Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Marco scherzava rideva, parlava a raffica, un fiume in piena, pareva fulminato, non stava mai fermo con le mani. Sanguigno da buon pugliese, diretto nell’argomentare, il suo entusiasmo pulito mi contagiava. Di colpo s’acchetava, assorto ascoltava, ingordo di sapere. Marco aveva solo il diploma di licenza media si dispiaceva di questo. Nelle sue intenzioni lateva il progetto di continuare gli studi, magari attraverso dei corsi serali avrebbe potuto conseguire il diploma di geometra. Di Marco mi ero costruita un immagine sbagliata, all’inizio mi era parso arrogante, il classico terrone spacconcello; invece era gentile e beneducato. Ero tranquilla, piacevolmente impressionata da questo giovane soldato guascone e la sua enorme voglia di vita. Finito di cenare decidemmo di andare a fare una passeggiata, cosa rara per me,  la notte andare in giro da sola per una donna anche se occidentale è molto pericoloso. Il centro di Herat è davvero bello, la storia millenaria traspare irrefutabile dai monumenti, dalle moschee, incantevole ammirare la cittadella di Alessandro Magno. La luna splendeva tonda, un dolce clima carezzava la sera. Odori speziati si spargevano nell’aria, poca gente per le strade, tutti uomini, ci guardavano con sospetto, incuriositi, non me ne curavo, con Marco mi sentivo al sicuro. Dopo tanti giorni passati in solitudine finalmente ero inondata da una sensazione di benessere. Mentre mi accompagnava in albergo, in un giardino, di colpo smise di parlare, guardandomi sorrise, mi baciò travolgendomi con la sua ardente passione, protetti da un enorme cespuglio facemmo l’amore, mi sentii più volte felice. Ci vestimmo, eravamo contenti come due bambini che avevano compiuto una marachella senza essere scoperti. Se ci avesse beccato la polizia Afghana sarebbero stati guai seri, gli atti osceni in Afghastain sono un reato grave e viene punito con pene molto severe. Davanti all’ingresso dell’Hotel mi strinse in un tenero abbraccio: “Ciao ci vediamo domani.” Disse. Non l’avrei più rivisto, pensai. Mi sbagliavo, la sera successiva rientrando in albergo era lì, seduto su dei gradini di pietra, mi aspettava. Facemmo l’amore tutta la notte. Così iniziò la nostra storia; io una quarant’enne nevrastenica iperstressata, lui un soldato, un ragazzo poco più che vent’enne. Mi emoziono ricordando quando lo vedevo arrivare in stanza, quasi nudo, iniziava a spogliarsi già nel corridoio, era un incosciente, si mostrava in tutta la sua virilità tuffandosi avido nella mia carne, coprendo la pelle di dolci  attenzioni. Ai nostri incontri veniva sempre con un fiore, ripetendo la solita frase: “QUESTO FIORE è BELLISSIMO… nulla in confronto a TE….

Io ti amo.. ora…..

Ti amerò… domani….

Ti Amerò’…PER SEMPRE.”

Sorridevo.

Un suo collega mi confidò che Marco fece bloccare il blindato su cui era a bordo, per raccogliere dei fiori per me. Folle il mio piccolo soldato. La differenza d’eta sembrava non esistere, stavo bene con lui. Aveva infiniti progetti, pensava di congedarsi a breve, il tempo di partecipare ancora ad un altro paio di missioni, essendo queste ben retribuite, così da garantirsi una discreta tranquillità economica. Aveva un sogno, mettere su un’impresa edile, il muratore era il lavoro che amava, lo faceva prima di arruolarsi nell’esercito. Nei suoi progetti ero entrata prepotentemente anche io, gli sarebbe piaciuto vivere con me in questa casa,di cui se né era innamorato attraverso i miei racconti senza averla mai vista, voleva ristrutturata lui: “Vedrai sarà bellissimo vivere a Montisola.”  Io avrei dovuto abbandonare Milano dove risiedo. Il lago era un giusto compromesso con il mare che tanto amava. Marco lamentava la difficoltà a trovare lavoro nella sua città, sosteneva convinto che non aveva senso rimanere al sud. “Sarà meraviglioso crescere i nostri figli immersi nel verde, li porterò a pescare, insieme cucineremo il pescato, compreremo una piccola barca.. saremo felici.” Poi non trattenendosi, con sarcasmo infantile iniziava a prendersi gioco di me con la sua sciocca filastrocca: “Se Mileno avesse lù mere’ sarebbe una piccola Beri” ridevamo, mi sentivo bene. A Marco piaceva fare il militare, non lasciava trasparire alcuna preoccupazione, era fiero, un atto nobile rappresentare la sua nazione. Non scorderò mai però la sera che lo vidi arrivare lercio, con il viso stravolto, sporco di polvere nera, la mimetica lacerata, si leggeva chiaro il terrore impresso nei suoi occhi, forte l’odore di polvere da sparo impregnato nella sua pelle. Era stato coinvolto insieme al suo plotone in un duro scontro a fuoco contro i talebani, fortunatamente nessuno era morto, solo un ferito lieve tra gli Italiani. Quella sera non facemmo l’amore. Marco come un cucciolo s’addormento sul mio seno. Quando trascorrevamo il tempo insieme tutto svaniva: la guerra, il mio lavoro, le preoccupazioni la paura che accompagnava i nostri giorni in quella terra di nessuno. L’unica cosa che detestavo di Marco, era la sua insistenza nel volere un figlio, quando entrava in argomento perdevo la pazienza, arrabbiandomi  dicevo: – Marco smettila io sono vecchia per un figlio, mi basti tu. – Lui, mi scrutava serio poi scoppiava nella sua irresistibile risata, spingendomi sul letto spogliandomi  diceva: “Stà zitta, quale vecchia! Tu sei una ragazzina, facciamolo ora questo bimbo, vedrai sarà maschio, bello come te, lo chiameremo Mirco.” Cosi finivamo per fare l’amore soffocati dalla passione. Il mio incarico in Afghanistan ebbe termine, dovetti ripartire per l’Italia, lui doveva rimanere ancora per altri quaranta giorni. Nel salutarci mi promise che appena sarebbe tornato in italia mi avrebbe raggiunta per non lasciarmi più. Mascherai la mia smorfia di dolore con un sorriso e mi avviai piangendo verso l’aereo. In volo fui sconvolta dal mio pensare, misi in discussione tutto, la mia vita, i condizionamenti che il lavoro imponeva. l’amore…davvero ci saremmo amati per tutta la vita? Quale futuro avrei potuto dargli? lui voleva un figlio… io lo volevo? Era giusto investire in questa storia? Non sapevo più niente.. pervasa da un’insana tristezza riflettevo. Oggi Marco torna. Poche ore e atterrerà a Ciampino, io non ci sarò. Saranno in tanti all’aeroporto. La sua famiglia, il Presidente della Repubblica, le più alte cariche dello Stato. -Avrai anche il picchetto d’onore Marco.. torni da eroe. Chiuso in una bara di legno adornata da un tricolore. Sei morto trafitto da una pallottola alla gola mentre eri di vedetta nella torretta del blindato. Il tuo sorriso spento per sempre.. Amore mio, sono qui, in questo angolo di lago..continuo a scrivere questa inutile lettera, non la leggerai, il figlio che tanto desideravi è nel mio grembo. Si Marco sarai padre. Non lo chiamerò Mirco, si chiamerà come te, sicuramente avrà il tuo sorriso, quello che mi offrivi facendomi sentire orgogliosamente la tua donna. Non ti rivedrò più cucciolo mio, tuo figlio vedrà la luce, motivando il mio vivere dandomi forza. Gli parlerò di te, del tuo coraggio, del tuo amore per la vita. Un’irruenta folata di vento s’impossessa di questo inutile pezzo di carta. Una pagina colorata mulina in alto scomparendo tra le nuvole. Anche il sole piano piano si spegne.. D’incanto nel lago vedo riflesso il tuo volto sorridente. Addio Marco… morto per una vile guerra mascherata da pace….

Ciao amore mio…. ciao soldato bambino.

In ricordo di tutti quei ragazzi morti nelle missioni cosi dette di pace.

Commenti su: "lettera ad un soldato ultimo episodio “il ritorno”" (14)

  1. …………..
    vento

  2. Da brivido, Zè. E purtroppo, la tua storia è verosimile a tante storie reali accadute. L’amore non basta ad allontanare la guerra.
    Ti abbraccio e ti auguro buone vacanze.
    Harielle

  3. Il tuo racconto è bello, una bella favola; non è proprio così – purtroppo – la vita di tutti i soldati che scelgono di andare in queste missioni…. quando sento dire che sono degli eroi ho sempre un po’ di perplessità…. loro il rischio lo mettono in conto. Il fatto è che – per me – un paese non dovrebbe costringere nessun giovane uomo a fare scelte così rischiose, ma questo è un discorso troppo complicato forse…… comunque complimenti sai scrivere molto bene!

  4. Il ritorno…. Ma che ritorno??? Quello definitivo, quello dentro ad una bara, quello che ti strappa a tutto ed a tutti….
    Un bell’omaggio il tuo, dolce/amaro/triste
    Ciao, Pat

  5. tristemente ed atrocemente vera questa storia……ciao Naz

  6. queste missioni di pace che assomigliano tanto alle guerre, ma a volte sono necessarie per portare un po’ di libertà a molte popolazioni. Un abbraccio, Nazz.
    Loredana

  7. si il punto è che queste missioni sono spesso inutili, essendo pilotate da interessi economici e strategici vengono fatte passare per missioni di pace. la condizione afghana ad esempio dopo un iniziale miglioramento stà tornando ad essere simile a quella di qualche anno fà. qualcuno sa dirmi ceh fine ha fatto la guerra in libia? non se nè parla più. comunque è vero ciò che dice lisboa, i ragazzi che vanno nelle missioni sono consapevoli dei rischi che corrono, la cosa grave è appunto che queste missioni non dovrebbero esistere ma questa è pura utopia. .nel mio racconto ho voluto sottilineare non sò fino a che punto riuscendoci, diversi risvolti umani la storia che ho raccontato è stata scritta col cuore, ed è dedicata veramente a tutti i defunti di queste missioni.. vi abbraccio e vi auguro buone vacanze io ci sono. qui dove mi trovo la connessione internet è ballerina ci sentiremo poco potrò visitare i vostri blog di rado.. un abbraccio dal vostro amico zè grazie

  8. Simona ha detto:

    Un bel racconto Nazzareno.. e ti auguro una buona giornata, un sorriso:)

  9. Mi hai fatto morire il cuore, non dico altro.

  10. Angela ha detto:

    Leggendo le tue parole ero totalmente immersa nel racconto. Storia travolgente e triste allo stesso tempo, mi ha toccata.

  11. SENZA PAROLE…….

  12. mezza sega…buon ferragosto..
    un bacio a te e a chi ti ama….( chi son quei matti?)😆
    vento

  13. Una vita annientata fa sempre male …

    La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
    perché io sono parte dell’umanità.
    E dunque non chiedere mai
    per chi suona la campana:
    suona per te.

    John Donne – Meditation XVII

    Bellissime e struggenti le tue parole …

    un abbraccio compagno😉

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