Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Archivio per febbraio, 2012

UN’ IMPROVVISA DEVIAZIONE-quarto episodio- UNA SCONCERTANTE VERITA’

Scostò la scolorita tendina, uscì fuori dal bagno un pallore le aleggiava sul viso, la dorata abbronzatura d’improvviso sfumata. Indossava una severa veste grigia, le copriva il ginocchio. Non l’avevo mai vista così austera, sembrava un educatrice di altri tempi, marmorea. Con il busto ben eretto mostrando dignità esternò: Adesso io prego un poco, te por favor esci. Non obbiettai, senza fiatare uscii dalla casa, con la coda degli occhi la vidi genuflettersi davanti al basilare altare.
Il sole infuocava nella mezza mattinata di quel sabato di fine agosto, le mie ferie erano al tramonto, il lunedì seguente avrei dovuto essere di nuovo al lavoro. Nell’aia sottostante, camminai intorno al ciliegio fino a sfinirmi, tracciando quasi un solco. In costante fibrillazione fumavo ininterrotamente come un padre in attesa del primo figlio fuori dalla sala parto. Elaboravo nugoli di pensieri, nessuno di questi induceva ottimismo. Finalmente dopo circa un’ora vidi Blanca scendere la decrepita scala, in una mano aveva un vassoio con due tazzine di caffè e dei biscotti, nell’altra una busta da lettere grande, gialla. Sorrise mi parve serena. Con inusuale compostezza si aggiustò la veste, sedette sul piccolo muro di mattoni spruzzati a calce, mi fece cenno di fare la stessa cosa, baciandomi dolcemente sulla fronte mi porse una tazzina. Rimasi in silenzio, attonito, inquieto bevvi il caffè, strani presentimenti si erano infiltrati in me fastidiosi come trapani bruciavano nel cuore e nel cervello, di colpo esausto. Blanca in una maschera di malinconica sofferenza iniziò il suo narrare: Por my è difficil exlplicar muy difficil ma a te lo devo, sei un bueno hombre, la my vita é stata angoscia, difficil viverla. Sono orfana, mio padre non l’ho mai conosciuto e forse neanche mia madre sapeva con esattezza chi fosse, lei è morta a trentaquattro anni, io ne avevo solamente quattordici, una vita in perenne affanno sempre in salita la sua, sprofondata nella più becera povertà, si è sempre dovuta districare nel mezzo delle più torve difficoltà, per mangiare faceva la puta, si proprio come me oggi. In una fredda notte di primavera è stata trovata morta in un lercio vicolo di Barcellona. Nessuno ha mai saputo spiegarmi veramente cosa fosse successo.
Dopo la sua sepoltura, per innumerevoli giorni rantolai nel più tetro dolore, non sapevo cosa fare, il pequeno, il mio hermano da cuidar,come se dice? Badar…si
cosa potevo fare? Ero io una nina, mi rifugiai nel mestiere di mia madre la puta, si la puttana, che schifo! Nausebondi rigurgiti dell’anima, sottostare a quegli uomini lerci, bavosi non avevano alcun riguardo per me, erano senza scrupoli, mi sottoponevano ad atti cruenti, mefistici. Dopo un anno di quella orrenda vita ero morta mille volte e anche più. Bevevo, mi drogavo non capivo più nulla, ero divenuta un’orinatoio, gli uomini andavano e venivano abusando di me, pagavano e non pagavano, qualche volta un pezzo di pane, una bottiglia di vino, di whisky, polvere bianca tutto andava bene, ero…. Non sabe neanche yo cosa ero.-
Nel sentire il racconto di Blanca scomparivo incenerito dalle sue parole, rabbrividivo, nel fragore dell’attimo mi resi conto di amare questa donna dal torbido passato. Alzai gli occhi fissandola, era sempre più cenerea, i suoi occhi trattenevano con furente coraggio lacrime ansiose di sfociare in un oceano di pianto. Provai ad interromperla, lei mi zittì proseguendo il narrare:
-Una sera ero in preda a crisi schizzofreniche dovute all’eccesso di alcol, anfetamine e tranquillanti, miscugli letali per stordirmi, uccidermi non solo metaforicamente il rischio di lasciarci la pelle era my grande, forse era ciò che desideravo. Sconnessa in preda ad uno stato confusionale presi a calci un auto della policia Nacional, i gendarmi non mi risparmiarono manganellate, calci e pugni massacrandomi selvaggiamente senza alcun riguardo.
All’improvviso un fascio di luce fulgida materializzò dal nulla un’angelo, brillava candido, non ricordo altro.
Mi svegliai non so dopo quando tempo, credo un paio di giorni, ero in una minuscola stanza linda, spartana, solo l’immagine Sacra della Vergine Maria spezzava il monotono bianco delle pareti. Non comprendevo cosa fosse successo cosa facessi in quella stanza, il mio pensiero rincorse le immagini violente sfocate di quella atroce notte, poi sobbalzò irruento su Miguel, il mio hermano… cosa gli sarà successo? come starà? avrà da mangiare? Queste e altre mille pregunte in pochi frangenti il mio cervello si pose. La porta della stanza si aprì, apparve il volto serafico bello giovane di Suor germana. Ero in un convento, quella donna, quella sacerdotessa mi aveva salvato la vita sicuramente evitato il carcere e un percorso duro, fatto di finto recupero, di degenze in manicomi o in vili case di cura, le dovevo tutto. Germana e le altre sorelle in quei giorni fatti di calmo oblio si presero cura di me, faticai non poco nei primi giorni di disintossicazione. Trascorse un mese da quella orrida notte, ero in forma, fisicamente stavo meglio molto meglio. Il pensiero di mio fratello era ossessivo, mi perseguitava non avevo pace, pur stando bene in quel posto sacro al riparo da tutto, alla prima occassione scappai.-
L’ascoltavo quasi senza respirare, fumando una sigaretta dietro l’altra come volessi morire. Blanca rapita come in trance continuò ad esternare i dissacranti ricordi di quel periodo:
-Non riuscii a vedere il my hermano, seppi comunque che era in un istituto, stava discretamente, certamente meglio di come lo potessi accudire io; purtroppo la vita di Miguel era segnata, è morto cinque anni fà di aids, drogato, solo come un cane, oh mio adorato… povero Miguel.
Per un anno continuai a girovagare nelle Ramblas, ripresi a prostituirmi, mi drogavo e bevevo, ero sull’orlo del baratro, la mierda mi stava per soffocare. Mentre rubavo agli scaffali di un supermercato incrociai uno sguardo energico, familiare, mi fulminò. Era proprio lei, Suor Germana. Non scoprii mai se quel giorno mi avesse riconosciuto, so solo che quello sguardo ebbe su di me un effetto prodigioso, di botto mollai la mia disastrata vita e dopo due giorni da quell’incontro tornai nel convento delle Suore di San Giuseppe, vicino ad un paesino sperduto ai piedi dei Pirenei. Vedendomi Suor Germana si limitò nel dirmi semplicemente: “finalmente sei tornata, entra pure Nura.”
Blanca, Nura, non so come si chiamasse, chi fosse veramente la donna che avevo di fronte, non importava, sentivo di essere una parte della sua vita l’amavo.
Lei si interruppe nel racconto, pianse.
Guardandola in silenzio, sembrò invecchiata di cento anni.
Commosso, sconvolto da quel suo dire neanch’io trattenni le lacrime, ci abbracciammo avvolti nel vento caldo di agosto.

UN IMPROVVISA DEVIAZIONE 3 episodio “NON CAPIVO”

Hai il costume per il mare?-
– no –
-allora ne acquistiamo uno.-
-Non fa nada non mi serve, l’importante é andare in un posto tranquillo, tanto te lo conosci seguro. –
-Sei certa che non ti occorre? Dai a comperarlo non ci vuole nulla.-
Blanca sorrise e respinse anche quest’ultima mia premura.
Scelsi un angolo fuori dal mondo, la “Centina” una spiaggia vicina alla foce del fiume, un luogo frequentato da personaggi bordeline; nudisti, coppie clandestine, trans, gay e non per ultimi i bavosi guardoni. Nonostante tutto ciò rimaneva uno luogo tranquillo per via della sua conformazione, una striscia di sabbia lunga centinaia di metri con alle spalle una selvaggia vegetazione fatta di arbusti, cespugli e canneti.
All’ombra di quel fogliame ci si poteva riparare dal sole, soprattutto da sguardi furtivi e indiscreti. Trovammo un cespuglio alto, folto, l’ideale. Sotto la sua ombra stesi i teli da mare, Blanca si spogliò rimanendo con i soli slip e si distese supina, l’imitai ponendomi al suo fianco.
Per alcuni istanti vidi i suoi occhi perforare i miei, dolcemente sussurrò:
-Estoy stanca, penso dormirò un poco, stammi vicino, bueno chico?
Non hablar, non far pregunte, stammi solo vicino, voglio respirare la tua pelle, sà di buono, di miele come quella di un nino, ah ah… come dici tu in dialetto? frichì? si dici frichì o mio Amor.-
Lieve mi carezzò i capelli e rapita dai sogni in un attimo si addormentò.
Rimasi sveglio, solo, arrovellato in mille interrogativi.
Sfiorvavo il suo corpo, la osservavo mentre dormiva, semplicemente stupenda.
Dopo un’ora Blanca si svegliò, il pomeriggio trascorse rapido tra risate e allegre parole, ci tuffammo in acqua più volte nuotando e giocando con le onde schizzandoci schiuma. Con la complicità del prezioso cespuglio i nostri corpi si unirono in vortici d’amore.
Gli uggiosi pensieri si alleggerirono fino a scomparire del tutto, esistavamo solo noi, due ragazzi senza passato problemi e miserie, innamorati e felici, prepotente la sensazione che il futuro per noi s’affacciasse radioso.
Il sole andandosi a nascondere si tuffò nel verde avorio del mare sentenziando la fine del giorno, i gabbiani persi nel loro volteggiare a stormi fluivano facendo rotta sulla spiaggia che nel frattempo si era svuotata, solo tre o quattro sagome umane sopravvivevano ancora inermi adagiate sulla sabbia. Decidemmo di andar via, sembravamo zingari, disordinati scompigliati, odoravamo di gioventù. Prima di salire in auto Blanca disse:
– Ho fame.-
-Anch’io, andiamo a mangiare qualcosa, ti va una pizza?-
Il suo viso s’illuminò come una bambina a cui era stata promessa una bambola
contenta rispose:
-Bueno! Me gusta mucho la pizza a donde vamos?
– Ci sono miriadi di pizzerie scegliamone una che ci va a genio.
-Vale, ma vamos combinati in esto modo?
– Cosa abbiamo che non va? Siamo elegantissimi non trovi?-
Risi, lo fece anche lei
Trovammo una pizzeria tranquilla era quasi deserta, pochi gli avventori
ci accomodammo in un tavolo all’aperto riparati da una vezzosa pianta dai fiori luminosi e dal nome a me sconosciuto.
Come lupetti affamati mangiammo le nostre pizze, Blanca rideva spesso felice era bello vederla così, incantato a sentirla parlare in quel suo buffo italo spagnolo, non sembrava neanche il ricordo della ragazza triste dal volto ombroso conosciuta sul bordo di una strada. Meraviglioso osservare il suo sorriso, le labbra succolente facevano da splendida cornice a denti bianchissimi che rilucevano come perle.
L’accompagnai a casa, un casolare in campagna situato vicino al suo maledetto posto di lavoro, il caseggiato dava l’impressione di essere abbandonato, così non era. Lei ne usava solo una parte, l’altra era disabitata, l’intero stabile proprietà di una perfida anziana vedova.
Blanca pagava ventimila lire al giorno per l’affitto, un vero e proprio
furto. Salimmo le scale di un cemento evaporato, la logora porta si aprì cigolando.
Blanca accese la luce, una lampadina traballante al centro del soffitto schiarì un’ambiente ordinato, misero, pieno di semplice povertà. All’ingresso la camera da letto con un piccolo bagno a vista, riparato solo da una tendina in un nylon rosa scolorito, nell’altra stanza un cucinino, un fornello da campeggio, un piccolo tavolo, due seggiole, poche vettovaglie, un essenziale frigorifero. Blanca con un leggero imbarazzo accennò una smorfia di sorriso farfugliando: Questa è my casa; tutta quì. Non risposi e mi tuffai sul letto, allargai le braccia con ampi gesti le feci intendere di venire sopra di me, ci abbracciammo, ero pervaso da uno strano sentimento,forse avevo paura fosse amore. Accoccolata su di me malinconica con un filo di voce bisbigliò:
-Te non vai via questa notte vero? Rimani con me-
– Certo rimango con te, stanotte e altre milioni di notti, per sempre amore mio.-
Poggiò il suo indice sulla mia bocca nel segno di silenzio e flebile sospirò:
-No; non hablar così, esta noche, è esta noche, Dio deciderà, lui sà cosa è giusto.-
Mi alzai dirigendomi nell’angusto bagno, soffermandomi su quello che aveva rapito già la mia curiosità appena entrato in casa. In un angolo della stanza, sopra uno sgangherato baldacchino una sorta di altare, un’immagine della madonna al centro, una più piccola di Gesù al fianco, due lumini ora spenti. Una foto orlata in uno sciupato argento catturò la mia attenzione, Blanca vestita da suora con cinque bambini intorno a lei, i capelli nascosti da un copricapo, il viso inconfodibile, era lei, ne ero certo. La chiamai e con la foto in mano andai verso di lei in cucina, incredulo dissi:
– Questa sei tu? Ma cos’era carnevale?
Infastidita come se l’avessi ferita nel profondo dell’animo me la strappò con irruenza dicendomi:
-Lascia perdere questa! Nessuna pregunta por favor-
Rimasi allibito da tale reazione, ci rimasi male non capivo; arrabbiato stavo per pronunciare parole di cui mi sarei pentito, lei di getto mi abbracciò, addolcendosi disse:
– Escusame questa è mia sorella gemella Nura, è scomparsa, non esiste più, non c’è più, è morta. –
Una lacrima le scivolò sulla gota, mi spinse nuovamente nel soffice e polveroso letto. Ascoltando il silenzio, abbracciati ci addormentammo.
Da quella notte, quella casa ai limiti della decenza divenne anche un pò mia. Trascorsi lì le vacanze.
Blanca si svegliava di buon mattino, pregava, lo faceva anche di sera, era molto religiosa, quando rientrava portava dei fiori di campo e li deponeva in basso sotto l’altarino della madonna.
Usciva presto per andare a prostituirsi, rimaneva fuori massimo fino alle cinque del pomeriggio, quando tornava a casa immancabilmente triste, si sentiva defraudata sporca dentro, con la forte sensazione di aver lasciato in quella strada una parte di se. Io soffrivo a vederla così cercavo in qualche modo di consolarla, lentamente si rasserenava, felice di vivermi.
Una sera mentre cenavamo disse:
– Andrea stò sbagliando todo, così non va bene, a settembre devo tornare in Spagna ed ancora non ho il dinero necessario; sono nei guai tu non puoi capire, agosto finirà, giustamente tornerai al lavoro e alla tua vita di sempre, io sarò semplicemente un bel ricordo, rimarrò nuovamente sola con i miei problemi. –
– No Blanca non sarà così, parliamone, io oramai sono dentro questa storia, pensi sia facile per me vivere così? Tu vai a battere, io ad aspettarti in questa abberrante topaia, voglio un futuro per noi non mi importa dove. Ti ostini a non parlare a non dirmi niente, non sò più cosa pensare, quali sono i tuoi drammi? quali segreti racchiudi? Non conosco veramente nulla, mi sento impotente, vorrei aiutarti tu me le devi permettere.-
Blanca illuminata da goccie di luna, mi guardò esclamando:
My nino, my Amor…. Non puoi far nulla para mi.
Sotto quella luna malandrina, sul freddo pavimento con le luci fioche delle candele, fummo nostri stravolgendoci nutrendoci d’amore e passione come se quello fosse l’ultimo giorno di vita.
Il sole già alto ci svegliò annucciandoci il mattino.
Lei vestita di sola pelle con il volto ancora intrappolato dal sonno disse solenne:
– Non vado al lavoro, oggi habliamo…. oggi te spiego.-
Tremai.

LADRA

Al buio
in un antro di un annoso palazzo
riconoscersi
dall’ odore
dall’ amore
il viso intarsiato nel vuoto
sfiora il mio
pulsano i ricordi
viaggi tradimenti passione fango
anni lunghi come binari
ora sei qui
sei impercettibile
comunque ti sento
fuggita partita
per certo scomparsa
non importa
ora sei qui
ti afferro
sei mia
rendimi il dovuto
misera ladra di cuori.

UN’ IMPROVVISA DEVIAZIONE secondo episodio “Blanca”

Terminata la giornata lavorativa recarmi in quel chilometro della strada bonifica era divenuto un appuntamento fisso, maniacale. Lo facevo tutte le sere ormai da diversi giorni, da quella domenica dopo l’incontro con la spagnola. Non so cosa mi era preso ma non riuscivo a distorgliere dalla mente il suo volto, quello sguardo triste, c’era qualcosa che non quadrava, non capivo, ero innamorato? Non amavo Chiara? Mia madre mi disse che aveva telefonato un paio di volte, non mi importò granché, ero in uno stato confusionale, no, non era il termine esatto, ero in una condizione in cui volevo andare oltre, lanciarmi nel vuoto, potevo farmi male sicuramente pericoloso. In quel mio stato mentale affioravano mille anime, curiosità, sfida, perversione, anticonformismo, dove non osano le aquile. Dovevo assolutamente capire cosa c’era dietro quel volto, scavalcare il limite, ero fatto così, non mi bastava mai nulla, dovevo toccare il fondo, non importava se la tipa fosse una puttana era l’ultimo dei problemi,il guaio era che non riuscivo a incontrarla e così vagavo con l’auto ore ed ore per la provinciale cercardola, nulla, di lei nessuna traccia. Finchè una sera chiesi notizie ad una sua collega, occupava il suo posto, la donna disse di non vederla da giorni e aggiunse: Forse avrà cambiato zona.Non seppe darmi altre informazioni. Finalmente andai in ferie era un venerdì. All’imbrunire la vidi, era tornata al suo vecchio posto, senza pensarci felice che fosse lì, arrestai l’ auto. Mi guardò con lo sguardo ombroso e alienata disse:
-trentamila in macchina.-
Era stanca, smunta, tutto ciò non intaccava la sua bellezza.
Sconsolato risposi:
-sali, andiamo!-
Ci avviammo nel posto appartato, in auto non smollai un verbo che fosse uno, lei lo stesso, giunti al gretto del fiume le dissi:
-Mi riconosci? ti ricordi di me?-
Guardandomi in silenzio si denudò, mi spogliai anche io.
Più lei era rigida più io mi innervossivo, non avevo bisogno di scopare con un pezzo di ghiaccio, dai lei volevo amore, la carnalità, la passione, la donna non la puttana. Espletai il rito con rabbia abusando di lei selvaggiamente, lentamente Blanca inziò a sciogliersi come burro sul fuoco, sentivo le sue mani daperttutto, provai a baciarla si ritrasse ma continuò a carezzarmi teneramente, la sentivo fremere, finalmente donna, esplosi in un vortice di tempesta, la sentii mia, la guardai, era meravigliosa la sua scura chioma carezzava il viso sudato, lucente, le sue labbra tremavano, gli occhi avevano cambiato colore un verde denso morboso, ero completamente ipnotizzato. Bisbigliò mille parole che non disse; si vestì, in fine balbettò un:
-te cosa fai rimani nudo?-
Stordito risposi
– no, no, ora mi vesto.-
Salimmo in macchina.
Inquietamente felice la fracassai di domande,di dove sei? Da quanto tempo sei in Italia? come ti chiami? perchè batti? perchè? perchè?
Infastidita e frastornata la sua sola risposta fu:
– tu non puode fare tutte queste pregunde, è così e basta!-
Scese dall’auto.
-Dimmi almeno il tuo nome, insistetti:
-Blanca-
Bianca intorpido ribadii
-Si blanca, me chiamo blanca ciao.-
Rimasi ancora fermo col motore acceso fissandola mentre si aggiustava i capelli, poi il rumore di un altra auto dietro mi indusse ad andar via, lei doveva lavorare. Mi fermai poco più avanti in un squallido bar, la clientela un formicolare di strani individui; prostitute, papponi, ubriachi, personaggi singolari alquanto variopinti, bevvi un paio di birre, tornai a casa. Dopo aver salutato sfuggevolmente i miei salii in camera, esausto mi buttai sul letto, il pensiero iniziò a vagare irrequieto come un puledro allo stato brado; Blanca, Chiara, io, le mie ferie, sarei dovuto andare in Spagna, Torremolinos la destinazione, insieme a Sandro e Antonio, due miei amici, la partenza era fissata per il sette agosto, mancavano solo tre giorni. Pensai m’invento una scusa, non ci vado, rimango qua; dovevo rivedere Blanca a tutti i costi. Il mattino seguente mi recai nel luogo del vizio, c’erano poche auto in circolazione, poche anche le prostitute, Blanca c’era, mi fermai, salì senza indugiare un attimo, andammo nel sacrilego luogo facemmo l’amore, lei prese l’iniziativa fu calda, mi prese in mille modi riempiendo il mio cuore di sussurri, dolci parole, godette in un flusso di sensuali spasmi,poi pianse. Abbracciati rotolammo nell’erba, felici come bambini.
Prima di salire in macchina le dissi:
-Non ti porto al lavoro per oggi basta, te le do io centomila lire, però ora si và al mare. Mi guardò come se avesse visto un alieno e confusa mormorò:
-non puode no posible.-
-Si che puoi! Blanca io devo stare con te, non ne so il motivo ma da quando ti ho conosciuta esisti solo tu, penso di essermi seriamente innamorato di te.-
Lei sfacciata rise…
-No tu non sei innamorato vuoi sfidare te stesso e il mondo,sei un nino capriccioso, io sono puta, compriende? –
-Basta Blanca per favore smettila con questa storia, la baciai.
Facemmo di nuovo l’amore.
Andammo al mare.

UN’ IMPROVVISA DEVIAZIONE primo episodio “CHIARA”

Eccola è lei sapevo di trovarla qui, è proprio bella.
Sono passati solo due mesi da quando l’ho conosciuta, eravamo ricoverati in ospedale entrambi in otorinolarigoiatra, lei a causa di una fastidiosa otite, io per una testata involontaria ricevuta in un incontro di calcio,setto nasale rotto, immediata scoccò la scintilla, passati pochi giorni eravamo già intimi, senza alcuna titubanza posso affermare di essermene innamorato immediatamente. Chiara si confidava con me su tutto, del suo rapporto disastroso con Francesco, il suo fidanzato, il loro matrimonio era fissato per il sette luglio dell’anno seguente. La verità è che lei non lo sopportava più, non gli piaceva stare con lui, le sue sciocche battute, la sue manie, la sua insolenza, le serate del sabato a cena con i soliti noiosi amici a parlare di banali vicessitudini, uomini da una parte, calcio e auto,donne dall’altra vestiti, moda e l’immancabile velenoso pettegolezzo. Chiara gli avveva regalato l’adolescenza, erano otto anni che stavano insieme, da quando ne aveva quindici. Non digeriva neanche la futura suocera, una donna saccente e altezzosa che voleva sempre stare in evidenza organizzando tutto, invadendo la vita del figlio e ovviamente anche la sua. Per dirla in breve Chiara era stufa, in me aveva trovato una persona attenta, dedito ad ascoltare, a suo dire tenero e gentile. A me piaceva molto, era intelligente, simpatica anche se con una sfumatura snob, particolarmente bella, capelli lunghi neri scintillanti, due occhi scuri profondi dove era estasiante perdersi, labbra sottili buone da baciare succhiare mordere, per non parlare del suo seno, due piccole coppe di champagne con due boccioli profumati di crema chantilly, da gustare lentamente, gambe lunghe, morbide vellutate come il muschio a primavera, mi perdevo dentro il suo corpo. La notte durante la degenza, in una sterile camera di ospedale tra lenzuola bianche dal forte odore medicinale facevamo l’amore, mentre l’infermiera di turno era persa davanti alla tv a seguire Dallas o Dinasty, non ricordo. Chiara ed io ci sfiancavamo immersi nel desiderio, insaziabili, giurandoci amore eterno.
Dopo dieci giorni venimmo dimessi, inziammo a stare insieme praticamente ovunque. Per un paio di settimane sembrava tutto funzionare, una meraviglia. Poi lentamente iniziò a mancare gli appuntamenti, quando la sera la chiamavo al telefono dopo avermi accampato le scuse più disparate, rimanevamo in conversazione per ore come se nulla fosse accaduto, sotto i minacciosi strali di mia madre che mi accusava di impengnare troppo l’apparecchio tenendolo occupato e soprattutto consumare troppi soldi, non mi interessava volevo stare solo con Chiara e lei con me; alla fine della telefonata decidavamo di vederci il giorno seguente. Arrivata l’ora fissata, tutto l’amore della sera prima si tramutava in inutili attese, succedeva quasi sempre, erano poche le volte in quel breve periodo che riuscii a vederla, quando succedeva lo scenario era sempre il solito; gigantesco litigio, musi lunghi, poche parole, qualche timido sorriso, poi finivamo a scopare come bestie assatanate amandoci in un turbinio di passione. Dopo ciò il vuoto per giorni, il rapporto diveniva sempre più spigoloso trascinandosi faticosamente. In quella calda domenica di luglio, Chiara disse sarebbe rimasta in casa, non le credetti e mi recai al mare allo “chalet Federica” cui era solita frequentare. Arrivato lì l’amara sorpresa, Chiara in spiaggia, francesco la teneva per mano, che stronza! Una delusione cocente mi avvolse, imprecai sottovoce: “bugiarda, vigliacca ma vai a farti fottere.” In preda ad ira furibonda senza farmi vedere me ne andai.
Decisi di pranzare fuori, scelsi un ristorantino sul mare, ricordo mangiai degli spaghetti con le vongole annaffiati con un bel litro di verduzzo ghiacciato, caffè, una vodka, brillo, stordito decisi di tornare a casa e rintanarmi depresso nel mio dolore. Amavo Chiara.
Una volta in auto non presi la superstrada ma infilai la provinciale Bonifica più ombreggiata e meno noiosa, questa arteria era nota come un territorio frequentato da prostitute, ce n’erano sempre molte, per tutti i gusti e a qualsiasi ora del giorno e della notte, una volta mentre la percorrevo così per gioco ne contai centododici, in un breve tratto di strada di soli quindici chilometri, quel giorno non se ne vedeva neanche una; pensai forse per causa del troppo caldo, non avevo certo intenzione di fare sesso, in vita mia non avevo mai copulato con una prostituta e certo non volevo inziare quel giorno. Proseguivo fumando, ascoltando musica allo stereo, quando ad un tratto sotto un platano la mia vista fu rapita da una giovane donna, sconvolgente nella sua bellezza, decorata in una cascata di lunghi capelli ricci, alta, in carne ma ben proporzionata, un viso angelico, un vero spettacolo della natura. Era sola non sembrava nemmeno una puttana, certo essere in quel posto non era indizio da poco. Feci una breve retromarcia e mi fermai davanti a lei, una ninfa meravigliosa… Occhi verdi come smeraldi, labbra carnose, seni grandi incantevoli. Con lo sguardo stanco indifferente mi osservò, non accennò neanche uno straccio di sorriso, imbarazzato le rivolsi parola:
-Ciao cosa fai?-
la sua risposta fu sintetica:
-jo sono puta, trentamila lire andiamo?-
Sicuramente rosso in viso,in difficoltà mi limitai a rispondere:
-Dove? Cosa facciamo?-
-Andiamo qui dietro, è un luogo seguro, faccio tutto quello che vuoi, ce l’ hai il dinero?-
Si! Risposi netto facendola salire, seduta accanto a me, sembrò ancora più bella, provai a rivolgerle qualche battuta per allentare la tensione non ricevetti nessuno assenso, solo il frinire fastidioso dei grilli spezzava la morsa di nervosismo. Feci pochi chilometri, la ragazza dall’accento latino mi fece svoltare in una bianca polverosa strada secondaria, questa ci condusse in piccolo riparato spiazzo adiacente al gretto del fiume, era veramente un posto tranquillo, non c’era anima viva.
Subito scese dall’auto, appena fuori senza nessun indugio fece cadere quel leggero vestito colorato, rimanendo con i seni scoperti e un minuscolo slip che subito tolse, accarezzata da un malizioso raggio di sole, fu spleditamente nuda, rimasi folgorato. Finalmente accennò un sorriso e disse:
-che fai, non ti spogli?-
Lo feci rapidamente, lei mi infilò il profilattico. Pervaso da totale aberramento, imbranato cercai di possederla sopra al cofano dell’auto, il primo tentativo andò a vuoto anche perchè la prostituta era poco collaborativa, ripresi energia provai ancora, stavo facendo l’amore o meglio stavo scopando, lei si limitò a concedersi passiva, facevo quello che volevo, la presi più volte smisuratamente, nonostante lei rimase statica. Solo sul finire del rapporto sentì leggermente affondare le sue mani sulla schiena, nella carne accompagnate da un impercettibile gemito. Senza parlare ci vestimmo, la riaccompagnai al posto di lavoro, ci salutammo con un sorriso. Nei venti chilometri che mi separavano da casa non feci altro che pensare a tutto ciò mi era capitato in quella strana giornata. Ripensai a Chiara al mare, mano nella mano con Francesco, vigliacca! Rivisitai la scena al fiume con la prostituta di cui non conoscevo neanche il nome. Senza rendermene conto avevo già invertito la marcia, poco dopo ero nel luogo dove avevo rimorchiato la giovane donna. La strada bonifica nel frattempo si stava popolando di prostitute, la presunta spagnola no, non c’era. Cosa mi stava accadendo? Perchè non riuscivo a togliermela dalla testa?

Un bel giorno

Meglio cantare che morire
soffrire
sorridere
non penso al giorno
che me ne andrò
sarà un bel giorno
sicuramente si
un bel giorno
si
volando camminando cantando
onda su onda
nell’aria
bufera o libeccio che sia
chissà dove arriverò
sicuro nel cielo sarò
tra le pagine di un libro
già letto mai scritto
infinito
col vino dal color rosso vermiglio
scarabochierò una sola sensata parola
fine

spoglio orizzonte

mi muovo in un terreno
senza alcun senso di percezione
minima che sia.
è minato
disarmo inquietidutine,
proseguo non ho paura
mine brillano dalla mansueta terra come scintille maligne
son salvo, son vivo, cado, mi sollevo di nuovo
incurante brulico nel vespro
odo speranze assorbo rancori
invidie e gelosie
mi innalzo
il cuore è forte batte pregno nello stomaco rivoltato
Mio Dio vivo Mio Dio amo
la terra la gente l’amico
il nemico maledico
son desto non sogno
sorveglio questo mio vivere
altro non ho da aggiungere
perchè ora
non morirò non posso non devo non voglio
devo raggiungere mio figlio
all’altro lato
dello spoglio orizzonte
dove futuro creerò.

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