Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Archivio per luglio, 2011

ACCIAIO…

freddo l’ acciaio
che tagliente si posa
squarciandomi la mente,
scofinando e giocando
molesto,
lucido, rimango in attesa
di quella che chiamai dignità.
perverso, mi accodo
alla sottomessa scia,
avvolgendomi nel buio;
ascolto la follia

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lettera ad un soldato.primo episodio “Afghanistan”

Il battello lento,traccia una scia di bianca schiuma.Le otto del mattino, oggi tre ottobre,In una domenica dal sapore estivo il sole brilla già nel cielo emanando un piacevole calore.Il verde della vegetezione contorna le acque placide del lago D’Iseo riflettendosi in esse, sfumandolo di colori.A bordo poche persone, seduta, armeggio con la mia nikon pulendo l’obbiettivo e cancellando dalla memoria vecchie foto. Ho caldo,tolgo la felpa. Attracchiamo nel minuscolo molo dell’isolotto di Montisola. Scendo dalla barca, assorbita nella quiete, inizio a camminare, le stradine che costeggiano lo specchio d’acqua sono deserte,i negozi chiusi. Cerco un bar, lo trovo, mi accomodo ad un tavolo all’esterno. Sono l’unica cliente, dopo qualche minuto d’attesa sopraggiunge una cameriera, giovane, grassottella, assonata, svogliatamente chiede cosa desidero, ordino un caffè lungo e un cornetto integrale. Sciolgo i capelli che fluiscono liberi dietro la nuca, prendo il libro che ho con me inizio a leggere qualche pagina, viene servita la mia colazione,la consumo tranquilla senza fretta godendomi il paesaggio. Pago il conto vado via, mi sento debole come inebetita, trascino i piedi, stanca giungo a casa,l’ho ereditata dai miei nonni. Entro l’aria è greve, l’odore di chiuso ristagna nausebondo tanto da farmi venire il voltastomaco, spalanco le finestre, faccio entrare aria fresca. E’ troppo tempo che non vengo. Dopo aver riordinato le stanze alla meno peggio, mi reco nel piccolo giardino, ammiro le ortensie ancora fiorite pavoneggiarsi altere nel loro lillà. Appoggio lo zaino sul tavolo, estraggo il pc portatile, devo scrivere un pezzo per il giornale col quale collaboro, non né ho voglia, sono priva d’idee, asciutta come un torrente d’estate, l’editore lo reclama devo farlo, Ci provo. Istantaneamente le immagini dell’ultimo viaggio fatto in Afghanistain da corrispondente, si scaraventano nella mia mente come freccie infuocate; La memoria inizia a vagare trasportandomi in quel luogo, un paese abbandonato da Dio, polvere, sassi e sabbia. Ricordo il cigolio fastidioso delle pale del vecchio ventilatore, nella stanza d’ albergo ad Herat, il caldo asfissiante dei giorni estivi, dove il sole scottava sul collo come metallo arroventato, la paura nei volti della gente. Le donne affaccendate con i loro burqa in un eterno migrare, muoversi veloci nelle vie, sempre circospette, timorose, riverenti.La loro condizione umana, dopo la caduta al governo dei Talebani, è lievemente migliorata, in realtà i pochi passi mossi in avanti sono sempre minati dalle istituzioni governative e la loro considerazione da parte degli uomini è ancora scarsa, subiscono sevizie e maltrattamenti quotidianamente . Humaria Amer Rasuli attivista per i diritti delle donne afghane, in una sua dichiarazione ha detto:”Eravamo piene di speranza per un futuro migliore, in molte abbiamo lavorato per questo, per rendere dignitosa la vita alle donne. Tuttavia continuare questo lavoro stà diventando ogni giorno più difficile, stanno tentando ancora di privarci di quello che faticosamente abbiamo conquistato, se la comunità internazionale non ci sostiene non saremo più in grado di andare avanti.” Rivedo nugoli di bambini curiosi, inconsapevoli giocare nelle vie. Arroganti i poliziotti a bordo dei loro fuoristrada sparavano in aria colpi di kalashnkov appena notavano assemblamenti.Kabul triste, povera, sfinita come i suoi abitanti, con inenarrabili sforzi cerca di assumere le sembianze di moderna metropoli. kabul in preda agli isterismi internazionali, colma di contaddizioni. I primi due mesi del soggiorno in Afghanistan l’ho trascorso nella capitale, gli altri tre mesi ad Herat. Mentre kabul apparentemente può sembrare tranquilla, ad Herat non esistono dubbi, si respira terrore, gli attacchi dei talebani sono soventi, proprio nei miei ultimi giorni di permenanza hanno fatto scoppiare una bomba al mercato, fonti ufficiose parlarono della morte di un soldato afgano e circa trenta feriti, di cui molti civili. Se in città la situazione non è tranquila nella provincia è ancora peggio scontri a fuoco tra taleban e milizie governative sono all’ ordine del giorno richiedendo continui interventi delle forze O.N.U..Tutto viene messo a tacere dalle potenze internazionali, America in testa, Obama non sà come districarsi da questo oramai sgradevole impiccio.La situazione è molto seria,sicuramente non di facile risoluzione almeno a breve. Una sera, mentre il freddo dell’inverno lasciava spazio alla gradevole stagione primaverile, ero seduta nel bistrò dell’albergo rilassandomi, assorta come al solito nelle mie letture, gustando un buon tè caldo, quando all’ingresso vidi entrare due miltitari Italiani, un sergente ed un soldato, quest’ultimo passandomi vicino rivolse la sua attenzione verso di me e guardandomi chiese: “Sei italiana vero? giornalista?” – si – risposi distrattamente, lui sfoderando un sorriso elegatemente naturale disse: “sei la prima cosa veramente bella che vedo da quando sono quì, piacere sono Marco” – ciao, Tiziana – risposi con un filo di voce, lui con innata sicurezza disse: “Stasera sono di ronda non posso dedicarti il tempo che vorrei, ti lascio il mio numero di cellulare, se ti va una di queste sere potremmo andare a cena.” Era troppo giovane quasi un bambino, giocava a fare l’uomo e il soldato; concentrandomi sul mio libro abbassando lo sguardo risposi uno sbiadito – forse – riponendo con indifferenza il foglietto dove aveva scritto il numero in tasca.Il sergente che sostava poco più in là lo chiamo, lui sorridendomi di nuovo, lo raggiunse, andarano dal gestore del bistrò, confabularono alcuni minuti poi andarano via. Marco prima di uscire dal locale ad alta voce disse: “Telefonami, vedrai con me starai bene, anche io sono l’ unica cosa bella in questo posto” strizzandomi simpaticamente l’occhio se né andò.Imbarazzata fra me e me sorrisi, pensando – ma che tipo, chi si crede di essere questo quà… Però è proprio carino, meglio non mettersi strane idee in testa, è troppo giovane, dai Tiziana hai quasi quarant’anni, lascia perdere non fare confusione come al solito. – Archiviato il pensiero salii in camera,mi misi a letto non riuscivo a chiudere occhio,quel ragazzo,e il suo sorriso erano divenuti un vero e proprio assillo, stare in quel posto lontana da tutto e da tutti certo non mi aiutava. Nei giorni che seguirono capitò più volte di trovarmi con il telefono in mano per chiamarlo, componevo il numero lo cancellavo, non lo chiamai. Dopo circa una settimana dall’ incontro, stavo cenando nel salone dell’hotel quando lo vidi arrivare,aveva indosso la mimetica, il capello scompigliato ,mi folgorò con il suo sorriso,sedendosi al mio tavolo senza nessun indugio disse:”Ciao giornalista, io non ho cenato, mangio con te.”Lo guardai sorpresa, falsamente infastidita, non risposi e continuai a mangiare, lui come nulla fosse alzo la mano chiamò il cameriere ed in un misto di afgano pugliese, il soldato bambino ordinò la sua cena.

delizioso accento

bello è,
ascoltare la notte, muta narra
di stelle, tempeste, fuochi lontani
tutto avvolge nel suo mantello di argentata seta.
Bello donarti lo sguardo mentre dormi,
accanto a me.
accarezzare la rosea fresca pelle, annusarti,
sfiorare le tue gemme, furtivamente baciarle,
le labbra disegnano un sorriso,
delizioso accento al tuo grazioso viso.
bello essere tuo, intimo in te
guardarti è bello.
il sole all’ improvviso……

vivere con te.

la quintana; un tuffo nella storia

LUCA INNOCENZI VINCITORE DELLA GIOSTRA DELLA QUINTANA  EDIZIONE IN NOTTURNA DI LUGLIO


capitani d’ arme

Il secondo sabato di luglio al calar del sole, millequattrocento personaggi in costume medievale, si danno appuntamento nella piazza posta tra due bellissime chiese, quelle di San Vincenzo Anastasio e San Pietro Maritire, sono impazziti!?  NOO !!!  Ci troviamo in Ascoli Piceno  da quella piazza prende il via i l’edizione in notturna della QUINTANA, rievocazione storica.  Avanti a tutti imponente,  il gonfalone comunale seguito dal drappo del palio dedicato alla Madonna della Pace, verrà assegnato al campo giochi dopo la sfida cavalleresca a singolar tenzone. Capeggia la sfilata il Magnifico Messere impersonato dal sindaco della città, con lui le magistrature, gli assessori comunali. Il corteo è di rara bellezza, sfavillano eleganti i costumi riprodotti fedelmente agli originali del quattrocento. La sfilata inizia ritmata dai bravi musici, tamburini e chiarine. Giunti nella meravigliosa Piazza del Popolo, gli sbandieratori approffitando dello slargo, si esibiscono in vere e proprie magie, componendo con le loro bandiere  figure di rara bellezza, facendole volteggiare alte nel cielo quasi a sfiorare  le stelle.

sbandieratori e musici.

 Si prosegue tra due ali di folla entusiasta , il caldo è soffocante, lo spettacolo rende merito al sacrificio, incantevole osservare il marciare solenne dei capitani d’arme, seguiti dai  fanti, passano i bravi arcieri, i falconieri, splendide le dame ammalianti e sorridenti, una corte al completo. Dopo circa un’ora il corteo giunge al campo di gara,compiuti i solenni giuramenti, aver salutato doverosamente le magistrature, i figuranti sciamano accomodandosi su delle tribune a loro riservate. Il campo è libero fanno ingresso i sei cavalieri giostranti che si contederanno la vittoria finale. Gli spalti sono gremiti, molti i turisti presenti, soprattutto tanti ascolani, ognuno  tifa per il proprio sestriere d’appartenenza, così vengono definiti i quartieri della città nel gergo quintanaro. Inizia la gara: ogni cavaliere per tre volte deve percorrere una pista disegnata a forma di otto, cercando di impiegare il minore tempo possibile, nel contempo, con la lancia fare  centro al bersaglio, posto nel mezzo del percorso, su di un fantoccio meccanico raffigurante il temuto saraceno. La giostra è avvincente e molto combattuta, dopo le tre tornate il dominatore assoluto risulta essere il ventottenne di Foligno cavaliere di Solestà, Luca Innocenzi, in sella a Dorrilas, un purosangue inglese di otto anni. Gara strepitosa la sua, ha dominato la scena senza lasciare scampo ai pur bravi avversari, solo il cavaliere di Porta Tuffila, Massimo Gubbini è riuscito a tenergli testa fino alla fine, poi si è dovuto arrendere allo strapotere del binomio gialloblù. Finalmente dopo tutte le verifiche del caso, viene assegnato l’ambito trofeo, il palio.  Mezzanotte è già trascorsa l’ ora è tarda, non importa, la festa per il ventunesimo palio, nel sestriere del sole può avere inzio.

festeggiamenti nel sestriere di PORTA SOLESTA’

nobile scortato da due armati

La quintana di agosto, quest’anno si svolgerà domenica sette, è quella detta della tradizione, in omaggio al Patrono cittadino, Sant’ Emidio protettore dal terremoto. Gli ascolani sono molto devoti a questa figura.La settimana che precede l’ evento le taverne dei sestrieri si animano con danze e feste.Si potrà cenare, gustando le prelibate pietanze della zona, compreso le famose olive ascolane.Le serate saranno allietate dalla musica e l’ esibizioni di: Mangiafuochi, giullari, giocolieri, trampolieri e tanto altro.

Nel settembre 2008, in questo blog ho pubblicato un post, dedicato alla storia di Sant’ Emidio. 

una Dama
Una simpatica curiosità. Alle cene propiziatorie che si svolgono nelle sedi dei vari sestrieri la sera prima della giostra, al momento della presentazione della Dama che cambia ogni edizione, viene intonata goliardicamente dai sestrerianti in segno di buono auspicio, una canzocina. Recita così: Se la dama è una puttana nù venceme la quintana.etc etc. Ovviamente la dama di turno la canta con loro ridendo.

 Gubbini cavaliere di Porta Tuffilla                  capitano

un momento della sfilata nella meravigliosa Piazza del Popolo
La Quintana dagli Ascolani è molto sentita, alla stregua del palio di Siena.
le foto di questo post sono state scattate da Rosi, la mia compagna.

un gravoso compito

Inseguito da remoti fantasmi Gaetano percorre strade a lui ormai sconosciute. L’auto sfreccia decisa, il bagliore dei lampioni, con i loro fasci di luce giallastra sforano il denso buio di queste prime ore del mattino metropolitano. L’asfalto reso viscido dalla pioggia di una giornata novembrina non rallenta l’andatura sostenuta del mezzo. Esausto dal lungo viaggio, diverse ore alla guida,Gaetano girovaga senza darsi pace, ha un appuntamento che si sarebbe risparmiato volentieri, purtroppo non può, questa volta non si può tirare indietro, assolutamente no; tocca a lui. Fuma nervosamente, è mezzo ubriaco ha bevuto quattro cinque birre non ricorda, cazzo! Un tizzone cade sul suo giubbotto nuovo bruciandolo, creando un piccolo buco proprio al centro. “Maledizione! la devo smettere di farmi queste cazzo di canne, almeno quando guido, sono un deficiente” pensa. Il rosso di un semaforo arresta la sua corsa,dal marciepiede un vecchio malridotto viados s’avvicina bussando al finistrino dell’auto, sembra essere una maschera malriuscita. Gaetano lo ignora, il travestito nel confabulo insiste diventando minaccioso, vuole salire a tutti i costi, senza far trasparire nessun tipo di paranoia Gaetano estrae la pistola che ha sempre con sè, senza indugio gliela punta alla fronte, il viados indietreggia bestemmiando in portoghese, non appare nè preoccupato né spaventato, comunque capisce che non è il caso di insistere, ciondolando comicamente su dei tacchi troppo alti scompare nella coltre delle tenebre. Il verde del semaforo scatta, Gaetano guarda l’orologio, ancora le cinque, il tempo non passa mai, riflettendo che è ancora presto per andare all’incontro, decide di fermarsi in un bar, entra chiede un caffè, il suo volto è segnato, trasmette ansia, sconcerto, il barista, un grassone dallo sguardo infame l’osserva con sospetto, non se ne cura, beve il caffè compra altre sigarette, torna in macchina, da un’ accellerata nervosa facendo schizzare l’auto come un siluro. Ora percorre le strade larghe semi deserte di un quartiere della periferia milanese, contorni di palazzi uguali, insignificanti, invadono la sua visuale, in una di quelle case lui ha abitato trascorrendoci l’infanzia, l’adolescenza fino all’ età dei vent’anni, questo agglomerato in qualche modo ha segnato la sua vita. I ricordi piombano pesanti nella sua testa, immagini sbiadite nella sua memoria tornano prorompenti. Rivede il “bar dei giovani” sotto i portici, gli amici, l’ ebbrezza delle canne di hashish, la musica ascoltata a tutto volume in auto nelle fredde sere d’inverno. I giardinetti pubblici, la sua prima fidanzata, le pomiciate,lo spaccio del “fumo”. L’incubo dell’ eroina, la sua unica “pera”,fatta nel garage insieme a Carmine, suo amico, poi morto di aids qualche anno dopo, molti della sua compagnia non sono sopravvissuti a quella dannata polvere, alcuni defunti per overdose, Piero addirittura morto ammazzato in un regolamento di conti, da una sventagliata di mitra, essendo entrato in un giro malavitoso più grande di lui. Quelli ancora vivi si trascinano la loro deplorevole vita, alcolizzati ridotti in miseria, malati. Pochi si sono salvati da quello schifo. Gaetano ce l’ha fatta dando una svolta decisa ad un destino che appariva delineato,cambiando città, trovando un lavoro sicuro dallo stipendio garantito, certo non era il massimo, non gli piaceva, col tempo è divenuto la sua passione. Passa davanti alla sua ex scuola, qui rivede il volto giovane sorridente di sua madre, lì l’accompagnava tutte le mattine, dietro l’edificio il campetto di calcio, appare la figura di suo padre che giocava con lui a pallone, adorava suo padre per lui era un mito, a casa c’era poco diceva di essere un manager, per lavoro girava il mondo aveva in ballo sempre grossi affari, quelle poche volte presente si comportava sempre con premura e affetto, ricoprendolo di regali. Purtroppo niente era vero, aveva un’ altra donna, con lei due figli; quando Tano aveva otto anni se né andò per sempre, lasciandolo in miseria solo con la madre, scegliendo l’altra famiglia. Poco tempo dopo si seppe che abbandonò anche questa, era un poco di buono, un giocatore di carte incallito, un puttaniere, frequentatore di locali notturni, una vita al limite della legalità; altro che manager. Sono le sei, il giorno slarga lentamente il fitto del buio, Gaetano parcheggia l’ auto, scende, respira aria fresca, si stira allargando le braccia, distende la schiena, controlla che la pistola nel giubbotto sia ben nascosta, s’avvicina all’ingresso di uno scialbo palazzo, guarda i cognomi incisi sui campanelli del citofono, Spanò, eccolo qui quello che cerca, suona, nessuno risponde, tenta diverse volte, finalmente si sente una voce roca, impastata: “chi minchia è ?” Preso da panico, si fa coraggio – sono Gaetano; Tano, – dall’ altro capo, un interminabile silenzio, poi lo scatto dell’apertura del portone d’ingresso tronca l’imbarazzo. Entra prende l’ascensore sesto piano, un uomo robusto in canottiera l’aspetta sul pianerottolo, due baffi sottili, un volto usurato rispetto alla corporatura, lo guarda meravigliato esclamando: “Tanuzzzo cosa ci fai qui a quest’ ora? E’ successo qualcosa alla mamma?” – No – risponde Gaetano, l’uomo replica: “allora è successo qualcosa a te?” – no – è ancora la risposta, aggiunge – non mi fai entrare? Ti devo parlare. – “Certo entra, come no, entra pure”. Lo fà accomodare in un salotto dove la sciatteria regna sovrana, abiti sul pavimento, bottiglie di liquore vuote, bicchieri sporchi. I due uomini in mezzo a tutta questa confusione si siedono sul divano. “Mamma mia quanto sei grande, ti sei fatto un uomo, è tanto che non ci vediamo” – Si sono vent’ anni – replica Gaetano. “vent’ anni !!! Minchia”. esclama il personaggio in canottiera: “tutto sto tempo è passato? dimmi, dimmi, che fai? Come stai?” – Ascolta – l’interrompe bruscamente Gaetano, – sono venuto qui per assolvere un gravoso compito… una cosa seria, ti riguarda.- Dalla camera da letto all’ improvviso esce una donna bionda giovane, seminuda, visibilmente sconvolta da alcol e droghe, insicura dice: “Enzo che succede chi è questo?” Incenerendola con lo sguardo l’uomo le urla: “ZOCCOLA FATTI I CAZZI TUOI. Torna in camera, cammina veloce, VAI!!!” La bionda prova a replicare contraddicendo Enzo che subito l’ interrompe urlando: “vattene altrimenti ti ci mando a calci nel culo”. La donna silenziosa obbedisce. Tano rimasto impassibile alla sceneggiata tossichiando afferma: – non cambi mai vero? . Enzo sorridendo risponde accendedosi una sigaretta,”che vuoi fare… alla mia età non si cambia più”. Di slancio prova ad abbracciare Gaetano,che fulmineo si ritrae al gesto d’affetto alzandosi in piedi, dalla tasca estrae uno stropicciato pezzo di carta, fissando l’uomo diritto negli occhi cercando di incutere timore,imposta la voce e dice: – ora ascoltami con molta attenzione,questo che ho in mano lo vedi? E’ un mandato di cattura per te; le imputazioni sono gravi: Sfruttamento della prostituzione, truffa, riciclaggio di assegni a vuoto, estorsione e per ultimo l’ accusa più pesante, tentato omicidio; hai una denuncia a carico, l’esposto è stato fatto da un’ucraina, una certa Olga Brathisleiw, ti accusa di averla picchiata con un bastone fino quasi ad ucciderla, perchè non voleva più prostituirsi. Per tale motivo ha trascorso un mese in ospedale ed è ancora claudicante. – Enzo alzandosi dal divano, schiumando rabbia, con gli occhi rossi da sembrare due tizzoni ardenti, con disprezzo grida:”BRUTTO FIGLIO DI PUTTANA, SBIRRO DU CAZZ’,SI PROPRIE NU FETUSE” rovescia all aria un piccolo tavolo al centro del salotto. Gaetano rimane tranquillo estrae la pistola la punta verso l’alto dicendo: – Vai a vestirti, vedi di sbrigarti, non aggravare la situazione. – Dalla camera sbuca fuori la bionda inveendo frasi incomprensibili nei confronti di Gaetano. Enzo senza pensarci due volte le molla un sonoro schiaffone sul viso, redarguendola in malo modo: “stà zitta oca non rompere i coglioni, questo è mio figlio, tu non lo devi neanche nominare, CAPITO BRUTTA TROIA?!” Così dicendo si dirige in altri locali. Passa mezz’ora eccolo, torna nel salotto, pulito, sbarbato, indossa un gessato di ottima qualità, il capello ben pettinato, guardando suo figlio dice: “andiamo sono pronto”. Bacia la bionda mormorandole:”dì a Pasquale che al “bissinnesse” ci pensasse lui, io torno presto, sono innocente”. I due uomini escono, fuori dal portone del palazzo ad attenderli tre gazzelle dei carabinieri, lampeggianti blu vivacizzano il brullo mattino. Un graduato va incontro ai due, rivolgendosi a Gaetano dice: “maresciallo mi dispiace, tutto a posto?” – Non si preoccupi capitano è tutto a posto, lo dovevo fare, la ringrazio.- L’ufficiale portandosi la mano destra all’ estremità della visiera del capello saluta milatarmente, Gaetano anche non essendo in divisa risponde allo stesso modo, allontanandosi. “Tanuzzo vienne a ccà” urla Enzo, Gaetano si volta, “vienne a ccà” ripete con un tono di voce più basso, Tano và verso suo padre che si sfila l’orologio dal polso, “questo era di tuo nonno voglio che lo tieni tu tanto a me per un pò non servirà”. Gaetano lo prende trattenendo le lacrime guardandolo dice:- Grazie papà. – Volge le spalle se né va. Le sirene delle pantere spiegano oramai lontane, il maresciallo Spanò è solo. Sale in macchina s’infila l’orologio. Riaccende la canna rimasta sul posacenere, i suoi occhi non trattengono più le emozioni, distende lo schienale del sedile; finalmente può piangere.

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