Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Archivio per dicembre, 2012

Un racconto di Natale

imagesCA74KRCOPerso nella penombra, fissava i pochi mandarini, spersi sul tavolo con loro giacevano inermi decine di bollette non pagate. La tristezza era calata copiosa, oramai padrona assoluta della spoglia stanza. Ingiallita dal fumo e dal tempo, la lampada al centro del soffitto tremolava miracolosamente aggrappata al filo. Piero era stremato; le poche percezioni mentali degne di nota gli avevano fatto intuire che quel giorno era la vigilia di Natale. Non era importante, non nutriva più alcun interesse,tutti eclissati nelle feroci tormente della vita. Mille volte il mondo gli era caduto addosso, altrettante volte l’aveva sollevato. Settanta anni portati malissimo, ne dimostrava cento. Pensionato, vedovo oramai da troppi anni, eterna sofferenza, non aveva più nulla, gli amici svaniti, l’unica cosa rimasta era un briciolo di dignità, quella che gli impediva di elemosinare, di chiedere aiuto, di non andare a mangiare alla Caritas. Lui ex professore universitario, ex stimato socio del circolo cittadino, non voleva, non doveva. Era solo, un Don Chisciotte incontro al suo destino. In un passato oramai sfocato era stato felice, una vita agiata, serena, una bella famiglia. Lui e sua moglie Emma, anche lei insegnante, si adoravano erano molto legati, una straordinaria simbiosi. Dal loro matrimonio era nato un figlio, l’avevano cresciuto con amore strutturandogli le basi per un promettente futuro. Giorgio era un bravo giovane, educato, studente diligente, un bravo tennista, un vero e proprio ragazzo modello, da esserne inequivocabilmente fieri. Sappiamo la vita essere imprevedibile e in un giorno di primavera, il demone del male spiego le sue vele, a Emma fu diagnosticato un cancro, in un battibaleno la travolse, in tre mesi la spazzò via. Piero fece il possibile l’accompagnò negli ospedali di mezza Europa, facendola visitare dai migliori specialisti, non ci fu rimedio, tutti i tentativi le cure risultarono vane. Giorgio dopo pochi mesi dalla morte della madre iniziò a sbarellare, a frequentare personaggi ambigui, entrò nella rete delle bische clandestine. Il gioco d’azzardo a poco a poco l’inghiottì, dilapidò il discreto patrimonio di famiglia in pochi anni, non contento di tutto ciò, cercò ancora guai infilandosi in un buco nero chiamato droga. Gli ultimi risparmi servirono a pagare avvocati e debiti. Fino all’ultimo il padre sperò di poterlo salvare dal marciume, reinserirlo sulla retta via. L’amore per suo figlio non aveva confini. Ora era giunto al capolinea, Giorgio ancora in carcere, stavolta con accuse veramente gravi, una spaventosa, infamante; circonvenzione d’incapace. Una storia torbida, aveva raggirato una povera vecchia signora con gravi problemi pschici, spillandogli un mucchio di soldi.
Ogni speranza frantumata. Il professore aveva consumato tutte le energie, la salute sempre più cagionevole, i soldi finiti, non l’aveva neanche per mangiare. Quella sera per sfamarsi, si era macchiato secondo la sua coscienza di un grave reato, aveva rubato dei mandarini, era preda di una abominevole vergogna. Vittima di mille rimorsi avrebbe voluto restituirli. Una cliente alla frutta e verdura l’aveva perfino visto mentre li nascondeva sotto lo sgualcito cappotto. Una bella donna, con dei capelli lunghi, neri e lucenti; apparentemente si era fatta gli affari suoi, rimanendo indifferente all’accaduto. Piero era distrutto, intrappolato da pensieri funesti si stava spingendo oltre il baratro; pensava sempre più con insistenza a come porre fine alla sua inutile e disgraziata esistenza. D’impulso si alzo dalla sedia, andò in uno dei pochi mobili rimasti nella sala, gli altri erano stati venduti, estrasse una scatola, Natale 1972, era scritto in rosso nella parte superiore, l’apri tiro fuori delle statuine del presepe, prese quella di Gesù Bambino, la baciò adagiandolo su di un cuscino decorato a suo tempo dalla sua Emma. S’inginocchio e iniziò a pregare, mentre era raccolto nell’intimo atto liturgico, sentì suonare alla porta, non sapeva chi fosse, provò a ricomporsi e si avvio ad aprire. Davanti a lui si materializzarono due giovani carabinieri; con educazione salutarono:
-Buona sera; lei è il signor Piero Di Cataldo?-
Tremante il vecchio rispose:
– Si sono io, è successo qualcosa a mio figlio? Dite per favore.-
Il brigadiere con espressione decisa dichiarò:
– No a suo figlio non è successo nulla, comunque lei ci deve seguire in caserma.-
Piero interdetto si limitò solo a dire:
-Va bene, prendo il cappotto.-
L’indossò, spense la luce e assecondò il volere dei militi.
La sera si era colorata delle sfacciate luminarie natalizie. Le persone nel viale correvano dietro all’ultimo regalo da acquistare, scambiandosi frenetici saluti, abbracci, qualche sorriso e banali auguri di rito. Piero fu fatto accomodare nei sedili posteriori della Punto, laconicamente chiese:
– Mi arrestate?- Il brigadiere rispose di non preoccuparsi.
Arrivati alla stazione militare di quartiere fu fatto accomodare in stanzetta non priva di comfort, il giovane militare che l’aveva prelevato Disse:
-Signor Di Cataldo le accendo la tv, questo è il telecomando, guardi pure quello che vuole, Il maresciallo appena si sarà sbrigato, verrà da lei.-
Piero maneggiò quel telecomando con una cura inaudita, erano anni che non possedeva più un apparecchio televisivo, aveva perso dimestichezza con certi aggeggi. Sintonizzò il primo canale Rai, sullo schermo, conferenza stampa di Mario Monti, Presidente del Consiglio uscente. Di Cataldo sospirò malinconico, ripensando ai tempi quando erano colleghi, insegnavano nella stessa facoltà. Tra se e se bofficchiò “Bravo Mario! Eri giovane e saccente, tu ce l’hai fatta! ora sei in tv da protagonista, io in galera; pensare, venivi sempre a chiedermi consigli e pareri; bè questa è la vita.”
Rovinato nei pensieri rimase in visione sullo stesso canale, senza capire una sola parola del discorso del suo ex collega. Il suo olfatto fu catturato da buoni sapori mangerecci, provenivano da altre stanze, avvertiva un rumoreggiare crescente di natura gioiosa, echeggiavano voci allegre di bambini. Dove aspettava nessuno si era più fatto vedere. Ad un tratto un sibilo, una voce dolce e gentile, lo rincondusse alla realtà:
– Buona sera Signor Piero.-
Voltandosi rimase come impietrito, in quel volto di fata riconobbe la cliente della frutta e verdura, la stessa che l’aveva colto in fragranza, il furto dei famigerati mandarini. Era ancora più bella in uniforme. Il vecchio aggrovigliò uno sfumato balbettio:
– Maresciallo è lei,allora mi arrestate?-
La donna sorrise teneramente:
– No assolutamente; la volevo soltanto invitare a rimanere con noi per la cena della vigilia e visto che c’è, fermarsi qui anche per la notte, gli abbiamo preparato una stanza, a casa sua fa troppo freddo, per stasera sarà nostro ospite, domani vedremo il da farsi:-
– Non posso, non sono degno, recherei troppo disturbo, questa festa non mi appartiene.- Il Maresciallo Linda Guerrieri assunse un espressione severa e solenne:
– Si ricordi Signor Di cataldo, lei è in stato di fermo, quindi non può esimersi. Chiaro?-
Piero era confuso non capiva, Linda tornò a sorridere, delicatamente lo prese sotto braccio e lo condusse in un’ altra stanza, mentre lo faceva gli disse:
-Dimenticavo… Ci sono buone notizie dal carcere, suo figlio gli ha scritto una lettera,sembra stavolta abbia seriamente delle buone intenzioni; dopo ne parleremo con calma, sia sereno tutto si aggiusterà.-
Nella stanza erano presenti i militari di turno insieme alle rispettive famiglie. Nel centro una bella tavola imbandita, sopra spiccavano delle gustose pietanze.Un presepe, un albero illuminato, era davvero Natale. Un bambino chiese al Maresciallo:
– Mamma chi è questo signore?- Linda accarezzandolo rimise:- E’ solo un Babbo Natale un po’ stanco, si riposerà qui da noi.
Buon Natale Professore. Buon Natale a tutti

Questo racconto doveva essere pubblicato per i miei auguri Natalizi a voi. Sicuramente sono in ritardo, non lo sono sicuramente per porvi di cuore, I MIEI PIU’ BELLI, GRANDI, MERAVIGLIOSI, AUGURI PER UN ANNO DEGNO DELLE VOSTRE ASPETTATIVE, SPERIAMO SIA L’ANNO DELLA SPERANZA E DELLA RINASCITA’ GRAZIE per avermi fatto compagnia nell’anno che ci sta abbandonando grazie per avermi letto e commentato. TORNO A SCUSARMI SE QUALCHE VOLTA VI HO TRASCURATO, I MOTIVI ORAMAI SONO PIU’CHE NOTI, SEMPLICEMENTE LA MANCANZA DI TEMPO.
GRAZIE DAVVERO E DI NUOVO TANTI TANTI AUGURI A TUTTI.
CON AFFETTTO
Nazzareno

Non leggo Shakespeare

FirstfolioMi nascondo dietro ogni specchio
riflesso del mio sciocco ego
sorvolo l’esistenza altrui
guardo in faccia la realtà la mia
solo la mia
osservo, blasfemo giudico,
esigo rispetto, non lo do
sono un indolente, ciondolo sulle mie irreverenze
somiglio ad un animale svogliato
bruco nel prato dell’ozio
non ho virtù
non leggo Shakespeare
mi annoio e annoio
vorrei essere cullato perennemente
su di un altelena
sospinto dal vento,lentamente
essere contento mentre mento
così sia
arrivederci e grazie
questa non è una poesia
è un capitolo della storia mia.

NOVEMBRE

ti aspetto
Ti aspetto
all’ombra degli ulivi
nelle notti di stelle ghiacciate
al freddo dei crisantemi morti
nella quiete di una tempesta
nella spirale di un tuono
in un giorno di mesta festa
ti aspetto
vederti tornare,
vestita di giallo
al canto del gallo
ricordo il tuo odore
ricordo l’amore
ora piango
digiuno di te-

A, Silvio

nanotrafficante d’inganni, di cuori e vecchie regine
procaci veline,
ciarlatano, menestrello
di questo e di quello
ciarpame e sgargianti promesse a iosa propongo
faccio e disfaccio, dico e disdico
sorrido e rido,
mi compiaccio
sono un’anima nera, mi illumino d’azzurro
non sono il principe
di questo paese
sono il re,
di grulli e citrulli
mi contorno
intorno mi guardo
mi incanto e vi incanto
ora son quì a raccontare
del gaudio ritornare

Un profumo di muschio selvaggio 1 capitolo “Ester”

026Andrea quella mattina usci molto presto da casa, l’alba era nata da poco. Poche centinaia di metri con quel fastidioso “dlin dlin” la spia della cintura di sicurezza non allacciata, in un attimo fu al bar, Giorgio lo salutò con il solito garbo:
-Buongiorno, dove vai cosi presto?- Andrea ancora ingabbiato nel torpore del sonno si limito nella risposta, non aveva voglia di prodigarsi in inutili spiegazioni:
-Vado lontano, fammi un caffè per favore.-
Dopo aver pagato e comprato le sigarette sfogliò i giornali depositati sopra i tavoli, dando una rapida occhiata alle notizie più in vista, salutò e prese la via dell’ uscita. Sulla porta incrociò Ester, i due si guardarono, erano così vicini quasi si annusarono. Giovane, bella, profumava di muschio selvaggio, aveva lo sguardo disilluso, quello di un gatto randagio. Mentre stava salendo in auto, Andrea si sentì chiamare, era lei:
-Ascolta mi puoi fare un piacere; non è che mi puoi accompagnare a Tolentino.- Non era proprio lì dove voleva dirigersi, anzi la parte opposta, senza riflettere per motivi sconosciuti rispose di si; lo poteva fare. Ester salì in auto masticando un chewingum, si accese una sigaretta.
Andavi da quelle parti vero? Ci vai per lavoro o sbaglio?:-
No, oggi non lavoro, sono in ferie tra Natale e Capodanno faccio sempre riposo, in ditta c’è poco da fare.-
Scusa e allora dove andavi? Perdonami, ti faccio perdere del tempo.-
Non ti impensierire, non avevo mete, forse volevo recarmi a Roma, così tanto per. Comunque la posso raggiungere lo stesso anche da Tolentino, non ho alcuna fretta, a casa non mi aspetta nessuno.-
Ester con aria malandrina mordicchiandosi un labbro sottovoce disse:
-Io però devo tornare in Ascoli, devo fare solo una visita, ammesso me lo concedono. Non hai letto i giornali?- Andrea l’ascoltava con attenzione. Sommessa prosegui nel suo dire:
-Hanno arrestato Silvio, è successo due giorni fa, può darsi non lo sapevi? Ora è rinchiuso nel carcere di Tolentino:
-Non lo sapevo, quando è stato? Il giorno di Santo Stefano?-
-No il giorno dopo, il ventisette ha fatto una rapina al Credito cooperativo di Pagliare, gli è andata male, mentre fuggiva con il bottino l’hanno catturato.-
La notizia non lo sconvolse più di tanto, non ne fu particolarmente sorpreso, sì impegnò per apparirlo, l’unica sua espressione vocale fu “Cazzo!”
Silvio ufficialmente lavorava come pittore edile, in realtà tutti sapevano, si guadagnava da vivere spacciando droga e facendo rapine, in pratica quest’ultime le faceva fin da quando era bambino, era nato con la pistola in mano. Penso una delle prime frasi abbia imparato a pronunciare, dopo mamma e pappa, è stata; “fermi tutti questa è una rapina.” Ester e Silvio erano sposati da qualche anno, dalla loro unione era nata una bambina, Gloria. Lui aveva un età matura, i cinquanta li aveva superati da qualche anno. Ester a essere generosi, poteva arrivare a ventisei. Andrea non aveva una conoscenza particolare con i due, abitando nello stesso quartiere capitava causalmente di incontrarli in giro o al bar. Si sa il paese è piccolo la gente mormora, così si viene a sapere un pò tutto di tutti. Lei aveva avuto un passato faticoso, estremo, un padre mai conosciuto, una madre troppo giovane, non in grado di educarla correttamente. Già da ragazzina si era trovata nei guai frequentando persone inaffidabili, drogati e malavitosi, si era bucata con l’eroina, in caso di assoluto bisogno di soldi si era anche prostituita, per farla breve del peggio non si era fatta mancare nulla. Quando conobbe Silvio, la sua vita cambiò. Lui a suo modo aveva spunti da brava persona, certo definire un rapinatore brava persona, ce ne vuole. Lui si poteva caratterizzare come uno all’antica con principi intermittenti, fondamentalmente sani, un buon marito, un ottimo padre. Riuscì a strappare Ester da quel vortice ingannevole e pericoloso dove stava triturando. La ridipinse a nuova vita, poi con la nascita della loro figlia avevano assunto sembianze di una famiglia normale. Anche felice. Lui si vantava orgoglioso di stravedere e viziare le sue piccole donne. E’ noto i vizi costano, uno stipendio da edile non può certo bastare, da poter permettere abiti firmati, un’auto lussuosa e non per ultima una vasca idromassaggio, nella loro più che decorosa casa. Allora tutti i buoni principi vanno a farsi benedire. Silvio era fatto così, alla sua famiglia non doveva mancare nulla; a tutti i costi difenderla dalla miseria in cui lui era cresciuto.

Dopo gli inutili convenevoli, i due si diressero alla volta dell’istituto di pena a Tolentino. Il viaggio era breve poco più di ora, non parlarono molto, a Ester qualche volta scappava da piangere. Andrea era taciturno, stanco, non comprendeva il motivo, perché avesse accompagnato quella semi sconosciuta. Per quella giornata aveva altri programmi; Roma, lo shopping, visitare la Cappella Sistina, mangiare a Trastevere, invece eccolo coinvolto in un viaggio assolutamente imprevisto e illogico.
Giunti davanti all’istituto circondariale Ester scese dall’auto, la vide inghiottita dentro un grande portone, dell’austero edificio. Andrea pensò di recarsi in un bar, avrebbe preso il terzo caffè della giornata, era agitato, sempre più irrequieto. Dopo circa due ore Ester tornò, Andrea la stava aspettando in auto, leggeva un giornale, lei salì, con un gesto nervoso della mano si spostò una ciocca di capelli dagli occhi, pianse e lo abbracciò d’acchitto senza dire nulla, un abbraccio forte, poi come tarantolata fece un balzo indietro e in imbarazzo Disse:
-Scusami è stata dura, tanta attesa, la solita burocrazia del menga, tutto questo per vederlo solo dieci minuti.-
-Come sta?- fu l’unico intervento di Andrea.
“Silvio,” attaccò lei: -E’forte è tranquillo, comunque consapevole, stavolta sarà dura, si aspetta una pena severa, questa è la quinta volta che lo beccano.
La macchina riprese la strada, si erano già fatte le tredici.
-Hai fame?- Chiese Andrea.
-Non lo so…Forse sì, forse no, non lo so.-
Ti va se ci fermiamo a mangiare, io ho fame, conosco una trattoria da queste parti, dove si mangia veramente bene, che ne pensi?-
Si asciugò le lacrime e con un bel sorriso rispose:
-Si va bene.-

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