Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

La ierva a Criste.

foto pranzo pesce mio cecilia 264Antefatto.

Seduto su una panchina coinvolto in una tenue serata d’autunno a parlare del più e del meno con una vecchia amica, perdersi nei ricordi e cercare di dar senso al presente condito da un futuro che appare sempre più opaco.
Dialoghi normali per chi è conscio di avere una ragione, anche sia unicamente uno straccio di obbiettivo, nutrire qualche speranza. Leccarsi le ferite e capire dove si è sbagliato, ricominciare, ricostruire, puntellare, captare suoni, immagini e sogni, non privarsi d’emozioni, a mio parere questa è la vita, semplice anche se a volte molto faticosa.
In troppi vivono senza rendersene conto, sono già morti e non lo sanno, seguono degli stereotipi convulsi e modaioli, pecore, un grande gregge.
A volte: almeno quanto è possibile vale la pena ricordarsi che è un bene rallentare le frenesie del tran tran quotidiano, riordinare le idee, offrirsi un momento per se e quale occasione migliore conversare con un amico, in questo caso A. Regalarle un libro, il tuo, quello scritto da te, quello che ti sta facendo bene e male, aggiungere un sorriso e un ci vediamo, magari presto, magari non si sa, forse tra un anno, quando sarà. Tornare a casa rimestare pensieri, consapevole di essere titolare di qualche riflessione in più da sviscerare. Mangiare dei pomodori in padella con olio aglio e rosmarino, semplicemente squisiti, cucinati premurosamente da tua madre novantenne.( Qui si potrebbe dar luogo a un nutrito dibattito, ma lasciamo correre.) Accendere la tv e farsi bombardare masochisticamente da chiacchere sterili e convulse, elargite senza scrupolo dai tanti imbonitori amanti del gossip e politicanti vari. Soliti discorsi, solite facce di merda, ruggine su ruggine, comici e politici, dov’è la differenza? Brandisco male parole all’aria, tanto sono da solo, o meglio c’è Briciola la mia cagnolina, non sente è sempre più sorda, la carezzo con stanco e sincero affetto e do un bel taglio spengo la tv come atto dovuto e frequente. Un unico dubbio la Carmen o del buon generico jazz. Opto per la lirica, la sinfonia della Carmen fiorisce nella stanza colorandola di vibrazioni.
Accendo il pc, ho voglia di scrivere, non ho idee, ci provo, forse una storia da narrare esiste. Inizio a muovere le mani sulla tastiera. Eccola.

Capitolo primo

Lo scricchiolio delle mie ossa intonavano il primo sbiadito buongiorno, fuori era ancora buio, guardai l’orologio appeso alla parete, le sei e trenta. Intorpidito e confuso mossi i primi passi eseguii le formali necessità fisiologiche, dal frigo rubai bevendolo stille di latte gelato. Mi inoltrai nel regno oscuro, la camera da letto, la sveglia improvvisamente trillò, e il buongiorno della strega arrivò puntuale: “spegnila deficiente!” non risposi, sottomesso eseguii chinandomi su mio figlio Matteo, sereno dormiva, lo riempii di baci inondandolo di amore. Non reagiva, nessun segno di lucidità, era compresso in un sonno profondo. A malincuore l’incombenza di svegliarlo, a soli quattro anni anche lui doveva sottoporsi a urgenze improrogabili come per esempio andare all’asilo. Incrociandomi con chi da circa un anno era diventata la oramai ex moglie, ma per esigenze di natura pratica dovevamo condividere lo stesso tetto contribuendo ad allargare la fitta schiera dei separati in casa.
C’eravamo imposti regole precise, gli accordi erano chiari, ma lei puntualmente ne veniva meno. Le dissi: ” il bambino lo vesto io?” Ruvida rispose “certo non lo sai?”
No, non lo sapevo o meglio potevo anche saperlo, mi toccava sempre, ma non le andava bene mai nulla, come lo lavavo, come lo vestivo, ect ect.
Lei si preparava il caffè e lo beveva in fretta e quello che avanzava lo metteva in una bottiglietta e lo portava con se a lavoro, lo avrebbe anche buttato pur di non lasciarmelo, un dispetto come un altro.
Queste erano le meste mattine che andavano in onda usualmente in casa.
La tensione si tagliava con il coltello in quella giornata uggiosa e umida di fine ottobre.
Sono trascorsi già sedici anni, ancora sale sulle ferite.
Dal suo volto traspariva odio oltre il solito, e io ero l’unico destinatario.
Stranamente lenta sembrava perdesse tempo, mi scrutava senza parlare, Matteo era ancora assonnato e pronto per uscire. Le sette e trenta, mentre lo imbacuccavo per non farlo bagnare le rivolsi la parola ” Vai al lavoro in ritardo?” Per tutta risposta lasciandomi sbigottito mi aggredì con accuse che non comprendevo. Dalla sua bocca non verbi, ma uranio, provai a difendermi chiedendo a cosa si riferisse, veramente non riuscivo a capire, e fu a quel punto mi sferrò un violento calcio nello stinco, il bambino era lì, presente, cercai di trattenere la rabbia e di proteggere Matteo da quella folle azione cercando di non fargli capire la disperazione e l’abbruttimento dei suoi genitori. Con fatica ignorai l’accaduto voltai le spalle e aprii l’uscio, quando ero per andarmene con voce diabolica ringhiò:
“Bastardo figlio di puttana sei il solito vigliacco.”
La guardai: “basta Rita non ne posso più, si può sapere cosa vuoi?”
All’improvviso mi sputò in faccia, colpendomi in un occhio, e fu così che il mio equilibrio mentale andò letteralmente a farsi fottere, la vista si oscurò, non capii più niente, chiusi gli occhi e quando li riaprii vidi il suo viso pallido e sconvolto: non lo dimenticherò mai più, a pochi centimetri la mia mano a palmo aperto stampata sul muro. Fortunatamente una misteriosa forza soprannaturale l’aveva deviata, avevo puntato dritto alla fronte; chissà se era stato mio padre deceduto da poco? Avrei potuto ucciderla: una bastarda di meno sulla terra e un coglione di più in galera. Sospinsi delicatamente mio figlio fuori di casa entrammo in auto e partimmo.
Durante il tragitto non parlavamo nessuno dei due, il mio unico impegno oltre quello di guidare era di ricacciare le lacrime che volevano esplodere come le bombe a Hiroshima.
A un tratto Matteo dal sedile posteriore fratturò il silenzio con voce esile, e disse: “tu e la mamma avete litigato ancora?”
No piccolo, all’inizio a dire il vero un po’si, poi abbiamo scherzato e fatto subito pace; io e la mamma ci vogliamo bene, e soprattutto ne vogliamo a te.”
Non mi specchiai per non notare il mio imbarazzo e il viso sicuramente rosso per la vergogna.
Matteo non replicò accontentandosi della risposta e certamente fece finta di credere alla mia grossa bugia.
Arrivammo all’asilo, la pioggia tamburellava fitta e leggera, all’ingresso venimmo accolti da Anna una delle maestre, bella e giovane ragazza, alta e bionda. Salutò Matteo con un sorriso radioso dicendogli: “ciao grande bimbo come stai oggi?”
Distaccato e un po’ innervosito rispose un solitario “bene” e corse nell’aula grande insieme agli altri bambini.
Anna si preoccupò di lui seguendolo, ma si ricordò anche di me, parzialmente conosceva la situazione. “Come va? Sei scuro in viso, è successo altro?”
“Lasciamo perdere, poi un giorno con calma ti racconterò, mi raccomando Matteo, stalle vicino il più possibile, mi fido di te.”
“Stai tranquillo per questo, e cerca di stare calmo.” Con un sorriso amaro si congedò raggiungendo i piccoli alunni.

Capitolo secondo

Avevo un vincolo, recarmi a lavoro, non avevo né voglia né testa e così decisi di non andare, telefonai in ditta dicendo di non stare bene e tra l’altro era anche vero. Inebetito presi l’autostrada.
I pensieri rotolavano rincorrendosi nel cervello senza giungere a nulla di definito. Uscii a Pineto, Roseto, non ricordo presi il lungomare e in un tratto adiacente a una spiaggia parcheggiai, le nuvole erano quasi del tutto svanite e un bel sole sorridente splendeva. La giornata meteorologicamente si era aggiustata, al contrario in me una tormenta regnava perfetta. Ricordo poco di quel giorno; neanche pranzai o forse un panino, girovagavo, piangevo e cercavo di giungere a soluzioni che non trovavo, i crucci: onde che rinfrangevano sugli scogli in uno sbattere inutile. Avevo una dannata voglia di bere, ubriacarmi fino a stordirmi, non lo feci. L’ora legale mi regalava ancora qualche briciola di speranza, volevo il giorno non se andasse mai, avevo il terrore di rientrare a casa, ma inesorabilmente si spense e la luna spiccò nella sera. Cercai rifugio nel bar di sempre sforzandomi di apparire normale, un paio di aperitivi con gli amici tanto per tirare tardi e poche parole. Sandro mi conosceva bene e mi chiese se era tutto a posto, scrollai le spalle: non mi andava di vomitargli addosso tutto il mio disagio.
Erano circa le nove, avevo parcheggiato sotto casa, ma le gambe non rispondevano ai comandi cerebrali, non eseguivano, ero come scioccato non riuscivo a scendere dall’auto, non ce la facevo a rientrare in quello che per me era divenuto un luogo di miseria e sofferenza, soprattutto dopo il casino successo nella mattinata, ero dominato dalla paura di avere reazioni incontrollate. L’unica leva mi spingeva a farlo era la voglia di vedere mio figlio.
Mi feci coraggio e andai.
Aprii la porta sperando di non vederla, magari era rintanata in camera a vedere le solite cazzate in tv, invece no, era sul divano quello a due posti dove mi spezzavo la schiena tutte le notti cercando di riposare. Matteo dormiva con la testa appoggiata sul suo ventre, la casa era linda, tutto era ordinato, anche quei mobili tristi stile anni ottanta comprati in liquidazione sembravano decenti, lei li odiava e me lo rinfacciava giornalmente, ma non avevamo più soldi, li avevamo spesi tutti per acquistare la casa e quella mobilia fu un affare, quando ci saremmo rimessi economicamente ne avremmo comprati dei nuovi di suo gusto, questo gli avevo promesso. Non le bastava.
Il tavolo al centro della sala, un miraggio, cazzo… no… non era possibile, apparecchiato, la tovaglia… la cena pronta, non vedevo le pietanze erano coperte, presumibilmente per farle rimanere calde, addirittura del vino rosso, il pane già tagliato, e attenzione attenzione, il tovagliolo di stoffa. Non mi preparava la cena da mesi, tovaglioli di stoffa non se ne erano mai visti in casa, poi quell’ordine, tutto era perfetto e lei seduta, composta, misurata eccessivamente perfino nelle movenze. Ancora vestita e stranamente in modo decente, aveva e penso ancora un gusto orrido nell’abbigliarsi. Mi sedetti al tavolo, fibrillavo, il cervello stava andando fuori giri, tra le tante ipotesi mi illusi di un gesto carino forse un tentativo per chiedermi scusa e magari un riavvicinamento. Era rinsavita?
Quando scoperchiai i piatti rimasi perplesso, frittata con i funghi su uno, e crudi olio prezzemolo, nell’altro: ovuli per l’esattezza, la specie più buona, ma anche la più pericolosa, letale. Facili da confondere, tra i velenosi e i commestibili la differenza è quasi inesistente.
A me piacciono i funghi, ma non li capisco e non so riconoscerli. Rita essendo originaria di un paese di montagna è una grande esperta, appena può affonda nei boschi il suo istinto animale e li va a raccogliere.
Guardai le pietanze e lei, una impercettibile luce striava i suoi occhi ne riconoscevo la perfidia. Eretta nel busto mi guardava fissa, un ghigno maligno maturava sul volto, pareva rilassata come se si stesse godendo uno show.
Più di una cosa non mi quadrava, e una voce prendeva corpo all’interno del mio animo; ” va via, non mangiare, questa ti vuole fregare, è una strega. Vai via non cenare.” Le detti ascolto e mi alzai, deciso presi coraggio, detti un bacio sulla fronte al bambino, dormiva beato ignorando la miseria umana in cui era incolpevolmente coinvolto. La guardai gelido negli occhi e le dissi: grazie per la cena, ma non ho fame, vado via, avrai presto notizie dal mio avvocato, qui non resisto più, mi dispiace è proprio finita; per quanto puoi cerca di avere cura di nostro figlio, per lui ci sarò sempre, cerchiamo di non rovinargli la vita.” Mai come così le parole furono buttate al vento.
Adagiò il bimbo sul divano e indemoniata iniziò a strattonarmi con prepotenza, il suo volto era di fuoco, gli occhi sgranati.
“Perché non mangi è?… Perché?… Bastardo te ne vai? Sei un finocchio, un essere schifoso.”
Oscurai tutto, e infilai l’uscio, mentre lo facevo voltandomi le dissi: “Ma come cazzo ho fatto ad amarti:” e chiusi la porta soffocando un presente che era già passato. Le sue parole erano divenute mute per me, malediceva, piangeva e non so cos’altro, udii il rumore di un piatto andare in frantumi, fortunatamente non svegliò Matteo, almeno non lo sentii piangere. Rimasi qualche minuto sul pianerottolo, poi blindai il mio cuore e proseguii nei miei passi. Non potevo tornare indietro, assolutamente no.
L’aria era fredda, la bevvi; la notte comunque era bella, una distesa di stelle fungevano da corona a una luna fluorescente.
Quello successe dopo, il vuoto, lo zero assoluto.
La notte imbroglia, confonde, infine si nasconde lasciando al giorno la realtà e le sue necessità.
Iniziò una guerra senza esclusioni di colpi, cercavo di difendermi dai suoi continui attacchi, ma non sto qui a raccontare, non voglio passare da vittima. Certamente ho le mie responsabilità, ma credetemi quella donna è stata capace di farmene di ogni. Pazienza io, ma Matteo cosa c’entrava? Di quale colpa si era macchiato per avere due genitori così? Un dramma.
Un giorno mentre ero al telefono con lei, disperatamente provavo a convincerla di concedermi la separazione cercando di mitizzare le sue improponibili richieste, ma come al solito non ottenni niente. Nessuna via d’uscita e i toni degenerarono, a un certo punto esplose in tutta la sua rabbia dicendomi in un dialetto stretto, riporto fedelmente.
“Tu dive ringrazzià la Madonna che lla sera niè magnate, senno damò che stive a raccoglie la ierva a Criste.”
Traduco anche se penso il concetto sia molto chiaro. “Devi ringraziare la Madonna che quella sera non hai mangiato, altrimenti era da un pezzo che raccoglievi l’erba a Gesù Cristo.” Per dirla in breve ero defunto. I funghi erano velenosi? Penso di si, e non credo ci sia altro da aggiungere.

fine

Sono le due del mattino ho sonno e sono stanco, questa sera parlare con la mia amica mi ha fatto sentire bene, ci siamo confrontati scambiandoci impressioni e punti di vista, anche a lei è successo di dover raccogliere diverse volte i pezzi della sua vita, ma è andata sempre avanti, un po’come sto facendo io.

Ah… dimenticavo, io sono uno scrittore e il mio compito è quello di tuffarmi nei meandri della vita cercando di coglierne i vari aspetti, e di conseguenza questo è solo un racconto e io non sono stato mai sposato e mio figlio non si chiama Matteo.
Buonanotte.

http://www.libreriauniversitaria.it/unica-chiave-bachetti-nazzareno-librati/libro/9788866450115

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Commenti su: "La ierva a Criste." (20)

  1. Silvia ha detto:

    Molto bello Naz….buon fine settimana!

  2. Caspita, mi ha presa completamente, l’ho letto tutto d’un fiato. Quante famiglie ci sono che vivono in questa maniera e a farne le spese più grandi sono proprio i figli, specialmente se sono ancora piccoli. Bravissimo Nazzareno.
    Serena notte e buona domenica, Pat

  3. Rosa Andronaco ha detto:

    la lettura scorre veloce e coinvolta, i sentimenti escono da soli, il tutto espresso cosi bene che sembra di viverlo davvero questo istante raccontato. ciao naz, buona domenica e complimenti davvero

  4. sai affascinare lo spirito con l’incalzare dei periodi, sembra proprio di vivere il tumulto psicologico che travaglia la coppia protagonista, proprio come nelle tristi storie di tutti i giorni. Un abbraccio, vengo molto volentieri sul tuo blog, c’è sempre qualcosa di buono. Maria

  5. mamma novantenne … beato te 🙂 ciao

  6. bellissimo!!!!!!!!!!!!!!bravo caro ,complimenti di cuore
    ti abbraccio augurandoti serena domenica

  7. L’ho letto ben due volte, in momenti diversi. Mi ha lasciato dentro inquietudine, scritto benissimo. Serena domenica, ciao
    Pan

  8. E’ un racconto che inquieta è vero, molto reale, intriso di una drammaticità spesso quotidiana, dove i genitori furenti di odio si dimenticano di aver messo al mondo dei figli e sovente ci capita di assistere a delle vere tragedie. Voglio ringraziarvi col cuore a voi tutti che ancora bazzicate questo mio povero blog. Un benvenuto a menteminima, Buona Serata

  9. non ci credo. se scrivi così che non hai mai avuto moglie e figli. bravo. davvero

  10. Ein sehr guter Bericht wünsche einen schönen Mittwoch liebe Grüße Gislinde

  11. Bravo Nazz, incisivo e viscerale questo racconto, hai fatto bene a specificare alla fine perchè chiunque penserebbe che si tratta di un frammento di vissuto personale, tanto è vivo e coinvolgente. Complimenti!

  12. Ciao Nazz.
    Voglio salutarti cosi’:

    La canzone la conosci, parla proprio di “tutti i santi”, infatti dice “quando i santi cammineranno-in paradiso-, voglio essere in quel numero….”
    Buon “Ognissanti” e felice week-end.

    Marghian

  13. Danke lieber Freund dir einen schönen Tag liebe Grüße und Freundschaft.Gislinde

  14. ho letto in due volte e in entrambe è comparsa l’inquietudine. Come si può passare da un amore o qualcosa che gli somiglia al rancore più pericoloso? Vittime innocenti sempre i figli, appunto.
    Ciao Nazz, serena domenica.

    • Perché non era né amore né qualcosa gli somigliava soprattutto da parte di lei, ma solo un pensare di dare una svolta alla vita e col tempo tutto si sarebbe aggiustato, invece…
      Ciao Mariarosaria una buona Domenica a te

  15. son passata…ma è tardi…il tuo racconto è da ingoiare……
    per ora ti lascio un abbraccio ma torno … sicuro che torno…ciao Naz…
    vento

    • certo che torni revè li turde mo ne revie tu un abbraccio ciospa

      • letto tutto…che storia…breve ma tosta!
        Com’è che ti vengono in mente certe cose?
        Caro Zeba riesci a farmi sorridere anche nella tragicità della vita.
        Il mondo cambia…o forse anche prima era così…solo che mancavano i mezzi d’informazione.
        I rapporti son difficili…il controllo è difficile.
        Sarà questa frenetica vita?
        Menomale che tu scrivi, almeno scarichi quella tensione che prende al collo e scende alle braccia.
        Bravo , bravo…e nelle poesie non sei da meno!
        Quando scriverai del vento?
        Ciao Nazz.baci a te e family.

  16. Che graziosa mogliettina!

  17. Ciao Zeb, bel racconto e ben narrato (come sempre) 😉

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