Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Archivio per maggio, 2011

“GAME OVER” ultimo episodio

Parcheggiata la piccola vettura nel piazzale davanti la chiesa, Fernanda assicuratasi che sia frenata, scende chiudendola a chiave. Avvilita a piccoli passi s’incammina sul selciato breccioso introducendosi nel cuore del parco che dalla collina domina la città. Tramortita cammina nell’isolato sconforto, nel mezzo del viottolo s’imbatte in un ramo spezzato, l’ osserva e pensa che da tempo si vede così, un inutile cosa morta, si china e lo raccoglie. Schiumando rabbia prosegue nell’andare strusciandolo rumorosamente contro il muro della fortezza d’epoca romana guardiana austera del misurato spazio verde. Si siede su una panchina, la più isolata di tutte, il sole è  splendente e alto nel cielo,  il mattino si scalda dolcemente. Il parco a quell’ora è poco frequentato, infatti non c’è quasi nessuno.  Il suo sguardo si sofferma in un angolo seminascosto dalla vegetazione, due ragazzini si regalano effusioni d’amore molto probabilmente hanno bigiato la scuola, preferendo le tenerezze ai noiosi libri di testo. I due innamorati in erba catturano l’attenzione della donna. Lei: minuta, carina,un visino d’angelo. Lui: alto, magro, un volto molto particolare, tratti decisi e marcati, da farlo sembrare più grande di quello che in realtà dovrebbe essere. Decisamente un bel ragazzo.
Fernanda li osserva con affetto, pensando a quando nello stesso posto molti anni fa veniva col suo Mario. I ricordi iniziano a vagare bradi disperdendosi nelle praterie della memoria e lasciano spazio a nostalgiche malinconie che interrompono per qualche attimo il flusso negativo e asfissiante che le sta stritolando il cervello.
Si rivede innamorata, giovane e bella. Ricorda il matrimonio, la nascita di Cinzia, quella di Mauro, il secondogenito. Riaffiorano le gite al mare con i bimbi ancora piccoli, le interminabili partite a scopone con i suoceri, lei sempre in coppia con suo marito, tempi sereni dove la vita scorreva onesta, si andava avanti con fatica e qualche  sacrificio utile a non far mancare nulla a loro, ma soprattutto ai propri figli. Un giorno qualcosa mutò, un fulmine a ciel sereno, un dramma si abbatté sulla famiglia, la malattia di Mario. I frequenti ricoveri ospedalieri, le notti insonni al suo fianco, dove si adoperava cercando di alleviare il dolore del povero marito, la paura di perderlo, poi finalmente la tanto aspettata cura e la speranza di ritrovare la serenità. Invece no, non fu così. Lei perse il lavoro, la fabbrica chiuse, Mario nonostante le tante terapie sperimentate non riesce a guarire completamente. L’entrate economiche diminuiscono, Fernanda ingaggia una stregua lotta contro il destino avverso, non si arrende, si batte coraggiosa e cerca di mantenere inalterati gli equilibri,  ciò la spinge a provarle tutte. Si adopera in svariati lavori: domestica, badante, facchina presso il mercato ortofrutticolo, tutto è inutile i soldi non bastano e il bilancio familiare fatica a quadrare. Lentamente a furia di vederle un po’ sparse dappertutto si lascia coinvolgere, soprattutto perché attratta da qualche piccola vincita iniziale, s’illude fino a rimanere intrappolata nella rete dell’effimero  gioco d’azzardo, le maledette slot machines. Droga legale confezionata a misura per poveri cristi.

Senza rendersene conto è precipitata in fondo al baratro.

A cinquantacinque anni è sola a combattere una battaglia già persa in partenza, non ha la forza di reagire e il piatto piange drammaticamente. La situazione economica è divenuta ingestibile, ha contratto debiti con chiunque, circa ventimila euro, davvero troppi, inoltre è rimasta indietro  di quattro rate del mutuo della casa, rischia che la banca inoltri una vertenza legale fino ad arrivare al pignoramento del bene immobiliare. Non per ultima la responsabilità di mantenere il segreto della sua insana debolezza e dei tanti debiti contratti. In famiglia nessuno sa e deve sapere.

Ogni mattina un pensiero sovrasta le altre incombenze “oggi lo sento sarà il mio giorno fortunato sicuramente andrà bene” e come una drogata s’infila nella prima sala slot le capiti a tiro, inizia a giocare fino allo sfinimento, ostinatamente alla ricerca del colpo buono. Inutile, non le va mai bene. Oggi ha perso di nuovo e non ha neanche i soldi per fare la spesa, la sua dispensa è squallidamente vuota. Nel vento tiepido di maggio le lacrime iniziano a sgorgare nuovamente dal verde acuto dei suoi occhi, i pensieri tornano ad essere cupi, lancinanti come lame affilate infieriscono. Fitte di dolore flagellano il cuore, Fernanda è una donna nel pieno di una crisi di nervi, gravemente disperata.
Una voce suadente e ben impostata spezza quella tempesta di disgraziati accordi negativi.
” Buongiorno  signora, scusi se la disturbo, ma lei sta piangendo? Si sente male? Posso esserle utile in qualche modo? ”  Fernanda scostandosi i capelli rossastri dagli occhi, alza lo sguardo dal vuoto. Di fronte a se vede un uomo, un viso mai visto prima. Immediata nota i lineamenti gentili del volto conditi da un elegante sorriso. L’azzurro lucido della camicia riflette nell’argento dei capelli. Tutto ciò influisce positivamente e il suo interesse per lo sconosciuto sorge istantaneo. Imbarazzata, con un filo di voce asciugandosi col dorso di una mano le lacrime, risponde al buongiorno. L’uomo si presenta in modi distinti ” piacere mi chiamo Alfonso, se gradisce un po’ di compagnia, tanto per passare del tempo e scambiare quattro parole ne sarei molto lieto. Fernanda tacendo acconsente spostandosi su di un lato della panchina e lo invita a sedersi. L’uomo inizia a chiacchierare in maniera cortese e racconta di lui; Ha settantatre anni, ha lavorato in banca per trentasette, ora è in pensione, vedovo da due anni, due figli grandi, ma purtroppo lontani, vivono in altre città, anche lui è nonno di tre bei nipotini, vive solo. La conversazione è placida, scorrevole, Fernanda capisce di essere a suo agio e si lascia andare a confidenze, atteggiamento a lei inusuale, essendo una donna dal carattere assai introverso, piano piano inizia a fidarsi dell’uomo sconosciuto fino a pochi attimi prima. Parla della sua miserevole vita della malattia che ha colpito il marito, della sua adorata nipotina, fino a liberarsi dello snervante nodo, confessa il suo segreto, la maledizione che l’affligge. Alfonso l’ascolta, la rincuora le rivolge parole garbate, elargisce consigli e offre spunti per possibili soluzioni. Fernanda tracima ancora in lacrime, stavolta è un pianto liberatorio. L’uomo prende un fazzoletto pulito dalla sua tasca e delicatamente le asciuga le lacrime dal viso. Lei è sopraffatta da una positiva sensazione, sente di poter contare su quest’ uomo appena conosciuto, si sente protetta, compresa, non è più sola,  sollevata come non le succedeva da tempo.
Alfonso le propone una passeggiata nelle vicinanze del parco, ora frequentato, altre persone lo stanno popolando per lo più anziani. La donna acconsente alla richiesta del suo nuovo amico, s’incamminano continuando a colloquiare amabilmente. Giunti davanti a un boschetto, Alfonso all’improvviso arresta l’ incedere e la prende per mano, confusa lo lascia fare, immediato un guizzo di disagio l’assale.

Lui con noncuranza le dice ” ascolta Fernanda, un piccolo aiuto per risolvere parte dei tuoi problemi te lo posso dare.” Lei è allibita e rimane sospesa nel dubbio, annusa che qualcosa stona, poi facendosi coraggio gli chiede a cosa si riferisce, di quale aiuto sta parlando. Lui sorridendo malignamente le risponde  ” sai… sono vedovo… sono avanti con l’età, ma sono pur sempre un uomo e ho le mie esigenze… non so se capisci….. forse potresti essere cosi gentile da aiutarmi in questa necessità, ovviamente ti do dei soldi così magari ci puoi fare la spesa.” Queste parole risuonano nell’aria come un tuono in una notte di tempesta squarciandosi nel fragile animo di Fernanda come lupi feroci azzannano la preda. Uno shock, il mondo per l’ennesima volta le crolla addosso, un pensiero la inchioda  “sono la solita cretina, come ho fatto a fidarmi di uno che non ho visto mai?” In fretta metabolizza la richiesta e senza proferire sillaba volge le spalle all’adescatore invertendo la direzione, allunga il passo rapidamente prendendo le distanze. L’uomo rimasto fermo, le urla con rabbia ” vai, vai, voglio proprio vedere cosa gli cucini oggi a tuo marito”. Fernanda viene folgorata da quella frase urlata spavaldamente e arresta il suo fuggire, senza ripensamenti torna indietro s’avvicina a quello che pensava fosse un amico, lo guarda diretto negli occhi e nota i lineamenti fin allora dolci svanire nel vuoto, si è trasformato, imbruttito, in lui emerge un’ altra persona, un mostro bavoso. Prendendo coraggio si rivolge all’uomo, ” dimmi che ti devo fare ”
Alfonso trionfante abbozza un sorriso maligno e gesticolando con le mani le fa capire in maniera esaustiva cosa vuole.
Fernanda arresa acconsente chiedendo quanto soldi avrebbe ricevuto in cambio del favore sessuale. Il finto amico le risponde con tono fermo, “trenta euro”  senza aspettare risposta s’ inoltra nei meandri della folta vegetazione. Fernanda lo segue.
In un punto appartato lontano da occhi indiscreti Alfonso si slaccia la cintura, si sbottona i pantaloni facendoli scivolare fino alle caviglie, abbassa gli slip tirando fuori il pene anche se non eretto appare di grosse dimensioni.

Fernanda sapendo bene qual’ è il suo compito si china, chiude gli occhi e fa quello cui un solo uomo ne è stato beneficiato e per giunta sporadiche volte, suo marito.

Il pene di Alfonso fatica ad erigersi e quando succede lo è solo per pochi secondi, un fiotto caldo e appiccicoso inonda la gola della donna che schifata rigetta subito a terra il biancastro liquido, si pulisce la bocca alla meglio e a testa bassa  senza più  guardare l’ uomo in volto prende il compenso promesso e si dilegua con passo svelto. Trattiene il pianto schifandosi di se stessa, pensa di essere caduta veramente in basso, il fondo ora  è davvero perforato.

Mentre sta uscendo dalla macchia boschiva s’ imbatte in un altro uomo dal fisico tozzo e la testa calva. Quest’ultimo le sorride ironico e quasi sbarrandogli la via senza mezzi termini sentenzia, ” ti ho visto sai? Lo succhiavi con gusto, ti è piaciuto, eccome ti è piaciuto. Sei una gran bella puttana, ho visto anche quando hai preso i soldi, lo fai per lavoro vero? Fallo anche a me lo stesso servizio, dai! Ti pago bene.”

Fernanda non ragiona più è sconfitta e d’impulso risponde “va bene, però facciamo presto, non perdiamo tempo, dammi subito i soldi e tiralo fuori, qui, subito! L’uomo non si fa pregare e esegue. Fernanda si china ancora e lo prende in bocca, un gusto orrido le invade la gola, è disgustata, un odore nauseabondo la soffoca. Il tipo puzza da far schifo, oramai senza più alcun amor proprio ne forma di pudore espleta il ripugnante atto. L’individuo oltre ad essere sporco è anche molto volgare, inveisce contro Fernanda offendendola senza alcun ritegno, con la mano le spinge la testa con violenza fino a farglielo ingoiare tutto. Finalmente dopo breve, il rozzo essere appaga il suo istinto animale spruzzando in gola un enorme quantità di sperma. Fernanda si sente morire e svelta sputa il liquido. Si aggiusta alla buona gli abiti e si mette a correre scappando il più lontano possibile da quel posto maledetto e soprattutto da quegli uomini depravati e schifosi.

E’ in macchina, non ha più lacrime, l’ultimo briciolo di considerazione per se stessa evaporato, liquefatto nel bosco. Giunge al bar di Giorgio, si è ricordata che non aveva pagato la ricarica telefonica, non si può permettere altre brutte figure con il barista. Prima di scendere dalla macchina fa un giuramento a se stessa, quello di  non spendere più un solo euro per le slot, né oggi né in futuro. Mai più.
Entra nel bar, paga il debito, quando se ne sta per andare rimane stregata, le sirene cantano ancora, dalla sala slot giungono le solite musiche ammaliatrici. L’attenzione di Fernanda e catturata, non resiste al flusso magnetico. L’insolente richiamo la stordisce, consapevole senza più nessun controllo oramai dominata e priva di volontà per l’ennesima volta si lascia condurre davanti alla solita macchina cambia soldi, inserisce una banconota, il maledetto rumore metallico ghignando riecheggia beffardo. Fernanda raccoglie le monete dal fondo, solito sgabello, solito video poker, galline, campane, uova…una lacrima si frigge sul piano di lamiera e sancisce il tramonto della dignità, se vogliamo della vita stessa. Altro giro, altra corsa. Buio.

GAME – OVER.

Game over 1 episodio “FERNANDA”

Fernanda è nella camera da letto, vestita e già pronta per uscire, pronta ad affrontare una  nuova giornata. Da poco ha portato la colazione a Mario, suo marito. Purtroppo da qualche anno è costretto a rimanere  nel letto, causa una malattia degenerativa che subdola agisce sul sistema nervoso e vigliacca attacca inesorabilmente gli arti, Mario è semi paralizzato. Fernanda saluta suo marito, dà un’ultima occhiata alle stanze e in fretta va via. In un pungente mattino di maggio è già in strada. Tutti i giorni di buon ora si reca da sua figlia. Cinzia l’ aspetta insieme alla piccola Erica, le donne si scambiano poche indispensabili parole e  la giovane donna va via in ritardo come al solito, frettolosa si dirige alla fermata dove aspetterà l’autobus che la condurrà al lavoro. Fernanda si china sulla nipotina stampandole un fragoroso bacio sulla guancia; La piccina sorride è felice di vederla “ciao nonnina come stai?”
“Bene amore” risponde Fernanda mentendo. La prende in braccio e l’accomoda in auto facendola sedere sul sedile posteriore. Si fermano dal fornaio dove Fernanda acquista un pezzo di pizza rossa  per la ricreazione di Erica e un biscottino all’anice per lei, ne va ghiotta. Giunte davanti all’edificio scolastico, nonna e nipote varcano il cancello; Fernanda dona un altro bacio colmo di affetto alla piccina sussurrandole dolcezze in sillabe, l’accarezza sui capelli dorati e con voce ora più sostenuta esclama “amore, mi raccomando fai la brava, ascolta quello ti dicono le maestre, capito? Ciao topolino a dopo.”  La bimba annuisce facendo ciondolare avanti e indietro  la testolina riccioluta, buffamente sorride e ricambia con tenerezza il bacio.  Attraversa il portone d’ ingresso del plesso scolastico e scompare dalla vista della nonna. Fernanda torna in auto, immersa nelle solite angosce. Estrae il portafoglio dalla borsa, conta il denaro, Settanta euro, mentalmente stila l’elenco delle cose da fare nella giornata e soprattutto quanto può spendere. La spesa al market è la prima cosa, il budget non può sforare le trenta euro, giusto l’indispensabile, a seguire la ricarica per il cellulare scarico oramai da alcuni giorni, e sono altre dieci euro. Bollettino postale, la rata del nuovo televisore, diciassette euro, caffè, sigarette, ci siamo. “Per oggi la sfango,” pensa rilassandosi un attimo dai costanti assilli. Domani è un altro giorno si vedrà.
Fernanda è in mobilità, avviata al prepensionamento, per trentacinque anni ha svolto il lavoro come orlatrice in una piccola azienda manifatturiera, oggi in difficoltà per via della  crisi economica che sta attanagliando la nazione. Mario percepisce una piccola pensione d’invalidità. I soldi non bastano mai, si fa fatica, anche troppa  per arrivare a fine mese. L’ incombenza che grava come un macigno  è la rata del mutuo della casa. Assorta nelle veementi problematiche, senza accorgersi è arrivata davanti al solito bar tabaccheria, entra. Il barista la saluta cortesemente, lei a testa bassa  ricambia il saluto chiedendo un caffè, poi sottovoce aggiunge: “Giorgio non ti preoccupare, le duecento euro che mi hai prestato tra qualche giorno riesco a rendertele”.  Il barista annuendo col capo accenna un lieve sorriso. In cuor suo sa che quei soldi non li riavrà mai, da una parte ne è anche contento, cosi Fernanda non si sentirà autorizzata a chiedergliene ancora e lui si risparmierà la fatica della negazione. La donna beve il suo caffè, ricarica la scheda telefonica,  saluta gli astanti,  sta per pagare il dovuto, quando dalla saletta adiacente una musichetta impersonale  attira la sua attenzione, il suo corpo s’irrigidisce, un sussulto le strazia lo stomaco, è letteralmente in fibrillazione. Come magnetizzata viene calamitata nell’angusto spazio. Dove trova soltanto Fabrizio, un altro cliente e sta giocando ai video poker, le altre slot sono libere, anche la sua preferita. La macchina cambia soldi davanti a lei mostra segnali di invito. Non riflettendo più, come in trance dalla sua borsa sfila venti euro e li affida alla bocca vorace del malefico meccanismo cambia monete, il quale non oppone nessuna resistenza alla banconota bluastra. Dopo pochi secondi tramuta il foglio di carta  in venti piccoli pezzi da un euro che cadono a pioggia nel fondo, il solito maledetto rumore metallico, avida arraffa le monete e immediatamente si piazza davanti al video poker. Inizia a giocare. Un euro, due, tre; poi ancora monete, figure di galline, uova, fienili vorticosamente roteano sullo schermo, le strafottenti musiche accompagnano lo scialbo show, ma  mai  quella che segnala la vincita. Dopo brevissimo tempo le venti euro sono finite, inghiottite nello stomaco d’acciaio dell’affamata slot. Fernanda si guarda intorno  come se stesse rubando e con circospezione tira fuori dalla borsa altre venti euro. Stesso rituale, stesso rumore metallico, ancora le snervanti colonne sonore, le starnazzanti galline che ruotano;  il risultato è simile al precedente nessuna vincita, zero assoluto. Fusa in preda ad un raptus incontrollato prende l’ultima banconota residua e via altro giro altra corsa, rumore di metallo, musica, giri di ruota, qualche piccola vincita crea l’illusione che potrebbe essere la volta buona per  mettere a segno l’agognato colpo di fortuna. Inutile, nulla cambia anche stavolta.  L’ impietosa slot divora soldi sentenzia inesorabile la fine dei giochi e aimè anche dei soldi, nel video stampato appare un impietoso GAME OVER. La ex orlatrice, la donna, la madre, la nonna, la moglie di un uomo malato, è li, disintegrata, finita, annullata in un vortice vizioso e maligno. Il suo sguardo continua a fissare le diaboliche slot, sfacciate continuano a lanciare messaggi d’invito. Di soppiatto vergognandosi di se stessa esce fuori dal bar, scoppia in un pianto convulso, rabbia e frustrazione. Disperatamente si guarda in giro, cerca qualche volto amico a cui aggrapparsi, persone di sua conoscenza, un qualcuno che le possa prestare del denaro, almeno per acquistare il necessario: pane e pasta. Assolutamente non c’è nessuno a cui si può rivolgere. Ancora una volta è drasticamente sola, unica a farle compagnia l’angoscia, permanente le serpeggia dentro dilaniandola da oramai troppo tempo, da quando è divenuta vittima di questo dannato vizio. Un “hobby” dispendioso e scellerato. Completamente svuotata priva di qualsiasi reattività, stralunata, in un’ apatia totale sale sulla sua utilitaria. Il pensiero deflorato e nella più totale confusione cerebrale si asciuga le lacrime  e non avendo la minima idea di dove andare ingrana la marcia e parte. Si maledice, ma sa benissimo che non serve a nulla piangersi addosso, ora ha un’incombenza da risolvere: trovare i soldi, almeno quelli sufficienti per mangiare.

rami secchi

torno da una battaglia.

mai combattuta,  persa.

 disilluso nelle speranze,

che riponevo in ideali mai compresi,

 ma accettati.

 scruto l’ orizzonte:

 fra i bruniti monti

 non esiste che il nulla.

 il mio banale interesse

incagliato  nell’ ossessione della mia brama

spenta ,sopita svanita nell’oblio dell mio giovane insorgere.

 armeggiò disperato nelle tasche della mia coscienza

  nulla trovo.

 finalmente stanco su un sasso mi adagio;

non chiedo perdono non imploro innocenza 

la notte densa si posa avvolgendo il mio respiro,

 la mia fatica, le mie illusioni, le rivincite

domani

 nel giorno che sarà

  certezze, futuro

 io non dipingerò colori non avrò.

il nervoso vento  cancellerà

 le tracce del mio vigliacco passaggio:

 dal fosco venuto nel fosco scomparso.

rami secchi rumorosi, naturali muoiono.

 la quiete inonda l’ incessante arrovellare

 un flebile alito di vita

 confuso, gracile

 si stringe  al mio petto.

il purpureo sangue,  insolente sgorga;

fluendo copioso sulla mia  lacerata, 

sporca anima.

sono morto, defunto, ucciso.

  di alcun trapasso son degno.

gelide gocce di rugiada

 bagnano i miei occhi ,

lacrime incolori ora,

 ornano il  corpo esamine

a chi ha commesso errori. sbagliando, corrotti da vili scopi.  ideali camuffati  da cause false malsane spacciate per giuste occasioni di DOVUTA  rivalsa .

 vite spezzate .

                                                     RAMI SECCHI

sussurando

germogli d’ amore,
sussurando
albeggiano…
 
 
dedicata  a mio nipote Andrea e la sua meravigliosa sposa Daniela nel giorno del loro matrimonio….
 
15 maggio 2011
 

E “LO STADIO ERA PIENO”

Gianni, Angelo, ed io  a bordo della mitica e malridotta r. 4 raggiungemmo MIlano. iL viaggio fu a dir poco allucinante ;forammo una  gomma,l’ acqua del radiatore in continua ebollizione,  una vera e propria odissea. Alle 16 finalmente dopo 9 ore di viaggio,solitamente s’ né impiegano 5 ,eravamo davanti allo stadio di San Siro. Il piazzale antistante era già gremito di giovani e non, che provenivano da tutte la parti d’ italia, molti anche dal’ estero. Il campionario umano che ci si presentò davanti, era dei più variegati.Tipi di tutti i generi: chi aveva i capelli rasta, qualche residuo di ippy. Ragazzi strani dai volti assenti, ragazze mezze nude, sballati, drogati,  alcuni  fusi totalmente, col cervello pressoche finito. Ubriachi, timidi,c’ erano perfino i normali . Veramente  di tutto e di più. Un concentrato di colori ed emozioni. Profumi speziati da i sapori forti, densi, si respiravano  mescolati nell’ aria  di quel caldo 27 giugno del   1980…Hascisc e mariuana la facevano da padroni , nugoli di ragazzi   si fumavano”cannoni”  assurdi,giganteschi, – roba mai vista. Regnava l’ allegria,la gioia di vivere di esserci  . C’ era chi suonava i bonghi, chi la chitarra, chi cantava ,  ballava. Qualcuno avvolto nei sacchi a pelo, nel mezzo di quel caos faceva l’amore, c’ era anche chi riusciva a dormire, adagiato sul duro asfalto del piazzale o nel vicino prato. Per noi ragazzi di provincia appena diciottenni sembrava di essere dentro una favola, –  qualcosa di irreale, ci sentivamo come “pinocchio” nel paese dei balocchi. Tutto era fantastico,  in quel  bailame  multietnico. Alle 18, Finalmente i cancelli dello stadio furono aperti , noi tenendo ben stretti in mano  i nostri preziosi tagliandi d’ ingresso, finalmente entrammo dentro lo stadio. Ci accomodammo nel ultimo anello, quello più economico. Il palco al centro del campo ci appariva minuscolo,  non ci interessava; l’importante era essere lì.Il buio sopraggiunse imponente, le luci artificiali da poco accese ,svanirono come per incanto. Il solo palco rimase fiocamente illuminato. La musica inizio a vibrare poeticamente  volteggiando fino a perdersi nel cielo, sostenuta da un fragoroso boato del pubblico. LO STADIO ERA PIENO. Uno spettacolo fantasmagorico, bellissimo. Come magia al centro del palco apparve Lui- il “mitico” Bob Marley accompagnato dal suo gruppo the Wailers. Il reggae irruppe potente, –  ritmico sprigionandosi in tutta la sua energia. Sugli spalti anche se stretti come sardine in scatola, la folla raggiante, felice ballava,  cantava, divertendosi, sognando un mondo diverso, un modo di vivere alternativo, lontano dai modelli standard, a cui s’ era abituati ;Quella sera  tutto sembrava  possibile. L’ apoteosi fu raggiunta quando Marley intonò la oramai epica, ” No wooman no cray”. Ricordo che la cantai anche io avevo le lacrime agli occhi. La luna da spettatrice non pagante: tonda, gonfia, dall aspetto pacioso, –  felice  si godeva  il concerto. Quando fu abbaglliata dalle migliaia di fiammelle  degli  accendini  . La mia pelle era scorsa da un brivido continuo, ero in trance, estasiato, dalla musica e  da quella meravigliosa coreografia. Un ricordo indelebile, fantastico da riporre nell’ intimo del cuore, per il resto della vita.  All’ improvviso la musica, si dissolse, tutto  finì; le asettiche luci   illuminarono di nuovo la scenario, la folla  lentamente si apprestò ad uscire, da quello che per tre ore era stato il tempio del reggae. Dove un mito  dall’ anima umana aveva concesso la sua massima espressività musicale. La massa umana dei centomila presenti, si sgretolo fino a sparire del tutto… Il silenzio e il buio tornarono a regnare incontrastati. Gli stessi che  quasi un anno dopo da quello storico evento avvolserò per sempre  BOb MARLEY……Sconfitto  da un mieloma alla pelle, alla giovane eta di 37 anni. Appunto l’11 maggio del 1981, oggi è il trentennale della sua scomparsa. Surpefluo dire che la sua musica, la sua storia, la sue lotte contro l’ intolleranze razziali, non moriranno mai. Indisolubbili nel cuore di chi l’ amato. Il ricordo di quel giorno ancora irradia in me  emozioni…. felice di averlo vissuto………… Grazie Bob.

Un “pariticolare saluto”

Oggi alla guida della mia auto,come quasi ogni giorno percorrevo l’ autostrada. Davanti a me un pullman, non potendolo sorpassare per via di certi lavori in corso mi ci sono  accodato dietro.Il bus strabordava di bambini, la loro eta  al massimo otto -nove anni.Una gita scolastica, adesso è il periodo,Li sgorgevo nitadamente dal finestrino posteriore del granturismo vedevo i loro volti allegri, sorridenti, festosi con le loro mani mi salutavano convulsamente, aspettando ansiosi cenni di risposta da me.Nostalgicamente sono tornato indietro nel tempo pensando a quando io piccolo andavo in gita. Divertentomi un mondo  insieme a miei compagni, nel giochino del saluto agli automobilisti di passaggio. Eravamo molto contenti quando loro ci risalutavano o ci facevano smorfie simpatiche. Era una gran bella soddisfazione mi piaceceva molto.  Così prima di sorpassare il bus  ho risposto al loro saluto , mandandogli  anche un bacio con la mano. Una ragazzina tra loro, dal volto angelico, tutta per benino, con un bel golfino verde,di colpo indurendo il suo sguardo con  un ghigno che non faceva trasparire nulla di buono,   anziche farmi ciao ciao con la manina come gli altri bimbi, d’ improvviso ha stretto il pugno della mano destra mostrandomi un bel dito medio  . Sbalordito un pò sorpreso da quel gesto, non sapevo se ridere o “piangere”. ho riso. e ho proseguito nell mio sorpasso. pensando… va bè è piccina …….però che caratterino…

il ragioniere

Volge lo sguardo all’orologio appeso al muro; sono le 8 e 20. Fuori è già buio da un bel pò.Piero decide che per oggi può bastare ha lavorato abbastanza. Inizia a riordinare la sua scrivania, meticolosamente.Sistema le penne nella scalanatura che delimita il piano del tavolo prima la blu, poi la nera, infine la rossa.Da un ultima occhiata ad alcuni documenti, poi con cura li dispone su le due piccole pile di fogli già esistenti appoggiate sopra al piano.Chiude il libro contabile lisciandolo dalla parte esterna della copertina, riponendolo in un cassetto del mobile che chiude , controlla che tutti gli altri cassetti siano chiusi a chiave.Osserva l’ ultima cifra impressa sul display della calcolatrice poi la spegne, ripete l’ stessa operazione col pc.  Ok è tutto in ordine come sempre, come al solito.  Piero è un  ragioniere  solerte e pignolo; il suo lavoro lo  svolge davvero bene. Si  alza dalla seggiola accostandola  alla scrivania, indossa il suo giaccone acquistato in svendita ai grandi magazzini.  Chiude la luce,la porta e se ne va. Anche questa giornata di lavoro è finita. Scende le scale, al piano di sotto.Trova Intenti  nelle retoriche distensive,  chiacchere serali  :  Mario uno dei titolari dell’ azienda, un uomo sulla sessantina dedito completamente al lavoro lui vive per quello; il dovere prima di tutto, lavorerebbe anche a Natale. L’ altro suo valore imprenscindibile è la famiglia che comunque viene dopo l’impegno aziendale. La sua vita è questa altro non ha, ovvero non cura altri interessi, non lo aggradano. Insieme a Mario cè Giampaolo, il direttore vendite, un ometto insignificante un cretino,un essere abbietto, falso come un Giuda, venderebbe la madre per pochi spiccioli all’ miglior offerente; non ostante questo, nella ditta gode i favori dellla proprieta, essendo abile a muovere  la lingua nelle direzioni giuste, per dirla tutta è un leccapiedi di prim’ordine. L’ altro presente è Carlo, nell’ azienda svolge il compito di rappresentante, uno strano tipo,un introverso;  non si comprende mai quali pensieri alberghino, in quella sua testa calva. Piero è solito intrattenersi con loro  lo fa con piacere,  questa sera  non gli va,   saluta i presenti con un mezzo sorriso,  tira dritto, imboccando il corridoio d’ uscita. Una voce – quella di Mario, lo fa rallentare che  tra il serio e il faceto ridendo gli dice: – Piero dove cazzo vai, è ancora presto per tornare a casa. Lui si volta appena, replicando con un melenso- no, no, stasera vado a casa, ho gente,ciao !Cosi dicendo esce fuori dall’ edificio. Sale in auto la avvia, accende lo stereo i Who. La musica, in particolar  modo il rock anni 70 è una delle sue grandi,  rare  passioni. Beatles, Rolling stones, Ray Charles, Pink Floyd, questi i suoi artisti preferiti, non  cè che dire un vero intenditore. Piero si sente  strano cè qualcosa che lo turba , non ha voglia di tornare a casa.  Non  comprende  il motivo, ma sa’ che è cosi.Una leggera pioggia bagna la strada. Il suo incedere è lento, monotono, metodico. Come d ‘altronde è  la sua vita: 54 anni una moglie;  unica donna della sua vita in tutto e per tutto, non è mai stato con nessun altra, mai, neanche  una prostituta, nulla.Solo Francesca; cosi si chiama sua moglie . Da lei ha avuto una figlia, che adora ! Caterina 26 anni studentessa universitaria, brava ragazza.Per il resto tutto tranquillo : la spesa il sabato a mezzogiorno, perche’ al supermercato cè meno gente. La domenica pranzo dai suoceri. La partita di calcio, della sua amata squadra del cuore, non se nè perde una da  45 anni, da quando il padre lo accompagnò allo stadio per la prima volta. La lettura di un buon libro, la domenica mattina. Ama i grandi classici, in questo periodo stà leggendo “Guerra e Pace” di Tolstoj.Qualche amico d’ infanzia con cui si vede di rado.Beve occasionalmente vino e sporadicamente si concede una birra.Non fuma, non si è mai drogato, mai andato in discoteca, night, mai un brivido, un emozione, una trasgressione, nulla. Tutto quello che non rientra nel suo emisfero lui l’ ha vissuto attraverso le vite altrui ; Disdicendolo, criticandolo, alla fine invidiandolo. Per dirla in breve, un tipo comune, che non è andato mai oltre le righe. Mai “una botta di vita” tutto banalmente normale, a lui stà bene cosi. Orizzonti diversi non cè né sono. La sua vita è tutta qui.  Punto e basta ! Casa, lavoro… lavoro, casa. Questo è Piero… La pioggia è diventata ancor più fitta .Concentrato nella guida della sua auto, improvvisamente la sua attenzione viene distolta da  delle luci vivaci, che illuminano un bar,lui non nè conosce l’ esistenza non l’ ha mai notato, forse ha aperto da poco tempo.  D ‘ istinto inchioda il veicolo, e si ferma davanti. Rimane per qualche minuto nell’ abitacolo dell’ auto, indeciso sul da farsi, poi rompe gli indugi scende, entra nel locale, che gli si mostra accogliente,  ben messo nell’ arredo, solo due i clienti presenti, seduti ad un tavolo, che  bevono vino, presi nei loro diaologhi.  Dietro al banco nessuno. Piero è colto  da improvviso panico che lo esorta ad andar via di li’.  Quando stava per farlo, convinto.  Una voce gentile di donna giovane, lo blocca, –  con un informale ciao, cosa posso servirti ? davanti a lui si materializza una ragazza; forse sui trent’ anni, bionda, dal capello lungo, piercing al naso,con una vistosa rosa tatuata su un’ estremita del collo,ombelico scoperto sopra ai jeans a vita bassa. Una donna  sensuale, forse bella, decisamente bella; non alta ma ben messa, dal fisico proporzionato.  Il classico tipo che intriga che insinua fantasie particolari.Gentilmente La ragazza  insiste nella sua richiesta. Piero continua a rimanere muto non sa’ cosa prendere e soprattutto non sa perche’ è entrato in quel bar.Poi di impulso, all’ improvviso le chiede una birra alla spina, piccola o grande ? domanda  la ragazza, piccola,le risponde Piero. La barista  porgendogli la birra, aggiunge con un bel sorriso ecco la tua spina “ragioniere”. Piero viene invaso da un tremore,  imbarrazzato pensa; ma come fa questa qua’ che non mi conosce a sapere  che lavoro svolgo. Soprassiede all’ assillo. Annuisce la ringrazia, prende la sua birra, si va a  sedere ad un tavolo. Apre  un quotidiano sportivo che erà appoggiato li. Inzia a leggerlo distrattamente. Terminato di bere la sua bevanda, si alza per pagare, quando colto da una specie di raptus ,senza trattenersi né chiede un’ altra, questa volta grande una 0,40  la ragazza dietro al banco sfoggia nuovamente il suo accattivante sorriso, subito  la spina e glie la serve portandola al  tavolo. Mentre lo fa: burlandosi di lui bonariamente –  dice; eee…. ragioniere  stasera ore piccole ! tutta vita !  Piero alza lo sguardo verso di lei e nota che è proprio deliziosa, poi quello strano tatuaggio sul collo lo eccita da bestia sensazione che non ricorda di aver provato mai. .Limitandosi ad un abbozzo di sorriso, indifferente continua a leggere il giornale.  Lei  non si arrende e continua nel domandare: ma non vai a casa ? non t’ aspetta nessuno ? non sei sposato ? Piero mentendo risponde con un secco no. Mentre il siparietto è in atto il suo cellulare prende a squillare, Piero lo sfila dalla tasca interna del giaccone osserva il numero che appare sul display, non risponde e lo ripone in tasca. La barista nel suo modo  impertinente aggiunge ironicamente, non hai risposto eh?!  questa magari era tua moglie, che ti aspetta per cena. Piero non risponde. Lei  prosegue presentandosi : Io sono Cinzia. Il ragioniere senza alzare lo sguardo dal quotidiano risponde – piacere,  Io sono Piero. Cinzia torna dietro il banco del bar,  continuando ciò che aveva interotto: le pulizie di fine serata.Anche la seconda birra è finita Piero senza alcuna esitazione questa volta nè chiede un’ altra. Cinzia glie la serve  dicendo: “questa però è l’ ultima, s’ è fatta l’ ora di chiusura”.  Piero annuisce si’ guarda in giro e nota che i due clienti che c’ erano prima sono andati via, non sè né era neanche accorto, ora è l’ unico avventore. Fuori è sempre più buio… ha smesso di piovere.  Beve la sua terza birra, stavolta in fretta. Cinzia nel frattempo si  infila il cappotto nero a trequarti, gli rivolge ancora attenzione, dicendo: “adesso dove vai  ?  A casa ?”  Piero finendo la sua birra,  risponde no –  vado al mare, a farmi una passeggiata ho bisogno di respirare aria fresca. Cinzia aggiunge, bello il mare d’ inverno, a me piace molto. Cosi dicendo escono dal bar. Cinzia abbassa la serranda del locale, Piero la saluta con un  cenno di mano e sale nella sua auto,  avvia il motore, Cinzia risponde al saluto, con il suo solito bellissimo sorriso. Mentre sta partendo Piero arresta il veicolo, abbassa il finestrino di destra  rivolgendosi a lei  le chiede perchè non vieni anche tu con me ? Lei l’ osserva, il suo sguardo è dolce, ma la risposta è negativa ! mi spiace. Lui non rimane deluso sè l’ asppettava quel rifiuto, sorridendo saluta di nuovo e cambia il cd nello stereo. Mentre è affaccendato nel suo  fare, sente la portiere di destra aprirsi.  Cinzia sale in auto,teneramente  esprime  un:  c’ ho ripensato vengo con te, è troppo bello il mare d’ inverno, questa poi è una magnifica serata per perderselo, aggiungendo –  tanto anche io  sono sola.  Piero la guarda ammirato incredulo, innesta la marcia e fa partire l’ auto. Nel contempo il suo cellulare torna a squillare per l’ ennesima volta.  Stavolta senza guardare chi lo stà chiamando lo spegne e lo scaraventa nel  sedile posteriore del mezzo. Cinzia bacia Piero su una guancia, lui arrossisce come un bambino, è felice. Intanto l’ auto va . Direzione mare ……..direzione libertà.

BUON PRIMO MAGGIO

 A CHI IL LAVORO Cè L’ HA. CHI DISPERATAMENTE LO CERCA.

CON LA SPERANZA CHE LO TROVI PRESTO…. RESISTERE SEMPRE !!!

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