Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Archivio per dicembre, 2016

Testa Vuota

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Vi voglio raccontare un storia piccina e poverella che di nessuna pretesa si adornà.

In un paese qualunque, abitato da gente qualunque, viveva un uomo con il viso un po’ liso, mai privo di sorriso e, un bel nasone color porpora definiva il tarocco. Aurelio disse di chiamarsi. Io lo soprannominai Testa Vuota.

In una piazza seduto su una seggiola, si contorceva, sbraitava e, con un stecchino si torturava i denti, un vero ossesso, pregno, appariva molto sicuro di se. A me faceva ridere, diventammo amici, mi era simpatico, dopo tutto un gran burlone, un goliardo, un gran contaballe, ma alcuna pretesa attestavo, questo pensavo, ma sbagliavo e non sapevo.
Parlava, cianciava, diceva, disfaceva, ancora divulgava del tal pensiero che fosse questo o quello, nulla importava.
Erudito:  spiegava, estrapolava, confabulava, nel contorto dialogo tramava, a volte tradiva e qualche volta sguaiato rideva.
Testa Vuota secondo il suo immodesto ardire era il migliore, il più capace e già signori miei come lui nessuno. Degli arcani del mondo il padrone.
Indignato, puntava il dito contro ognuno non condivideva il suo pensiero. A giorni; insolente derideva, perfino insultava, fino a prendersela anche con i cani che passavano in quel posto per caso, a qualcuna di quelle povere bestiole tirò anche dei sassi. Nonostante mi sforzassi, non ho mai capito il motivo di tanta ira.
Venne scoperto in diverse occasioni nel buio della sua più profonda egocentria, altezzoso levare la mano destra diritta verso il cielo, si credeva un gerarca, un vero podestà,
un paladino di onestà.  Con presupposta coerenza arrovellava parole sicure, decise come tagli di scure e per certo di indiscutibile moralità. Non c’era contraddittorio, non l’ ammetteva.
Un dì rinsavii e provai compassione per quel fantoccio e non lo sopportai più. Io povero sciocco mi stancai  dei suoi dissoluti sermoni, della brama nel primeggiare, delle sue derisioni e soprattutto della sua inutile finzione. Fu così lo abbandonai sulle strade dell’ indomabile saccenza. Rimpiansi il giorno cui pensai fosse mio amico, ma lui non aveva amici.

In un giorno di sole, dove tutti seguivano il corso naturale delle cose, lo vidi rannicchiato su se stesso, innegabilmente depresso. Forse si era accorto, sicuramente con enorme ritardo che da tempo nessuno più lo ascoltava e tanto meno lo frequentava. Frugò nelle stanze tra le tante menzogne e con stupore si accorse di non avere niente da mangiare, la sua adorata moglie, defunta da qualche ora, in un pallido sgomento di una vita sbagliata mormorò mentre l’abbandonava; ” ahimè! Se mi fossi accorta in tempo che quello credevo fosse l’amore, il migliore degli uomini, non era altro che un trucido millantatore, un illuso spavaldo, un fautore di pericolose inezie.” Una lacrima le rigò la bianca pelle, un sorriso amaro apparve tra le sue labbra, con un cenno del capo salutò il poco pubblico intervenuto e finalmente libera si librò spedita nel terso cielo.
Testa Vuota sprofondò in un panico perfetto, non accusò dolore, soltanto rabbia. Perché era stato lasciato in un assoluto abbandono, inveì contro la sua cara estinta e versò inchiostro nero dalle grigie pupille. Un tronco alla deriva oramai, nessuno lo aiutava, nessuno usciva più con lui, nessuno gli pagava la pensione, non ne aveva avuto il diritto, d’altronde non aveva mai lavorato, non ne trovava mai il tempo, accampava sempre una scusa per sgusciare dal gravoso dovere. Nella sua miserevole vita il suo scopo principale fu fondato sullo sproloquio, rigurgitare ingiurie e offese  a chiunque. Una pianta tossica chiamata invidia, trovando tanto spazio era cresciuta nella sua testa e giorni gli causava un gran male, ma tutto era inutile neanche il patimento distoglieva il suo spirito maligno e perso s’ intestardiva sulle sue confutabili convinzioni. Questa volta era davvero solo, temerario non si arrese e continuò a cianciare a predicare e miliardi di parole uscirono dalla sua bocca ormai abbandonata anche dagli ingialliti denti. Da che mondo è mondo, si sa che gli spaghetti riempiono la pancia e le chiacchiere procreano soltanto pidocchi, ma lui mai apprese codesto proverbio e fu così che Testa Vuota morì sommerso nella tracotante stupidità, intrappolato nel proprio io. Nessuno se ne accorse, tranne il vento che negli anni aveva raccolto le tante parole inutili anche le più cattive, quelle più indegne e le troppe blasfeme. Ne fu sollevato e in un giorno di burrasca se ne liberò gettandole nel profondo degli abissi, dove alcuno pote più ascoltarle. Il ricordo di quell’uomo banalmente crudele che credeva tutti fossero stupidi e sempre e soltanto lui il migliore si spense nel breve tempo come una candela stremata. Povero Testa Vuota.

Ora in quella piazza giacciono: una sedia sgangherata, uno stecchino spezzato, un salvadanaio vuoto e poco altro. Miserie di una finzione, un dramma di cui l’attore non ne fu mai consapevole, aveva vissuto cento anni senza rendersi conto di essere stato davvero vivo. Neanche un attimo.

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