Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Archivio per marzo, 2012

abbonamento numero uno

In questo letto dove tu mi aspettasti
sento ancora il tuo respiro
furono ore minuti o secoli
in quella notte di tante stelle o nessuna
non ricordo piangevo
stanco col cuor sereno nel fremito del canto di un usignolo
le tue palpebre si schiusero
un attimo, un tremore, un gemito
un lieve sorriso sulle tue labbra
e da questa aspra terra
volasti via
angelo nell’infinito
ciao babbo
son qui
le sette e quindici
sedici anni son passati da quell’ assolato mattino
brume non c’erano
sei qui
non render caro il tuo ricordo
fatica mi costa
è giusto così
è dovuto questo inchiostro nero
cade sulla bianca carta
come il tuo amore nella mia anima
per te un posto nel cielo del mio cuore
sempre ci sarà
abbonamento numero uno
tribuna centrale

ciao Babbo.

Perchè i tuoi silenzi, il tuo modo discreto di essere padre
oggi mi rendono un uomo migliore
indelebile 30 marzo 1996.
a mio Padre Bernardo.

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mosaico

Quieti rintocchi di campane
echi lontani
una primula si schiude
un germoglio un amore

pagine di un libro stupite al vento
bagnate si scrivono
colori timori sussulti
diamanti opachi
speranze di giovan monella

seduti su rugosi scogli
leggiamo
ascoltiamo il vento
il verde il mare

tiepidi raggi, scheggie di sole
scaldano
le nostre anime
or tinte d’argento
velate a romantica essenza
miscugli di serena malinconia

le mani si toccano si amano giurano
forti si cingono
il pensiero nei ricordi affonda
negli occhi socchiusi teneri sorrisi

aspettiamo il tramonto
immersi nelle vaghe certezze
le nuvole
naturali danzano vivono
dipingono sentieri
acqua di sorgente sgorga
spicca netta
l’interezza di un mosaico

dedicata a chi amo

UN IMPROVVISA DEVIAZIONE settimo ed ultimo episodio ” DOVE L’ORIZZONTE CURVAVA”

Sprezzante divorai quei chilometri di asfalto ammaestrando decine di tornanti, in poco tempo ero a Crocette, un paesotto sulle colline marchigiane a ridosso dell’appennino. Poche ombre per le strade, il mattino era ancora giovane di quel primo settembre. Sfrecciai nel viale passando davanti all’ufficio postale, andai a posizionarmi in un spiazzo appena fuori dal paese, da lì godevo un’ottima visuale, avevo tutto sotto controllo. Fumavo in continuazione una sigaretta dopo l’altra, il solo fremito delle foglie mi scuoteva, ero teso come una corda di violino. Dalla curva eccolo, vidi sbucare ciò che aspettavo, il furgone portavalori. Un vigilantes scese e trafelato aprì il portellone posteriore, recuperò dall’interno un sacco color giallo paglia, entrò nell’ufficio postale, dopo pochi minuti uscì e risalì a bordo; il mezzo blindato in un lampo scomparve dalla mia vista. Indossai il passamontagna, misi gli occhiali scuri, arrotolai sul collo una sciarpa, lasciai libera solo la bocca. Fulmineo in un colpo di accelleratore mi catapultai lì,con un calcio spalancai la debole porta dell’ingresso. All’interno, di fronte mi si parò un’impiegata, una donna ingobbita, baffuta, con gli occhiali, lenti spesse come fondi di bottiglia: “E’chiuso” tuonò con un’arroganza che non le apparteneva, maltrattandola le dissi di sedersi sul pavimento e di rimanere in silenzio. Fibrillante urlai:
-QUESTA E’ UNA RAPINA! STATE TUTTI FERMI E NESSUNO SI FARA’ MALE!-
Furente mi avvicinai all’altro impiegato, puntai la pistola a pochi centimetri dal suo viso appuntito, sembrava un ratto, baffetti sottili,odiosi. Quell’ometto dal fisico minuto, statura bassa stava estraendo il denaro dal sacco depositandolo in cassaforte. Sclerando continuai ad urlare:
-Dammi i soldi svelto! sbrigati!-
Con mia enorme sorpresa l’omuncolo con la faccia da topo, mi sfidò con una risata spavalda, nevrastenicò apostrofò:
” Scemo a chi pensi di far paura?! C’è il tappo rosso alla canna, la tua arma è solo una scacciacani, è un giocattolo… isterico mi afferrò per il bavero strattonandomi,
rivolgendosi convulso all’ impiegata gridò:
“Chiama i carabinieri! svelta.”
La poveretta sempre in terra col volto sfigurato dal terrore per mia fortuna non ebbe il coraggio di muoversi. Disperato oramai scoperto giocai il tutto per tutto, in un istinto criminale a me sconosciuto fino a quell’ istante, freddo, rivoltai la pistola impugnandola per la canna e con il calcio sferrai un vigoroso colpo alla mano rinsecchita dell’uomo-ratto che dolorante mollò la presa, alterato lo spinsi fino a farlo cadere, arraffai alcune mazzette di banconote cadute sul pavimento, le infilai nello zaino e fuggì. Una volta fuori sfilai via tra le bocche spalancate degli anziani presenti in attesa dell’orario di apertura. Lasciai alle spalle un vociare minaccioso, agile balzai in sella dell’arruginito destriero che non mi tradì, rombò furioso e in pochi secondi fui fuori dal piccolo agglomerato rupestre.
Imboccai la strada brecciata, tagliava a metà la collina, quelle carrettiere le conoscevo bene, ero solito percorrerle in montain bike. Non riuscivo a capacitarmi del gesto compiuto,concentrato alla guida spingevo a manetta massacrando l’accelleratore, il vecchio motore orgoglioso, rispondeva potente. Inghiottivo polvere su polvere, dopo alcuni chilometri in un casolare abbandonato fuori traiettoria mi fermai, bruciai tutto il compromettente, lo zaino, la tuta, gli occhiali. Aggiustai le mazzette di denaro nel busto che avevo indossato, modelleva il fisico aumentando leggermente la circonferenza del torace somigliavo ad un culturista, rimisi la maglia, ripresi la fuga.
Dopo mezz’ora nelle vicinanze di Borgo San Lorenzo, abbandonai la moto, la nascosi con attenzione coprendola con del fogliame, in fretta m’incamminai per una scorciatoia, poco prima di arrivare al paese tra gli arbusti scavai una buca e sotterai la non tanto innocua scacciacani. Scarpinai ancora per alcuni chilometri con il cuore affondato nella gola e sudatissimo finalmente arrivai nella piazza centrale del borgo, la corriera era lì, sembrva attendermi ce l’avevo fatta; mancavano pochi minuti alle dieci a quell’ora sarebbe partita. Ebbi il tempo necessario per dissetarmi alla fontana, gustai quell’acqua fresca come un camello fa dopo aver attraversato il Sahara, mi bagnai la nuca avviandomi in direzione dell’antiquato mezzo di trasporto. Finalmente si mise in movimento ero in viaggio, il pericolo maggiore pensavo superato. Pochi i passeggeri, nel sedile a lato del mio una vecchietta sorrise con simpatia, i denti erano solo uno sbiadito ricordo, quel volto benevolo insensatamente mi rassicurò per pochi attimi. Il viaggio sembrava interminabile, non avere mai fine. Ero vicino alla destinazione quando vidi sul viale una pattuglia dei carabinieri, erano in tre, due avevano il mitra a tracolla l’altro la paletta, il braccio a mezz’aria, oddio adesso ferma la corriera sono fritto… il braccio s’abbassò, la paletta puntò a terra, il bus proseguì indifferente, “cazzo che paura, mamma mia!” Il cuore era residente stabile nella gola, sudavo caldo freddo non lo sapevo, grondavo come una canalina bucata in un giorno di pioggia. Arrivammo nella piazza della cittadina riviaresca, scesi… un altro passo verso la vittoria. Baciai sulla fronte la tenera vecchina, di corsa mi avviai in stazione. Il treno diretto per la mia città stava per partire avevo solo pochi minuti, corsi come un forsennato. Il capotreno stava facendo chiudere le portiere dei vagoni, come uno stambecco saltai dentro sotto gli occhi severi del ferroviere. Ero riuscito a prenderlo; fischiando sulle ruotaie partì. Quel giorno ricordo fu tutto un correre. Una volta arrivato a destinazione sempre in gran fretta andai a recuperare la mia auto, in un luogo tranquillo contai il denaro, erano otto milioni, cazzo. pochi. Che potevo fare? Quelli ero riuscito a prendere. Dopo un breve pensare decisi di recarmi in banca, alla cassa chiesi l’estratto conto, avevo quasi due milioni, rivolgendomi alla bancaria dissi:
– Vorrei fare un prelievo, mi dia un milione e mezzo.
“Un milione e mezzo? Cosa ci deve fare?” Rispose la cicciona alla cassa, esterefatto pensai “cazzo dice questa quà?” poi arrabbiandomi reagìi:
– COSA CAZZO TE NE FREGA! Dammi stì cazzo di soldi fai in fretta… sono miei, grazie.- La cicciona rossa in viso per l’imbarazzo contò i soldi, con lo sguardo sbieco me li stese, presi il denaro, me ne andai.
Dovevo andare da Nuria, dovevo accompagnarla, alle tre di quel pomeriggio avrebbe preso il treno che la conduceva in Spagna,lontano da me. Non capivo più niente, i pensieri s’infrangevano in me come onde sugli scogli, mi arresi e rinunciai ad elaborare ogni ragionamento.
Entrai nella spoglia casa, Nuria era stesa sul letto, vedendomi sorrise:
– Stavo per chiamare un taxi, pensavo non saresti più venuto. –
– Non sarei mancato per nulla al mondo. ti dovevo vedere… cazzo Nuria non partire…-
Sospirò ed emise dolcemente:- Oh Amor mio, amor… yo non puode far nada, devo andare.-
Mi stesi sul letto insieme a lei la baciai, un bacio interminabile tutta una vita, le speranze,i sogni, i cuori si toccarono sentimento infinito, la passione traboccava dai nostri corpi, la trattenemmo con sudore, i miei occhi nei suoi, silenzi assordanti che facevano male, tutto narrava di noi, l’aria era densa, dipinta del nostro amore. D’improvviso Nuria disse levandosi dal letto:
-Devo vestirmi è già tardi-
-ok ti aspetto fuori.-
Un fugace bacio, i nostri corpi s’allontanarono. Scesi le scale barcollando affranto, sedetti sotto il ciliegio asciugandomi le lacrime oramai inquiline abituali nei miei occhi.
Raggio di sole nel sole la vidi uscire, splendida avvolta in un abito bianco ecclesiale che metteva in evidenza il color oro del viso elegante nei capelli raccolti, pareva una sposa. Scese.
– Hai conosciuto Blanca, Nuria, ora Suor Caterina.-
Emozionato riuscii ad esprimermi in un goffo:
-E’un piacere conoscerti.-
Imbarazzato le baciai la mano con riverenza.
Durante il tragitto nessuno dei due parlò, in stazione si precipitò ad acquistare il biglietto, mentre l’aspettavo accesi la milionesima sigaretta della giornata, non ero più un essere umano ma una ciminiera di un altoforno. Nell’attesa del treno ricordo solo parole strozzate, emozioni, occhi lucidi, un’immensa tristezza. L’espresso cigolando arrestò la corsa, ancora pochi minuti e ci saremmo divisi per sempre. Coraggiosamente Nuria afferrò la mia mano portandola al viso se lo fece carezzare, mormorando:
– Ciao Amore mio unico grande Amore non dimenticarmi… sarai sempre nel mio cuore, vivi i tuoi sogni, donati alla vita non fare in modo che l’avversità ti imbruttiscano.. cavalca il tuo destino.-
La cinsi a me, volevo baciarla, non potevo. Prima di lasciarla le diedi una busta chiusa, dicendole:
– Qui dentro ci sono nove milioni e cinquecento mila lire sono per Suor Germana, altro non avevo. Prendili.-
Nuria mi guardò smarrita, il treno stava per partire, il capo stazione oscillava quella maledetta bandierina rossa invitando i passeggeri a salire, avevo aspettato di proposito quel momento, in modo che lei non potesse opporsi. Nuria, Blanca, Suor Caterina sorrise ancora, commossa:
-Ricordalo, sei e sarai il mio unico grande amore per sempre… te AMO.-
Sali nel vagone, il sole scomparve dietro fosche nubi,si erano addensate minacciose in quel pomeriggio di fine estate, in una folata di vento il treno si mosse sparendo dove l’orizonte curvava trascinando via con lui una parte di me.

FINE…

Miguel ha raccolto nel prato delle Margherite, vuole portarle a sua nonna. Il sole è tiepido oggi, insieme a noi c’è Pedro, un mio amico regista, dice che vuol girare un film sulla mia storia, cazzate! Pedro è sempre esagerato. Miguel ha due anni, è il figlio di Blanca, nostra figlia. Nuria non voleva che la bimba si chiamasse così. Quel nome fu motivo di lunghe discussioni, io sostenevo di essermi innamorato di Blanca quella ragazza che si rimise in gioco sfidando tutto per aiutare un amica. Oggi Suor Germana è una settantenne in buona salute, sempre impegnata in prima linea a condurre la casa famiglia e l’ospadale per piccoli malati,strutture divenute fiori all’ occhiello della sanità Spagnola. Nuria sciolse i voti appena tornata in Spagna, continuò a collaborare nel plesso ospedaliero fino a divenirne direttrice sanitaria. Blanca ed io gestiamo un pub,quì a Tossa de mar incantevole perla a picco sul mare. Arrostiamo pincios, serviamo sangria e cerveza, gli affari non vanno male, anzi.
Nostra figlia è veramente una brava ragazza, ha ventiquattro anni, somiglia moltissimo a sua madre, diverse solo nel colore degli occhi,i suoi sono di un azzuro chiaro, limpidi come il mare dopo la tempesta. Con me da quest’anno è venuto a vivere Andrea. Lui era il motivo di quelle decine di telefonate di venticinque anni fa, Chiara voleva dirmi che aspettava un figlio da me. Andrea crescendo ha voluto sapere chi fosse il suo vero padre, costretta dalle incessanti pressioni due anni fa Chiara ha confessato. Ora è qui, andiamo d’accordo? Non sempre, ha il mio stesso carattere irruento pasticcione e testardo,ma anche lui è un bravo ragazzo, buono d’animo, ama sua sorella Blanca vanno molto d’accordo, adora Miguelito, trascorre molto tempo a giocare con lui. Chiara? Ogni tanto viene a trovarci, è stata sposata due volte, due separata. Sta bene, il nostro rapporto è tranquillo. Quello con Andrea un tantino spigoloso, ogni volta che litigano lei finisce per dirgli sempre sei tale e quale a tuo padre, uno stronzo. Ma questa è un’altra storia.
Varchiamo l’arruginito cancello, Pedro ed io camminiamo lenti, Miguelito ci ruzzola davanti. Arriviamo, Nuria è li ad aspettarci come ogni giorno, bella più che mai.
“Ciao nonna ti ho portato le Margherite, ti piacciono tanto.”
Nuria sorride ma non risponde, la fotografia non ha il dono della parola. Una lucemia fulminante quattro anni fa l’ha strappata prematuramente da questa terra. E’sempre con me al mio fianco, il nostro amore è eterno, lei diceva sempre i nostri cuori si sono toccati si appartengono, nessuno li potrà separare neanche la morte. E’vero amore mio,neanche la morte.

UN’ IMPROVVISA DEVIAZIONE sesto episodio “INCONTRO AL DESTINO”

Mi svegliai da quel sonno abissale, non stavo meglio di quando mi ero addormentato.
Feci una doccia sperando ritemprasse il mio spirito, soprattutto dissipasse la bolgia caotica che albergava in me. L’acqua gelata non sortì l’effetto sperato. Ero irrequieto, un razzo sulla rampa di lancio, sentivo il bisogno di vivere, respirare, uscire. Poco dopo vagavo, non avevo né desideri né mete,ero un’automa alla guida di un’auto.
Il cervello era un frullatore, mescolava tutto; ansie, ricordi, poche certezze, molte paure. Cercai di dividere i miei pensieri in scompartimenti stagni isolando gli uni dagli altri con lo scopo di dare ordine a quell’orgia opprimente che mi puntellava testa e stomaco. Pisicologicamente sciorinai diverse ipotesi; Blanca o come cazzo si chiamasse mi aveva raccontato solo balle? Quale vantaggio ne avrebbe tratto? A quale scopo? Per estorcermi denaro? Sapeva non ero ricco, vivevo semplicemente di stipendio. Chi era realmente Blanca? Una puttana? Un’avventuriera? Una folle? Avevo anche delle esigue certezze; il mese in cui siamo stati insieme ho avuto modo di respirarla, viverla, l’ho vista pregare, avere rispetto per il prossimo, era dolce e appassionata, una brava persona. Dovevo crederle? Blanca è Nuria la ragazza dal passato difficile recuperatasi e divenuta suora? Madonna… pronuciare quella parola mi terrorizzava, io con una suora? non riuscivo a capacitarmi. Se fosse davvero così? Non potrei stare più con lei. Quale futuro? cosa voglio? Cosa cerco? Perchè mi cacciò sempre nei guai? Facevo soste nei vari bar che incontravo nell’illogico perigrinare, bevevo birra e qualche grappa in quel modo davo tregua ai miei contorsionismi cerebrali. Assorbito da un vortice pischedelico non mi resi conto che senza volerlo transitavo per l’ennesima volta sotto casa di Chiara, la sua auto non c’era, la luce della camera spenta,la troia era sicuramente uscita. Con disprezzo pensai; “sarà a cena con quel cornuto del suo fidanzato e i soliti amici, quegli stronzi.” Ancora un bar, ancora una birra, ero alticcio per non dire sbronzo, sempre più aggrovigliato nei molteplici dilemmi, tra i vaporosi fumi dell’alcol emerse una verità, ero perdutamente innamorato di Blanca. Passavo sotto l’abitazione di Chiara, speravo d’incontrarla? forse si, come mi sarei comportato? Le avrei urlato addosso tutta la mia bile perchè mi aveva preso per il culo? Oppure le avrei detto di amarla alla follia che non avrei potuto stare senza lei? Avremmo sicuramente litigato e poi scopato. Chiodo scaccia chiodo. Una coltre di confusione si era impadronita di me soffocandomi. Passai di nuovo sotto casa della zoccola, stavolta l’auto c’era e anche la luce in camera, era rientrata, meglio cosi, il destino volle non l’incontrassi, “non le telefonerò né oggi né mai”. “Ciao bellaaa!” Risi sarcasticamente come un invasato toccandomi ripugnosamente nelle mie intimità, facendo gesti volgari nei suoi confronti, le sputai le offese più colorite e proseguii il mio andare. Puntai diritto in direzione della bonifica, passai davanti al platano, dove la pseudo suora si recava per svolgere la sua “missione” non c’era, non amava andare a lavoro di notte, “mucho confusion mucho peligro poco dinero” così sosteneva.
In preda ai fumi alcolici oramai ero perso, preda di un irrefrenabile caos.
Non sapevo neanche cosa stessi facendo. Mi trovai dentro l’ennesimo squallido locale era pieno di prostitute, trans e variegati personaggi, sembravano usciti dalla più pacchiana delle commedie, tutto il mondo in quella bettola; ricordo blandamente di un grassone ubriaco che si pisciò nelle braghe, tra le risate e il sarcasmo generale, nessuno si scandalizzò più di tanto, barista compreso, pessimo ambiente, non ricordo altro.
Dopo quella notte furibonda mi svegliai a giorno fatto nell’abitacolo dell’auto ancora con il motore acceso, sostavo in una piazzuola sulla strada provinciale, le ossa scricchiolarono devastate, la schiena dolorante, un mattone nel cranio. Stordito ad alta voce sospirai:
– Come sono ridotto… cazzo stò combinando?-
Cercai di ricompormi il tanto che potevo, in un bar presi un caffè doppio, le atrofie mentali si diradarono quel poco da farmi pensare che dovevo recarmi da Blanca, dovevo assolutamente vederla, era imprescindibile. Arrivai nel decrepito casolare, il silenzio tumefaceva evidenziando visibilmente la mia ansia, ancora in preda ai postumi dei bagordi fatti traballante salii le scale. La porta era aperta, Blanca…il suo viso ancora perso in quella tristezza che le apparteneva, indossava una maglietta che le copriva a stento il fantastico corpo, non si era accorta della mia presenza. Diedi forza alla voce:
-Già sveglia?-
Mi scrutò meravigliata rimanendo inchiodata vicino al letto, non le uscivano fuori parole, finalmente disse:
-Perchè sei tornato?-
-Perchè ti amo-
-Tu non puoi amarmi! Devi andar via.-
Incurante delle sue parole l’abbracciai forte, volevo baciarla… non ci riuscì per quella strana sensazione di pudore di cui oramai ero prigioniero, lievemente le carezzai il viso, impacciato feci alcuni passi indietro e con inaspettato vigore dissi:
– Voglio starti vicino non mi interessa chi sei, so di amarti, cerchiamo di essere sereni.-
-Nada andrà bien, yo martedì parto torno in Espagna, è todo finito, terminado, perdoname por favor.-
Ero sul punto di urlare, sfasciare tutto, i miei nervi stavano per esplodere. Sul letto vidi la foto nello sciupato argento, lei suora con i bambini, con la voce rotta dalla commozione dissi:
– Dai Nuria dammi la possibilltà di aiutarti… per favore.-
Nuria mi sorrise, un sorriso amaro, sofferto:
-Ti faccio un caffè ne hai bisogno tu non hai dormito, donde sei stato esta noche?.-
– Niente, sono andato in giro con la macchina, pensavo a te. Come stai tu? Hai dormito?-
-Nada, sono stordita, frastornata, ieri ho telefonato in convento ho parlato con Suor Paola una consorella, Suor Germana ha avuto una forte crisi, le servono dei farmaci ne ha urgente bisogno, in Spagna non si reperiscono facilmente, devo fermarmi a Nizza, costano un mucho di dinero così i soldi accumulati diminuiscono, non basteranno mai per far fronte alle cure. E’todo un disastro, da quando sei andato via sono sprofondata in uno stato di malessere assoluto, non sono andata a trabajar non ce l’ho fatta… Andrea non so più chi sono, cosa devo fare, non riesco ad immaginare una vita senza te, estoy enamorada come una nina, sono la solita cretina, tutto quello che ho fatto fino ad oggi è in discussione, anche la fede, sono squarciata, ferita, atroci dubbi si sono impadroniti de my. Mierda de loque es un disastro.-
Rimasi immobile recuperai logica:
– Ora la cosa più importante è aiutare Suor Germana al resto penseremo dopo, stai tranquilla.-
Nuria assecondò il mio dire, fece il caffè.
Passammo la domenica su un’altelena tra depressioni e speranze, aprì la busta gialla, tirò fuori delle foto in bianco e nero di sua madre, si somigliavano moltissimo, alcune la ritraevano con suo fratello, lei bambina, buffa e carina, in convento con Suor Germana, un donnone dal viso rotondo e pacioso. Mi mostrò degli articoli di giornale, parlavano dell’ordine delle suore di San Giuseppe, venivano descritte come eroine, angeli di luce nel buio dell’umanità. Orgoglioso dissi: -Vedi Nuria cosa siete, cosa sei? non devi mollare tu doni speranza.-
Si fece sera dovevo andare, non facemmo l’amore anche se i nostri corpi si erano rincorsi cercandosi tutto il giorno. Promisi che martedì l’avrei accompagnata in stazione.
Una volta in auto un’idea brillò dalla mia stanca emotività, potevo racimolare i soldi per aiutare Suor Germana, si. Ce la potevo fare, non era un idea, era un vero piano d’azione.
Il lunedì di buon’ora iniziai a lavorare, feci il giro dei clienti, molti erano ancora in ferie, avevo tempo, ne approfittai per acquistare il necessario che sarebbe servito a mettere in atto il mio piano. Il giorno si spense, rincasai, andai a dormire presto; puntai la sveglia alle tre del mattino. Il trillo interuppe la quiete della notte, lo feci tacere, veloce mi alzai. Poco dopo ero sotto casa di Peppe “zabaglione” un povero diavolo, un drogato, passava la vita tra i ricoveri in ospedale e il carcere. Abitava in una via buia, fabbricati fatiscenti. Sotto la casa come sapevo era parcheggiata la sua vecchia moto, un’honda enduro 600, sciabordai il sebatoio, vuoto come immaginavo, avevo pensato nel pomeriggio a procurarmi la benzina necessaria. In silenzio spinsi il due ruote per un centinaio di metri, infilai il passamontagna, accesi la moto che stavo rubando.
Illuminato dalle stelle schizzai nella notte.
Trovai riparo in un fienile abbandonato, mi stesi sulla paglia, non chiusi occhio ero nervoso,insonne aspettai il mattino, fortunatamente arrivò presto. Indossai una tuta blù quelle da meccanico, sistemai tutto il necessario nello zaino che misi a tracolla, ero pronto.
La moto ruggì, andai incontro al mio destino.

UN’ IMPROVVISA DEVIAZIONE quinto episodio “VOLEVO SOLO DORMIRE”

Quel libeccio fastidioso si rese utile asciugandoci le lacrime.
Guardai Blanca visibilmente scossa, fragile. Non riuscivo a dar voce ai mille pensieri che si erano annidiati in me. Le parole non salivano non scendevano, si strozzavano in gola.
Lei si fece gravosamente animo stroncando l’imbarazzo, in un filo di voce evaporò:
-A cosa stai pensando? Lo so sei inquieto, purtroppo yo sono esta. Usted non confia “non ti fidi” de my –
Per risposta l’abbracciai ancora, slegando la sua riccioluta chioma raccolta come in silente meditazione dietro la nuca.
Sussurai tremante:
– Allora il tuo nome non è Blanca, è Nuria? Nuria è un bel nome, particolare ma bello.
-Si, me chiamo Nuria, in Aramaico vuol dire illuminata, luminosa; in Spagna è molto diffuso. Dovevo essere luce, invece sono divenuta tenebra.
Blanca è una sorta di nome di battaglia, lo scelgo solo quando faccio delle cose di cui provo vergogna, da ragazzina lo usavo quando venivo braccata e fermata dalla polizia,essendo minorenne non avendo i documenti dicevo di chiamarmi Blanca Esteban, ovvimante fasullo anche il cognome.-
Fece un profondo respiro e continuò:
– Andrea, ho vissuto l’inferno, sono stata diverse volte vicino al tracollo, pensavo di avercela fatta di esserne venuta fuori invece eccomi qua.
In convento iniziai così il mio secondo periodo di disintossicazione, questa volta mi concentrai solo su me stessa, dopo le prime dure settimane iniziai a convincermi, ce la potevo fare. Pregavo moltissimo, fui assorbita in una fede profonda, essere vicino a Suor Germana e alle altre sorelle mi regalava benessere interiore, erano sempre molto carine con me, affettuose,tutte molto giovani, tranne Suor Carmela e suor Natalina le uniche due anziane superstiti al vecchio ordine monasteriale di clausura. Col passare del tempo scoprii che tutte prima di prendere i voti avevano avuto passati difficoltosi più o meno come il mio.
La mia vita era fatta di preghiera e studio, a quest’ultimo dedicavo molte ore della giornata, attratta dalla voglia di sapere. Suor Germana,la Madre Superiore, mi fu preziosa nei suoi insegnamenti. Dopo due anni trascorsi nell’antico monastero come novizia presi i voti.-
Stavo per svenire, rimasi di sale in silenzio, evitando di esplodere in sproloqui inutili.
Nuria prese ancora fiato approcciò un lieve sorriso, non giovò ad allentare la mia tensione, poi continuò nel dire:
– Si Andrea hai capito, sono una suora… So per te è difficil comprender.-
Il mio cervello stava per scoppiare, i pochi neuroni rimasti fuggirono impazziti. “Blanca una suora? Ma come?”
Comprendendo il mio stato d’ animo, mi prese la mano tra le sue, la strinse forte cercando di tranquillizzarmi, aveva il volto pallido e lo sguardo fiero di una che aveva gettato all’aria delle scomode verità liberandosi di un ingombrante peso.
– Sono passati più di dieci anni da quando ho preso i voti,nel frattempo mi sono laureata in pischiatria pedagogica, sono anche un medico, nel convento abbiamo creato un centro di accoglienza per ragazze madri vittime di violenze, droga, alcol e un piccolo ospedale per bambini sieropositivi e con altre malattie virali contagiose; ci occupiamo del loro recupero cercando di curarli, dandogli un parvenza di vita normale, escludendoli dalle ipocrisie e dalle vergognose indifferenze della gente.
Suor Germana è la pioniera, il faro, io sono divenuta la sua collaboratrice più fidata. Tutto ciò è stato realizzato con sforzi enormi, purtroppo non siamo riconosciuti dallo stato come una struttura sanitaria ufficiale, la dittatura Franchista è ancora viva, le sue miserie e leggi inadeguate marcano ancora l’acerba democrazia. Tutta la struttura si regge solo con l’aiuto di persone generose con donazioni di importanti somme di denaro. Oggi contiamo tredici ragazze ospiti e ventuno bambini in degenza, a far fronte a questo enorme impegno siamo solo in dieci, anche il clero non nega ostilità, la figura della Madre Superiora non è ben vista dalle alte sfere episcopali, siamo come dire un convento di frontiera, noi consorelle siamo definite delle povere illuse, paladine della speranza perduta, combattere l’aids e come andare contro i mulini a vento secondo il loro sacro erudire.
Ero catatonico;pensavo di capire ma non credevo a quelle che le mie orecchie stavano udendo da blanca, che poi non era blanca ma Nuria, che non era una puttana ma una suora e anche un dottore, per certo la donna di cui mi ero innamorato, Madonna che caos… Non elaboravo più niente, avevo solo voglia di bere fino a ubriacarmi, di non pensare, così da sfuggire a quell’incubo, fumavo in continuazione.
Nuria mi carezzò i capelli e dolce disse:
– My povero chico, ti ho sconvolto la vita, pensi non sia vero nulla, non ti fidi di me vero? Va via salvati da me. A quelle sue parole ebbi l’impulso di baciarla come avevo fatto fino a poco prima, un strano pudore si impadronì di me, non la baciai e dissi con fatica:
– Non vado via, rimango qui con te. Spiegami come mai sei venuta in Italia? Perchè sei tornata a prostituirti? cosa è successo?-
Ora sono Caterina, Suor Caterina. Quando si prendono i voti si abbandona il nome di battesimo.
Stavo per svenire volevo veramente ubriacarmi, cazzo! Non capivo più nulla.
Nuria, “Suor Caterina” preseguì nel suo racconto:
– Le cose anche se costellate da difficoltà non andavano così male, mi sentivo una persona migliore, finalmente ero una luce che donava speranza ai deboli.
Il faro guida era comunque sempre Suor Germana, purtroppo sei mesi fa ha contratto una malattia molto rara, un virus sconosciuto ha attaccato le cellule come bruciandole, sta molto male, ha bisogno di cure costosissime, deve essere sottoposta ad un trapianto al fegato e al pancreas da esiguire in America. Per affrontare tutto ciò occorono circa cinquanta milioni delle vostre lire, in convento ne abbiamo raccolti solo venti, ne mancano trenta, devono essere trovati entro il dieci settembre, mancano pochi giorni, se non si raggiunge la somma perderebbe la priorità dell’intervento. Non sapendo più cosa inventarmi decisi di giocare l’ultima carta, dalla Spagna mi sono recata in Vaticano per cercare aiuto, ho parlato con alti prelati, ho richiesto un’ udienza anche al Papa, non l’ho avuta, incontrato molte Eminenze, interminabili attese davanti ai pomposi palazzi, speranze, illussioni, l’unico risultato ottenuto essere trattata con finta cortesia, un mare di promesse, Nada de Nada non sono riuscita a cavare un ragno da un buco.-
Seguivo il suo racconto frastornato.
Sconfitta, decisi di tornare in Monastero. Alla stazione Termini di Roma casualmente ascoltai dei discorsi in porteghese da alcune ragazze brasiliane, erano insieme a due trans, facevano la vita. Parlavano con enfasi di una tale strada bonifica in Abruzzo, affermavano che quello era il posto giusto per lavorare, pochi controlli di polizia e soldi facili, era piena di clienti. Un’idea gravosa s’imposessò di me, la realizzai in pochi minuti, non andai in Spagna, mi svestii dell’abito talare, rimisi i panni di Blanca la puttana.
In tre mesi ho recuperato circa venti milioni, non bastano. Sono a pezzi, lercia, sfinita logora dentro. Per fortuna ti ho conosciuto, mi hai dato il coragggio per andare avanti, quando ci siamo incontrati ero sul punto di crollare , purtroppo il cuore è andato per conto proprio, mi sono innamorata di te.
Prego molto lo sai, non so se nostro signore mi ascolta. Sono confusa. Ho bisogno di aiuto ma non posso pretenderlo da te, stò invocando una cosa che non puoi darmi tu hai fatto molto per me, in cambio io ti ho rovinato la vita.
Suor Caterina pianse. Cercai di darmi tono scrollandomi di dosso l’allucinante storia, resettandomi dissi:
– Vorrei aiutarti ma non so come, ebbi una scatto furibondo gonfio di rabbia, mi sentivo preso in giro, detti dei calci a un secchio pieno d’acqua esplodendo in un vociare fastidioso: Cazzo! Porca miseria Blanca potevi dirmele prima tutte queste cose.-
Come un bambino a cui era stato rubato il giocattolo continuai nel lamento:
– Non conto mai un cazzo per nessuno, ma va a fanculo tu, blanca, Nura e Suor Caterina.-
Salii in macchina, andai via schiumando rabbia risentito,in quel momento non potevo perdonarla ero accecato dall’ira. Arrivai a casa esausto, mia madre vedendomi mi accolse con un sorriso dandomi il ben tornato:
– Ciao come stai ? Come sono andate le vacanze?
Immediata constatò che ero scuro in volto e chiese ancora:
-c’è qualcosa che non va?-
-No mamma tutto a posto, sono stato bene, sono solo un pò stanco.-
Chiesi notizie di mio padre e tagliando corto presi le scale per salire al piano superiore.Continuando nel parlare:
– ora faccio una doccia poi riposo un pò, ci vediamo per cena.-
Ah Andrea ha telefonato decine di volte quella ragazza, Chiara, dice che ti deve parlare urgentemente, ha detto di telefonarle.-
Sbalordito pensai “Chiara??? Cazzo vuole? Che me ne frega, ora vado a letto poi vedrò.”
Non feci neanche la doccia, il mio cervello aveva superato il punto di non ritorno, era lì per esplodere. Fortunamente sprofondai in un sonno protettivo.

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