Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Archivio per febbraio, 2013

Scusatemi

10415419-marine-corp-cane-con-gli-occhi-folliMille annni, stagioni vissute passate
indivenire di immagini, suoni e perché no?
Orchidee, feste e celebramenti
sconquassi ormonali;
faccende affaccendate solo cazzate
poveri noi, povero me
a chi ci ha creduto a chi ci crede ancora
a chi non ha mai capito niente
a chi ha capito tutto
a chi pensa che l’amore sia gratis
violini rose e belle parole
la mattina non c’è nè più
d’altronde lo diceva anche Mina
è un illuso e s’attacca al fuso
spesso ci sbatte il muso
son deluso son depresso
ora scusatemi vado al cesso

Aiutami.

donna ritrattoIl lume paranoico affoga
nelle macchie sofferte d’inchiostro
nero più della notte più della paura
surrogato di alchemiche memorie
fionda la sua insignificante fastidiosa luce
insorgere di albeggi sfumati d’argento
riflettore spietato di un volto
perso nell’infinito del suo smeraldo sorriso
non c’è vento, non aliti, brezze o tramontane
che possono dar vita ai fulgidi capelli
ti guardo, sono qui
aiutami a vivere
se puoi perdonami

Il PRANZO DELLA DOMENICA

prete giovanePasso sicuro, rapido, testa bassa, portamento inutile; eccola passare. i soliti noti davanti al bar stritolano commenti, di tutto, sempre gli stessi, insipide fantasie portate all’eccesso.
Avvolta nel suo pastrano color cammello, abbottonato fino allo stremo come i suoi misteri, trafelata entra dalla porta secondaria nella chiesa di San Germano, si accomoda al solito penultimo banco della fila sinistra, immediata s’inginocchia in religioso raccoglimento, il consueto brusio accompagna il gesto che è interrotto dal rituale scampanellio. Don Giorgio è pronto ha finito di indossare il paramento liturgico, seguito da due svogliati chierichetti, dopo essersi genuflesso davanti al Cristo prende posto al centro del altare, dando inizio alla celebrazione della santa messa domenicale del mezzodì. Nel Nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo e cosi il vecchio parroco sempre più in affanno, per via della sua cagionevole salute, tra pause, sbadigli, colpi di tosse, riesce ad arrivare a conclusione della funzione. Per i fedeli presenti sembra sia davvero una liberazione è triste vedere Don Giorgio, sacerdote infaticabile, uomo dal bel aspetto, così mal ridotto. Nella navata centrale, tra strette di mano, saluti, sorrisi di circostanza, anche no, inchini virtuali e leccate di culo all’assessore Domenico L. la chiesa pacatamente si svuota. Laura è ancora al suo posto sempre coperta in preghiera, quando la voce di Giacinto il sacrestano lievemente risuona:
-Signora mi scusi devo chiudere… se vuole le lascio aperta la porta secondaria?-
No, mi scusi lei, me ne vado immediatamente, non si preoccupi. Grazie.-
-Davvero Signora non volevo disturbarla.-
Ringraziando ancora si sciolse dalla genuflessione e sempre dall’uscita secondaria prese la via della strada.
Quarant’anni, una vita condotta in modo austero, di lei nessuno sapeva niente, solamente che era un’artista, una pittrice, anche qui segreti nessuna mostra, nessuna traccia di critiche o recensioni delle sue opere, l’unica cosa vera sembrava lavorasse per il clero. Sicuramente in quella piccola casa situata nella romantica via Delle Stelle viveva da sola. I vicini sospettavano, addirittura neanche ci abitasse sempre, tanto era il silenzio che ci si addensava. Laura come un fantasma spariva e appariva; l’unica certezza era di vederla uscire la domenica mattina poco prima del mezzogiorno per recarsi a messa. Le rare volte si incontrava, rispondeva solo se salutata, i grandi occhi, avrebbero potuto brillare come pianeti, erano perennemente spenti come moccoli. Questa donna enigmatica inquietava. Il pettegolezzo nei suoi confronti era praticamente perpetuo.
Gina una grassa donna, dall’aspetto sciattamente volgare, a dirsi in breve una cafona; un giorno mentre si trovava nel negozio di generi alimentari della signora Maria, tra una vampata di calore e l’altra; confidò ai presenti di averla vista più volte rientrare a casa con dei grandi sacchi neri, poi nelle ore tarde della notte udire lugubri lamenti accompagnati da stridule nenie. La cafona concluse nel dire che in quella casa succedevano cose strane, sicuramente stregoneria, si per la cicciona quella donna taciturna era inconfutabilmente una strega e lei abitando a soli venti metri di distanza dall’ abitazione della presunta fattucchiera, aveva una dannata paura, se avesse ancora sentito o visto strane cose avrebbe chiamato i carabinieri.
I racconti della grassa donna certamente erano frutto di fantasie maligne, dettate anche da tanta o poca ingiustificata invidia. Il punto era che nella piccola cittadina laziale,gli uomini parlavano molto di Laura perché essendo una bella donna, si trovava spesso al centro di morbose attenzioni, apprezzamenti insani. Davvero qui il market della chiacchera mostrava le merci più variegate. Per molti era lesbica, per alcuni una povera donna in uno stato di depressione cronica, lasciata da qualche fidanzato, magari il giorno stesso delle nozze. Per altri ancora una figura asessuata, gelida e arida, i più arditi si contrapponevano sostenendo potesse essere una donna dalla doppia vita, Santa di giorno, puttana di notte. Mario, l’autista dei bus di linea con Roma affermava averla trasportata più volte nella capitale, gli sarebbe stato riferito (fonti sicure) di questa donna, dallo stile di vita sobrio alquanto grigio, fosse invece una accattivante meretrice e in nome del Signore; udite, udite, le sue frequenti visite nei morigerati palazzi vaticani, la pittura non era altro una copertura, in realtà il suo vero ruolo era quello di una puttana affamata di sesso e soldi. Sempre secondo le fonti sicure di Mario; si narrava che tra i suoi migliori clienti, annoverasse vescovi e cardinali, alcuni anche molto conosciuti. Questo era il quadro con cui Laura era costretta a convivere, a lei sembrava non interessare nulla, impermeabile a tutto. Si era trasferita in quella città circa vent’anni prima, poco più di una ragazzina, ha abitato sempre in compagnia della sua amica, la solitudine. Ugo, postino in pensione, ricorda di quando gli consegnava le missive appena arrivata in città:
– Ragazzi la dovevate vedere quanto era bella, con quel suo camice bianco, sempre intrisa di colori col viso impiastricciato, tutti quei ricci scompigliati e folti, somigliava a una Dea. Un viso dolce, gentile, me l’avrei rubata e portata via. Era così splendente da far impallidire anche il sole. L’unica cosa, non l’ho mai vista sorridere; MAI! Non riesco a ricordarne una sola volta. Un giorno la povera Memena, morta pochi anni fa, abitandogli vicino mi confidò di questa ragazza; si diceva avesse perso la madre da poco tempo e si era trasferita qui per stare vicino a suo padre. Non si è mai saputo con esattezza se esistesse questa fantomatica figura, mai è stato visto. La sua casa non è stata mai frequentata da nessuno.
Si era fatta l’una passata, l’ora del pranzo; la piazza in un baleno fu vuota.
Laura nel suo piccolo terrazzino stendeva la biancheria ad asciugare, sotto le onde di un timido sole. Spostò un cavaletto, prese delle tele di pittura le rientrò, chiuse le persiane. Infilò il pastrano, inforcò un paio di occhiali da sole e uscì. Salì a bordo della sua utilitaria e dopo qualche chilometro fu fuori città, giunta in aperta campagna, imboccò una strada brecciata, dal verde della vegetazione prese corpo un piccolo casolare in pietra, oltrepassò il vecchio cancello in legno, uscì dall’auto e salì di corsa le scale. Entrò in casa:
-Ciao ci siete?- L’uomo in cucina senza voltarsi rispose:
-Ah… sei arrivata? Alla buon ora, è quasi pronto.-
Cosa hai cucinato di buono?-
-Tagliatelle al sugo di castrato e per secondo castrato in umido e broccoli ripassati, ti va bene?-
Si certo, a me va sempre bene quello che cucini tu. Lui dov’è?-
-Di la nel salottino, guarda la tv… se non ti ha sentito è perché forse s’è addormentato.-
Laura va nella piccola sala, lo vede col volto sereno seduto in poltrona appisolato. Dolcemente con voce sottile lo sveglia:
-Ciao papà-
L’uomo ha un lieve sobbalzo, la vede, sorride e con tono di voce dorata annuncia ah sei tu? Sei arrivata? Bene, poi alzando la voce di un tono, autoritario prova a graffiare:
– E’ pronto da mangiare?-
-Si è pronto, accomodatevi a tavola.- Rispose l’uomo dalla cucina.
-Dai alzati, piano, piano, vieni, a proposito come ti senti?- Sussurrò Laura.
-Come mi voglio sentire, come un povero vecchio con un tumore e sa che presto il signore se sarà misiricordioso se lo richiamerà con Lui.-
La donna arrossendo disse:
– Dai non dire così, non è detto potresti vivere ancora a lungo.
Laura non raccontare bugie, è peccato, so perfettamente qual’è il mio destino; i medici hanno diagnosticato al massimo quattro mesi di vita. Un’altra chemio non la ripeto, non ce la farei a sopportarla, con molta probalità non servirebbe a niente.
-Basta con questi discorsi, tuono il cuciniere è ora di mangiare, Laura per favore stappa quella bottiglia di rosso sulla credenza.-
Don Giorgio, prima di sedersi, recitò:
– Signore benedici questa tavola, liberaci da tutti i mali e non c’indurre in tentazione. Amen.-
Baciò sua figlia sulla guancia, le sorrise:
– Sei proprio una brava e bella ragazza, ti voglio molto bene. Ora mangiamo.
Giacinto servendo le porzioni,disse: E’veramente bello il pranzo della domenica tutti insieme. Padre e figlia annuirono iniziando a mangiare.

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