Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Archivio per marzo, 2013

Dobbiamo colorare le uova.

300154_106894956081523_5779081_nRicordo delle lenzuola bianche ruvide offrirsi a una brezza delicata. Nell’aria intense fragranze di lillà, sapone fatto in casa, il viso pacioso e le forme rotonde di mia nonna impegnata a cuocerlo nel vecchio forno. Rivedo mia madre dietro al bancone dell’alimentari nel suo fare giovane aprire una grossa scatola di tonno. Mio padre dal suo “ape” scaricare scatoloni pieni di mercanzia. Ancora estasiato impresso nella memoria l’ immagine sugli scaffali delle uova di cioccolato agghindate nel rumoroso cellophane c pavoneggiarsi vanitose come deliziose ballerine. I personaggi di “Middie lù Bielle, Sperandina de lu surde, Middiona, Anna de Crocchia, Sabatì de Zerì, N’to de Cerquattò” riposarsi seduti sulle casse di birra e i contenitori ormai vuoti del latte, trasportati dalle “lattarette” già dall’alba, vere e proprie artiste a tenerli in equilibrio sopra le loro teste protette solamente da corone di stracci arrotolati (sparrù). Regnava un’ allegria parsimoniosa, ci si dissetava parlando del più e del meno e non veniva mai negato spazio a uno scherzo o una battuta, innocenti  sfottò. La spuma Paoletti e la gassosa; ne andavo matto, non ricordo se c’era la coca cola, non è importante. Le pizze col formaggio o quelle dolci decorate col brio dei canditi. Le stanze mostravano la loro anima migliore, soffici, colme di profumati odori, ricette tramandate da mamma in figlia, frutto di un’ antica tradizione, custode di una saggia e rurale cucina. Orgoglioso, zio Vincenzo nella sua divisa da Maresciallo dell’ esercito scaricare l’agnello dalla sua Bianchina. Un cielo disegnato da mutevoli nubi mai pericolose dove le rondini scomparivano per riapparire immediate nel fruscio dell’attimo. Il suono gaudente delle campane, i peschi fioriti, i primi pastelli nei campi guadagnavano spazio sul brullo di un inverno finalmente scomparso. La primavera e la speranza si respiravano a pieni polmoni. Armonie di un tempo perduto, una terra gentile, persone felici, forse perché il loro conoscere era limitato a quel poco che bastava. Certi del presente, si dava per scontato che dopo un giorno ne seguisse un altro e la notte era solo una parentesi fatta per riposare e anche per fare l’amore. La certezza inconfutabile che al sorgere del sole c’erano gli animali da accudire, i campi d’arare, si doveva sopravvivere per vivere. Una partita a carte tra amici nella baracca de Peccio’ nei giorni di festa bastava a ripagare le tribolazioni quotidiane. Ricordo una mano affabile sfiorarmi i capelli bambini, timida carezza. Mio nonno sereno, curvo nei suoi anni dirmi “Dai andiamo, tua sorella ci aspetta, dobbiamo colorare le uova; è Pasqua.”
Di cuore
Buona Pasqua a voi tutti
Nazzareno.

Ai miei nonni

31 marzo 2013

Non volevo sporcarmi le mani. Secondo ed ultimo episodio -Andremo a pescare-

354813554Già le quindici dal cellulare nessun segnale tranne qualche banale telefonata di lavoro, quella che aspetto non arriva. Il mio iniziale nervosismo è scomparso sembra svanito nel nulla. Poche le persone al terminal, volti informi per lo più verbi stranieri, gente dell’est. La voce monocorde dell’altoparlante annuncia i ritardi di partenze e arrivi. Piove a dirotto. Non conosco ancora la mia destinazione, per certo tra poco partirò, sono tranquillo. Non ho più la fobia dell’aereo, da giovane i primi viaggi li affrontavo con disinvoltura, volare era come bere un bicchier d’acqua. In un passato recente improvvisa sciolse una fottuta paura. L’ho superata con difficoltà, il tempo e il lavoro svolto su me stesso lentamente hanno reso i suoi frutti e aiutato anche dalle mie rudimentali pratiche buddiste ho assimilato un concetto elementare: “Su questa terra siamo solo di passaggio, prima o poi tutti dobbiamo morire. Il destino di un uomo dicono sia già segnato alla sua nascita, quando deve succedere, succeda. Colpi di cannone e tutti al funerale, al mio ci sarò. Viva la vita.
Consapevole che questi sciocchi pensieri sono utili solo a tenere a bada la repressa inquietudine fermenta e non riesce a darsi pace scalciando come un mulo. Vorrebbe farmi a pezzi e rendermi inerme, non glielo posso concedere, non me lo posso permettere. In quest’altalena di stati d’animo la agognata telefonata continua a farsi attendere. Perdo il mio tempo a contemplare lo stanco viavai, quando il suono giusto esplode, rispondo; una nenia dipana un messaggio registrato impartisce indicazioni: “Nella tua auto troverai una valigetta, c’è tutto quello di cui hai bisogno.”
Sfido la pioggia dirigendomi al parcheggio; tutto secondo copione, torno indietro meccanicamente entro nei bagni dell’aeroporto, rapido cambio d’abito e operazioni di restyling, guardandomi allo specchio penso: “Sì,va bene sono ok.”
Deambulo nel terminal, ancora non conosco gli incroci del mio destino quando all’improvviso sento urtarmi, un uomo giovane, rapido infila una busta nella tasca della mia giacca, nel vortice di un attimo svanito. Apro il plico, un biglietto di andata e ritorno, Orio Al Serio, Bergamo, in un foglio due misere righe, il volo è previsto per le ore diciassette e trenta – scontata la conclusione – seguiranno altre istruzioni.
Ancora un’ora, sessanta interminabili minuti. Le mie anime emergono si scrutano, si scontrano, fanno a pugni.
Vivo e non vivo, ascolto il respiro del cuore. Piove interminatamente.
Business class; decollo perfetto, l’aereo prende quota perfora le nuvole spingendosi oltre l’invisibile, al di sopra della pioggia.
L’hostess gradevolmente mi chiede in cosa può essere utile, stordito da un profumo di rose, è suo, intrigante il sorriso. Non dovrei bere ma chi se ne frega, prendo un wishiky e lo gusto a piccoli sorsi. Sibillini inaspriscono ancora isolati pensieri.
Quella stronza della mia ex moglie: Un matrimonio fallimentare il nostro. Quante scuse, quante balle ho dovuto inventare. Certo non facevo nulla di male, non l’ho mai tradita, la amavo. Credo di non essere mai stato lucido con lei, pericolosa mistificatrice di sentimenti. Finalmente la separazione, una guerra senza vincitori solo perdenti, un’unica vera vittima; Filippo. Le intemperanze degli adulti ricadono sui figli indifesi e naturalmente incolpevoli.
Alleggerisco il noioso peregrinare cerebrale, sobbalzano fantasie a luci rosse, immagino di fare l’amore con l’hostess, molteplici le posizioni, piacevolmente erotiche, sesso senza limiti, nessun pudore… fantastiche. Rinsavisco dalle lussuriose divagazioni rendendomi conto che l’atterraggio è prossimo.
Mentre sto per scendere, le tre assistenti di volo salutano sorridenti, il più bello è della mia preferita, la guardo ricambio al meglio delle mie possibilità e per non farmi mancare nulla, come se avessi già pochi guai le infilo nel taschino della divisa gonfio di soffice prosperosità il mio numero di telefono, sorridendo ancora le bisbiglio:
-Potrei innamorami di te.-
Indecifrabile continua a mostrarmi il bianco dei suoi denti fulgidi come neve al sole.
“Non credo lo farà, non avrà neanche trent’anni, inequivocabili i miei cinquanta, visibili nelle rughe riflesse nell’azzurro dei suoi occhi; avrà di meglio che perdere tempo con me.” Il comandante ossequioso mi stringe la mano. In un baleno sono fuori dal piccolo aeroporto, un taxi aspetta il 9717, il mio. Ci salgo. Appena a bordo il tassista in un italo bergamasco mi rivolge la parola:
-Buona sera, chi ha prenotato la corsa mi ha detto di consegnarle una busta… eccola.-
– La apro, “Hotel Boston, Monza.” La ripongo e indico la destinazione al conducente.
Nella hall mostro i documenti al portiere, mi sento rispondere di avere una stanza prenotata a mio nome la 117. In camera, appoggiato sul letto un vistoso pacco, lo svelo, dentro trovo una cassaforte. Il cellulare annuncia un sms, un numero penso sia la combinazione, è cosi. C’è tutto, quello che doveva esserci. Altra lettera, nuove istruzioni, un vero stillicidio. ” Ristorante L’Angelo, cento metri a destra dell’hotel. Appuntamento fissato alle ore 21, tavolo 17. Lui sarà in compagnia di una donna.” Continuo a leggere, è tutto chiaro, la brucio in bagno insieme all’altra ricevuta in precedenza. Guardo ancora la foto, inserisco un cd nello stereo, Mozart… meraviglioso. Ho ancora tempo l’impegno con delle flessioni, devo rimanere tonico.
Ci siamo pochi minuti alle 21, indosso la divisa da cameriere mi perquisisco per vedere se ho preso tutto… si; vado il lavoro mi aspetta. La pioggia si è trasformata in liquida umidità. Entro dal retro direttamente in cucina, una cuoca mi porge un vassoio, gamberi al sugo, rossi come il sangue, senza esitare lo afferro, in sala tutti i tavoli sono occupati, maledico. Rapida occhiata, individuo la coppia, lui piccolo, un bauletto inforca degli occhiali rotondi su un muso bavoso, lei avvenente evidentemente siliconata, punto deciso sull’obiettivo:
-Buona sera, i gamberi sono per voi?-
Indispettito l’ometto risponde in un’arroganza esagerata:
-No, si sbaglia noi dobbiamo ancora ordinare.-
Nel tentativo di scusarmi goffamente gli rovescio tutto il pescato addosso. Aggredito dalla sua faccia adirata e le pupille dilatate pronte a sbranarmi vedo la linda camicia mutare colore mi avvicino cerco di rendermi utile, pulirlo… rosso su rosso, i lineamenti stupiti mettono a tacere la spavalda arroganza e si accascia centrando il tavolo colpendolo con il viso da suino tra lo sbigottimento generale e lo sguardo attonito dell’accompagnatrice. Solo un sottile nascosto sibilo aveva stonato nella chiassosa sinfonia di voci e stoviglie in frantumi. Un preciso colpo dritto al cuore di quelli che lasciano una sola via d’uscita, la morte. Di me più nessuna traccia. Nel vento cavalco una potente moto, schizzando via il più in fretta possibile dall’ignomia e dal centro di Monza. Sfioro il fulcro urbano di Desio, sarà una semplice combinazione neanche a farlo di proposito Romina abita qui. La nostra è una storia a distanza e con qualche problema, però ci vediamo quasi tutti i fine settimana va bene così. Potrei farle una sorpresa, rimanere a dormire con lei ne sarebbe felice… meglio lasciar perdere, adesso ho altro cui pensare. Dopo pochi chilometri sono nel luogo prefissato, un’autodemolizione e il cancello laterale è aperto lo oltrepasso, mi libero della parrucca, baffi posticci e il caucciù servito a modificare le mie sembianze. All’interno di un’utilitaria trovo il nuovo abbigliamento, butto quello finora indossato, pistola compresa nel bagagliaio di una carcassa metallica destinata a essere pressata l’indomani.
Alla guida di una potente auto sono di nuovo in strada direzione aeroporto, alle undici prenderò il volo per Falconara. Riaccendo il telefono, alcuni sms compaiono do una rapida occhiata, a parte un paio di Romina il resto nulla di particolare. Una telefonata, un numero che non conosco. Una delizia di voce respira:
– Pronto, ciao sono Sara… l’hostess.- Sospeso e sorpreso penso “cazzo… mi ha telefonato davvero.” Egocentricamente soddisfatto, replico:
-Ciao, che piacere… ero sicuro non avessi chiamato, anzi mi scuso per la sfrontatezza usata oggi, di solito non sono così intraprendente:-
-No, cosa dici sei stato gentile e molto simpatico, senti io alloggio a Milano, tu dove sei?-
L’unica risposta inesatta può essere
-Si, anch’io sono a Milano- e questa le do.
A Sara sembra quella giusta, appagata, riprende:
-Perfetto se hai voglia e non hai altri impegni potremmo andare a bere qualcosa cosa ne pensi?-
Centomila idee fermentano nel cervello, rubo qualche attimo, mi esprimo:
-Penso sia un’ottima idea però al momento sono a cena con dei clienti se riesco a liberarmi presto, ti chiamo e ti raggiungo, va bene? (stavo già scappando?)-
– Sì, certo, sbrigati ti aspetto, ciao.-
-Ciao.-
Non faccio in tempo a chiudere la chiamata sotto ne erutta un’altra, è di Romina, il display schiuma rabbia, mi faccio coraggio e rispondo:
-Ciao amore.-
-Amore un cazzo… dove sei stato, quale dannata fine hai fatto? Da stamattina non ti sento, non rispondi ai messaggi, sei il solito pagliaccio.-
Inscenai un teatrino di cazzate da paura, finale scontato, litigata furibonda, pazienza comunque anche questa pratica per stasera è archiviata, domani è un altro giorno.
Adesso devo decidere se prendere l’aereo oppure passare la serata e forse anche la notte con quella bella figa di Sara?
Sono sull’aereo, anche questa hostess è carina, non le dico nulla, neanche un sorriso. Sono preda di una morbosa angoscia come un laccio mi stringe la gola fino soffocarmi. Chi sono? Quanti volti, quanti nomi ho? Uno dieci centomila? Non lo saprò mai.
Un lampo sul iphone segnala l’arrivo di una mail, la leggo:
ROMA 12 MARZO 2013
MISSIONE TERMINATA’ ESITO POSITIVO.
NESSUN ALTRO SUO IMPEGNO E’DOVUTO FINO A NUOVO ORDINE.
COMPLIMENTANDOMI PER LA SUA INDISCUSSA PROFESSIONALITA’
LA SALUTO
CAPO SEZIONE N.O.S.C.*
Xxxxxx Xxxxxxxxx

QUESTA MAIL SI AUTODISTRUGGERA’ TRA DIECI SECONDI
9- 8- 7-…….

Lui si complimenta… ma va a farti fottere coglione.
Una vita a mentire a non dire, nessuno conosce la mia oscena identità, nessuno sa veramente chi sono, un diabolico segreto che porterò nella tomba. Pensare iniziò tutto per gioco, durante la leva militare, feci dei test senza sapere il perché, probabilmente per mettermi alla prova oppure perseverava l’idea di non volermi sporcare le mani, beffardamente sorrido, le mani forse no ma la mia anima è completamente sudicia nera come la pece. Seguirono altri esami, centinaia di prove, fui il migliore.
Trasformato in un’ombra al servizio dello stato, quello sotterraneo degli affari loschi, delle leggi non scritte; levare e mettere prendere e non dare, nessun compromesso, invisibili incastri. Vincere partite tacere, non gioire, non respirare, nessuna gratifica, niente. Tutto questo per degli ideali in cui non ho mai creduto, per vile e sporco denaro e per uno sciocco spirito di avventura, prevaricare sempre il limite. Cinque lunghi anni e finalmente andrò in pensione, l’incubo forse avrà fine, non
m’illudo. Di certo domani tornerò a essere il buon Raffaele, mite agente di commercio. Sabato ci sarà anche Romina, andremo a pescare.
Fine
* nucleo operativo sotto copertura

Francesco è il suo nome

ilpapasuibus-4E’ festa a roma
gocce come stelle stelle come gocce
folla bagnata l’attesa
la casa di Pietro, la storia la preghiera
strascico porpureo un solco nel fermento
di piombo silenzio
Magno cum gaudio
habemus
emozione di rara bellezza
di bianco dipinto luce di speranza
buonasera.
sono un uomo un vescovo
giungo dalla fine del mondo
habemus Papa
Franceso è il suo nome

Non volevo sporcarmi le mani – primo episodio- riflessioni

imagesSui tavoli immersi in bicchieri delusi, si pavoneggiano inutilmente spenti tovaglioli sfoggiati a ventaglio. Tutto è desolatamente opaco, sono l’unico cliente di un anonimo ristorante nei pressi di Iesi, in un’uggiosa giornata lavorativa di mezza settimana. Mi tornano in mente le pause pranzo condite dal vociare rumoroso e volte allegro degli operai, si miscelava con l’atteggiamento distaccato dei rappresentanti di commercio, assorti nelle notizie dei loro giornali (faccio parte di questa categoria) e nei pomposi discorsi di vanitosi dirigenti d’azienda, contornati da collaboratori abulici e consenzienti. Ciò sembra sia finito, dissolto, tutti svaniti, divorati dalla feroce tigre, la crisi economica, secondo molti la più grave dalla guerra. Poggiati sul tavolo l’immancabile tablet e oggi il libro di Grammelini, ancora alcune pagine e lo concludo. Una buona lettura, toccante, una stoccata al cuore. E’autobiografico, tratta la storia di un figlio cui per lunghi anni è sottratta la verità sulla morte della madre, accaduta quando lui aveva solo nove anni. “Fa Bei Sogni” sviscera le paure, il coraggio nell’affrontare la vita, il perenne conflitto con l’atavico mostro nascosto nel profondo di tutti non da tregua estenuando la nostra esistenza fino a straziarla. Solo quando l’avremo sconfitto faremo pace con noi stessi e le nostre realtà diverranno sicuramente più vivibili. Se non l’avete letto, ve lo consiglio.
Come un uccello il pensiero migra su mio figlio, un buco nero, soprassiedo. Non evoca situazioni piacevoli, un gravoso cruccio, è la massa critica del mostro rifugiato in me, con il quale non ho ancora conseguito nessun armistizio.
Matura prepotente quello del mio babbo, defunto da troppi anni, è vero gli è successo in età avanzata, colpa mia, sono nato troppo tardi, quando lui aveva già cinquantadue anni. Una brava persona mio padre, gran lavoratore, onesto, discreto e silenzioso come il volteggiare di una farfalla. In un giorno di marzo se né andato senza recare disturbo a nessuno. Lasciandomi nell’essenziale un vuoto crescente. Non sono riuscito a godermelo come avrei voluto e forse anche meritato.
Infrange i miei pensieri una donna alta, bionda, senza dubbio bella, probabilmente è la titolare. In un accento vagamente straniero, con un sorriso coinciso e di circostanza mi saluta proponendomi i piatti del giorno; declino la proposta optando per un fuori menù; un filetto al pepe verde e patate al forno. Accendo il tablet controllo se ci sono nuove e-mail, ne trovo una di poco conto, è di quell’infame di Passecchia, uno senza coglioni, è il responsabile vendite dell’azienda in cui lavoro, la ignoro è sicuramente una sciocchezza. Inizio a leggere il libro, la televisione accesa mi distrae, vedo inquadrato un viso, vistose rughe lo solcano mettono in risalto la stanchezza, la sofferenza di un uomo; Josef Ratzinger il Papa dimissionario. Un gesto apparentemente coraggioso il suo con il quale ha voluto bloccare il diffuso malessere presente nella chiesa. Evidentemente la bolla stava scoppiando, pungolata dalle troppe lotte di potere, coinvolta anche una lobby di cardinali gay, si parla persino di riciclaggio milioni di euro fluirebbero incontrollati nelle casse dello Ior, l’opulenta banca vaticana. Il mio dubbio è, Ratzinger si è dimesso per sua volontà oppure è stato costretto essendo custode di scabrosi segreti così esponendosi suo malgrado a feroci ricatti?
L’interrogativo è solo questo. Se fosse valida la prima ipotesi a lui andrebbe tutta la mia stima, se invece prevalesse la seconda non muterebbe il mio pensiero sulla sua persona. Una figura discutibile, finto riformatore come le sue formali e inutili scuse al mondo per la pedofilia nella chiesa. Da premettere sono laico, la mia fragile fede la riserbo esclusivamente per il mio intimo, di conseguenza tutto ciò ha solo una rilevanza storica.
Sono fermamente convinto, nessuno rivelerà gli scomodi segreti, almeno nell’immediato futuro.
Sul piccolo schermo le notizie si susseguono negando spazio alla mia lettura, le continuo a guardare. La politica, in onda il tormentone sulle elezioni. Si doveva capire chi avrebbe governato, invece né scaturito uno scenario kafkiano di totale confusione. Le ha “vinte”, se così si può dire la coalizione di centro sinistra, purtroppo per il paese non c’è la necessaria maggioranza al senato, alla camera invece sì, questo significa ingovernabilità. Il leader è il floscio Bersani l’uomo dei giaguari, delle bambole non pettinate, favorito al giovane e rampante, Matteo Renzi, attuale sindaco di Firenze. A detta di molti se ci fosse stato quest’ultimo l’alleanza di centro sinistra avrebbe stravinto. Il tempo dei se è finito, riservato solo ai perdenti e gli inconcludenti. Ora il “buon” Bersani ha l’incombenza di formare un governo; mission impossible. Monti, presidente del consiglio uscente non ha sfondato, anzi ha totalmente fallito, gli italiani hanno bocciato la politica di lacrime e sangue attuata dal suo governo tecnico. Il caimano sembrava spacciato invece con una campagna elettorale alla sua maniera è riuscito in una rimonta sorprendente, non è bastata per vincere. Il nano ha sette vite come i gatti, spara cazzate a raffica e milioni di elettori ancora gli credono. Beati loro. La vera novità di questa tornata elettorale è Beppe Grillo, il comico genovese e il suo movimento a Cinque Stelle con le sue arringhe scoppiettanti ha conquistato le masse, vulcanico e strafotente nell’argomentare, cavalcando l’insoddisfazione e la rassegnazione di un popolo oramai stremato ha guadagnato giorno dopo giorno consensi, riempito le piazze, fino ad avere un successo elettorale di enormi proporzioni. Il suo motto, “fuori tutti” riferito ai vecchi mestieranti della politica ha funzionato portando i Cinque Stelle oltre il venticinque per cento dei consensi. A me Grillo non piace, penso dietro ai suoi discorsi rivoluzionari e populisti si nasconda qualcosa di losco. Spero di sbagliarmi. Rimango preoccupato perché nessuno di questi signori discute seriamente sul problema lavoro. Giocano, litigano, s’increspano sulle riforme, assolutamente necessarie, altresì s’infervorano come abbassare i costi della politica, sacrosanto anche questo. Nessuno però affronta in maniera decisa come arginare la fuga delle industrie verso siti più convenienti e il preoccupante agonizzare della piccola e media impresa. In pochi concetti, garantire il diritto primario per la sopravvivenza di ogni cittadino. Non dimentichiamoci un punto fondamentale della democrazia, l’articolo uno della nostra costituzione; “L’Italia è una Repubblica fondata sul LAVORO.
Mentre cerebralmente gioco a scacchi divagando tra nugoli di pensieri, mi viene servito il pranzo. Inizio a mangiare continuando nel viaggio introspettivo. Ricordo quando giovanissimo, decisi di smettere con la scuola, ero indolente, non avevo nessuna voglia di studiare avevo solo sedici anni. I miei anche se con sommo dispiacere rispettarono la decisione. Mia madre si limitò nel dirmi: Non hai voluto studiare, va bene, certo mi dispiace, soprattutto per te, a me sarebbe piaciuto se avessi preso un”pezzo di carta” il diploma, lei lo definiva così, è andata, pazienza. Adesso non hai altra possibilità devi andare a lavorare; hai due opportunità; la prima un posto da idraulico, la seconda il cameriere, scegli tu, io sarei per la prima. La guardai e con piglio deciso con sua buona pace, scelsi la seconda. Non avevo ben definito cosa volessi fare da grande, sapevo quello che non volevo fare, sicuro non intendevo sporcarmi le mani.
A distanza di anni posso affermare è uno dei miei pochi obiettivi centrati.
Il giorno dopo ero all’Osteria Dei Poeti, più noto come “Da Pierì.”
Pierino il titolare era in cucina, Gina sua moglie parlandogli a bassa voce e con riserbo gli disse: “Questo è il nuovo cameriere.” Lui non mi degnò neanche uno sguardo, sconvolto tra le braci dei suoi arrosti si limitò solo a un lieve movimento del capo. Quattordici ore al giorno, cento coperti a pranzo, operai e rappresentanti, altrettanti coperti a cena, quasi tutti militari. Tutto questo lo dividevo con Mimmo il mio collega; un bravo ragazzo, non l’ho più visto.
Li iniziai a districarmi tra i meccanismi basilari e le necessarie controindicazioni per campare. Ho dovuto fronteggiare situazioni assurde, ho avuto a che fare con personaggi di tutti i tipi, fatto conoscenze importanti, una su tutte quella che ha modificato il mio futuro. Li ho conosciuto Doriana, con lei ho scoperto il sesso, l’estasi della prima volta. Le prime sigarette, le prime sbornie, le tante litigate con Pierì, dai miei occhi ancora bambini spesso scorrevano lacrime a fiumi. Per fortuna c’era Gina, dolce e affettuosa, aveva sempre la parola giusta, sapere lei ci fosse, per me era di grande conforto. Pierì non era un cattivo uomo, tutt’altro, ma aveva un carattere del cazzo: Definirlo instabile era dire poco.
Quel posto essendo molto simile a un porto di mare tanto era frequentato fu una vera e propria scuola di vita, le materie e i professori variavano, io dovevo solamente avere le capacità di afferrare gli insegnamenti utili e in pochi attimi estrapolare il buono dal cattivo.
Un fastidioso mal testa si è materializzato: Strani presentimenti m’infondono improvvisi impulsi negativi. Stravolto dai ricordi e pregno di riflessioni ho terminato senza quasi accorgermene il pranzo, chiedo un caffè e subito il conto. La procace bionda mi da l’arrivederci con il solito sorriso formale e coinciso. Esco, sono fuori, piove.
Un trillo, no… lo squillo sbagliato, cazzo me lo sentivo. Rispondo, rigide le parole, fredde come il marmo…”alle quindici devi essere all’aeroporto di Falconara, hai un volo alle sedici, altre istruzioni seguiranno. Clik. Guardo l’ orologio, sono già le quattordici e trenta, è vero l’ aeroporto è vicino comunque devo sbrigarmi. La pioggia si è trasformata, gocce dure come sassi bastonano la mia frastornata testa, entro in auto e sparo al cielo un poderoso Dio che va a fracassarsi contro il tettino. Penso ad alta voce quasi urlo:
-Balle sempre balle! Adesso devo trovare delle scuse con la ditta, anche per Romina, quali? Le solite coliche? Oppure spengo il telefono, poi dirò si era rotto No, non posso spegnere il telefono: Ci penso.
Che palle… maledetto me, maledetto quel giorno.-
Incazzato nero volsi in direzione dell’aeroporto.

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