglie: smalti, rossetti, presevativi, una bombletta spray anestetizzante, una spazzola per capelli, finalmente in una tasca interna, ecco il contante,circa duecento euro, buttò la borsa e s’infilò il denaro nella tasca dei jeans. Rivolgendosi ad Antonio rise soddisfatto:
- Bravo hai visto quanto è facile. meglio che farsi gli appartamenti noo? -
Antonio non conferì, si limitò ad annuire poco convinto. Andrea gratificato dall’ evento criminoso andato a buon fine disse:
- ora ne facciamo un altro poi decidiamo se smettere o continuare, dipende da quanto denaro ha quest’altra troia. Va bene? -
Senza aspettare la risposta del complice riavviò lo scooter. Girovagarono nei carruggi cercando di individuare una preda:
- eccola,  quella va bene:-
affermò soddisfatto il ladruncolo.
Una prostituta non giovanissima, formosa con due grossi seni, una bella faccia.
Andrea si voltò,ruvido guardò Antonio:
- facciamo quella.-
Il compagno non rispose, in un attimo piombarono addosso alla sciagurata come falchi in picchiata. La scena si ripetè identica alla precedente. Si fermarono sotto la luce traballante di un lampione; guardarano nella borsa, il bottino  magro, solo settanta euro. Andrea ebbe un gesto di stizza:
- Belin che miseria,dobbiamo farne un altro, per forza, a me servono i soldi,duecentosettanta euro sono pochi, diviso due centotrentacinque ciascuno, non mi bastano. Un’altra puttana ancora, sperando sia carica di soldi,io devo pagare i buffi a quei bastardi entro stasera altrimenti mi conciano per le feste, scherzano mica quelli.-
Antonio si tolse il casco, spazientito esclamò:
- No. Basta non voglio rischiare più, alla fine ci beccano, non voglio finire un altra volta in galera.-
Ma non scassare la minchia,non ci beccano, poi se finisci in galera almeno fai pasti regolari e smetti di bere, ubriacone.-
Antonio provò a replicare senza riscontrare alcun successo.
Andrea scuro in volto ordinò:
- Smettila scemo rimettiti il casco e stà zitto!
Io faccio la tua fortuna non lo capisci. -
Antonio succube obbedì ancora.

Solo un libro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il suono di questo nostro destino si è spento, affogato nella mia stupidita. Mi rivolto in questo letto strigendo a me il lenzuolo quello adornato da dozzinali tulipani gialli, quel giallo che tanto ti piaceva, ci piaceva. Le tue foto le tue collane, non oso toccare nulla, sei ancora qui; non ci sei più sei andata via o meglio io ho fatto in modo te ne andassi. La luce dell lampadario è troppo forte, accecante, fastidiosa, in questa camera troppo grande, troppo vuota, regna solo l’angoscia. Ho voglia di buio del tuo corpo, ancora ascoltare il tuo respiro, il tuo sorriso. Sono lacrime di coccodrillo le mie dirai. Non lo sò forse? Un malessere reale spigoloso senza eguali si ostina soggiornando in me da svariati giorni, innumerevoli, non li conto più. Sono appassito non posso che dire un altra volta mi dispiace. Sono un uomo senza pace, senza cuore lo dimentico nel fondo della mia arroganza, sono così, un maledetto, sono nato per ferire e ogni volta che succede muoio. E’ andata così, è andata male, rimane solo un triste sciocco mi dispiace e lentamente muoio ancora.
Ora aspetto vederti tornare.
Sò perfettamente non lo farai. Stavolta, NO NON TORNERAI.
FINE.
Cosa altro può dire un narratore più di quello che hanno già detto i protagonisti nulla. Solo fantasia, è solo vita, solo un amore infranto, un farsesco inutile sentimento defraudato, è solo un libro. Lo chiudo l’appoggio sopra al comodino, spengo la luce, i miei gli occhi finalmente riposano, BUIO.
Ora ti vedo sei solo un’ immagine riflessa nel lago delle mia desolazione
una banale illussione.Stavolta no non tornerai.
Ciao.

annego

nell’ombra,
perso nel vuoto della sera.
annego.

solo sogni.

stretto in una morsa
imprigionato in un vicolo di ruggine
vie d’ uscita non scovo
in affanno in perenne affanno
confuso cammino su ispidi rovi
taccio e sogno
il sole una stella un volto il vento.
libero
sono sogni solo sogni
banali sciocchi sogni
dormire non morire non sognare
solo dormire non sognare,
per vivere
sgomento spengo la luce
ora tremo.

Mette in moto la vecchia punto nocciola, il motore obbedisce sibillando neutro. Nicola regola lo specchietto retrovisore dove pacchianamente penzola un cornetto rosso, raddrizza l’effige di Sant’Antonio con su scritto proteggimi, posto in bella vista sul cruscotto, gliela regalò sua Madre nel lontano 1994 quando ritirò l’auto, suo padre un omone ruvido vedendola si limitò solamente a bofficchiare:
- Un colore migliore non c’era? Questo assomiglia alla …. va bè…. lasciamo perdere -
non aggiunse altro e tornò ai suoi lavori.
Nicola, l’auto la usa pochissimo, il viaggio più lungo l’ha fatto quando è andato a Pescara invitato da un suo fornitore.
Ora mentalmente organizza il da farsi; prendo la Salaria, alle Terme di Cottilia mi fermo, lì ci sono tanti ambulanti,posso acquistare il costume anche il telo da mare, faccio così! Vado! Sono pronto, parto. Perplesso riconsidera, sono già le dieci, arrivo a San benedetto del Tronto intorno all’una, è già troppo tardi, non conosco la zona devo trovare
un ristorante, oggi saranno tutti pieni, poi vado vestito così? Non è l’abbigliamento adatto per andare al mare, no, decisamente no. Rinuncio niente mare, sarà per un altra volta. Vado al lago di Piediluco, deciso.
Prima però devo dar da mangiare alle galline, tanto impiego solo mezz’ora per arrivarci.
Spegne l’auto, si reca nel pollaio, accontenta le starnazanti pennute, si sofferma nell’orto, vede il tubo di gomma a terra in agguato come un serpente, lo riavvolge, non lo fà mai, poi ripone gli attrezzi: zappa rastrello e altri nel ripostiglio, anche questo non fà mai. In sostanziale subbuglio, finalmente prende coscienza, stà solo perdendo tempo, ha una paura fottuta, questa è la pura verità, è intimorito da questo suo irrequieto nuovo stato mentale. Osserva le piante poste nel piccolo rettangolo di terra, nota i pomodori maturi, rossi, succossi,i peperoni gialli, grandi, d’impulso pensa non vado da nessuna parte, cucino a casa, faccio i fusilli all’ortolana buoni… è tanto che non li mangio più, mia madre li sapeva fare bene, ah se ci fosse una donna oggi con me, va bè… La panna dovrei averla.
 Oggi mangiar fuori mi costerebbe un occhio della testa, è decisamente meglio rimanere a casa, per secondo delle bruschette col pomodoro fresco e prosciutto, quello regalato da Gino,il maiale lo ammazza lui. Chi stà meglio di me? Un paio di fette di melone per frutta, sono a posto, stappo una buona bottiglia di vino magari mi ubriaco anche un pochino. Ma si è ferragosto che me ne frega! Dopo mangiato mi faccio un bella dormita, tutto perfetto sicuramente sarà una bella giornata. Raccoglie gli ortaggi, nella cantina cerca un vino bianco da mettere in fresco, tra le bottiglie polverose ne scova una dal collo lungo elegante, Moet Chandon, cazzo! prendo questo dicono che è buono, francese, roba di classe, ciampagne…. mai bevuto, oggi mi voglio trattare bene.
Tutto a posto, anzi no, manca il dolce e si ci vuole, magari un bel gelato, vado in centro lo compro. Prende l’auto si dirige in città, le strade sono sempre più deserte il sole batte solido la giornata è afosa. Entra in gelateria, rimane estasiato dall’infinità dei gusti esposti colpito dalla vivacità dei loro colori. Alla domanda della anziana comessa di cosa volesse rimane inebetito, la donna lo incalza così:
- signore mi dice quali gusti preferisce -
Nicola risponde arrossendo in viso di vergogna : “faccia lei, quello però lo voglio” indicando un gusto marroncino con tanti biscotti, la commessa risponde: – quale questo? il cookies? -
“si quello, quello,”
dice Nicola ben attento a non pronuciare il complicato nome.
L’anziana commessa riempita una vaschetta da cinque euro l’incarta, Nicola paga, mentre esce sistemandosi il portafoglio nella tasca posteriore dei pantaloni distrattamente urta qualcuno, alza lo sguardo stà per scusarsi, una visione. Rimane folgorato, due occhi profondi, capelli neri ondeggianti morbidi sotto un capello a larga tesa nero con fascia bianca un sorriso avorio labbra carnose sensuali appene sporcate da un leggero rossetto fucsia, intonano a meraviglia all’ebano brillante della pelle, magnifica! una Madonna nera. La donna sorride, in un italiano pulito gli rivolge la parola
- scusi signore sà indicarmi la stazione degli autobus.-
Nicola rimane impietrito riuscendo a balbattere solo un:
“nnn…. no..n n. non.. no… nnn lo.. sò”
sputa all’ aria un frettoloso buon ferragosto e fugge via come fosse stato punto da una tarantola.
La donna rimane perplessa da quell bizzarro atteggiamento entra in gelateria chiede l’informazione necessaria.
Ora è in piazza inizia a camminare sinuosa nel viale, la stazione non è distante. Nicola è nascosto dietro una delle colonne del loggiato che delimita il perimetro della piazza, agitatissimo, attratto da quella meravigliosa dea nera, anche il vestito è nero, scollato nelle spalle  modella le forme in maniera sublime dando ancora più risalto al corpo. Nicola la segue con in mano la confezione di gelato che mostra vistosi segnali di disfacimento. Apre la confezione, come un bambino goloso ci affonda due dita assaggia quel gusto dal nome strano, cavolo…. buono. lo fà di nuovo stavolta le affonda nel cioccolato, si pulisce la mano e la bocca alla meglio, getta la confezione quasi piena in un cassonetto dei rifiuti. La venere proprio in quel momento arresta l’incedere, Nicola rimane paralizzato convinto sia stato scoperto,non è così, la donna si china si toglie una scarpa poi l’ altra, le allaccia al trolley presegue scalza sugli scomodi Sanpietrini.
In poco tempo giunge alla stazione non c’è nessuno, è praticamente deserta. Visiona l’orario dei bus diretti nella capitale, ha un espressione di delusione, voltandosi scorge Nicola,fare capolino da dietro una siepe come uno scoiattolo curioso. La donna esordisce:
- Buongiorno anche lei qui? và a Roma? -
Nicola riesce a pronunciare solo un sparuto si.
- Bene aggiunge la dama nera faremo il viaggio insieme, anche se oggi con gli orari la vedo tragica le corse sono molto diradate speriamo di farcela, ho l’aereo alle diciotto, devo recarmi a New York. Lei si ferma a Roma? Dimenticavo io sono Melissa. -
Pallido sempre più sudato elargisce un blando sorriso con fatica dice: “non lo sò forse parto,”
- ah e dove va?-
“non sò, Roma forse Milano,”
ho capito ribadisce Melissa sbalordita dall’atteggiamento dell’uomo
- mi scusi ma lei è italiano? -
si,si risponde sempre più confuso l’artigiano
e si siede goffamente su una panchina, Melissa fa la stessa cosa mettendosi al suo fianco esclama:
- per fortuna qui c’è ombra,-
Nicola annuisce e aggiunge sempre più smunto in viso
“certo oggi fà molto caldo”
poi si china leggermente in avanti col busto, portandosi una mano al centro del torace, Melissa lo guarda, allarmata esclama:
- signore…. cosa c’è ?…. non sta bene? -
L’uomo non risponde accasciandosi sul lato della panchina,la donna prende una bottiglietta d’acqua dalla sua borsa,gli bagna la fronte gli slaccia la camicia.
Nicola sta male ha strabuzzato gli occhi, emette solo un doloroso rantolo. La donna con il cellulare prontamente chiama il 118.
Poi vedendo le condizioni dell’uomo peggiorare s’affanna in una approssimativa respirazione bocca a bocca.
Interminabili i minuti d’attesa finalmente l’ambulanza arriva.
Nicola viene prontamente soccorso dai sanitari è cosciente, intubato osserva le convulse operazioni sulla sua persona, i suoi occhi vanno ancora a cercare il volto ora preouccupato di Melissa.
Viene adagiato sulla barella, mentre il dottore chiede a Melissa
- è suo marito?-
- No,non lo conosco stavamo aspettando il pullman per Roma, ma cosa ha? - 

- Un infarto comunque sembra fuori pericolo il cuore stà reagendo,questo è anche merito suo,  grazie. -
Mellissa si commuove. Il dottore la saluta  prendendo posto sull’ ambulanza.
Nicola viene caricato nel mezzo di soccorso , Melissa sale anche lei, lo bacia sulla fronte sussurandogli:
- auguri signore, vedrà andrà tutto bene. -
Nicola scarica un lieve sorriso, con le palpebre accenna un saluto,
la venere nera sorride, è un raggio di luna in una notte di tempesta. L’ambulanza parte stridendo sull’ asfalto colloso.
Nicola è stanco, frastornato, ha il cuore malato, una strana sensazione di felicità lo protegge, respira sognando la bellezza fascinosa di Melissa. Cazzo proprio oggi proprio a me, fà niente è comunque una bella giornata.
chiude gli occhi.

 CIAO NICOLA . SALUTI  DA NEW YORK

                                         BY MELISSA

                                                                 KISS

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