Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Archivio per la categoria ‘narrativa e poesia’

La preghiera di Amir

image2-610x350

 

Di conto cosa mi è rimasto

sguardi tristi, sofferenza, miseria

il fardello del migrare, la terra promessa.

Promessa da chi? Fuggire per cosa?

La morte che aleggia giorno dopo giorno

insistente e vigliacca

il mare, la speranza; miraggi di vita.

Il dolore morde il cuore, la salvezza è lontana

un sogno che allo scocco dei minuti,

tra l’urlo delle onde cade in frantumi

sfruttati derisi da secoli, un popolo minore, alcuna importanza.

Egoismi, denari, malvagità svendute per nulla.

Il porto è lontano, soltanto un flagello perpetuo si ode

racchiude il mondo, il mio mondo.

Fuggo, prego, e disperato scruto l’ orizzonte

non ho scelto dove nascere,

in quel profondo luogo ho visto la prima luce

ora supplico e, ancora prego

Mi chiamo Amir e non sono nessuno

soltanto un essere umano.

 

Annunci

Parla con lui

CSC_0931

Torna indietro

rovista nelle miserie delle anime

le tue

guarda tuo figlio

in fondo dentro al cuore

cosa vedi? Dimmelo

sei un uomo stanco, fin troppo

hai perso mille volte e non riesci a vedere

ora ti sollevi ti scrolli la polvere

esci dalla gabbia

un leone ferito un uomo sgualcito

povero, ammaestrato

hai ferito leso ucciso

ora guarda tuo figlio

parla con lui

non aver timore

parla con lui

infliggi al suo cuore, non urlare

sussurra dolcemente

vedrai lui ti ascolterà

lui saprà

lui capirà

E il vento soffia ancora

DSC_0972

Quando il dolore divora la ragione

il vento non soffia più

triste vedere i tuoi cari occhi spegnersi lentamente

e il vento non soffia più

vederti combattere e  stancamente vivere

sperare un giorno, magari oggi, torni a sorridere

e il vento non soffia più

ti sei arreso ti sei spento

un puledro volato in altre praterie

e il vento sospinge, rimuove l’eclissi

un alito si spande miracoloso

morire per vivere, cantare, correre e giocare

e li vento soffia ancora

per te, per noi, per la vita che è stata

e sarà ancora più forte

più bella fino a estasiarsi, crederci

continuare a esserci, tumulti del cuore

il coraggio di un sogno chiamato amore

e il vento soffia ancora

 

A chi ha perso la speranza

Il balbuziente

DSC_1613

Edo, all’ anagrafe Edoardo Bianchetti era un bravo ragazzo e soprattutto timido, molto timido, a volte (spesso) quando le emozioni superavano un qualsiasi limite, diveniva goffo, iniziava a balbettare contorcendosi in milioni di spasmi. Dalla vergogna inceneriva in uno stato di catalessi e addirittura finiva col non parlare più. Era deriso da tutti, anche da qualche professore. Non aveva amici e di ragazze neanche a dirlo. Il classico sfigato. In una giornata di aprile dove il sole picchiava forte e un caldo eccessivo si era appropriato di un mese non suo, Edo se ne tornava a casa dopo essere stato a scuola. Ciondolava svogliato, fino a perdersi nel nulla. Sapeva i suoi genitori lo stavano aspettando, ma a lui pareva non interessargli, non in quel giorno. Certo, si sarebbero arrabbiati, ma faceva niente. Una idea all’ improvviso gli illuminò lo spirito e senza alcuna titubanza decise di scendere al fiume. Sotto il ponte di San Liberato prese il viottolo che conduceva giù e dopo poco si ritrovo sull’argine destro. Una sensazione strana gli fece vibrare il corpo, era contento, si sentì bene, come da mesi o forse anni o addirittura mai era accaduto.  Sedette sulla riva e iniziò a lanciare sassi nell’acqua che scorreva senza sussulti e nessun clamore, utilmente scorreva. Sassi bianchi, piatti,  gesti banali.  Edo sorrideva e un’ emozione gli squassò il cuore, si sentì libero.Padrone di se stesso. L’ ennesimo scherzo subito a scuola nella mattinata dai suoi compagni oramai un lontano ricordo. Come al solito al momento ne era uscito distrutto, ma d’altronde cosa erano un paio di pantaloni sporchi di colla? I prepotenti  l’avevano spalmata meticolosamente sulla sua sedia e la rabbia provata per loro in quell’ attimo si trasformò in serena commiserazione. Sì, gli imprimevano tenerezza, poverini, prendersela tutti insieme, tutti i giorni con un ragazzo indifeso e cagionevole era da assoluti vigliacchi, da esseri di poco conto. Loro erano i perdenti, non lui. D’altronde contro la sua asma poteva farci poco o addirittura niente e sicuro fronteggiarla non era un gioco da ragazzi. Negli anni lo aveva sfiancato,  gli impediva di praticare sport e di vivere serenamente il normale andirivieni quotidiano, poi c’era anche quella maledetta balbuzia. Però in quel giorno e in quel momento non se ne curò e dette modo ai suoi pensieri di sollevarsi, li lasciò brillare. Si nutrì delle carezze che il sole elargiva amorevolmente, si sentì protetto, coccolato. Così decise di togliersi gli indumenti e si sdraiò sul manto di fresca erba, rimanendo soltanto con gli slip addosso; volò. Torno a casa quando il pomeriggio aveva fatto già il suo tempo, sua madre come lo vide, urlò: “Cosa ti è successo? Dove sei stato fino a quest’ ora? Mi hai fatto allarmare. ” Edo la guardò teneramente e facendo spallucce innocente replicò, “sono stato al fiume, ho riposato, poi mi sono librato nell’infinito, nel cielo blu e oltre, ora sono tornato, perciò non ti preoccupare è tutto a posto.” Alle parole scolpite dal figlio la madre restò immobile e allibita, con la bocca aperta a meta non sospirò più alcun verbo. Lo fece andare  incontro al suo destino. Edo inforcò le scale e salì al secondo piano, entro nella sua camera, chiuse la porta. Edo non scese per la cena, ne per la colazione. Edo non scese più. Scomparso, come volatilizzato, di lui si perse traccia. A volte a qualcuno parve di incrociare il suo sorriso bambino, il suo volto magro, di certo non più sofferto. Di Edoardo Bianchetti non si seppe più nulla. In alcuni giorni le pagine di un libro,  appoggiato su quello che era stato il suo letto iniziavano a sfogliarsi solitarie, come se volteggiassero, ali di farfalla. Una musica dolce si stendeva nell’aria infondendo amore a tutti quelli  l’ avevano conosciuto. Indifferentemente a tutti, senza alcun riserbo e distinzione. Edo amava ed era finalmente sereno. Soprattutto non balbettava più.

Una piccola, minuscola, storia. (Più)

DSC_0049
Quella notte non riuscivo a dormire, nella testa frammenti di un passato appena passato.
Decori, romantiche carezze. Nella testa cento, mille pensieri. Te, io… Il vino bevuto, i tuoi riflessi di seta, infinita fragranza, aromi, sublime melodia la tua pelle, bianca e fresca, giovane. Le risa. Le nostre. L’ amore. Il nostro. Infine il vento infuriò e tutto svanì. Tu non c’eri più, io non c’ero più, noi non c’eravamo più. Presi il tram, uno qualunque. Colori sbiaditi, variegate età, volti; vecchi e nuovi. Tic, manie, nervosismi vari e qualche blanda parola. I soliti gesti, nebulosi vissuti, grigie abitudini. Non fu vita, fu sofferenza e patimento, ogni tanto una fetta di prosciutto. Nessuno mi svegliò da quell’ enorme torpore.
Poi… Nulla. Soltanto piovve. Pioggia, pioggia, e ancora pioggia, acqua dal cielo, lacrime divine. Non piansi più, smisi. Tornai a essere infelice come quando ero bambino, come sempre, come niente fosse, finalmente ero di nuovo infelice. Accesi una sigaretta e mi infilai nel primo portone che trovai e poi non ne uscii più.

Mi basterò

DSC_0448

L’ uomo non basta all’uomo, una lotta impari
ossuta necessità, stridente vanità
il macigno cerebrale assilla il già pesante quotidiano
non ho mezze misure, il mio bicchiere è rotto, frantumato
non ho più sete e, attingo a una fonte velenosa, tossica
mi disgusta la frutta e non conosco vergogna
sono un essere sudicio,
non mi basto e mi detesto mentre gioisco di me,
sarò di nuovo vecchio, ho trasgredito le regole, il pudore, l’amore
lo farò ancora, perseverò sempre, poi ancora e di nuovo sempre
finché un giorno al tramonto del mio stralunato vissuto
troverò la vita quella che non ho mai cercato
tu demone hai chiesto agli inferi di portarmi via con te, nel buio, nella melma
nel vicolo più nero del peccato
sono racchiuso in un trucco e non so come uscirne
ho giocato ai dadi, ho perso
il rosso del mio sangue
è reale, sgorga e schizza,un pazzo irrequieto
volo incontro a un passato dipinto da pavide menzogne
vedo ciò non ero in grado di vedere
torno a sperare,
tu demonio eri sul punto di farlo, volevi uccidermi,
ma lo sapevi che ero già morto così hai rianimato la mia anima spenta
salvandomi da una fine approssimativa
e ora sono qui a piangere il tuo dolore, la tua feroce rabbia
nessun rintocco di campana alcun squillo d’ apocalisse
rinasco ed esisto
e forse lo farò
fino alla fine, oltre le onde, in vetta alla potente montagna
ingabbiato da dubbi, paure e certezze vivrò.
Mi basterò.

BUONA PASQUA A VOI TUTTI.

Vorrei

 

DSC_0949

Oggi vorrei non esistere,

vorrei essere libero,

vorrei essere tuo

Tag Cloud