Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Archivio per aprile, 2012

Conosco un posto nel mio cuore

Conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento per i tuoi pochi anni per i miei che sono cento.

Fogli di vecchi giornali sospinti dal vento caldo danzavano nel vuoto, il sole come un maniscalco picchiava sodo sulla piazza deserta in quel giorno di fine giugno. Ero seduto sul muretto davanti alla chiesa, le gambe a penzoloni, pensavo. Dall’osteria scorgevo due sagome, erano quelle del compare Pascale e zi beddu, infervorati nell’ennesima partita a briscola bevevano vino, da loro udivo risate ed imprecazioni. Sui muri scalcinati, affissi dozzine di manifesti, raffiguranti il volto sorridente di Angelo Macaluso, vistoso spiccava lo scudo crociato della Democrazia Cristiana, le elezioni comunali si erano appena tenute, Don Angelo come veniva chiamato in riverente rispetto si era riconfermato ancora una volta sindaco. A me non era simpatico gli imputavo la colpa di non creare posti di lavori così da far partire tutti i miei amici per seguire i propri padri in migrazione verso altri luoghi, inoltre quando l’incontravo emanava un odore ripugnante, acre, di frutta marcia, per farla breve quel personaggio non mi piaceva affatto. Altro non c’era in quel posto, il vuoto,il sole,la polvere, il vento. Un mistico silenzio avvolgeva di tristezza quel paese marcato da uno stato di disfatta permanente.
Ero sconsolato, la corriera per Reggio Calabria era partita da poco, si era portata via Filippuzzo e Tano due miei amici anche loro sarebbero andati a vivere a Torino dove insieme alle madri si ricongiungevano con i propri padri, emigrati già da tempo avendo trovato lavoro come operai alla Fiat, una grande fabbrica di automobili. Stavo rimanendo solo, il paese si stava svuotando in un lento inesorabile esodo. Non avevo quasi più amici, non sapevo più con chi giocare, per un bambino di undici anni non avere compagni con cui stare è un reato, un enorme costrizione, frustrante inventarsi dei giochi in solitudine. In quel luogo stavano rimanendo soltanto i vecchi.
Mio padre possedeva un camion,trasportava pomodori al nord, sosteneva che non si sarebbe mai spostato, la sua vita e quella della sua famiglia era lì nella sua terra, lì avrebbe lavorato, cresciuto ed educato i figli, lì sarebbe morto.
La mia maestra Elda alla fine dell’anno scolastico comunicò che la scuola sarebbe stata chiusa per mancanza di scolari, il prossimo anno sarei dovuto andare a Paola per proseguire gli studi, difficilmente avrei avuto ancora lei come insegnante, mi dispiaceva. Elda era una signora non più tanto giovane, una brava persona, una buona insegnante, mi voleva bene.
Avevo il morale sotto le scarpe, mia madre era a casa faceva anche la sarta, Ninuzzo mio fratello più grande di me di molti anni in quel periodo era militare a Genova.
Avevo voglia di piangere, pensavo a tutti i miei amici, alle partite di pallone sulla piazza, i giochi con le biglie, le scorribande nei campi, al fiume a quanto ci divertivamo, tutto finito; quasi tutti trasferiti a Torino, odiavo quella città che non conoscevo, l’avrei bruciata così come il mio dannato paese. Depresso perso nella mia triste rabbia all’improvviso dal fondo della strada vidi sollevarsi una nuvola di polvere, d’istinto scattai in piedi sul muretto per vedere meglio, per un attimo m’ illusi fosse la corriera che tornava indietro riportando i miei amici, non era così.
La sagoma di un camioncino color rosa prese corpo, il buffo veicolo aveva coni di gelato disegnati sulle fiancate. Arrivato al centro della piazza si fermò, scese un uomo vestito tutto di bianco, portava un beretto con la visiera, pareva un capitano di quelle grandi navi che vedevo in fotografia sui libri. Aprì la sponda da un lato del camioncino e come per incanto apparirono tanti colori, gusti di gelato. L’uomo prese in mano un megafono, si tolse il cappello, col palmo della mano si asciugò il sudore dalla fronte, rimise il capello, prese fiato e portandosi il megafono alla bocca con voce tagliante inviò il suo messaggio:
– Gelati, gelati, signore e signori, bambini, venite a provare i nuovi gusti, pistacchio, amerena, caffè, crema, tanti gusti tutti buoni, freschi, nutrienti, da oggi ogni giovedì sarò qui per voi, GELATIIIII, GELATAIOOOO.-
Qualche anta di persiana si schiuse, qualche testa fece capolino dai vicoli di quel paese fantasma. Saltai giù dal muretto timidamente mi avvicinai a quella novità. Il signore vestito da marinaio vedendomi disse:
-Bambino, vieni il primo gelato è per te, è gratis, dai coraggio avvicinati –
Intimorito mi accostai a quello strano carrozzone carico di tutto quel ben di Dio.
-Quali gusti vuoi?- Disse con simpatia l’uomo:
-Non lo sò- balbettai confuso:
-Non lo sai? allora scelgo io per te; pistacchio e crema vanno bene?-
Senza aspettare la risposta affondò la paletta in quelle creme colorate. Nel frattempo diverse persone compresi compare Pascale e zi beddu avevano fatto capannello davanti al baldacchino. Il mio gelato era grande, emozionato inziai a leccarlo. Il gelataio elargiva sorrisi chiedendo ai nuovi clienti con grande cortesia quali gusti e di che prezzo volessero il gelato, trenta lire, cinquanta, cento lire, in un attimo ne vendette diversi; in un paese dove non succedeva mai nulla l’arrivo di quel personaggio fu un evento colossale.
Ricordo fu il gelato più buono che avessi mai mangiato fin allora, resterà il più buono della mia vita. Gustavo il prezioso dono con avida golosità, di colpo la malinconia scivolò via dalla mia giornata, ero tornato ad essere sereno, avvertivo che Dio si era ricordato di me. Mentre camminavo uno strombazzo allegro di clacson attirò la mia attenzione, il gelataio a bordo del camioncino rosa se ne stava andando sbracciandosi dal finestrino urlò:
– Ciao picciriddù, a giovedi prossimo.-
Alzai la mano, lo salutai felice.
Da quel giorno aspettavo il giovedì con ansia contanto le ore e i minuti.
Dopo poco tempo Alfio ed io divenimmo amici, così si chiamava l’uomo dei gelati, iniziai ad andare con lui anche in altri paesi, ero una sorta di assistente, gli affari non gli andavano male, certo non s’arricchiva con quel lavoro però gli consentiva di vivere decorosamente. Alfio era una persona eccezionale di una bontà unica, nelle giornate trascorse insieme lui parlava di molte cose, grazie ai suoi ragionamente capii cosa significasse amare la propria terra, non fuggire, cosa fosse la mafia, la drangheta che a quei tempi pochi sapevano cosa fosse. Mi spiegava il significato soprattutto della parola libertà, essere uomini liberi sosteneva il capitano, lo chiamavo affettuosamente così, non era un gioco da ragazzi anzi. Parlava di libri, di scrittori, poeti. Grazie a lui ho conosciuto Herman Hesse, ho apprezzato le poesie di Neruda e molto altro, anche lui ne scriveva, a me piacevano erano molto belle. Alfio era comunista ma un comunista buono, non uno di quelli che mangiava i bambini, come Don Carmelo sosteneva nell’omelie nella santa messa domenicale, ammiccandosi in tacita complicità con Don Angeluzzo Macaluso sindaco del paese. Quei giovedì con Alfio colmarono di senso la mia vita, portandomi ad amare il sud italia la mia terra in maniera viscerale, questo è uno dei motivi per cui non sono mai partito. No, io sono rimasto qui, come voleva mio padre, morto bruciato nel suo camion, glielo incendiarono diversi anni fa mentre ci dormiva dentro durante una pausa da uno dei suoi tanti viaggi. Uomo coraggioso si rifiutava di pagare il pizzo alle organizzazioni mafiose. Anche Alfio, sparì non lo vidi più venire in paese aspettai quei giovedì inutilmente. Solamente tempo dopo seppi che era morto d’infarto durante una manifestazione politica a Reggio Calabria, non ho mai creduto a questa versione data dalla polizia, troppo circostanze strane condirono quella giornata di protesta. Ho cercato di onorare la loro memoria rimanendo qui in queste terre aride, povere, sature di miserie e indifferenza dove giustizia non esiste, abbandonate dallo stato e anche da Dio come Carlo Levi disse intolando il suo libro “Cristo si è fermato ad Eboli.”
Con sacrificio ho fondato un’azienda, produco insaccati tipici, esporto in tutto il mondo dando lavoro a più di cinquanta persone, anche i miei figli ne fanno parte. Le cose non sono facili, la strada è irta di difficoltà.
Oggi sono in questa sala imponente al palazzo della regione; tra poco sarò nominato cavaliere del lavoro, un’alta onoreficenza. Mi stanno chiamando è il mio turno, muovo i passi sono al centro della sala frastornato dagli applausi scroscianti dei presenti, davanti a me alte cariche delle istituzioni, c’è anche il sottosegretario alle politiche produttive, poi il presidente della Regione Calabria, quello della Provincia di Reggio e altri politici più o meno noti. Sono teso ma deciso, non ho paura, prima di essere nominato di tale onoreficenza chiedo mi venga data la parola.
Signori scusate vi rubo soltanto pochi attimi del vostro prezioso tempo:
– Mi Chiamo Michele Angiò sono nato il 13 marzo del millenovecentocinquantasei voglio leggere soltanto una breve poesia scritta da un amico,un grande uomo,per me maestro di vita poi ve la donerò insieme ad una soppressata fiore all’occhiello della produzione della nostra azienda, questi due ragazzi qui vicino sono i miei figli-
All’ improvviso la sala si vela di sconcerto, evidenziato nettamente sui volti degli interlocutori, senza altre titubanze leggo:

A voi signori

Intriso di polvere e sudore
vivo
osservo
vi scruto
non ho dubbi
siete voi i giusti
i nobili i signori del sapere
voi possedete il potere
voi dottori di legge e di giustizia
ma di quale giustizia cianciate?
frottole!
Vili siete soltanto vili
faccie pulite di bronzo ornate
mani macchiate di sangue non vostro
sangue povero indelebile nel mio cuore
vi adorno
vorrei ma non posso
aspetto il gran giorno
il vento soffierà
il marciume spazzerà
nessuno di voi si sarà accorto
nessuna traccia
nessun ricordo
solo scadente letame per l’orto

Alfio Terrino
gelataio poeta e contadino

Un manto di silenzio, un’apocalisse.
Volti sempre più costernati, stupore, imbarazzo, guardo tutte queste persone in faccia fissandole negli occhi una ad una, i loro sorrisi di circostanza ingoiati nelle trance delle parole di Alfio recitate da me.
Al tavolo dell’autorità poggio la soppressata e la poesia
-Questo è il dono, mio, dei miei figli, di Alfio e di tutta quella brava gente che lavora ogni giorno onestamente.
Rifiuto la vostra onoreficenza a me non interessa.
Perchè? Perchè mi è stato ucciso un padre, si rifiutava di pagare il pizzo come stò facendo io, avete promesso protezione poi l’avete negata, sono tartassato da controlli,
Guardia di finanza, ufficio entrate, sono stato multato, minacciato, osteggiato in ogni modo mettendo in seria difficoltà la mia attività. Non mi sono arreso e non ho intenzione di farlo oggi e così faranno i miei figli.
Da questa terra non me andrò mai.
Solo Dio saprà quendo è l’ora, il mio Dio non il vostro, non quello delle mafie dei corrotti, quello per me non esiste. Grazie di cuore, grazie di tutto ma sento veramente di non poter accettare tanto onore.-
Guardo i miei figli li prendo sotto braccio e dico loro -ANDIAMO QUI NON CE’PIU’ NULLA DA DIRE.
finalmente fuori respiro a pieni polmoni la brezza che viene dal mare, aria buona pulita aria di terra mia.

Cè un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento per i vostri pochi anni per i miei che sono Cento.

Dedicata a chi ha ancora una speranza, a chi crede che questa nazione sia una Republica fondata sul lavoro, a chi è onesto
BUON PRIMO MAGGIO

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acquerelli

acquerelli falciati dal vento
mossi sospiri

orme di futuro impresse nella sabbia ramata
mai stanco mai stufo di osservare quei colori
la vita gli amori

stordisco guardando l’infinito
perso negli occhi di una speranza svanita

aggiungo il peso dei miei anni
la sofferenza di un figlio perduto

io zingaro col cuore infranto
girovago nelle radici dell’uomo
cerco il mio tempo

echi lontani di libertà
fugaci attimi di felicità

A chi pensa che il viaggio sia infinito.

NE’ CARNE NE’ PESCE

nessun giro di parole
assolutamente no
sono un misero piatto d’avanzi
della cena della sera prima
abbandonato inutile
in un banale stupido frigo
qualcuno mi verrà a cercare?
aspetto
mi mangerà?
o mi scaraventerà nella spazzatura?
quale sarà la mia sorte?
mi interessa?
vi interessa?
a chi interessa di me?
né carne nè pesce
cosa sono?
meglio cosa sono diventato
chi ha avuto il piacere?
perchè annaspo al freddo della mia lacera esistenza
soprattutto chi mi ha messo nel frigo?
non ho scampo
la mia fine è segnata
se devo scegliere
nei rifiuti preferisco finire
si preferisco
davvero
potrei ancora farcela
ancora una volta
l’ennesima volta
l’ultima volta

RESISTERE SEMPRE
BUON 25 APRILE

Devo vivere “una lettera che non vorrò mai scrivere”

Sono chiuso in questa stanza da giorni, espio le mie pene, il mio non vivere il terrore nell’affrontare la realtà, mi sono dimostrato indegno, un codardo. Solo la luce della candela illumina la piccola stanza. Pagine di diario ingrigite giacciono morte. Vecchie fotografie in bianco e nero ritraggono me adolescente, spensierato, forse non lo sono mai stato. Vedo mia madre austera in quel suo tajer blu scuro, la mia prima comunione, ridicolo con quel fiocchetto pendulo dal colletto della camicia, le mie sorelle con abiti a dir poco buffi, oggi tornati di gran moda. Il sorriso bonario di mio padre, mio zio in divisa, orgoglioso maresciallo dell’esercito italiano, spulcio tra le sue lettere, storie di donne, d’amore, incanti di altri tempi, di altri continenti, rubate al suo non tanto nascosto archivio. Polvere sulle pagine bianche,su fogli scarabocchiati sui libri: Cent’anni di solitudine, Marquez, Fabio Volo, Andrea De Carlo, Giobbe Covatta, La casa degli spiriti, Tolstoj, Verga,Il giardino dei finzi contini, Honeré De Balzac, di tutto di più. I fumetti: il Monello, l’Intrepido, Zagor, Tex, Bonelli, Topolino, Andrea Pazienza. Matite, penne, colori opachi, tutto dentro, arruffato in questo ambiente buio. Molte foto, troppe parole, tanto di tutto di quel poco che rimane, poi il niente. Cosa ci faccio chiuso qui tra queste quattro mura? Ho paura di uscire, di fingere a continuare questa inutile farsa chiamata vita. Non lavoro più, non sopporto il mio capo l’ambiente in genere, la sveglia ossessiva che si ostina a trillare tutte le mattine. Non vedo più mia moglie, i miei figli. Sono vittima di me stesso, lo pisichiatra sostiene che questo mio rifiuto alla vita è tecnicamente definito disturbo dell’umore, forma patologica di depressione acuta. Cosa cazzo é un disturbo dell’umore? Sono esaurito punto e basta. Perché sono ridotto così? Non mangio o meglio ci sono giorni in cui mi abbuffo altri in cui non mangio nulla. Vorrei bere fino a stordirmi non lo faccio, mi trattengo. Fumo tanto si, questo si, il mio vecchio amico sigaro toscano mi aiuta facendomi compagnia. Sono contorto inerme, stipato in questa soffitta come un logoro attrezzo inutile. Bestemmio sotto voce, impreco mi maledico, sono stanco, annoiato. Perchè continuo a cadere in questo enorme vuoto? Sono in caduta libera, ho il paracadute, ma nulla, tiro inutilmente le cordine, non si apre, così continuo a precipitare per chilometri,volteggiando nel vortice, non trovo mai il suolo, non mi schianto, perchè? Vorrei tanto. Cosa è successo in me alla mia vita? Cosa? Tutto sembrava andasse bene, moglie perfetta, diciamo normale. Brava donna non mi ha mai tradito, almeno penso, è stata sempre attenta a governare salvaguardando l’egemonia familiare. Sicuramente una brava madre ha tirato su Luca e Carlo stupendamente, due bravi ragazzi. Carlo si è anche sposato con Samira una ragazza Tunisina, a casa ora vengono poco. Samira prima dolce ed affettuosa, poi si è rivelata un tantino mussulmana il suo credo, la sua famiglia, la cultura islamica, la religione. Il padre ossesionato nel suo pensiero “l’occidente è immorale,” poi i razzisti siamo noi! Perchè non stanno a casa loro?Adesso il razzista sono io, sbaglio sempre. Sara mia moglie di questa situazione soffre ma fa buon viso a cattivo gioco. Luca, invece è tranquillo non è neanche fidanzato, lavora, è un finanziere, ora è molto impegnato turni doppi controlli a tappeto a bar, ristoranti, negozi in genere, stress su stress. Lui afferma, questo governo è una vera è propria rottura di coglioni. Un giorno mi disse: -Sai Papà mi tocca cambiare macchina con quello che costa la benzina non riesco piu a mantenere il Porsche.- “Ah si! Hai il Porsche?” -Si, non lo sapevi?- “No, ma fa nulla. Scusa Luca quanto guadagni?”
-Compreso gli straordinari 1800 euro al mese.-
“Comunque è uno buono stipendio, ma prima che la benzina aumentasse mantenere il Porsche non era comunque facile, come facevi?”
Fece spalluccie e si mise a giocare con il suo nuovo tablet.
Mio fratello è pieno di debiti, ha un ristorante, per anni non ci siamo parlati, gli ho prestato centomila euro dieci anni fa, non me li ha mai restituiti, in compenso giustifica sua moglie che nonostante non abbia più soldi si gioca tutto al casinò, sicuramente per mantenere i suoi vizi esercita anche; come dire fa la escort, insomma la puttana via, Santa donna. Forse la mia depressione è causata da tutto ciò? Non credo, queste sono vicende usuali capitano a tutti. Allora perchè ho paura? Perchè non posso sentire rumore, ascoltare musica? Mi piaceva tanto guardare la tv, andare al cinema al teatro,fare passeggiate al mare, perchè? Cosa ho che non va? Sono un giocattolo rotto, non sono più in garanzia, il mio destino è di finire qui chiuso in questa tetra stanza, vittima del mio malessere,delle mie illussioni, di quello che avrei voluto essere e non sono riuscito. Potevo fare di più? Dovevo fare di più. Nella mia vita ho dato spazio spesso ai sogni di avere una decente libertà mentale, cercando di non farmi intrappolare in canonici schemi, per questo penso di essere stato misurato, non invadendo i territori altrui, gli altri hanno invaso i miei. La mia discrezione non è servita a nulla, ho sbagliato tutto, ciò mi ha condotto in questo vicolo senza uscita. I miei amici non hanno mai concepito la normalità banale, sono felici? Non credo, vivono barcamenandosi nel quotidiano tran tran, fingono. I colleghi…oddio! Meglio non parlarne, esseri piccoli, per carità brave persone lievemente squallidi, italiani medi troppo medi. Chi sono per giudicare? Nessuno. Infatti non giudico, sono triste, vorrei che tutto questo non fosse mai accaduto. Ora è troppo tardi, sono intrappolato, ma in cosa? lo so? Certo che lo so! Sono prigioniero della mia paura, di essere me stesso, cazzo che scoperta, chi non l’ho è? Solo quelli senza scrupoli, i folli, gli indifferenti a tutti i costi, i politici, no loro non hanno paura chi per un motivo chi per un altro vivono incosapevoli, non seguono la reale striscia di vita, seminano puntini a casaccio, riempiono il loro tempo di punti esclamativi mai di interrogativi. Io per mia sfortuna non sono né folle né politico e non riesco neanche ad essere indifferente e mai lo sarò, ho solo una fottuta paura, per questo sono perso nel mio arrovellare dietro kafkiane riflessioni, pudori genetici, difendo la mia dignità ho anche rimasugli ideologici, molti ignorano questo termine, ideologia e cos’è? Generazione del cazzo; potevo nascere in un altra era, no questa mi tocca. Comunque alla fine della giostra posso solo considerare di essere già stufo. Ma che dico? Sto già cadendo nel tranello, parto con il piede sbagliato, devo stare ATTENTO molto ATTENTO.

Mi chiamerò Pietro, vedo già la luce al di la del cavernoso cunicolo, sono pronto,loro conoscono il mio futuro, dicono sia già segnato. Io farò di tutto per cambiarlo, non potrò esimermi soltanto dalla morte, per il resto mi batterò, lotterò con tutto me stesso non regalerò nulla al caso, finchè tutto vada come voglio io. Ecco è l’ora tocca a me. Mi scuserete ma devo andare, devo nascere….. Devo vivere.

io pilato

Lo riconobbi vestito nella spoglia tunica
spigolosi i sassi
incerti i suoi passi
cadeva
il sole adombrava
fumose nubi scurivano
squarci di tenebra
orde di folle impazzite urlavano imprecavano schernivano
donne piangevano
io non credevo
un giudeo
il re
un calvario
una croce
un uomo una smorfia il suo sorriso
la sua fede
la loro salvezza
sporco nel cuore
con le mani pulite
non giudicai
non impedii
sono morto nel lago della vergogna
non riposo
nessuno mi ha giudicato
sono sprofondato nell’oblio senza fine
guardo le mie mani
in eterno
sterili bianche
l’invisibile nulla

BUONA PASQUA A VOI TUTTI
Nazzareno

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