Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Il mio amico Enzo

 

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Il cielo mutava repentino, le nuvole si rincorrevano come fanno i bambini quando giocano a guardia e ladri. Un vento di tramontana sormontava spaventoso. Intirizzito imbastivo pensieri, allungavo il passo faticosamente. Affrontavo un sentiero di buon dislivello, avevo superato di molto peggio, ma quel giorno le cose non andavano come dovevano. Le gambe erano legnose, il respiro affannoso, ormai c’ ero e indisponente proseguivo nella salita, la vetta era ancora un miraggio, per di più meteorologicamente la giornata non annunciava nulla di bello. Enzo andava avanti indietro, senza avere pause o riflessioni, frenetico scodinzolava abbaiando ai rumori del monte. Un cucciolo, il mio labrador, soltanto sei mesi, me lo avevano regalato i miei nipoti per il Natale appena trascorso. All’inizio non l’ avevo presa bene, anzi l’avevo presa proprio male, il solo pensiero di dover curare e in qualche modo essere responsabile di un altro essere non mi garbava per nulla. Io così abituato a essere solo, facevo fatica già a badare a me stesso, figuriamoci se ero capace di prendermi cura di qualcun’altro. Vederlo piccolo, indifeso e premuroso di attenzioni mi ero affezionato a lui molto presto, tanto da decidere di tenerlo e cambiargli nome, lo avevano chiamato Tommy, l’ho tramutai in Enzo, sicuramente più italiano, un nome fa la storia di chi lo indossa, e quel nome era del mio babbo. Brava persona mio padre: onesto e lavoratore, esiliato troppo in fretta da questa ruvida terra, una profonda ingiustizia. Il colpevole? Un cancro, un maledetto cancro. Mi ha lasciato un vuoto enorme, i nostri silenzi e gli sguardi persi pieni di senso. Una voragine, come quella che mia madre ha pensato di regalarmi buttandosi da un banale ponte qualche mese dopo il decesso del marito… povera madre. In eredità oltre al dolore ricevetti la bottega di alimentari con osteria annessa. Da solo non riuscivo a gestire il tutto, così ad aiutarmi venne Olga, una polacca, un donnone, rosea come una pesca, grassa come una cicciona. Il vecchio a cui accudiva era morto da poco, Olga era una badante, la nuova frontiera dell’ est europeo. All’inizio ero entusiasta, mi piaceva fare quello che facevo , quello il mio luogo, il mio altare, poi col tempo mi accorsi che le cose e soprattutto i conti non tornavano. Olga mesceva nel suo rubicondo corpo molto del vino destinato ai clienti, io, altrettanto. Ci ubriacavamo tutti i giorni e scopavamo come laidi, lei per ricompensa rubava parte dell’incasso quotidiano. Penso sia, perché ancora è viva, anche se è paralizzata, la maggior parte della sua esistenza la trascorre su di una sedia a rotelle, una delle poche polacche disoneste, per dirla tutta, una ladra, una lurida troia, una fantasmagorica pantomima di donna. Oramai distrutto, avevo massacrato in breve tempo tutto quello che i miei genitori avevano costruito in una vita fondamentalmente composta di sudore e fatica. Io peggio di mio fratello Bruno che se ne era fuggito dal borgo per la via di Firenze devastato dalla vergogna causata dalla nostra amata e assurda madre quando aveva deciso di fare quel famoso tuffo in un anonimo torrente toscano in un giorno buio e tempestoso. Ricordo i tempi andati, quando entrambi giocavamo da bambini nello spiazzo davanti alle botteghe di famiglia. Bruno due anni più grande di me, tiranno e bastardo, mi puniva oltraggiandomi se perdevamo a calcio tennis con gli altri ragazzi o a qualsiasi altro gioco. Ricordo all’osteria: Nenè, il Boccia, Filungo, ridere, bestemmiare per nulla, così tanto per sentirsi vivi. I cacciatori con i loro avventurosi racconti sulle battute di caccia al selvatico cinghiale, i pescatori e le loro trote sempre troppo grandi e smisuratamente lunghe. Storie di paese, leggende di mezza montagna, fatte da gente semplice, ignorante e genuina, ero affascinato dallo scialacquare di figure pur sempre uguali e allo stesso tempo mutevoli nell’istante. Il cambiamento degli umori era dovuto dal tempo, dalle disfatte quotidiane e soprattutto dalla misura dell’alcol ingerito. Prima che mi occupassi della gestione delle botteghe cosa facevo? Secondo i miei niente, di fatto non era così, sfruttavo gli studi di chimica svolti a scuola. Mi scervellavo ricercando una molecola adatta a comporre una sostanza innovativa contro la muffa delle mura, quando ci riuscii speranzoso andai a proporla a una nota azienda del settore in Emilia, mi risero in faccia, dicendo che il mio prodotto non valeva nulla. Con enormi sacrifici, dopo qualche tempo la commercializzai, gli affari iniziavano ad andare per il meglio, ma la vita è vigliacca e ti pugnala alle spalle e così fui vittima di un atto ignobile; mi rubarono il brevetto e con  un semplice stratagemma apportando al prodotto un’insignificante modifica risolsero il problema. Conseguenza tutto risultò legale. Dopo penose battaglie in tribunale dovetti cedere al Golia dei prodotti per l’edilizia e non ci fu Davide che tenne contro quei colossi. Io non ero altro che un insignificante artigiano e fui polverizzato e la mia ditta fallì maldestramente. Tornai al paese con il capo chino e iniziai a bere e fare il muratore, mi arrangiavo e tutto sommato mi piaceva anche. Trovai l’amore con Giulia, bellissima donna Giulia. Dopo appena un anno, per via del mio carattere instabile e burrascoso l’idillio svilì e la storia si concluse. Rimasi ancora solo e qualche mese dopo l’epilogo; l’abbandono dei miei cari vecchi, che ancor così vecchi non erano.

Giunto al rifugio delle Macinaie mi fermai, sembravo un vecchio treno a vapore per quanto sbuffavo, non capivo o meglio non volevo capire il motivo del malessere fisico di quel giorno così mi accontentai di osservare il panorama. Il vento si era chetato, le nubi ammassate nel cielo minacciose non elargivano messaggi positivi. Dopo aver bevuto un buon mezzo litro d’acqua e aspirato placidamente alcune boccate di toscano sollecitato da Enzo prosegui nel cammino, il sentiero quel giorno solitamente molto frequentato era pressoché deserto non avevo incontrato anima viva e pensando di avere tutto il monte a mia disposizione mi addentrai nella faggeta centenaria. Dopo pochi minuti ansimando scarpinavo sulla tenera terra. Ad un tratto il mio cane si acquattò e smise di scodinzolare ed esibendosi in un ringhiare acerbo che non incuteva terrore a nessuno che ancora a ripensarci bene mi sembrò un spettacolino comico niente male e di cuore mi ci scappò anche da ridere per quanto fu buffo vederlo provare a travestirsi da cane cattivo. A debita distanza per nulla intimorito il motivo della sua aggressività, altezzoso e immobile sopra di un costone un bel esemplare di capriolo, sfiorava con lo sguardo le nostre improbabili figure, ricambiai l’attenzione, calmai Enzo che ancora digrignava i denti e andammo avanti. L’animale si dileguò in un flusso vanitoso, scomparendo nella vegetazione. Il sentiero saliva sempre più ripido e qualche goccia di pioggia iniziò a frangersi sul mio viso. Testardo come un mulo, come sempre sono stato, invece di tornare indietro puntai in alto, la vetta del monte iniziava a slargarsi tra i faggi ed era più vicina. Non potevo rinunciare, in montagna non avevo mai mollato, nella vita sì. Sui monti riuscivo sempre a centrare l’obbiettivo, avevo raggiunto centinaia di vette e quel dì non esisteva che abdicassi. Certo c’era stata qualche resa e in un sprazzo di memoria ricordo quando sul versante francese del monte Bianco fui travolto da una valanga di neve e solo per miracolo ne uscii vivo, oppure quando scivolai da una ferrata sul Monte Civetta, affrontata incautamente senza essermi assicurato con le corde, il solito sfrontato, anche in quel caso andò bene.

Il cielo a stento tratteneva la sua acqua, la faggeta era oramai alle spalle il sentiero era mutato, da terriccio molle, a duro e ghiaioso, il verde dei prati sfioriva e il paesaggio diveniva aspramente mistico. Quando mi trovavo in alto e avevo un contatto ravvicinato con l’immenso ero pervaso da stupende emozioni e mai simili l’una con altra. In montagna mi ritrovavo, ero me stesso, i miei fallimenti, le disfatte che costellavano il mio vissuto svanivano. Mi sentivo forte e invincibile, ma quel giorno assolutamente no, non era così, anche il mio giovane amico a quattro zampe sembrava essersene accorto. Anche in quella giornata di inizio maggio di qualche tempo trascorso da non troppo, mi sentivo forte e invincibile, qualcosa però non andò per il verso giusto, quel maledetto chiodo si conficcò in un punto dove la roccia era troppo friabile e non fece presa e il mio compagno di cordata, sotto di me di qualche metro precipitò fratturandosi il bacino. Fortunatamente dopo una lunga decenza ospedaliera guarì e non  riportò nessuna conseguenza fisica. Da quel giorno non accompagno più nessuno in montagna, le camminate e le arrampicate le affronto da solo. L’ennesimo divieto posto alla mia esistenza, pian piano mi sto privando di tutto, devo ammettere che però ultimamente grazie all’arrivo di Enzo sto rivalutando alcune cose e ho una visione meno solitaria della vita e forse anche più ottimistica, quantomeno ho ripreso l’abitudine di tornare in osteria e bere in compagnia, fino a qualche mese fa mi ubriacavo in solitaria.

Il cielo s’ affossò e le nubi non si trattenerò, la pioggia iniziò a cadere selvaggia, una cortina di foschia ci aveva circondato, Enzo la perforava a grandi guizzi, saltellando a destra e manca. Tuoni e lampi, rumore e squarci ondeggiavano sopra di noi. Sulla montagna era calata un’ atmosfera dal fascino spietato, qualcosa d’ incredibile.  Mi coprii alla meglio, nello zaino non avevo messo granché per cambiarmi, anzi quasi niente, siccome il percorso non era dei più difficili e neanche troppo lungo avevo pensato non ce fosse stato bisogno, avevo solo la mantella d’incerata e la indossai. Sperperai una buona imprecazione contro il diavolo, in altri tempi avrei bestemmiato il creatore, ma quel dì non lo feci e puntai diritto alla vetta. Oramai c’ero, avevo già iniziato il tratto dove il pendio era decisamente arduo, le scalette, detto così per via delle rocce che formavano una sorta di scala naturale. Scivolavo, cadevo, mi rialzavo, non capivo se stavo male, il temporale mi aveva neutralizzato, non avevo più nessuna cognizione, andavo avanti per inerzia e soltanto la mia esperienza che avevo acquisito negli anni sulle svariate creste mi fu d’aiuto. Finalmente ero in vetta, doveva essere un gioco da ragazzi, invece era divenuta una delle mie più belle conquiste e per di più era la prima di Enzo che per niente impaurito scodinzolava abbaiando ai tuoni. Alzai le braccia al cielo, la pioggia divenne mia amica mi godetti lo scroscio lavava il cuore e mi sentii molto vicino a Dio, forse ero felice, stavo bene. All’improvviso, un fragore, una polvere, cristalli di luce, un boato straziante e realizzai che a pochi metri dalla grande croce in ferro posta in vetta, un fulmine si era squassato con violenza bruciando la pietra, la croce oscillò vertiginosamente, non cadde, d’istinto mi buttai a terra a pancia sotto, chiusi gli occhi, dopo poco li riaprii, era tutto finito. Sollevandomi da terra subito mi accorsi della scomparsa, il mio labrador non c’era più, Enzo era sparito. Mi dannai a cercarlo nell’affilata cima, lo chiamavo, fischiavo, imprecavo, urlavo battendo le mani come un pazzo, niente come dissolto, non lo vedevo, non lo trovavo più e le lacrime sgorgarono dai miei stanchi occhi e si confusero alla pioggia che era tornata a essere mia nemica e piombava a un ritmo incessantemente drammatico. Mi catapultai rapido per le scalette e iniziai la discesa a valle, superai quel costone scivoloso non senza assumermi rischi e sempre urlando il nome del mio cane imboccai il viottolo di ghiaia. Fu in quel momento che avvertii delle strane sensazioni appropriarsi del mio corpo, la carne mi doleva, un male sacrificale, inenarrabile, come se qualcuno me la stesse strappando di dosso a piccoli pezzi.  Un abbandono totale s’impadronì della mia anima e fu buio.

La piovosa primavera è riposta agli archivi, così come l’insipida estate, la fiamma del camino è tornata a brillare, sono a casa di Ausonia e Gino che ha ottanta anni, la moglie qualcuno di meno e ora sta imprecando contro sky, il motivo è semplice: il segnale al primo alito di vento scompare e lei non riesce a seguire la partita della sua amata Juventus. Il suo sogno è quello di recarsi a Torino, entrare allo stadio e seguirla dal vivo. Donna particolare Ausonia, a parte che forse è l’unica toscana a essere tifosa della vecchia madama bianconera, cura il suo fisico in maniera ossessiva, ama tenersi in forma, fa jogging tutte le mattine e in una terra di carnivori è una delle poche vegetariane. Ama pescare, le trote quando capitano al suo amo sono felici, perché sanno che poi vengono ributtate nel torrente. Una grande persona, saggia e con un cuore buono come il vin santo.  Gino era un amico di mio padre, un uomo paziente sa ascoltare parla pochissimo, ma nel momento del bisogno non ti abbandona mai. Sono quasi quattro mesi che sono ospite a casa loro. Dopo essere stato ricoverato in ospedale per diverso tempo e non potendo vivere da solo da quando sono stato dimesso loro non hanno avuto un sol momento di esitazione mi hanno accolto come un figlio, che tra parentesi,  per volontà di Dio come sovente ripetono non ne hanno potuti ricevere. Un coma diabetico, una maledetta forma di diabete si abbattuta in me in quel giorno di furiosa tempesta sul monte. Ora ne sto lentamente uscendo, sto guarendo, certo non potrei bere, ma in certe occasioni come si fa a dire di no. Oggi è il compleanno di Gino e qui a casa sono venuti a trovarci molti amici: Pierone, il mitico Zambrone, il cotica, Filungo e insieme a loro un altro manipolo di bischeri, giochiamo a carte, si parla, si ride, si scherza e il tempo diventa favola. Tra tutti ne manca uno, il migliore degli amici, eccolo che ritorna dal suo vagabondare, è bagnato, fuori piove, placido scodinzola, educato per atto dovuto prima saluta me leccandomi la mano, poi è la volta del padrone di casa, non disturba Ausonia che finalmente sta riuscendo a vedere la partita con una certa continuità, il segnale sembra essere finalmente stabile, esausto si stende davanti alla fiamma, sbadiglia e si addormenta quasi subito. Grande Enzo, fui lui a salvarmi la vita, infrangendosi nella tempesta corse fino al borgo, si aggrappò alle gambe delle poche anime che avevano il coraggio di sfidare la torrenziale pioggia, le tirava per i giacconi, le strattonava, ma non venne né ascoltato né compreso, non pago bussò nella case, entrò all’osteria e alla fine riusci a mobilitare un piccolo esercito di volontari e li condusse fino a me dove giacevo in fin di vita. Con l’eliambulanza fui soccorso e trasportato all’ospedale civile di Firenze ed ora eccomi qui con la voglia di sorridere e di tornare a scarpinare in montagna. Riassaporare l’aria fresca, ispirare il vento, farmi scompigliare i capelli e su quel sentiero rivedere mio padre che con energia e amore mi tenne in vita. Grazie Enzo.

A mio padre Bernardo un uomo giusto. 31 marzo 1996

A Briciola che ora non c’è più 23 marzo 2015

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Buona Pasqua a voi tutti

Commenti su: "Il mio amico Enzo" (11)

  1. Buona pasqua carissimo
    auguri di cuore
    bel post🙂

  2. Buona Resurrezione a……vita nuova Naz. Cerca di guarire e conservarti la salute che è un bene prezioso. Certo che hai avuto una vita “difficile” ma le difficoltà, i dispiaceri non ti hanno cambiato nel senso che sei rimasto un uomo burbero, scontroso, dal cuore tenero e sensibilità profonda. Percepisco questo dai tuoi scritti. Un grazie a Gino ed Ausonia, anime belle che ti hanno accolto, una carezza ad Enzo, un abbraccio ed abbi cura di te.

  3. Ciao Naz… passo veloce per augurarti una buona e serena Pasqua (quello che resta… scusa il ritardo)… ritorno con calma a leggere il post… un abbraccio grande…

  4. Ciao Naz, mi hai commosso….. e non poco, ho rivisto mio padre, dopo quasi tre anni ancora piango al suo ricordo e mi manca terribilmente e da un anno anche mia madre lo ha raggiunto e poi mi hai fatto rivivere il mio grande piccolo Tobia, un micione spettacolare a cui mancava solo la parola, caro amico è sempre un piacere per me passare a salutarti anche se ormai dedico sempre meno tempo al blog, ti auguro tanta serenità cosi come sto cercando di trovarla per me, un grande,grande abbraccio Naz.
    Angela

    • Cara Angela purtroppo anche io dedico poco tempo al blog, se scrivo e leggo oltre a tutte le altre cose per seguire il blog di tempo ne ho sempre meno, ci pubblico qualcosa perché lo voglio tenere in vita e perché per me è importante, sono contento quando le persone care come te vengono a visitarlo. Anche io ti auguro tanta serenità e belle cose. Un abbraccio a presto

  5. ” … sono contento quando le persone care come te vengono a visitarlo …”
    forse dovreti fare lo stesso🙂
    un caro saluto … ascolano

    • SWi mi piacerebbe ma col pochissimo tempo che ho torno acsa sempre tardi le nove o giù di li e non riesco a seguire il blog continuo a scrivere e poi il resto è vita un caro saluto Sambenedetese

  6. Eccomi finalmente a leggere…
    veramente stupendo… ❤
    Un abbraccio caro amico…

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