Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

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2019

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Affrontiamo il nuovo anno con coraggio e dignità. Aggiriamo le difficoltà con impegno e  seria determinazione. Non generiamo rancori, orniamoci di buoni propositi. Facciamo in modo di non cadere nel tranello dell’ intolleranza, del non ragionamento, non odiamo. Non svendiamo il diritto di essere liberi.  Leggiamo, istruiamoci, così da poter esporre pensieri propri, spezziamo il flusso negativo, torniamo a sperare, finché la visione del  futuro ci appaia meno triste. Riappropriamoci di noi stessi è l’ unico modo possibile per avere ancora fiducia nel prossimo. Non facciamoci abbindolare da false promesse e cattivi intenti. Coltiviamo buoni sentimenti, ne gioveremo e potremmo raccogliere solo che amore. Nel 2019 impegniamoci a costruire un mondo migliore, ognuno come meglio può. Vedrete non sarà difficile, basteranno piccoli gesti, poche buone cose e giorno dopo giorno la nostra vita risulterà sicuramente più leggera e, magari saremo anche soddisfatti di viverla.DSC_1599

BUON 2019 A TUTTI

HAPPY NEW YEAR

BONNE ANNéE

FELIZ ANO NUEVO

Non abbiate la visione della vita da una solo prospettiva, a volte basta cambiare soltanto il punto di osservazione e tutto ci potrà apparire diverso. Nulla è perduto. MAI.

AUGURI E BUONA FORTUNA

Nazzareno

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Diario di bordo

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Cronaca di una domenica d’autunno, correva l’ anno 2018. Orizzonte piatto, mare calmo, bonaccia assoluta. La noia regna a bordo della Panorama, l’equipaggio sonnecchia indolente. Qualcuno per non essere ingannato dal tempo gioca a dadi, altri soffrono di un silenzio assordante e disparate malinconie. La radio di bordo scricchiola, messaggi dalla terra ferma, nessuno pare essere interessato, almeno non più di tanto. La voce afona, sperduta rende monotono il tutto, la notizia dell’ ultima ora è di poco conto. L’ Internazionale vince il derby della Madonnina in pieno recupero e pare che il fenomeno di Gigi Donnarumma, portiere del Milan abbia confezionato l’ ennesima papera. Giuseppe il cuoco, arriccia il suo grosso naso color porpora e tracanna ancora una buona sorsata di rum. Qualcuno bestemmia, non certo per la vittoria dell’ Ambrosiana, ma per un malessere del tutto suo. Circo Massimo, Roma. Il partito degli onesti sta mettendo in atto la solita sceneggiata, l’ ennesima farsa. No condoni, in galera gli evasori, mai con la lega. Festeggiano stappando bottiglie di spuma scadute e acqua biologica. Le loro bugie e le tante ipocrisie sperano in un mondo migliore, il loro piccolo mondo, quello che riguarda esclusivamente i propri privilegi. Sono pieni di contraddizioni, non capiscono e hanno troppe ambizioni, non hanno studiato, ma credono di si. I pagliacci mascherati da generali si affannano in proclami stantii e allucinanti, seguono velenose considerazioni anti governative, qualcuno tra la ciurma nell’attimo ascolta distratto, riflettendo pensa,” ma è possibile che non si sono accorti  di essere loro il governo? Ora il potere è di loro proprietà. Quanta ipocrisia, quanta inutile banalità, infetta aria fritta.”

Il tempo avanza imperterrito, le condizioni climatiche inesorabili mutano. Beceri squali ruotano indispettiti intorno alla Panorama, disegnano sciagure nel mare petrolio, non hanno più pazienza, sono affamati e assetati di sangue. Peppe lo Scarno afferra un fucile e spara proiettili, non colpisce assolutamente nulla. Tutti ridono e la nave lentamente continua nella sua mesta movenza. La terra ferma soltanto un ipotesi, nient’altro che una risicata fantasia, nessun avvistamento. I radar sono fuori uso, si naviga a vista, ora dopo ora, giorno, dopo giorno. Niente accade. Il comandante  si è rifugiato nella sua cabina, posta al centro del prezioso ponte denominato di comando. Con lui la sua donna, una giovane donna senza alcuna morale. Sgherri sorvegliano la dorata sicurezza, sono drogati di oppio e forse anche ubriachi. Tatuaggi e coltelli, digrignano i denti e non fiatano, assorbono rabbia e odio. Venti di gelo spirano nel mondo, lontano e vicino, presagi nefasti.  L’ equipaggio è stanco, qualcuno sta male. La notte torna a colare pesante sul mare, sulla nave e su ogni altra visione. Non resta che la speranza, il poco cibo e alcol in abbondanza. Uomini allo sbando, vittime predestinate, si sono lasciate ammaliare, convincere da un rampante e spavaldo capitano. Nel tempo che fu osannato  ora dissacrato e screditato. Cosa si può fare? Nulla oramai è tardi, troppo tardi. Chi vivrà, vedrà. Quel poco che ci sarà rimasto da vedere,  sono certo sarà poca cosa, davvero niente più di niente. Il rumore delle pigre onde, qualche sparuta stella e, un timido spicchio di luna i ridotti amici rimasti ad accompagnare l’ inutile viaggio. Domani sarà di nuovo lunedì . Buona fortuna marinai. Ne avete davvero bisogno.

Dal diario di uomo che vuole essere libero, dal profondo del suo concetto, più della parola stessa. Libertà.

Il balbuziente

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Edo, all’ anagrafe Edoardo Bianchetti era un bravo ragazzo e soprattutto timido, molto timido, a volte (spesso) quando le emozioni superavano un qualsiasi limite, diveniva goffo, iniziava a balbettare contorcendosi in milioni di spasmi. Dalla vergogna inceneriva in uno stato di catalessi e addirittura finiva col non parlare più. Era deriso da tutti, anche da qualche professore. Non aveva amici e di ragazze neanche a dirlo. Il classico sfigato. In una giornata di aprile dove il sole picchiava forte e un caldo eccessivo si era appropriato di un mese non suo, Edo se ne tornava a casa dopo essere stato a scuola. Ciondolava svogliato, fino a perdersi nel nulla. Sapeva i suoi genitori lo stavano aspettando, ma a lui pareva non interessargli, non in quel giorno. Certo, si sarebbero arrabbiati, ma faceva niente. Una idea all’ improvviso gli illuminò lo spirito e senza alcuna titubanza decise di scendere al fiume. Sotto il ponte di San Liberato prese il viottolo che conduceva giù e dopo poco si ritrovo sull’argine destro. Una sensazione strana gli fece vibrare il corpo, era contento, si sentì bene, come da mesi o forse anni o addirittura mai era accaduto.  Sedette sulla riva e iniziò a lanciare sassi nell’acqua che scorreva senza sussulti e nessun clamore, utilmente scorreva. Sassi bianchi, piatti,  gesti banali.  Edo sorrideva e un’ emozione gli squassò il cuore, si sentì libero.Padrone di se stesso. L’ ennesimo scherzo subito a scuola nella mattinata dai suoi compagni oramai un lontano ricordo. Come al solito al momento ne era uscito distrutto, ma d’altronde cosa erano un paio di pantaloni sporchi di colla? I prepotenti  l’avevano spalmata meticolosamente sulla sua sedia e la rabbia provata per loro in quell’ attimo si trasformò in serena commiserazione. Sì, gli imprimevano tenerezza, poverini, prendersela tutti insieme, tutti i giorni con un ragazzo indifeso e cagionevole era da assoluti vigliacchi, da esseri di poco conto. Loro erano i perdenti, non lui. D’altronde contro la sua asma poteva farci poco o addirittura niente e sicuro fronteggiarla non era un gioco da ragazzi. Negli anni lo aveva sfiancato,  gli impediva di praticare sport e di vivere serenamente il normale andirivieni quotidiano, poi c’era anche quella maledetta balbuzia. Però in quel giorno e in quel momento non se ne curò e dette modo ai suoi pensieri di sollevarsi, li lasciò brillare. Si nutrì delle carezze che il sole elargiva amorevolmente, si sentì protetto, coccolato. Così decise di togliersi gli indumenti e si sdraiò sul manto di fresca erba, rimanendo soltanto con gli slip addosso; volò. Torno a casa quando il pomeriggio aveva fatto già il suo tempo, sua madre come lo vide, urlò: “Cosa ti è successo? Dove sei stato fino a quest’ ora? Mi hai fatto allarmare. ” Edo la guardò teneramente e facendo spallucce innocente replicò, “sono stato al fiume, ho riposato, poi mi sono librato nell’infinito, nel cielo blu e oltre, ora sono tornato, perciò non ti preoccupare è tutto a posto.” Alle parole scolpite dal figlio la madre restò immobile e allibita, con la bocca aperta a meta non sospirò più alcun verbo. Lo fece andare  incontro al suo destino. Edo inforcò le scale e salì al secondo piano, entro nella sua camera, chiuse la porta. Edo non scese per la cena, ne per la colazione. Edo non scese più. Scomparso, come volatilizzato, di lui si perse traccia. A volte a qualcuno parve di incrociare il suo sorriso bambino, il suo volto magro, di certo non più sofferto. Di Edoardo Bianchetti non si seppe più nulla. In alcuni giorni le pagine di un libro,  appoggiato su quello che era stato il suo letto iniziavano a sfogliarsi solitarie, come se volteggiassero, ali di farfalla. Una musica dolce si stendeva nell’aria infondendo amore a tutti quelli  l’ avevano conosciuto. Indifferentemente a tutti, senza alcun riserbo e distinzione. Edo amava ed era finalmente sereno. Soprattutto non balbettava più.

Tutto il resto una maledetta noia

Sussurravo in quel monte silenzioso, dove il mare e il cielo fondevano in un unico orizzonte. Il vento bruiva tenue, il tuo sorriso illuminava il mio volto,
la bellezza fioriva dal paesaggio e tutto il resto non contava niente. Ero felice. Poi un orribile nube oscurò il cristallo, il sole si spense, i delfini presero altre rotte. Il giocattolo era inerme, abbandonato e infinite fratture lo schernivano. Non funzionava più. Ripresi a camminare come chiuso in uno scantinato, una galera di spine. I miei passi di colpo pesanti, il respiro affannoso, le gambe dolenti arrancavano. Il tuo sorriso scomparso, come se non fosse mai esistito. Il mio volto si contorse tra mille rughe, di getto invecchiò. Adamo era vestito e doveva di nuovo soffrire, di Eva se ne era dimenticata l’ esistenza. I figli di Abramo erano spaesati, il Sinai un lontano ricordo. Le acque si chiusero una volta per tutte, per sempre. Il tuo cuore triste batteva lontano,infinitamente, molto più di quello che credevo, tanto da non ascoltare il suo battito. Il mio transumava senza alcuna metà e alcuna virtù, semplicemente si prostituiva come una delle tante puttane che distraggono la notte. Qualsiasi luogo era valido; porti, stazioni, perfino a casa tua. Angosce e depravazioni. Venni battuto da cento mille, spettri e la leggenda dell’immortalità sgretolò. Non ci fu nessun funerale, bruciai alle fiamme della giustizia, la mia. Non seppi mai cosa fossero gli inferi e per questo motivo rabbrividii. In un angolo di un vicolo di Napoli mi trovarono ubriaco e ancora vivo. Le ustioni sul corpo non visibili, ma l’ anima era stata compressa, accartocciata e rubata dagli zingari che la vendettero per pochi miserabili denari. Una brutta storia, pessima. Tutto il resto una maledetta noia.DSC_1660

Una piccola, minuscola, storia. (Più)

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Quella notte non riuscivo a dormire, nella testa frammenti di un passato appena passato.
Decori, romantiche carezze. Nella testa cento, mille pensieri. Te, io… Il vino bevuto, i tuoi riflessi di seta, infinita fragranza, aromi, sublime melodia la tua pelle, bianca e fresca, giovane. Le risa. Le nostre. L’ amore. Il nostro. Infine il vento infuriò e tutto svanì. Tu non c’eri più, io non c’ero più, noi non c’eravamo più. Presi il tram, uno qualunque. Colori sbiaditi, variegate età, volti; vecchi e nuovi. Tic, manie, nervosismi vari e qualche blanda parola. I soliti gesti, nebulosi vissuti, grigie abitudini. Non fu vita, fu sofferenza e patimento, ogni tanto una fetta di prosciutto. Nessuno mi svegliò da quell’ enorme torpore.
Poi… Nulla. Soltanto piovve. Pioggia, pioggia, e ancora pioggia, acqua dal cielo, lacrime divine. Non piansi più, smisi. Tornai a essere infelice come quando ero bambino, come sempre, come niente fosse, finalmente ero di nuovo infelice. Accesi una sigaretta e mi infilai nel primo portone che trovai e poi non ne uscii più.

Anima mia

 

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Il volto sferzato dal vento

selvagge strutture

ruvida e enigmatica foresta

due lapilli le iridi, amare le labbra, porpora

quel bacio ritorna e risale ancora

un bacio, una vita e un amore, un disastro

mi portasti nel precipizio e io caddi

volai; un volo senza fine, nessuna rete

nel vuoto,

l’anima salì elevandosi fino al cielo,

oltre

non c’eri più, non trovai nessuno

maledetta anima non tornasti indietro,

né quel giorno né in altre giornate; eri fuggita, forse per sempre.

Bugiarda anche tu mi tradisti, alcuna vergogna provasti

nessuna pietà,

vile

e, io caddi, le mie ali si spezzarono come ossa fragili,

restai recluso nell’infetto eterno

tu anima mia,

nuda vendesti il tuo corpo, l’ amore, lo zucchero filato.

Non mi cercare, mai più,

sono ucciso, vivo, o morto

e tu anima mia ora dove sei?

dove sei? dove sei? dove sei?

anima mia

non ti perdonerò mai,

ti amerò sempre.

Il coraggio di sentirsi vivi

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Cari amici sono lieto di annunciarvi che domenica 21 gennaio alle 17,30 presso la libreria Rinascita di Ascoli Piceno si terrà la presentazione del mio secondo libro: “Il coraggio di sentirsi vivi.” Per uno come me che scrive per puro diletto, momenti come questo sono il sale della vita. Piccole, ma preziose soddisfazioni. Grazie a voi tutti, che frequentando il blog avete interagito con me. Avete contribuito a farmi maturare sia come uomo, sia come scrittore, infondendomi entusiasmo e sostenendomi nei momenti bui. Il vostro affetto in alcuni frangenti è stato davvero determinante. Nel 2013 ho scritto il mio primo libro ed è stata vergine emozione. Ora approdo al secondo volume e sicuramente sarà un’ altra bella avventura. Nei dieci anni di navigazione ho condiviso con voi svariate sensazioni, progetti, momenti felici e purtroppo altri meno. Abbiamo riso, discusso, comunque confrontati sempre nel pieno della comprensione altrui e con grevi strati di fattibile lealtà. Non ho mai avuto problemi con nessuno. Spero tutto ciò, anche se in maniera diversa, continuerà ad essere uno splendido cammino da condividere insieme. Non nascondo, ora, mentre sto scrivendo queste malferme righe un briciolo di commozione bagna il mio cuore. Grazie e grazie ancora a tutti. Buonanotte.

 

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Con la mia mamma.

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