Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Archivio per gennaio, 2014

“NON SEMPRE SONO D’ ACCORDO SU QUELLO CHE PENSO”.atto unico di e con ……………………..


“Impara l’arte e mettila da parte.” Recita così un antico proverbio. Io quale arte devo mettere da parte? Non sono di nessuna parte, né a destra né a sinistra, forse prima ero da qualche parte. Ora né bianco né nero, né fucsia né violetto, né toro né vergine. Sono astemio. Libero da usuali schemi e magari fosse così, invece sono stroncato in una figura che non è mia, non mi appartiene, tutte mostrine e paillettes. Vorrei essere vagamente somigliante alla mia idea di vita. Almeno provarci. Blasfemo per scelta, cristiano a intermittenza, buddista solo rare volte. Vado condito con poco olio, perché sono grasso di mio. Senza sale, ho la pressione alta. Sono vecchio o almeno a tratti mi ci sento. Perché ho scritto questa miriade di castronerie? Soprattutto non capisco perché imperterrito continuo a farlo?
Non lo so. Forse per puro egocentrismo? Non lo so.
Amo il mare, baciare, lettera, testamento.
Odio chi frigge il pesce con l’olio bruciato. Chi ha ucciso Falcone e Borsellino, la mafia tutta. Mi piacciono quelli che cantano sotto la doccia, chi non ha l’ombrello quando piove e poi si asciuga i cappelli scompigliandoli all’aria come fanno i cani che i capelli non li hanno.
Questo sono io.
Non amo chi fa la pipi fuori dal water, chi ha votato D’alema e doppia V Veltroni. Non parlo di Berlusconi. Chi ha amato bondi, la russa, brunetta, calderoli, e perché fare torto a borghezio. (penso nessuno, forse neanche la loro madre) Amo, o forse sono indifferente, a chi conosce Diliberto, chi si ricorda di Bertinotti, di Gimondi, di Coppi. Chi pensa che Milan kundera sia finita due a uno per il Milan. A chi è convinto che Primo Carnera è solamente un taglio di carne.
Non nomino il numero tre per paura di pagare troppe tasse, perché tale numero potrebbe essere associato a Monti.
Mi sono simpatici quelli cui pensano che la Fornero da giovane faceva la cubista e ogni tanto per allentare la pressione e non solo quella fiscale la faccia ancora. (Non andrò più in discoteca)
Detesto chi rompe i coglioni, tirando fuori Dalla ( Lucio) dicendo che era gay, ma non conclamato. Sì, proprio cosi, su certa stampa ho avuto il dispiacere di leggere questa immane scempiaggine; ripeto conclamato. Notate bene, solitamente questo termine si usa per parlare di malattie ancora definite vergognosamente vergognose, ad esempio come l’aids. Appunto, Dalla (Lucio) ha avuto un funerale cattolico e giù macerie di polemiche, milioni di parole a uso e consumo del più inutile nulla. Che senso hanno avuto? Uno solo quello di vendere chiacchere a buon mercato. Anche Bruno ha avuto un rito cattolico ed era esplicitamente gay. Usciva facendosi vedere tranquillamente in giro con il suo ragazzo. Ci andava a fare spesa al Market sotto casa, venivano al bar di quartiere insieme e ci litigava spesso non risparmiandogli assurde scenate di gelosia davanti agli occhi di tutti. Era pacchianamente noto, tutto alla luce del sole. Bruno era gay, ma dalla sua bocca non è mai uscita la frase “io sono gay,” proprio come Dalla, (Lucio) di conseguenza non era conclamato; però Bruno non era nessuno, era solo un operaio e del suo funerale cattolico non è fregato un cazzo a nessuno.
Alcuni (molti) si sono limitati a commentare in tal modo: “E’ morto Bruno! Bruno chi? Quello di Porta Marroncina? Sì, quello! Ah lù froce, (dialetto) a penzà non era manche vicchie.” (sempre dialetto)
Ciao Bruno, non mi eri granché simpatico, ma non perché eri gay, solo saccente e un tantino logorroico, però una volta mi hai prestato le statuine del presepe a cui tenevi molto, per questo motivo un velo di pensiero da parte mia per te ci sarà sempre.
Tutto questo per dire?… Assolutamente nulla.
Ah dimenticavo, sono in carcere, sono in una cella tre per due, insieme a un paio di disperati. Sicuramente stanno peggio di me.
Il primo: un tunisino che ci prova in continuazione. Disegna margherite, le colora come un bambino dell’asilo le ritaglia con i denti, poi me le regala scrivendoci Mon Cheri, ma va a cagare mica sono Amanda Lear? ( Chi se la ricorda?) L’altro è un foggiano, ignorante come il buio in una notte di tempesta durante un black out totale. Sfinito, annoiato e innervosito, per passare il tempo scrivo. Perché sono in carcere? Non lo so neanche io.
Sono innocente.
Ho ammirato il sole sorgere. (centinaia di volte) L’ho visto soccombere. (migliaia di volte)
Ho visto mio Figlio nascere, mio Padre morire, mia Madre sorridere.
Non ho mai leccato il culo a nessuno. Vagamente so chi sia Alexander Solgenitsin, non amo Pirandello, forse perché non l’ho mai letto.
Getto nel fuoco De Mita mi stava sui coglioni. (pure adesso)
Apro vie annaspando su brulle rocce spesso innevate di cui non conosco il nome, poi gli danno il mio.
Amo osservare i bambini e parlare con loro, sorridergli, e non sono un pedofilo.
Ho avuto mille donne, ne ho amato una sola. Ho amato mille donne, ne ho avuto una sola.
Mi commuovo sino alle lacrime davanti ad una fantastica raccolta di mele in Val di Non, e non me ne frega un cazzo di un terremoto devastante in Cina che miete un milione di vittime. (tanto sono Tanti)
Amo la formula uno solo quando ci sono gli incidenti.
Non mi piace il calcio. L’unico calcio che mi è piaciuto è quello che ho dato a Sabrina, una stronza demente che non me la voleva dare, dopo che aveva visto le dimensioni. Grandiiii? No piccole. (era appena stata con Rocco)
Sono paranoico, ipertrofico, ipersensibile, iperbarico. Sono Mazinga.(Non gettate i componenti non ho bisogno. Faccio da solo.)
Ricordo Tarzan, una domenica pomeriggio del 72 o del 74, la memoria inizia a tradirmi, scusatemi. Dicevo; lo guardavo in TV insieme a mio padre, in quel mentre si scatenò l’apocalisse, la casa, i mobili vibrarono, le luci si spensero; Tarzan cadde dalla liana. Cazzo il terremoto. Volevo scappare, mia sorella usci dalla stanza urlando, era così cinerea, sembrava uscita in quel momento dal Louvre dopo aver avuto un incontro ravvicinato con Belfagor. Mio padre tranquillo le chiese: “perché urli?”
“Babbo, Babbo, il terremoto!” Non smuovendo ciglio come suo solito rispose: “ma quale terremoto; è solo Cita che ha fatto una scoreggia. E mia sorella rassegnata se torno nella sua stanza confinata tra ventiquattromilabaci e una rotonda sul mare.
Tutto questo per dire che la vita va presa per quello che è e soprattutto per quello che non è. Non è tutto oro quello che luccica. Dai i diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori, così suggeriva l’illuminato Faber. (più o meno)
A ognuno il suo.
Baci, abbracci, caramelle, arance, tric trac, bucce di limone, pop corn, zucchero filato e inceneritori.
Naturalmente non dimenticate activia quello della Gepi ( avete visto come è dimagrita?) anche se penso che dopo questo post non ce ne sarà bisogno, fa cagare di suo.
Addio. O meglio arrivederci. (spero)
Questo anche per dire che la scrittura va presa seriamente, sì, ma sempre con le dovute controindicazioni e soprattutto con tanta, tanta leggerezza. (e chi vuole intendere, intenda) (e chi vo Die che su le prega.) [Dialetto]
Chiudo con un importante e considerevole citazione del noto filosofo italo croato Peligno Marigno, detto Peli: ” E quando l’ Amore c’è… l’ amma tira lu pè… lu pé tira l’amma, l’amma, l’ amma, l’amma… e quando l’Amore C’E… na na na ra na na na ra na na na ra na na na ra na……. L’ importante è che C’E’ e che sempre ci sarà.

A Francesco.

Ho trovato questo post sommerso tra le macerie delle bozze, neanche lo ricordavo. Penso di averlo scritto circa un anno fa. Comunque subito dopo la morte del grande e indimenticato Lucio Dalla. Sono appunti ironici, forse possono apparire anche un po’idioti, sicuramente demenziali, ma non li voglio svilire più di tanto e sinceramente lo consiglio anche a voi, e non è una minaccia. Perché comunque è vero che non sono sempre d’accordo su quello che penso e soprattutto scrivo, ma qualche volta sì.
Buona vita a voi tutti
con affetto
Nazzareno.

Una normale vacanza

012
Sbattei la porta, me ne andai e la lasciai sola, impietrita e pallida. Furioso scesi le scale bestemmiando e imprecando non so quale Santo e l’ora di quel maledetto giorno in cui l’avevo incontrata.
Eravamo in vacanza a Ischia da due giorni. Dieci anni di convivenza la nostra, eravamo alla frutta? Non lo sopportavo più? Non lo so. Non capivo nulla, ero arrabbiato. La nostra vacanza era appena inziata e immediatamente trasformata in un continuo battibeccare, una discussione perenne. Avevamo da dire su tutto: sul mangiare, dove andare, cosa fare. Idiosincratici l’uno a l’altro.
Elena era una donna in gamba, tutto sommato il nostro rapporto funzionava, certo alti e bassi, a dire il vero si barcamenava e procedeva perchè ci vedevamo poco. Sì, alla fine penso durasse proprio per questo e, cosa non secondaria, ci volevamo ancora molto bene. I nostri incontri ridotti al minimo, poche ore la sera e raramente si cenava assieme, la domenica trascorreva, io stravaccato sul divano perso nelle partite di calcio e lei con i suoi libri. Non abbiamo figli. All’inizio non l’abbiamo cercati poi non sono voluti venire; brutto termine, ma la realtà dei fati è questa, inconfutabile.
Torno indietro? Cosa faccio? Lei mi starà aspettando, dovrò sorbirmi la solita stucchevole predica, poi finirà tutto a taralucci e vino? No, questa volta no, vado, non torno indietro, mi ha scassato proprio il cazzo.
Sono al porto, mi guardo in giro, vado in biglietteria, c’è un traghetto per Ponza, parte tra venti minuti, acquisto il biglietto. Il maestrale, la rabbia e il vino bevuto mi hanno stordito, annichilito in un vortice di pensieri. Solo in mezzo a schiere di persone allegre, colori, odori, risa. Vacanze d’agosto. Il periodo meno adatto, d’altronde i tribunali chiudono proprio in questo mese.
Sia Elena che io esercitiamo l’attività forense, siamo avvocati. Io uno squalo: difendo imprenditori, politici senza scrupoli, anche qualche assasssino conclamato; l’odore dei soldi. Lei fa il suo: povera gente, operai lincenziati senza giusta causa, separazioni, solo femmine le sue assistite in quest ultimo caso.
Mi vergogno? Sì, mi vergogno, oramai sono imprigionato in un bailamme fatiscente. Ed ora? Nulla. Sto semplicemente scappando, ma da chi? Veramente da Elena o dalla mia vita?
Penso all’ultima causa affrontata, dove un industriale senza scrupoli aveva inquinato mezzo fiume, infettando le colture degli orti situati sul greto così da creare non pochi problemi alla salute della popolazione. Sono riuscito a stravolgere la verità vincendo la causa e guadagnando un bel pò di euro. Sono pagato fior di soldi in cambio di tanto schifo, sì, mi faccio veramente pena quando ho il coraggio di vedere ciò che realmente sono divenuto.
Vedo ragazzi, famiglie, i loro sogni, felici di godere il loro tempo, spiccioli di giorni, alcuni godono di brevi periodi di ferie. Sono andato via da un hotel a cinque stelle, pieno di confort e terme annesse, inchini e servilismo a non finire, e l’ ho lasciata li da sola, come si fa con una valigia piena di cose inutili.
Cazzo… no… il cellulare, che stronzo sono, lo ho lasciato in albergo. Chissà cosa penserà? Cosa stara facendo? Sarà arrabbiata? Si.
Sicuramente preoccupata.
Ora sono su questa nave e sto andando a Ponza, cosa ci vado a fare? Sono passate tre ore da quando vago come uno smemorato alla ricerca di non si sa quale identità. Sbarco; il caos in onda: taxi, motorini, gente che va e che viene, ho fame, e bevuto troppo, non sono abituato, devo assolutamente mettere qualcosa nello stomaco. Fisso come un palo inutilmente puntello l’isola. Sono confuso, non capisco cosa mi succede, cosa starà facendo Elena? Trapanato dai sensi di colpa mi avventuro nella selva umana.
Guardo, osservo la giostra, un cumulo di persone, i loro volti e i movimenti, e non per ultimi gli scontati isterismi. Ascolto il fruscio delle tante parole, inalo brezza, povera di mare, mi piace, sono come una vittima di un sortilegio, vorrei tornare ad Ischia, telefonare in albergo parlare con Elena, non lo faccio. Mi inerpico su questi vicoli, stretti, bianchi, ornati da balconi fioriti, e panni stessi, e allora il colore, tutto è impregnato di colore tinte tenue di colpo vivide. Penso che la mia vita ha bisogno di questo, deve essere ridipinta, è svilita. Voglio rumore, un rumore sano, festoso, come il vociare di questi bimbi che giocano a pallone ora in piazzetta. Annego in flash, attimi di remota memoria. Mi torna in mente quel bambino grassottello e sempre un po’solo, ai margini del campetto a guardare i suoi coetanei urlare e sfottersi e giocare a pallone. Col tempo è divenuto un punto di riferimento per loro una sorta di capo, fino a culminare quello che sono oggi, un puro egoista.
Amo solo me stesso, questa la verità, lo devo ammettere, non posso più barare, oramai le carte sono belle e scoperte.
Cazzo di fine ha fatto la mia vita? Dove sono andati a finire i miei amici? Quelli d’infanzia? Quelli veri. Ora sono circondato solo da stronzi.
Mi siedo su un tavolo all’ esterno di un baretto ordino una coca e un trancio di margherita, buona… Madonna uno spettacolo, qui la pizza la sanno proprio fare; ne prendo un altro. Nel frattempo mi accorgo che i miei occhi fissano in maniera impropria un gruppo, ragazzi e ragazze, sono belli e giovani, ridono, mangiano pizza e bevono birra. Spensierati, beata gioventù. Due di loro si tengono per mano come fossero isolati dal resto del gruppo e dal mondo intero. Bionda e tenera lei, moro e appassionato lui. Uno schiaffo, il ricordo di me con Elena, i primi tempi, felici in giro per l’Italia a visitare Borghi e città, fare l’ amore per ore, poi seduti su di un marciapiede a trangugiare panini, affamati e non solo di cibo. Sfioravamo le stelle, ed io già confezionavo alchimie e pensavo di bleffare, in un certo qual modo mi preparavo a truffare il futuro, il nostro. Il cielo mostra il meglio di se sfumando in variegate tinte, fantastico. Lo struscio per il paese è variopinto e informe: chi è ancora in tenuta da mare e i più anziani già pronti per la cena e la conseguenziale passeggiata del dopo. Sono attento a non lasciarmi sfuggire i corpi e i volti abbronzati delle donne, tutte belle e maledettamente affascinanti, le amo così tanto da non accontentarmi mai. Certo non mi posso definire un uomo da sani principi sentimentali, mai stato fedele. Tutt’altro.
Ho avuto modo di provare le scialbe emozioni di hotel a ore, o elegantissimi. Relazioni fugaci e complesse allo stesso modo spoglie e banali, figlie di rapporti resi prigionieri dalla noia, logori, assemblati solamente di piatta routine.
Donne solo donne, giovani e meno, intelligenti e non, arriviste, progressiste, troie e frustrate, puttane e gioiose. Represse inconsapevolmente, tali no. Fruste e palline, giochi e travestimenti e di tanto un po’di coca, immancabile lo champagne. Bella vita? Molti me l’invidiano.
A me non piace più, è possibile?
In un bazar acquisto una camicia bianca di lino e un pantalone, butto quello che indosso, sostituisco le Logan con un paio di sandali di cuoio, e penso: “cosa poteva essere la vita senza carta di credito.”
Mi tuffo nel gorgo, annaspo voglio non pensare, impossibile; il mio cervello vuole stazionare su quell’immagine. Elena voltata a fissare il vuoto, le sue spalle nude e rosee, e la stanza inondata dal suo sconvolgente fascino.
Trovo un ristorantino intimo e di mio gusto, tavoli all’aperto, così da poter continuare a godere del vagabondare delle tante anime.
La cameriera, una ragazza pallida, bruna, esile, mi sorride in maniera stanca chiedendomi quale acqua preferisco: naturale o gassata. Un viso delicato, incoraggiante mi avvolge, a farla breve mi piace. Ordino la mia cena aragosta e champagne, tanto per non smentirmi e forse anche per fare un po’ di scena, senza dubbio perverso e oscenamente contraddittorio, non mollo mai. Chissà quali idee stanno balenando nel mio opaco cervelletto? Le conosco, le scaccio, faccio solamente finta.
Consumo il pasto senza molta enfasi, scolo tutta la bottiglia del vanesio nettare, e a parte un paio di tardone abbronzate e volgari che mi puntano in maniera ossessiva, il nulla. La ragazza a cui ho estorto il nome, si chiama Angela, rimane indifferente e in un gentile fin troppo formale continua a svolgere il suo lavoro. Le chiedo il conto e alticcio me ne vado, non prima di aver sfornato alcune battute sciocche. Un deficiente.
La notte ha aperto interamente il suo sipario e a frotte il popolo serpeggia nei vicoli, sosta nella piazze, ride, ascolta musica, beve. Io solo e concentrato scruto degli artisti da strada, due giocolieri veramente bravi, una ragazza e un ragazzo; chissà come saremmo stati Elena e io se avessimo intrapreso quella vita? Forse poveri? forse no… comunque contenti? Si forse, e d’altronde non lo scoprirò mai. Figuriamoci non riesco a far volteggiare una sola pallina senza farla cadere, impensabile cinque come fanno loro.
Il buio si è oramai impossessato dell’isola, del porto, del mare. Il flusso vitale va pian piano attutendosi, la mezzanotte è trascorsa già da un pezzo, sono le due, dovrei trovare un alloggio? Dove dormo? Perché non ci ho pensato prima? Bo!
Mi trovo a scendere degli scalini conducono ad una spiaggetta riparata anche il vento è immobile, come fosse intimorito. Sgorgo sagome e la melodia di una chitarra, canti e sussurri. Mi siedo a debita distanza, ascolto loro, e il rumore del mare. La confusione che regna in me si plasma in un emisfero di nenie e lentamente chiudo gli occhi, sospiro.
I soldi, il potere, le menzogne, l’egoismo, in un solo termine sono definibili come l’orrido gioco di essere a tutti costi il numero uno,che per un attimo pare essersi rassegnato. Finalmente un angolo di pace. Riposo.
Le stelle sono giunte quasi ai saluti, la luna è flebile e delusa, il mare meraviglioso. Nella piccola piazza spaesato cerco qualcosa cui aggrapparmi, non ho dormito o penso quasi niente. Un volto non del tutto estraneo si avvicina strafatto di notte e di non so cos’altro, comunque inalterato nella sua forma delicata, i capelli lunghi e sciolti l’ombrano quel poco che basta, tanto da farla apparire ancora più bella. ” Te ne sei andato cosi in fretta, non ho potuto salutarti, mi sarebbe piaciuto conoscerti meglio, ma possiamo rimediare, tanto rimani qui ancora qualche giorno? Vero?. Tu sei un tipo veramente tosto. Mi piaci.”
Completamente assente rispondo:”Ah ciao, sei tu? Non ti avevo riconosciuta, già a cena, Angela vero?… No mi dispiace, riparto adesso, ho degli impegni ad Ischia”
“Peccato… e vabbè sarà per un’altra volta, ma non sono di qua vivo a Napoli”
Prende la mia mano e ci scarabocchia qualcosa, il suo numero di cellulare. Rapida schiocca un bacio rosso come un alba furibonda, fuoco vivo, centra in pieno la mia bocca e poi con un sorriso ebete torna nel branco da dove era arrivata.
Perplesso mi oriento, la strada per il porto… la trovo, la imbuco sormontato da un pensiero, “cazzo tutte uguali, mah.”
A questo punto non so se Elena è ancora a li, io di certo sono sul traghetto che mi riporta all’isola termale, afosa e troppo affollata. Andrò in hotel e spero ci sia ancora.
Non so se cambierò mai… non so se sarò un bravo marito? Continuerò a perdere credendo di vincere o il contrario. Lei mi ama ancora? Soprattutto sarò mai capace di amarla davvero?…
Non lo so, e forse non me frega neanche un cazzo.

Ogni riferimento a fatti e persone, è da ritenersi puramente casuale.

Il mio Naviglio

155
Ah quel suono dolce e cheto del transumare senza mai arrivare
soave movimento di languida serenità
la notte e i suoi riflessi, luci
bagliori di vita
quei volti allampanati, curiosi di punto stupiti di tanto cupi
il crepitio dei passi, solchi da terre lontane
di vite giovani e consumate maschere
comunque eterogenee, alcune disperse
un mondo e i suoi colori
un viaggio nella mia introspettiva cerebrale
intima e godereccia
quell’essere li, guardare stordirsi drogarsi di lenta linfa
ah come mi manca, si, come mi manca
un luogo svelato dal nulla e mai stato mio ora magia
l’acqua e il silente frusciare
un sale naturale vitale
oh come mi manchi
caro e affezionato naviglio
il volto di un figlio e non soltanto una rima
ma un attrazione congiunta
di amore e di stima dovuta.

Un viso lontano

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Miserabili diaframmi e tarocchi
drammatiche emozioni
il gusto del proibito
una mela e un candito
schiude una goccia, pioggia,
impulso fragrante
sulla tua pelle velluto
spietato l’amore s’infrangon le ore
come onde di burrasca assassinate e sputate
cerchi di luna, capanne e fuochi
truci saraceni e orchestre oscene, bionde dee
un banale litigio un figlio mai nato
il tuo volto di muffa sapore di rancido
non ti ho mai amato questo è scontato
cado all’inferno da un male afflitto
sono il timore di una occasione perduta, una cruda bugia
una freccia mai scoccata
sono un dio morto in terra
cenere scaraventata nella via
un totem obsoleto
e qualcuno per favore mi bruci sul rogo
come strega malefica come arrogante sovrano
e che la notte stenda la coperta
di un buio mai luce
fuggono gli uomini e le donne, infami e codardi
e sulle spine di rosa
rimango trafitto come i delitti e gli assassinati
crepe e paura,
albergano i livori e gli assurdi pensieri
un bicchiere mai colmo, un libro ingiallito e uno sbiadito sorriso
un lontano viso
e un paio di occhi tremanti vergognosamente traditi e a me per sempre chiusi
la nebbia di una sigaretta e un tugurio mi aspetta
impregnato soltanto di una sciatta verità

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