Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Archivio per novembre, 2012

Il pescatore

Roma
Sabato 10 novembre ore 14,00
“Mi chiamo Pietro Tarantino, ho ventotto anni, sono nato a Scalea in provincia di Cosenza. Chiuso in questo bagno, aspiro boccate profonde dell’ennesima sigaretta, solo il rumore dello sciacquone mi fa ricordare che purtroppo devo andare.”
“Sono Fabrizio ho venticinque anni, sono all’ultimo anno d’architettura, insieme a me, Gioele e Spider, ci stiamo facendo una canna, non ho voglia di andare e forse non ci vado.”
“Sono Gennaro, sono nato a Pompei il due luglio del 1954. Tra due anni sarò in pensione non vedo l’ ora, dovevo già esserci, con tutte queste riforme mi hanno fregato tre anni.  Pensare  che una volta molti miei colleghi ci andavano con quindici anni di servizio. Ora sono dannato davanti a questo computer, il telefono è muto, da lui aspetto un segnale e spero non arrivi mai.”
Armando cinquantanove anni. “Vengo definito un esodato, termine a me sconosciuto, finché non lo sono divenuto. Arrotolato sotto il braccio uno striscione, stampate delle sigle, non mi appartengono più. Non sono solo, siamo in tanti, venuti in bus da Torino, ci siamo sciroppati quasi settecento chilometri per essere qui; per ottenere cosa? E’ giusto esserci? Non lo so.”
“Mi chiamo Donato, sono con Palma, lei ha ventidue anni, quattro più dei miei. Siamo abruzzesi, siamo qui per divertirci, poi lei mi ha promesso se l’ accompagnavo, facevamo l’amore. Goduria!”
“Sono Diego Loviso, matricola 12-12-443. I blindati hanno il motore acceso, i piloti sono al loro posto. Impaziente aspetto i ragazzi, oggi ci sarà un bel casino, quei bastardi avranno pane per i loro denti.”
Raffy, Carla, Chicca e Cico. “Noi siamo studentesse liceali,  qui per difendere il nostro futuro. Cico ci fa compagnia tra una pisciatina e l’altra, non credo oggi abbia molto da dire, forse da abbaiare, è un bassotto.”
Dal panettiere, Rossana casalinga quarantenne, perennemente insoddisfatta. “Sono stufa, ecco compro il pane, poi non ho soldi neanche per le sigarette, che vita è la mia? Ma tutta sta gente da dove sbuca? Cosa succede oggi?”
Marcello Diamanti vice questore aggiunto; “bestemmio, inveisco contro questi stronzi, non capiscono un cazzo, prima danno degli ordini poi li rinnegano; mio figlio è all’ospedale con la febbre alta e io devo stare qui a rompermi il cazzo con questa masnada d’incompetenti.”
Francesco:
– Gina io abbasso la serranda, tanto oggi qui sarà un inferno , non incasseremo manco un euro e va finire come l’ultima volta, ci rompono la vetrata così è davvero tutta una rimessa.-
-Fai un po’ tu… Tanto la colpa di tutto questo è di Berlusconi e pure tua che l’hai votato.-
-Va be, va be…. a parte Il Berlusca si è dimesso, poi è inutile ragionare con te, manco ce vieni a votà, l’unica volta sei venuta, hai votato Ridge di beautiful sulla lista di Rifondazione. Ma va, va. Io allora abbasso?-
-Va bè Francè abbassa; però adesso statte zitto, sto a vedè Maria; mo’viene il più bello, Antonio della squadra dei bianchi canta il suo cavallo di battaglia:-
-Il cavallo di che??? A Gina… Ma va fanculo.-
“Ahooo semo tanti, semo pronti? Siiiiii. Allora annamo, dovemo beccà le zecche, meglio quelle romaniste, così gli spacchiamo il culo a sta banda di froci e lesbiche. NOI semo li meglio:”
-Cricco hai preparato le molotov?… Ok?  Sì! Allora annamo. Lazio Uber alles, Sigh heil, facemo casino roppemo tutto, a morte gli ebrei, viva il fascio.-
-Ahoo… Ma semo sicuri che sembramo comunisti?-
Emma affacciata alla finestra:- Antò sbrigati mi raccomando non ti fermare alle bocce, ci sta la manifestazione, stanno a partì; fai fare i bisogni a Susi e torna subito a casa, è pericoloso:-
-Si,si non te preoccupà, torno subito, stai tranquilla.-
Il pensiero di Antonio contraddì il suo dire; “due palle, questa scassa da quarant’anni e ancora non è stufa. Va be che devo fa? Oramai me le devo tenè.”
-Dai Susi, andiamo bella.-

Nel chiuso di una stanza.
“Dai fate pippà pure a me, scansateve.”
“Non rompere i marroni, aspetta il tuo turno.”
“Cazzo Silvano, quante pasticche ti sei preso?”
“Che minchia ne so? Oggi so che devo essere al top.”
“Dai sbrigamoce tra poco ci chiamano, forse non succede. Magari no, Speriamo di si. Chissà….”

Questura di Roma Ore 14,30

“Forza… correre, correre, veloci, dai, dai, andare, salire. Blindato uno partire, blindato due via, tre, quattro….. Via, via, partire; blindato venti partire.” Fumo e rumore scompaiono insieme ai mezzi, la carraia si chiude.
Il piantone chiede: -Ispettore chi è che comanda le operazioni sul posto?-
-Quel bastardo di Loviso- è la perentoria risposta, che Dio ci benedica il pensiero del piantone.

ROMA piazza della Repubblica ore 15,00

Tutto è pronto; in un mare di folla il corteo prende forma. Un mondo di colori, di rumore. Rassegnazione e la voglia di sperare in uno stato migliore si avviluppano. Vivere non fuggire. Illudersi in un futuro meno plumbeo non è reato. Capeggiano il corteo qualche sparuta fascia tricolore, pomposi sindacalisti, associazioni di qua, associazioni di là. Leader politici; (rossi rossi,) rossi scoloriti, rossi spenti, antichi crociati, progressisti, moderati e parassiti vari.
Nel nome di libertà e democrazia, bandiere al vento e slogan come una grassa anaconda il popolo inizia a snodare nel viale, accompagnato da una misurata allegria.
Gino, cassaintegrato. Terni acciaierie, Manifatture Val di Sangro, mobilitati. Patrizio Nadia Francesca\o Marino Pasquale ect ect ect ect……….. disoccupati.
Pensieri discorsi e preoccupazioni sparse. Un mirabolante emisfero.

Roma via Nazionale ore 15,15

Stefania, Rosa, Manuela. Infermiere hanno appena finito il loro turno di lavoro:
-Hai visto quanta gente?- -Mamma mia! Proprio tanta; perché non ci uniamo anche noi.-
-No, Stefania è impossibile, i ragazzi sono a casa, mi aspettano.-Manuela sostiene con tono incerto.
-Io devo andare a fare la spesa.- Soggiunge Rosa
-Oh via ragazze, è dai tempi della scuola che non partecipo ad una manifestazione. Vi ricordate quando scendevamo in piazza a protestare? Quanto eravamo belle.- Si, soprattutto giovani, fu la replica dell’altre due. Stefania insiste:- Andiamo ragazze, via, una passeggiatina ci farà bene; magari buttiamo giù qualche grammo di grasso.-

Rosa, Manuela,  sono convinte; “ma si andiamo cosa vorrà succedere?” Felici: “Tremate, tremate, le streghe son tornate.”

Placida la scia umana avanza.

Roma un palazzo di potere ore 15,16

Ombre nelle ombre. Tendaggi grevi, abiti blu, discorsi smorzati; misteri e tradimenti. Qualcuno afferma… nervosismo… la decisione.

Marcello Diamanti, vice questore aggiunto:
– Pronto… Mi dica signore… Siamo sicuri? No dottore, non contraddico, eseguo immediatamente… Mi scusi, il Signor Questore è lì con voi? Bene ho capito. Lo faccio subito.-
Telefono ancora in mano, la rabbia esplode. Pensieri ad alta voce “stronzi maledetti, a che cazzo serve tutto questo? Non lo capisco proprio, finché non ci scappa il morto questi bastardi non sono contenti.” Compone immediato un numero telefonico.

Ciò volevo non accadesse, sta accadendo, il telefono sbagliato squilla; rispondo è l’ordine. Gennaro chiude la chiamata, affogato da un pensiero “maledetti” dà ancora un’ occhiata allo schermo del pc, vede il corteo procedere pacifico nessuna turbolenza, si chiede ancora il perché di quell’ordine. Resetta il da farsi; urla:
-Scasazza; Fai uscire quei dannati dei nuclei:-
-E’sicuro ispettore?-
– Purtroppo si; l’ordine è arrivato:-
-Va bene, ora li vado ad avvertire.-
Scasazza bussa ad una porta, entra. Dandosi tono tuona:
-Ragazzi dovete andare tocca a voi. Sapete cosa dovete fare,Vero? Niente pistole, niente distintivi, siete gente comune, infiltrati. Ok?-
Gli agenti del nucleo speciale ammainano i sorrisi impressi fino a quel momento nei volti, qualcuno velocemente incarta della stagnola, chi pulisce alla meglio il piano del tavolo da residui di polvere bianca.
Silvano dice a Pietro “annamoce a divertì;” non c’è risposta.

Roma via Nazionale ore 15,30

La variegata onda umana scivola, speranza e cori di protesta, nessuna violenza.
All’improvviso urla, concitazione; cassonetti dell’immondizia bruciano, fumo, stupore, fiamme si levano al cielo, sconquasso. Cosa succede?
L’incolumità del corteo è minata i funesti presagi configurati. La testa non sa quello che succede in coda, il flusso inizia a discrepare. Brillare di elmetti riflessi su lucidi scudi; la celere si schiera; ragazzi, pensieri tumefatti, inquietudine, solo ragazzi in divisa, solo dovere, solo lavoro. Sassi, lacrimogeni minano lo scheletro della sfilata, il demone della violenza si è impadronito di quel sabato pomeriggio.
Loviso ricetrasmittente in mano impartisce comandi. Farnetica:- fermate quei bastardi di anarchici insurrezionalisti. Caricate, spezzateli.-
Rosa è sola non trova Manuela e Stefania, panico… “Perché mi sono fatta convincere?”
Rossana contava gli spicci, la sua principale preoccupazione in quel momento era acquistare le sigarette, quando è travolta da uno tsunami, cade a terra, scarpe da tennis fuggono, anfibi inseguono, manganelli che roteano. Dolore alla schiena, trambusto, “cosa succede?” Fu il suo pensiero.

Roma Piazza Venezia ore 16,30
La guerriglia urbana infuria la città è sotto tiro, auto in fiamme, vetrate in frantumi bancomat divelti. Fumo, sconfinato terrore. Sottotitoli dell’apocalisse.

Roma Piazza Bocca Della Verità ore 17,00

L’anaconda è morta come squartata. I leader defilano, nessun retorico discorso. Echi di guerra giungono, nulla è definitamente placato, sirene stridono dolore, fibrillazione, spavento. In un lavarsi di mani, giustificazioni in corso. Dense nuvole di fumo, acre odore, disorientati Susi e Cico abbaiano alla ricerca dei loro affetti guida.

Questura di Roma ore 19,00

L’ ultimo blindato fa ritorno, volti asciutti, provati, nessuna soddisfazione riga i visi, stanchezza solo voglia di riposare, di non pensare. Svuotati i celerini riconsegnano gli armamentari, eccoli gli invincibili cavalieri di giustizia tornare ad essere semplici ragazzi. Una voce fa eco su tutte:
-Per mille e duecento euro al mese cosa siamo costretti a fare.- Qualcun altro contrappone:
-per fortuna abbiamo portato a casa la pelle.-

E’notte.

Mi chiamo Pietro Tarantino ho fumato la milionesima sigaretta della giornata, tiro lo sciacquone, vado a casa. Oggi è stata l’ultima volta; nessuno più mi costringerà a provare vergogna di me, scelgo l’incerto per il certo. Nessun distintivo, niente più armi, domani respirerò quella povera brezza di mare e sarò solamente Pietro il pescatore.

OGNI RIFERIMENTO A PERSONE, COSE E FATTI REALMENTE ACCADUTE SONO DA RITENERSI PURAMENTE CASUALI.

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Il PORTIERE – capitolo ultimo- “LA PARTITA”

Dietro ad un irrequieto Aubert, i ragazzi come piccoli indiani, rientrarono in fila dentro lo spogliatoio. Ero sommerso da fogli, schemi, tatticismi vari. Alzai il capo e chiesi al mio secondo come stavano; lui scosse la testa, tradussi: “Insomma, va così così, non troppo bene.” Alzandomi in piedi, autorevolmente espletai: -Ragazzi… Adesso tocca a voi, vi comunico la formazione, mettetevi seduti. Li guardai di nuovo in faccia, poi assegnai le maglie da titolare. Rispetto allo schieramento usuale avevo apportato una sola modifica; Cristiano Pedersoli, calciatore esperto e navigato, prendeva il posto di Gustavo Holbenazer, giovane e bravo, mi aveva gratificato molto; il rendimento era stato al di sopra dell’aspettative, un buon campionato il suo. Cristiano però in quel match, assicurava più garanzie in copertura. Un cenno di dissenso rugò il volto di Gustavo, prima che io parlassi, anticipandomi espresse:
-Professore non ci sono problemi, qualunque cosa tu decidi a me va bene, spero che oggi tutti i miei compangni siano all’altezza:
-Grazie Gustavo, so di confrontarmi con un ragazzo intelligente, non allentare la tensione, mantieni alta l’adrenalina, potresti entrare in campo prima di quando ti aspetti.-
Liquidai il concetto e ripassai velocemente lo schema da attuare, raccomandai loro di giocare come fosse la finale di coppa del mondo, sottolineando sempre solo di un gioco si trattava.
Formammo un cerchio, il solito rito scaramantico e sparammo al cielo tre poderosi urrà. Guardai Guido con un cenno gli posi la domanda; “come stai?”
Sorrise e alzo il pollice verso l’alto; “ok.”
Uscii fuori, un tarlo mi rodeva lo stomaco, qualcosa non andava, è vero l’importanza del momento, la posta in palio elevata, però conoscevo bene i miei ragazzi li avevo praticamente cresciuti; cosa stonava?
Al mio amico cosa era successo?
Era giunto il momento.
Il dottor Pircher, il presidente del club, con famiglia al seguito era ad attenderli all’ uscita del tunnel. Era gasato, entusiasta, strinse la mano a tutti i giocatori, elargendo a iosa complimenti e incoraggiamenti. Quando fu il turno di Bepi, gli urlò:
-Gigante mi raccomando… Spaccali!!!-
Il gigante per nulla convinto assentì con un cenno del capo.
Bertelli chiudeva la fila:
– Forza sei il numero uno… il portiere più forte io abbia visto giocare e oggi non sarà la tua ultima partita… Vero!?-
Guido imbarazzatissimo, con lo sguardo basso, assente. Limitò il suo dire:
– Non so, non so. Comunque grazie presidente… vedremo, adesso penso solo alla giornata di oggi:-
-Perché non fai il capitano?-
-Lo fa Peter, ci tiene, lui è di qui
– Bel gesto, sei un grande… Un esempio per questi giovani; bravo.-
Bertelli arrossì in viso e starnutì un risicato grazie
-Il buon Pircher lo abbraccio ancora; nutriva una stima infinita nei suoi confronti.
Il piccolo stadio era pieno come mai lo era stato, un vulcano, eruttava calore e fragore, un colpo d’occhio fantastico. Tanti i tifosi presenti, compresa una nutrita schiera di quelli ospiti, tutti rumorosi, spontanei e colorati. i nostri campanacci tradizionali scandivano la gioia; coriandoli volteggiarono in aria, tutto era spettacolo.
I miei collaboratori ed io ci sedemmo in panchina, aspettavamo solo il calcio d’inizio.
Mi volsi verso la tribuna centrale, tra le tante facce note né focalizzai quattro del tutto ignote per nulla rassicuranti, figure losche.
Interpellai Enrico e gli chiesi:
-Chi sono quei quattro seduti al centro, sotto la famiglia del presidente? Osservatori di altre squadre?:-
-No, non credo; di osservatori e dirigenti ce ne sono molti, quelli non l’ho mai conosciuti, a me sembrano più degli avanzi di galera.-
Scossi la testa, il caos ci regnava dentro, somigliava più ad una stazione, i pensieri come treni andavano e venivano.
L’arbitro fischiò l’inizio delle ostilità; finalmente la partita.
Il Trento come previsto prese in mano il gioco, affondava cercando di rendersi subito pericoloso; in realtà non cumulò grandi occasioni da goal.
Dopo un quarto d’ora di sofferenza, una nostra iniziativa. Peter rubò palla ad un avversario, la lancio lungo in avanti, millimetricamente cadde sui piedi di Bepi, molto goffamente la controllò e come svuotato tonfò a terra moscio come un mozzarella. Irriconoscibile.
Incazzato chiesi ad Aubert, cosa avesse quel ragazzo; come al solito rispose a gesti scrollando le spalle.
Ancora il Trento all’attacco; un tiro del loro centravanti si stampò sul palo, era una palla debole, Guido rimase pietrificato al centro della porta, non accennò il minino movimento. Pensai “Mah!cazzo sta succendo.”
Ero spesso in piedi davanti alla panchina. Gesticolavo, li spronavo, nessun effetto, parevano allucinati, per fortuna non tutti, qualcuno si dava da fare. Anche Giulio di Francesco, il terzino, fino a quel giorno un pilastro difensivo, era inchiodato, legnoso, per farla breve vergognoso.
Ringraziando Dio, il primo tempo finì dando respiro all’agonia, lo zero a zero volgeva ancora a nostro favore.
Mi fiondai nello spogliatoio come una furia, inscenai un teatrino da paura. Ero imbestialito, me la presi con tutti; anche con delle incolpevoli seggiole, come un pazzo le presi a calci. Ai giocatori ne dissi di tutti i colori, fino ad offenderli pesantemente. Risultato nessuno aprì bocca, delle stallatiti.
In realtà non ero arrabbiato con l’intera squadra, in qualche modo li dovevo scuotere da quel malefico torpore.
Sapevo cosa fare; prima di rientrare in campo, chiamai in disparte Bepi, Di Francesco e Guido. Volevo… non so cosa volevo… Mi limitai nel dire:
– Ragazzi… Tutti state giocando male, oltremodo voi tre, state facendo schifo, pietà e compassione, siete ridicoli, da voi non me lo sarei mai aspettato, soprattutto da te.- Così dicendo puntai l’indice verso Guido.
I tre come se nessuno avesse parlato, si voltarono ed entrarono in campo.
Rimasi preda di uno sconcerto assoluto.
Anche io stavo facendo il mio ingresso in campo, quando di colpo mi sentii strattonare ad un braccio, sobbalzai. Era Enrico, rosso in volto, agitatissimo ansimava come un locomotore:
-Ascolta Falco, mi sono informato quei quattro in tribuna sono di Napoli, quasi sicuramente camorristi; ho telefonato ad un mio amico, lavora a Roma, al ministero degli interni, mi ha riferito che questa partita “puzza”; c’è stato un gran movimento di soldi, troppe scommesse e tutte a favore della vittoria del Trento.
“Va fanculo sti bastardi.” Questo fu il primo pensiero rivolto ai miei giocatori, mi sentivo tradito, pugnalato alle spalle.
Sugli spalti era ancora festa, dentro di me infuriava la tempesta.
Il secondo tempo iniziò, presi subite le contromisure, scelte obbligate, la prima fu quella di sostituire Di Francesco, lo svogliato terzino, a vederlo giocare in quel modo mi veniva il voltastomaco, non lo reggevo. Nonostante modificai alcuni accorgimenti tattici, al ventesimo del secondo tempo, tutte le paure presero corpo in una palla debole che ribattuta in mischia, sfiorò i piedi di Guido, anche stavolta non si mossero, inchiodati come quadri al muro. Goal… Uno a zero per il Trento. I nostri tifosi rumoreggiarono delusi, superato lo shock, subito ripresero ad incitare la squadra, il loro affetto per quei ragazzi era straordinario.
Uno sguardo d’intesa con Aubert, presi coraggio, chiamai il neanche diciottenne Andrea Tognolon, una ruspa, un fisico tozzo e potente, un orafo con i piedi, quando toccava la palla creava gioielli:
-Andrea… Adesso tocca a te, entri e ti piazzi al centro dell’attacco, cerca di fare del tuo meglio, puoi farcela, abbi fiducia, sei bravo.-
Il ragazzo in quel campionato aveva giocato solo pochi scampoli di partita; ero consapevole di cosa stavo facendo, farlo entrare in una partita così importante era un rischio, azzardai comunque. Andrea mi guardò come un bambino guarda un giocattolo nuovo, stupito, e con un groppo in gola disse:
– Grazie Professore, grazie, non la deluderò.
Richiamai Bepi in panchina, quando mi fu dinanzi a testa bassa con gli occhi chiusi disse:
– Scusami, scusami, oggi non so cosa mi sia successo; sono un asino, un cretino. Lacrime e sudore si confusero sul suo volto stralunato. Ero molto arrabbiato con lui, provai solo tristezza:
-Va bene Bepi, domani sarà un altro giorno, ora riposati, non inveii e non lo mortificai, lo era già abbastanza di suo.
Al peggio non c’è mai fine.
Dalla destra un cross innocuo, Guido quella palla l’avrebbe presa a due anni dal seggiolone, invece quel giorno gli sguscio dalle mani, come un lombrico fa alla vista dell’amo, si depose assassina in fondo alla rete. Due a zero, era proprio finita, poco il tempo a disposizione per recuperare, si giocava in un clima surreale si udiva solo il chiasso dei tifosi trentini, i nostri erano muti come pesci. Il sogno era svanito per tutti, non per Tognolon a solo cinque minuti dal termine, con un capolavoro di rara qualità balistica sfoderò un tiro da trenta metri, un missile terra aria, la palla accarezzò la traversa andandosi ad infilare sotto l’incrocio. GOAL. Giochi riaperti, la fiammella della speranza riaccesa.
Il Trento reagì attaccando, i minuti passavano inesorabili, Bertelli si ricordò di essere un portiere e compì un vero e proprio miracolo, scacciando fuori una palla che sembrava essere già dentro. Il nostro atteggiamento era cambiato, troppo tardi, oramai c’era poco da fare, il tempo era praticamente scaduto. L’ultima occasione, Corner, Guglielmo lo batte teso e forte, tutti i miei ragazzi catapultati nell’aria avversaria. Una mischia furibonda, un caos, un miraggio, vidi le rete gonfiarsi come una mongolfiera la palla era dentro… GOAl, GOAL. Era il pareggio, la sofferta promozione, ce l’avevamo fatta; da quel intrigo di maglie, nervi tesi e sudore sbucò un uomo. Braccia alzate, un sorriso grande come il mondo, correva felice; Guido Bertelli aveva siglato il goal della promozione. Abbracciandomi esagitato disse:
-Falco, Falco; non ce l’ho fatta, non potevo tradirti, tradirli, non oggi…. cazzo no, proprio no. Per favore sostituiscimi.-
Senza capire, tacito obbedii.
Si diresse a centrocampo, alzò un braccio, un breve salutò a quella che era stata la sua vita e in un scrosciare d’applausi si eclissò nel tunnel.
Il triplice fischio dell’arbitro arrivò immediato sancendo la fine della partita.
Fu la Festa, cori e tripudi alloggiarono nelle vie del paese per tutta la notte.
Cercai Guido, sparito nessuno l’aveva visto, come evaporato.
Solo giorni dopo, seppi da sua figlia che stava bene e presto si sarebbe fatto sentire.
“Finalmente!” Ero stato molto in ansia per lui.
In quel periodo nel paese si respirava uno strano clima, l’euforia frizzava nell’aria, la felicità si era impadronita della valle, la gente era contenta.
Come spesso accade c’è sempre un rovescio della medaglia.
Dopo pochi giorni dallo storico evento, il paese si popolò di forestieri, facce torve, pericolose figure. Facevano mille domande, cercavano, stazionavano nei bar, barbari provocatori. Una sera, nella piazza centrale, alcuni giovani locali ebbero a discutere con questi loschi personaggi, finì quasi in rissa, intervennero i carabinieri. Disdicevoli voci si susseguirono; partite vendute, patti non rispettati, mafia, camorra. Chi più ne ha, più ne metta.
Il popolo della valle è arguto ma mai sofisticato… Mai.
Qualcuno arrischio nel dire di Guido, fosse stato rapito, addirittura c’era chi sosteneva fosse morto ammazzato.
Io sapevo inconfutabilmente nulla era vero, nonostante ciò l’inquietudine mi fomentava l’anima, la gioia della vittoria appannata da questo chiacchiericcio velenoso.
I giorni seguirono il loro corso instancabili uno dopo l’altro macinando memoria, è assodato il tempo è il miglior rimedio per tutti i mali.
La bella stagione bussava alle porte, iniziarono ad arrivare i villeggianti, non c’era più ragione di pensare al calcio e alle losche storie; c’era solo da lavorare.
Pian piano tutto rientrò nella normalità, la valle piombò nuovamente nella sua placida quiete.
Ora nelle sere d’inverno, sotto le luci fioche delle osterie, davanti a bicchieri di vino e di grappa, piace raccontare leggende, così tanto per incantare il tempo.
Una narrà di due italiani; un portiere quasi cinquantenne e un allenatore di calcio appassionato di schemi e matematica, in Perù hanno vinto uno scudetto, campioni nazionali. Si proprio in Perù; un paese molto lontano da qua, pieno di belle montagne, quasi come le nostre.
Mah! Neanche la notte di Natale.
Tu Guido ci credi alle leggende?
Iooo!!!? No, anche se a essere sinceri… sai; qualche volta si, ci credo.
Comunque le montagne…Non c’è paragone, le nostre son più belle:-
-Si è vero, decisamente più belle.-

Il PORTIERE primo capitolo -Guido-

Salutai gli amici, infilai un panino nello sdrucito borsone, mi diressi allo stadio, un piccolo gioiello intarsiato nella splendida cornice dolomitica. Era una giornata importante per me e per una comunità intera. In questi luoghi dove il canto della natura risuona potente, tutto ha la giusta misura, non ci sono eccessi, enfasi spropositate, poche parole molta sostanza, noi montanari siamo cosi. Nel piazzale camioncini con le bibite, panini con la porchetta, salumi; quel giorno anche i gadget: Sciarpe e maglie da calcio, perfino la banda. Tutto era pronto, preparato nella massima discrezione, movenze ovattate, euforia in punta di piedi. Finale play off; in gioco la prima divisione, traguardo inaspettato fino a qualche mese prima per un paesotto di solo tremila anime. Il blasonato Trento era l’avversario, un pareggio per via dei risultati fin li conseguiti, a noi sarebbe bastato per salire di categoria, l’agognata promozione. La festa.
La compagine trentina meritava rispetto, noi non eravamo altro che un manipolo di ragazzotti, quasi tutti del luogo, un’allegra brigata; dei puri senza grilli per la testa, il calcio inteso solo come divertimento. Quella era una giornata speciale, tutti ci tenevano. Molti all’inizio del campionato ci davano per spacciati, senza alcuna speranza, di sicuro retrocessi, abbiamo stravolto con un impegno pazzesco tutti i pronostici. Bussai alla carraia, la voce del vecchio Felice stona un rauco: – Chi è?-
-Sono io, Falco.-
Qualche tifoso, tutti amici, mi salutavano con rassicuranti pacche sulle spalle, di riflesso sorridevo, bofinchiando qualche timido grazie.
Erano già le tredici, mancavano due ore all’inizio dell’incontro. Il bus con la squadra avversaria sfilò imponente davanti a me, prima che la pesante porta d’acciaio si chiudesse, entrai anch’io. Nel tunnel incontrai Enrico, il nostro direttore sportivo, ansioso e affaccendato, non stava nella pelle, sorrise poi a raffica mi pose tremila quesiti, spiegò alcuni concetti alquanto contorti, prima che gli potessi rispondere era già sparito. Beata gioventù pensai.
Nel corridoio più mi avvicinavo allo spogliatoio più avvertivo qualcosa di sgradevole, nessun rumore, troppo silenzio, percepivo solo una malefica ansia, strano, sapevo tutti fossero dentro. Aprii la porta, li vidi lì mummificati, tesi come funi metalliche:
– Ciao professore-
Salutarono all’unisono, la mia presenza sembrò averli sollevati un tanto da quello stato depressivo di cui erano impregnati. Sono il loro allenatore, mi chiamano cosi perchè ho insegnato matematica fino a due anni fa alle scuole medie, ora sono in pensione,da quel giorno mi sono dedicato anima e corpo a questa mia viscerale passione, il calcio.
Ho condotto dal nulla senza rendermene neanche conto questa squadra di giovani briganti fino alle porte del calcio che conta, il semiprofessionismo. Non proferii parola limitandomi ad osservarli uno a uno, poi impostai il tono di voce più rassicurante del mio repertorio:
– Ragazzi… Questo non è un funerale è solo una partita di football deve essere una festa,anche se oggi andrà male sarà comunque un successo. Siamo forti e oggi vinceremo con una facilità sconcertante. Altro che palle-
MI avvicinai a Bepi, il centravanti, un ragazzone di vent’anni e venti goal. Molti club di categoria superiore ce lo invidiavano, avevamo ricevuto parecchie proposte, una addirittura da un team di serie A. Perforai il suo sguardo, non vedevo chiaro, qualcosa non quadrava in lui, l’incoraggiai:
– Forza… oggi ne fai due, cerca di essere sereno, la loro difesa non è insuperabile, anzi se presa in velocità è un colabrodo. Poi rivolto a tutti gli altri dissi:
– Adesso andate a scaldarvi. Ad Aubert, il mio secondo nonché amico di sempre gli sussurrai:
– Falli scaldare bene, però non esagerare, esercizi leggeri, bada a farli rilassare raccontagli barzellette, falli ridere, sono troppo tesi, non devono essere preoccupati, non ce nè motivo, poi alle quattordici riportameli qui.-
In quel preciso istante ebbi la sensazione che in quel quadro mancava qualcosa o meglio qualcuno.
Guido dov’è? Dov’è Guido? Ripetei con un tono di voce insolitamente alto. “Era qui fino a pochi minuti fa, ora non lo sappiamo.” Questa fu la risposta della maggioranza. Mi rivolsi ad Aubert:
-Tu non l’hai visto? Scrollando le spalle rispose:- Era qui… non capisco dove possa essersi ficcato…forse in bagno?-
Guido Bertelli era il portiere. Una storia particolare la sua; quarantaquattro anni, un esempio di longevità sportiva da paura, fisico integro.
Condividevo molto del mio tempo insieme a lui, andavamo spesso a pesca, a caccia, a funghi; serate interminabili in osteria davanti a un buon bicchiere di vino ingannavamo il tempo giocando a scopone, a parlare di calcio e non solo, svariavamo dalla letteratura alla politica passando per le donne. Non essendo sposati di tempo ne avevamo a bizzeffe, di conseguenza non avevamo né mogli né figli ad aspettarci. Per meglio dire lui lo era stato aveva due figli; Giorgia vent’anni e Federico diciotto, calciatore, centrocampista, giovane promessa del vivaio della Lazio; vivevano a Roma con la madre. Guido era separato da diversi anni e i suoi figli li vedeva poco; La ragazza la sentiva spesso al telefono, Federico quasi mai, era arrabbiato con il padre, pensava non nutrisse interesse per lui, questo non era vero, io lo sapevo di certo; Guido non essendo un espansivo era avaro di parole, figuriamoci di complimenti, la cosa più pesante da digerire per il ragazzo che il padre avesse visto solo una delle sue partite. Con l’ex moglie aveva rapporti disastrosi; non voleva mai affrontare l’argomento, glissava sempre con un laconico: “Di quella schifosa non ne voglio sentire parlare.” D’altronde quando rientri a casa in anticipo rispetto all’orario previsto e trovi tua moglie sul tuo letto mentre si fa scopare da un “negro” per giunta tuo compagno di squadra, c’è poco da dire. Guido cadde in una forte depressione non se l’aspettava, il suo rapporto coniugale non aveva mai mostrato crepe evidenti. Anche lui aveva iniziato la sua carriera nelle giovanili della Lazio, era un giovane portiere molto promettente, nonostante non avesse un fisico propriamente adatto per ricoprire quel ruolo, l’altezza era il suo limite, solo un metro e settantadue centimetri, praticamente un nano rispetto ai suoi colleghi. Aveva esordito giovanissimo in serie A ventun’anni, il “tempio del calcio,” San Siro. -Milan-Lazio- quel giorno la Lazio perse quattro a zero, per Guido fu un esperienza sfortunata, anche se non aveva particolari colpe sulle reti subite quell’incontro gli rallentò la carriera. L’anno successivo fu ceduto ad una squadra di serie C da li partì in breve sfoderando partita dopo partita eccellenti prestazioni, si ricostrui un futuro, fino a tornare in seria A col Parma. Purtroppo anche quel periodo felice s’interruppe, causa un grave infortunio. Due anni lontano dai campi di calcio, un eternità; la sua costanza, la voglia di non arrendersi, la serietà umana e professionale lo fecero tornare in campo, aveva ventotto anni. Solita trafila, C poi la Serie cadetta, quest’volta non ce la fece a riapprodare nella massima serie. Guido era comunque soddisfatto, finchè non arrivò quel maledetto pugno allo stomaco, il tradimento, la separazione dalla sua famiglia. Lo conobbi sei anni fa quando la sua squadra era in ritiro nel nostro paese, militava in serie B. Aveva trentotto anni faceva il terzo portiere, l’età non giocava certo dalla sua, in più era molto depresso. La società cui apparteneva non gli aveva rescisso il contratto, l’avevano tenuto al minimo consentito, comunque non lasciato in balia di un destino plumbeo. Io ebbi modo di conoscerlo, di parlarci, apprezzai subito la dignità, la sua integrità morale. All’epoca noi eravamo nei dilettanti nella serie definita promozione, avevamo bisogno di un portiere e soprattutto qualcuno che mi desse una mano, un competente amante del calcio, individuai nel Bertelli la persona giusta. Convinsi il mio presidente a proporgli un contratto, per ventimila euro all’anno Guido accettò. Divenne il nostro portiere e mio stretto collaboratore. In breve tempo si rigenerò, vederlo mentre allenava i ragazzini era divertimento allo stato puro, gli era tornato l’entusiasmo e anche la sua bocca si era riappropriata di ciò mancava da tempo, il sorriso. I nostri rapporti s’intensificavano giorno dopo giorno così da diventare grandi amici. Lui, Aubert ed io siamo gli artefici di quella oramai storica cavalcata trionfale; trasformare dei semplici ragazzi di montagna in campioni, regalargli dei sogni.
Il problrma era che Guido non si trovava, il giorno della finale il nostro portiere sembrava scomparso nel vento. Nel bagno non c’era, lo cercai nelle varie stanze dell’impianto sportivo, niente, alla fine da dietro la porta di un ripostiglio sentii una voce, non ci pensai due volte, con foga l’aprii, era al telefono, convulso, nervoso. Captai solo il finale di un discorso: -State tranquilli, tutto andrà per il verso giusto, ho parlato con chi dovevo parlare…- Vedendomi s’interruppe bruscamente diventando rigido nei lineamenti, frenetico troncò il colloquio telefonico con un secco “ciao, ora devo andare, ti saluto.”
Rivolgendosi a me; disse imbarazzato:
– Falco cosa ci fai qui?-
Mostrando naturalezza dissi:
-Niente ti cercavo; oggi abbiamo una partita da disputare… Lo sai?-
-Si, sì, certo, scusami sai i figli?-
-Chi era Giorgia?- Chiesi
-Si, sì, era lei. Mi stava raccontando di certi problemi con la madre… Quella troia.-
-Va bene!Spero niente di grave.-
Feci finta di credergli, non mi aveva convinto affatto, lo conoscevo troppo bene, non mi stava raccontando la verità. Prima di uscire all’aperto lo incalzai:- Guido sicuro va tutto bene? Era veramente Giorgia?-
Tirato come un pelle di tamburo sudando rispose:
-Si Prof. Va tutto bene, stai tranquillo, ascolta… solo una cosa, oggi il capitano non lo faccio, lo farà Peter, lui è del paese ci tiene ed è giusto così.-
Provai a contraddirlo :
-Quella fascia è tua, il capitano sei tu.-
-No, non oggi.-
Iniziò a correre lo vidi allontanarsi inghiottito dai riflessi del verde brillante del prato e i raggi di un sole forse troppo lucente. Rimasi impalato, corroso da mille dubbi, attimo dopo attimo divenivano sempre più consistenti. Qualcosa non andava in lui, cos’era!? Cosa mi sfuggiva? Un presentimento mi divorò l’anima, il mio amico era nei guai, ignoravo il motivo, comunque ne ero certo. Guido Bertelli era nei guai.
Grossi guai.

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