Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Archivio per gennaio, 2013

Come treni.

capodanno2011-12 336Come i treni vanno a morire i miei giorni
lenti stanchi si depositano
notti senza sapori senza emozioni, mi attendono
solo alcune visioni, ritardi cerebrali
occhi dolenti gonfi
divieti nel pensare, soste, non affondare
vertigini tribali illusioni di altri tempi di altre menti
intreccio ombre, spietate si configurano
tessuti di un passato, organismi matemateci
poi giù lacrime, ricordi e ancora lacrime, sciocche, inutili,
libere spiovono.
Un rullare fuori tempo
il cuore
strattona, fatica, sobbalza
aspetto l’oggi, l’alba, il solito colore, il mio, il grigio
puntello il corpo ci innesco l’anima
dal covo di insane solitudini mi desto
coperte sudate, traccie di vaghe speranze
sono pronto
agisco
avvio il motore
aspetto la sera

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UN SOLO NOME

FANT Nelle ombre di disfatte luci
un riflesso giallo cristallo
liquidi pensieri
merletti di vino, inutili carillon

progetti di resa demolizioni in corso
svendo colpe acquirenti non ho
pugnalato ucciso assassinato

dalla gracile nebbia, ebbra di confuse memorie
il carnefice
un ghigno mille volti
infiniti
odiati e mai perdonati

fantasmi
marchiato a fuoco
sul ghiaccio rovente
un solo nome
il mio

UNA ROSA BIANCA

foto di oggetti dic.2011 057Davanti a questa rosa bianca ripongo il mio pensare
rinvango l’amare i giorni passati,
ingiallite memorie
il peso e la sofferenza nel respiro di un bocciolo
sorrisi i canti le promesse
cristalli opachi quei giorni,
il fumo del sigaro li avvolge
ritratti polverosi di antichi sentimenti
un bocciolo, rosa bianca, rosa ora amara
c’è la luna stasera la voglio guardare
conoscere se dietro la pallida sfera
una stella per me c’è ancora
dal silenzio mi lascio cullare
celato nel freddo complicato
di una notte senza sogni

Un Profumo di muschio selvaggio Ultimo capitolo ” DUE STELLE”

ROMATra pappardelle al cinghiale e saporiti arrosti alla brace, l’iniziale imbarazzo si sciolse come burro al fuoco. La chiacchierata scivolava fluida, sostenuta anche da due bottiglie di Sacrantino di Montefalco, un ottimo vino rosso dal carattere generoso. Ester era trasformata, della buia ragazza conosciuta da Andrea la mattina si erano disperse le tracce; sembrava non avere più nessun problema, uno, fosse uno. Radiosa.
La guardava con incanto, il sorriso di Ester era contagioso, difficile poter sfuggire alla magia di quel viso. La fracassosa allegria non passò certo inosservata tra i pochi avventori presenti in sala, curiosi mostravano compiacenza, per quella coppia così felice, forse anche un pizzico d’invidia. Bevvero una grappa in compagnia del locandiere, pagarono il conto e uscirono dal locale ridendo. Il cielo non ostante si fosse incupito aveva dei bei riflessi, l’aria era gonfia, si avvertiva un intenso odore di neve. Salirono in auto avvolti ancora in sguazzi e sghignazzi. Ester in maniera del tutto inaspettata, rabbuiò; infastidita esplose:
-Non voglio tornare a casa, non mi va. Perché non andiamo da qualche parte, magari rimaniamo a dormire fuori e domani con calma torniamo a casa.-
Andrea cercò di trovare subito un punto fermo, un equilibrio, a cinquant’anni non poteva concedersi cazzate e questa lo poteva davvero diventare. Assunse un piglio determinato; autoritario sentenziò:
-Cosa stai dicendo? Sai perfettamente non è possibile, ti aspetta tua figlia, non puoi lasciarla a tua madre senza avvertirla, è un lusso che non puoi concederti.-
Il tempo di asciugarsi una silente lacrima, rabbiosa scese dal veicolo, prese il cellulare, iniziò a telefonare. Andrea la guardava, sbraitare, gesticolare, battere i piedi come una bambina capricciosa, torturarsi le sue lunghe chiome attorcigliandole nervosamente.
Era sempre più bella. Con una scossa virtuale scrollò gli incauti pensieri, stoppò le sue fantasiose congetture, già ampliate in maniera fragorosa dall’alcol, rinsavì; almeno lo pensava.
Il tonfo sordo della portiera che si chiuse interruppe il suo contorto girovagare cerebrale. Ester appena seduta al suo fianco eruttò:
– Quella stronza mi ha rotto i coglioni. Andiamo via ti prego.-
Brusco Andrea provò a opporsi e si difese come poteva:
– Dove vuoi andare? Cosa ti prende? Era tua madre al telefono? Cosa ti ha detto?-
La sua sola risposta, fu un bacio, le labbra di Andrea abdicarono vili. Immediatamente fu imprigionato dal corpo di lei, avvinghiato in quella fragranza di muschio selvaggio, ormai morbosamente stordito, sentiva la sua lingua intrufolarsi ruffiana, sfiorarlo nelle intimità, la pelle, l’anima, vibravano all’unisono, sensazioni calde, travolto in un vortice di incandescente passione. Quando stavano ad un tocco dall’apice, sentì Ester scoppiare in una sonora risata, la selvaggia bellezza allontanarsi dal suo corpo, con il suo più bel sorriso,esclamò:
-Ti rendi conto? Siamo in mezzo ad una strada; qui tutti ci possono vedere, se passano i carabinieri, ci arrestano per atti osceni.-
Cosi dicendo prese a ricomporsi; allungò un tenero bacio stampandolo sulla fronte di Andrea. Presa nel suo intento continuò nell’insistente blaterare:-
-Adesso però andiamo…-
-Dove?… Dov’è che vuoi andare?-
-Roma… Non volevi andare a Roma? Allora andiamo, da qui sono solo un paio d’ore, per la sera saremo la.-
-Sei proprio una testarda!-
Il Re a quel punto fu veramente nudo. La carezzò e puntò succube in direzione della città eterna.
Per circa mezz’ora all’interno dell’abitacolo, solitario sovrastò un silenzio perfetto.
Ester ad un tratto si tolse la giacca e inizio a trafficare al suo interno scucì un pezzo di fodera ne estrasse un piccolo involucro celofanato. Andrea le chiese cosa fosse:
-Erba… Adesso ci facciamo una bella canna.-
-No!… mò pure le canne, già siamo mezzi ubriachi e poi è un secolo che non mi faccio uno spino. Comunque io non fumo… Tu fa come ti pare.-
-Quanto sei antico, sei proprio vecchio.-
Rise, sconcia gli carezzò il cazzo e con quella faccia gradevolmente indecente da giovane puttana gli sussurrò:
-Vedrai quant’è buona questa erba? Quando faremo l’amore sarà fantastico, ruberemo le stelle alla notte, anzi saremo noi le stelle; io e te… Solo io e te. Due splendide stelle.
S’inabissò nella preparazione della canna. Mentre Ester era presa nel suo da fare, ad Andrea gli si erano accavallati un bel po’di pensieri. Non era uno sprovveduto, capiva che quella situazione non avrebbe prodotto nulla di positivo. Lei era la donna di Silvio, francamente, c’era da ammetterlo, Ester era anche una testa calda, una ragazzina viziata e forse pericolosa. Una densa nuvola di fumo centrò l’abitacolo, dopo aver aspirato avide boccate profonde, gli passò il cannone, Andrea lo prese e fumò, tanto era inchiodato nella situazione. Tutti i suoi ragionamenti logici a ramengo; ipnotizzato non riusciva a divincolarsi dalle reti tessute da quella seducente sirena. Un motivo plausibile, poteva essere che da molto tempo non provava emozioni, aveva dimenticato cosa fosse l’amore; insomma era ingrigito, triste. Quella nuova situazione lo eccitava, lo ringiovaniva, adrenalinica senz’altro, fonte di guai sicuro, sentiva non poter opporsi a quella eccentrica alchimia, non riusciva più a farne a meno. Il resto del viaggio lo passarono a ridere sconclusionando sciocchezze. Due ragazzini a zonzo felici di aver marinato la scuola. Arrivarono a Roma. La sera si era appropriata del logo, rubando spazio alle luci del giorno, l’aria era fredda come l’acciaio, insisteva il forte odore di neve. Ester sperava imbiancasse, le piaceva molto la neve. “Vedrai staserà ne farà moltissima sarà pura magia” gli sussurrava. Si sa che nella Capitale non nevica mai. Parcheggiarono l’auto, presero la metropolitana, in un baleno dirottati in Piazza Di Spagna. Roma si mostrò nella solita veste; un’affascinante meretrice. Gli addobbi luminosi delle vie la rendevano ancora più accattivante. Ester fu travolta dal simpatico trambusto, felice corse in uno di quei pulmini attrezzati a fritteria; Andrea la vide tornare mentre si divorava un cheeseburger, due birre Ceres in mano, le bevvero seduti sulla scalinata, si baciavano oscenamente, non curanti della gente. Andrea captò per un attimo un rimasuglio di volontà, sostenne tutto ciò non poteva essere, non doveva assolutamente innamorarsi. Era già successo? Mentre pensava ciò continuava a baciarla e spudoratamente toccarla. Girovagarono nelle vie del centro, abbracciati, così approdarono a Piazza Navona. Ester stringendosi ancora più vicina all’ormai “suo” Andrea sensualmente sussurrò:
-Dobbiamo trovare subito un albergo, una pensione, ho voglia di fare l’amore. Adesso. Sono tutta bagnata, sto sciogliendo come neve alla pioggia, non ce la faccio, è un insostenibile supplizio, sbrighiamoci, altrimenti va a finire che ti scopo qui in mezzo alla strada. Ti mangio, ti divoro, voglio ingoiarti tutto; la mano puttana andò a strofinare ancora la turgida intimità. Coriandoli non neuroni nel cervello a brandelli del povero Andrea. La felicità si era tuffata nelle loro anime, una sorta di favola. Lei dolcissima non faceva che ripetere “tu sei il mio principe; amami ora, domani, tutta la vita, sei l’uomo che ho sempre sognato.” Tutte le sostenibili logiche messe ad argine da lui furono scacciate in nano secondo.
Si abbracciarono forte e alzando gli occhi notarono sopra le loro teste un’ insegna, “Pensione Due Stelle.”
-Hai visto questo è un segno del destino, vai a vedere se c’è posto, voglio andare qui.- La strinse forte la coprì di baci farcendola di dolcezze poi allontanandosi disse:
-Vieni anche tu-
Con uno sguardo mutato assente, come se fosse lontana anni luce, Ester farfugliò un rapido: -No, no, vai tu, aspetto qui.-
Allontanandosi si senti aggredito da una spiacevole sensazione.
La pensione era spartana, sembrava pulita e ordinata. Stanze libere ce ne erano; ne prenotò una per quaranta euro. Torno nella piazza nel punto dove aveva lasciato Ester, lei non c’era. Non si preoccupò, si accese una sigaretta e iniziò ad aspettare guardandosi intorno, convinto fosse andata in qualche negozio, forse in quello di telefonia, aveva detto doveva fare una ricarica. Il tempo inizio a consumarsi, i minuti divennero quarti, poi mezz’ore. Andrea sudava a freddo era attaccato da ansie soffocanti non sapeva come comportarsi, la sua preoccupazione aveva raggiunto punte elevatissime. Dentro la sua testa scorrevano le ipotesi più disparate.
Non poteva telefonarle, non conosceva il suo numero.
La situazione era davvero molto complicata.
Camminò a lungo nelle vie del centro, niente nessuna traccia. Oramai erano passate due ore, il peggio era sicuramente alle porte, ci si poteva aspettare di tutto. La notte si era tinta di un profondo nero, lo scintillare delle luminarie del pomeriggio avevano assunto tutt’altro effetto. Anche i personaggi in giro erano cambiati, pochi turisti, molti extracomunitari, gruppi di Nordafricani, indiani, rumeni, giri loschi, spacciatori; meglio stare alla larga da loro. Cerco di resettarsi, fare il punto della situazione: Prima considerazione erano già le undici,Ester scomparsa.
Seconda ipotesi, una stanza per dormire prenotata.
Meglio andare a dormire per poi cercarla domani, con la speranza tornasse prima?
Oppure rimettersi in viaggio, fuggire, tornare a casa come se nulla fosse accaduto. Ultima ipotesi;forse la più logica. Andare al primo posto di polizia e denunciare l’accaduto.
Aveva preso la sua decisione, quando nella leggera foschia, vide configurarsi tre sagome, più si avvicinavano più prendevano forma, due uomini di colore, e purtroppo in mezzo a loro abbracciata ad entrambi una ragazza baciava indifferentemente i due; risate schifose facevano da sottofondo. Erano lerci e sballati di brutto. Gli passarono davanti, lei lo guardò per qualche secondo, non seppe mai se lo avesse riconosciuto. Ester era distrutta, completamente fatta, pupille come punte di spilli, volto trasfigurato, quasi irriconoscibile. Andrea rimase di sale, come paralizzato capì che non c’era nulla da fare, era rientrata nel tunnel, rinunciò a darsi spiegazioni. Gli occhi si riempirono di lacrime, confuso prese a camminare, timidi fiocchi di neve iniziavano a cadere lenti. La favola era finita,la vita è altra cosa; nessun principe nessuna fata; solo letame. Affrettò il passo, nevicava di brutto, respirò a pieni polmoni quell’aria romana. Schiantò un urlo disperato nella notte, un intenso profumo di muschio selvaggio lo soffocava.
Incredibile a Roma nevicava.
FINE
OGNI RIFERIMENTO A PERSONE E COSE è DA RITENERSI PURAMENTE CASUALE.

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