Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

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Un breve racconto. Anzi brevissimo

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Impostai la vita su modalità  abitudine. La voglia di lottare, credere, sognare, macinata nella corrosa staticità. Allora che fare ? Suicidarsi no, mi pare esagerato, strafogarsi di alcol, dolci e droghe? Si potrebbe fare, ma anche no. Cambiare sesso? Non ne vedo il motivo. Cambiare paese, lavoro, dentifricio, vita? Columbia, Tenerife, Olanda, Santo Domingo? Perché no Cuba? Buona idea, ma ci vuole coraggio e dove si compra? Si vende da qualche parte? Soprattutto me lo posso permettere? Oppure il suo prezzo è troppo alto? Interrogativi che rimangono soffocati nella mia inerme follia, tra l’ altro per nulla utile. Potrei innamorami di nuovo, ma forse già lo sono. Cosa devo fare per dare un senso a questo balengo trascorrere di ore, minuti, secondi, chiamati quotidiano? Gli anni fuggono subdoli come truffatori, vili come ladri e non tornano più. Il crepuscolo si avvicina minaccioso e il tramonto da sempre uno dei momenti più incantati e poetici del creato inizia a divulgare terrore. Il sole che scompare dietro un velo d’acqua, il mare che si perde nell’orizzonte più distante. Le luci del porto albeggiano, dando un vezzo di colore al giorno che sfuma. La notte a volte fa tremare il pensiero. Morfeo sbarazzino aleggia nella stanza senza mai rilassarsi. Sudo agitandomi nelle notti che siano di estati torride o di gelidi inverni. Perdo il ritmo in questa vita di calunnia, ipocrisie e oltraggi. Non ho meglio da fare che lamentarmi. Litanie noiose sino al patetico. Butto nella spazzatura il tempo, non risorgo. Credo nel cataclisma finale, per dirla tutta, se non l’ avete capito sono un pessimista e chiedo perdono a tutti tranne che a me stesso. Il coraggio di sentirmi vivo perso in qualche giornata di sole o nei troppi bicchieri di vino. Nonostante a volte trovo stupefacente sorprendermi a commuovermi di fronte a un sentimento, anche il più banale, mi do dello sciocco e un sorriso s’ impadronisce del mio viso e nulla cambia e niente sfalderà gli strati di pesante sofferenza. Per certo, ne sono cosciente, un barlume, un guizzo di vita rumoreggia scorbutico nell’anima.

La vita cos’è ?

Maschere in laguna, canali silenziosi,  bellezza persa nello sfondo, effimera nel bailamme di risa e coriandoli, fritta allegria. Lo stantio mormorio delle acque, in un clamore si erge  il campanile, strabilianti visioni. Giovani donne, leggiadre sfuggono alla reminiscenza del pudore. Saloni dai vetri opachi dove spio dame e cavalieri, musiche e capelli, fresca noia. Carnevale a Venezia.

Quelle dolci notti legate al vento, odori di agrumi, mandorle, latte fresco. La terra dei Pirandello, Malavoglia, dei greci, degli egizi, le loro tracce. Visibile il vissuto. Io e te innamorati a Taormina. Di quei due cuori, uno non pulsa più, è perso nel’ infinito. Clara te ne sei andata, mi hai lasciato solo perso nel finito di questa splendida terra, sconfitto tra gli sconfitti, il primo degli arresi. Quel colpo di fucile destinato a me sbirro, invece tu con il tuo coraggio, con il tuo cuore grande hai coperto la mia figura gettandoci il tuo amore. Te ne sei andata.Ti hanno ucciso, io non passo un giorno a maledire loro, me e questa amata dannata terra dove il vento odora ancora di limoni e mandorle. Aspettami Clara.Ti prego arriverò.

Ombre nelle ombre, esalazioni di abbandono, macerie. Disgusto, desolazione, speranze perdute. Qui era il mio bar, qui venivano gli amici, le genti. Mia moglie e io, a volte anche mia figlia dietro al banco, grappini, birre, panini. Risate, progetti, brindisi e allegria. La vita, il paese, il nostro territorio, la squadra di calcio, il presente, il futuro, impegni di tutti i giorni. Vita di montagna, ancora non troppo inquinata a volte fresca e spumeggiante, forse spesso noiosa, nessuna importanza si stava bene. Si pasceva, sì,avete letto bene. Noi pascevano beati come gli animali al pascolo.
Ora il buio è ininterrotto, non c’è sole che scaldi più questa terra, si sopravvive frantumati dai ricordi, dai tanti volti sfumati e le lacrime che ritornano in un flusso perpetuo.
Tra poco sarà Pasqua, segno di pace e resurrezione. Chi mai avrà più pace? Chi resusciterà? Tutti scomparsi, siamo soli, sono solo. La terra si è ribellata e ha avuto ragione nel farlo. La montagna si è spaccata si è ferita. Noi piccoli esseri piangiamo dolenti, travolti dal misero abbandono. Né stato né altro. Tutto dimenticato, rimangono solo macerie. 19 gennaio 2017 il colpo finale

IL mare sprigionava riflessi di strabiliante bellezza il sole gonfio e giallo emanava un calore denso quasi insostenibile. La spiaggia era gremita, piena come un uovo. Io sul bagnasciuga ero come tramortito, vedevo sfilare mille corpi, ma non il tuo, tu non c’eri. Per l’ ennesima volta mi avevi dato buca.

Così mi sorpresi a girare intorno a quel piccolo tavolo nel salotto di casa. Sopra il telefono, immobile e irrimediabilmente muto. Come un pazzo, fumavo, bevevo birra, giravo ininterrottamente. Fissavo quel cazzo di telefono che non si decideva a squillare e se lo faceva all’ altro capo non c’era la voce che volevo ascoltare, la tua. Tu, la solita stronza giocavi con me e la mia acerba vita, proprio come il gatto fa con il topo. Persi le tue traccie. Ti vedo ora dopo molti anni, stai abbracciando un giovane uomo, bello, molto bello. In me un delirio di follia si tramuta in gelosia, non è possibile dopo secoli nutrire ancora il vile sentimento, ma la realtà è che mi sto erodendo in una rabbia inaspettata. Il ragazzo salendo in una fantastica auto nuova ti saluta e ascolto nel suo sorriso un ciao mamma stai tranquilla. Sei ancora bella? Non lo so. Gli anni ti sono caduti addosso, tu l’hai retti con dignità. I tuoi occhi scuri ora mi pongono penose  riflessioni. Sei triste? Tuo figlio parte, forse, oppure chissà. Mi guardi, ma è come guardarsi niente, impossibile che non mi abbia riconosciuto, eppure ci siamo amati. Abbiamo viaggiato nei nostri corpi li abbiamo esplorati e scoperti, abbiamo sofferto, gioito di noi, del nostro amore e poi il vento ha deciso, o meglio; il tuo vento decise che nulla rimanesse di noi e io sono volato via nelle folate di un sentimento incompressibile. Ne ho fatto  ragione e oggi accetto la tua indifferenza e ti vedo passare  in un assolo imperdonabile. Il vuoto di allora ritorna e riconosco la mia voglia  di soffrire per tutto quello mi hai donato e per tutto il nulla che mi hai distribuito negli anni, perso nella tua mancanza. Riconosco l’amore, un amore che nessuno potrà mai definire, neanche Dio potrà osare farlo, nessun poeta riuscirà a descriverlo nella sua magnificenza. Neanche se userà stelle e inchiostro d’oro ci riuscirà. No. Perché non ha potuto vivere quei momenti che erano nostri. Solo noi eravamo in grado di catturare quella magia e solo tu in pochi attimi farla svanire. Non ti ho mai compreso, ma ti ho amato e ti amo ancora, sì, so di amarti di non aver mai smesso. Ora ti vedo ancora, stai ondeggiando e venendo nella mia direzione. Ti guardo e ho la certezza che sei bella, forse stai sorridendo. Mi pugnalo e volto le spalle, me ne vado e perdo ancora. Sì, in amore si perde e io sono un perdente. Vado a casa. Ho una moglie che mi aspetta.

Come vi annoiavo prima dicevo: un guizzo di vita rumoreggia nell’anima bussando nella regione occipitale, cerca di incunearsi, di raggiungere il cuore. Vuole influire e farsi strada in quest’ uomo ai limiti dell’ abbandono. Ho viaggiato, visto, scritto. Ho anche amato e ora mi trafiggo di un dolore che forse non è neanche mio, lo ho soltanto preso in prestito. Non mi sottraggo all’ inutile lamento. Una storia però la conosco davvero ed è che in questa vita nulla ha un senso e tutto lo ha. Sarebbe meglio non arrivare  allo scontro frontale e continuare ad amare, volersi bene e non sentirsi inutili, perché alla ragion di cui non lo siamo. Qualcuno ha bisogno di noi, di me. Vado nella direzione sbagliata e forse questa volta è quella giusta.  La vita come un racconto breve. Anzi brevissimo.

In questo giorno dove si festeggiano i papà, io sto scrivendo e riassumendo nelle poche righe i miei stati d’animo. Le visioni, le lucide follie, brevi racconti. Mi rendo conto che anche la vita di mio padre è stata un racconto, a modo suo bello, sicuramente un buon viaggio, una vita serena dedicata ai figli, alla moglie e impregnata di sano lavoro. Ho un rammarico, di essermelo goduto poco, ma ho l’ assoluta certezza che lui è accanto a me, mi protegge e cerca di guidarmi. In questa ultima cosa riesce poco, certo non per colpe sue, semplicemente perché ha un figlio sciamannato, ribelle, a volte esagerato nelle deviazioni. Credo a lui interessi poco e da qualche posto a me sconosciuto continua ad amarmi e proteggermi. Se fosse qui ora lo abbraccerei dicendogli “babbo ti voglio bene. Auguri babbo. Non mi lasciare mai. Ho bisogno di te.”

19 marzo 2017

A Bernardo Bachetti 1909 – 1996 ti penso sempre.

Buon anno

dsc_4367Il cielo sprigionò una luce irreale, fosforescente. Il buio sgretolò, l’alba si fece coraggio e rinsavì, finalmente il futuro apparve, roseo come la pelle di un bimbo appena nato. Qualcuno esclamò “alleluia” il vento è buono, ora vado, spiego le vele al mondo, dono il cuore al mare, l’ anima al cielo, volo. Sono vivo, davvero sono vivo. Ci credo, il sole, la pioggia, nessun timore, volo, nell’infinito vivo. 2017 e oltre AUGURI A TUTTI

Testa Vuota

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Vi voglio raccontare un storia piccina e poverella che di nessuna pretesa si adornà.

In un paese qualunque, abitato da gente qualunque, viveva un uomo con il viso un po’ liso, mai privo di sorriso e, un bel nasone color porpora definiva il tarocco. Aurelio disse di chiamarsi. Io lo soprannominai Testa Vuota.

In una piazza seduto su una seggiola, si contorceva, sbraitava e, con un stecchino si torturava i denti, un vero ossesso, pregno, appariva molto sicuro di se. A me faceva ridere, diventammo amici, mi era simpatico, dopo tutto un gran burlone, un goliardo, un gran contaballe, ma alcuna pretesa attestavo, questo pensavo, ma sbagliavo e non sapevo.
Parlava, cianciava, diceva, disfaceva, ancora divulgava del tal pensiero che fosse questo o quello, nulla importava.
Erudito:  spiegava, estrapolava, confabulava, nel contorto dialogo tramava, a volte tradiva e qualche volta sguaiato rideva.
Testa Vuota secondo il suo immodesto ardire era il migliore, il più capace e già signori miei come lui nessuno. Degli arcani del mondo il padrone.
Indignato, puntava il dito contro ognuno non condivideva il suo pensiero. A giorni; insolente derideva, perfino insultava, fino a prendersela anche con i cani che passavano in quel posto per caso, a qualcuna di quelle povere bestiole tirò anche dei sassi. Nonostante mi sforzassi, non ho mai capito il motivo di tanta ira.
Venne scoperto in diverse occasioni nel buio della sua più profonda egocentria, altezzoso levare la mano destra diritta verso il cielo, si credeva un gerarca, un vero podestà,
un paladino di onestà.  Con presupposta coerenza arrovellava parole sicure, decise come tagli di scure e per certo di indiscutibile moralità. Non c’era contraddittorio, non l’ ammetteva.
Un dì rinsavii e provai compassione per quel fantoccio e non lo sopportai più. Io povero sciocco mi stancai  dei suoi dissoluti sermoni, della brama nel primeggiare, delle sue derisioni e soprattutto della sua inutile finzione. Fu così lo abbandonai sulle strade dell’ indomabile saccenza. Rimpiansi il giorno cui pensai fosse mio amico, ma lui non aveva amici.

In un giorno di sole, dove tutti seguivano il corso naturale delle cose, lo vidi rannicchiato su se stesso, innegabilmente depresso. Forse si era accorto, sicuramente con enorme ritardo che da tempo nessuno più lo ascoltava e tanto meno lo frequentava. Frugò nelle stanze tra le tante menzogne e con stupore si accorse di non avere niente da mangiare, la sua adorata moglie, defunta da qualche ora, in un pallido sgomento di una vita sbagliata mormorò mentre l’abbandonava; ” ahimè! Se mi fossi accorta in tempo che quello credevo fosse l’amore, il migliore degli uomini, non era altro che un trucido millantatore, un illuso spavaldo, un fautore di pericolose inezie.” Una lacrima le rigò la bianca pelle, un sorriso amaro apparve tra le sue labbra, con un cenno del capo salutò il poco pubblico intervenuto e finalmente libera si librò spedita nel terso cielo.
Testa Vuota sprofondò in un panico perfetto, non accusò dolore, soltanto rabbia. Perché era stato lasciato in un assoluto abbandono, inveì contro la sua cara estinta e versò inchiostro nero dalle grigie pupille. Un tronco alla deriva oramai, nessuno lo aiutava, nessuno usciva più con lui, nessuno gli pagava la pensione, non ne aveva avuto il diritto, d’altronde non aveva mai lavorato, non ne trovava mai il tempo, accampava sempre una scusa per sgusciare dal gravoso dovere. Nella sua miserevole vita il suo scopo principale fu fondato sullo sproloquio, rigurgitare ingiurie e offese  a chiunque. Una pianta tossica chiamata invidia, trovando tanto spazio era cresciuta nella sua testa e giorni gli causava un gran male, ma tutto era inutile neanche il patimento distoglieva il suo spirito maligno e perso s’ intestardiva sulle sue confutabili convinzioni. Questa volta era davvero solo, temerario non si arrese e continuò a cianciare a predicare e miliardi di parole uscirono dalla sua bocca ormai abbandonata anche dagli ingialliti denti. Da che mondo è mondo, si sa che gli spaghetti riempiono la pancia e le chiacchiere procreano soltanto pidocchi, ma lui mai apprese codesto proverbio e fu così che Testa Vuota morì sommerso nella tracotante stupidità, intrappolato nel proprio io. Nessuno se ne accorse, tranne il vento che negli anni aveva raccolto le tante parole inutili anche le più cattive, quelle più indegne e le troppe blasfeme. Ne fu sollevato e in un giorno di burrasca se ne liberò gettandole nel profondo degli abissi, dove alcuno pote più ascoltarle. Il ricordo di quell’uomo banalmente crudele che credeva tutti fossero stupidi e sempre e soltanto lui il migliore si spense nel breve tempo come una candela stremata. Povero Testa Vuota.

Ora in quella piazza giacciono: una sedia sgangherata, uno stecchino spezzato, un salvadanaio vuoto e poco altro. Miserie di una finzione, un dramma di cui l’attore non ne fu mai consapevole, aveva vissuto cento anni senza rendersi conto di essere stato davvero vivo. Neanche un attimo.

Auguri…

 

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Passeggiare tra la gente a Bolzano, mangiando uva stupiti nei decori natalizi e l’ incantevole mercatino, in un sole pallido nell’Immacolata. Barcellona i suoi colori, un andirivieni frizzante, gustarsi il calore dell’anno andato, berne i ricordi, mangiare ciliege, buone più del pane, care più dell’oro, aspettare il nuovo, augurarsi il bene, un vivere sereno in pace. Goderselo sotto luminose stelle e una cattedrale imponente nell’intimità del luogo,tra sconosciuti, come fosse casa. Le finestre di Amsterdam, il visibile vivere, lampade accese, letture di giovani ragazze, un’anziana versa del tè al compagno di sempre, bambini  giocano. Visioni; addobbi natalizi. Fuori è buio da nulla giorno. Biciclette, Amsterdam, i suoi canali.

Moschee, cupole d’ oro, frontiera tra oriente e occidente. Barche, gabbiani, salire, scendere, oltremare, comunque andare. Burqa, sorrisi nascosti, occhi di passione. Tempeste di neve, il sole all’improvviso. Altopiano, direzione futuro, Istanbul.

I tuoi occhi, la fremente fiamma, ciocchi di legna, liquori e sussurri, cioccolato e coccole. Noi. Il vento tra gli arbusti, il cuore del monte. Affetti, luce a mezzanotte, iride. Auguri. Le mani si cingono in una stretta leale, il cuore oscilla. Il rumore della vita ondeggia, il suono delle nostre anime stona in un’armonia lontana di colpo vicina, ritorni… l’amore… il vivere insieme. Auguri.

Il coraggio di sentirsi vivi

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Questa non è, e non vuole essere la storia di una cenerentola qualsiasi, no. Assolutamente no. Cenerentola è un’altra cosa, lei era bella.

Mi chiamo Angela e sono seduta nel più elegante caffè cittadino, lo storico Meletti. Non è mia abitudine frequentarlo, tutt’altro. Esco poco, sono una tipa casa lavoro e chiesa. Impiegata amministrativa presso un negozio di elettrodomestici al centro commerciale. Non ho amiche, posso esibire solamente qualche buona conoscenza, alle spalle una famiglia normalissima, composta da due genitori che si sopportano amorevolmente e un fratello carabiniere che non c’è mai, perché presta servizio in altra città.

Sono l’unica figlia a portata di mano e nonostante non ho mai creato problemi e figuriamoci se ho intenzione di iniziare adesso già giunta alla soglia dei trent’anni, pochi? Abbastanza per sentirmi già vecchia, inutile e tristemente vicina alla deriva. Nonostante ciò i miei mi coprono di attenzioni e raccomandazioni, molte inutili, soprattutto mia madre, ansiosa e iperprotettiva. Oltre recarmi a lavoro come detto non esco quasi mai da casa e di conseguenza tutto l’affanno dei vecchi è praticamente superfluo. Mi isolo nel mio piatto mondo, indottrinata su poche certezze e stereotipati dogmi, davvero niente di che. Leggo libri, qualche rivista, guardo la tv, mi piacciono molto i film e per questo motivo mi sono abbonata a sky cinema, uno dei pochi lussi che mi sono concessa nella mia miserevole vita. Comunque va bene qualsiasi programma televisivo, Barbara D’Urso compresa, anche se a dire il vero non la sopporto affatto, anzi mi è proprio antipatica. Non ho un ragazzo, soltanto qualche flirt in tenera età, poi il vuoto assoluto. Dimenticavo la cosa più importante. Sono vergine.
In questo mondo di libertà assolute non ho ancora fatto l’amore e neanche sesso, tutto si è limitato a qualche isolato bacio perso negli anni. L’apice dell’intimo lo raggiunsi nella gita scolastica di quinto ragioneria, si chiamava Armando, non era brutto, ben’altro; moro, alto, quasi perfetto. Il suo carattere un po’ meno: introverso e molto timido. Quella sera in albergo era ubriaco e si fece inconsapevolmente intraprendente nei miei confronti. In fondo era simpatico che male c’era se mi fossi concessa una storia con lui e così decisi di assecondarlo. Ci isolammo in un posto tranquillo ed ero superlativamente decisa, avevo proprio voglia di starci, non dico fare l’amore, ma in qualche modo volevo sentirmi sua. D’altronde avevo diciannove anni e da qualche parte dovevo pur cominciare. Mi accorsi in un attimo che era ancor più imbranato di come lo immaginassi, dopo avermi palpato i seni goffamente, ricordo i suoi impacciati tentativi nello slacciarmi il reggiseno, non ne venne a capo, scoppiai a ridere e se avevo pensato di combinare qualcosa vedendolo in quello stato confusionale la voglia già divenuta fragile scomparve in un baleno. Non riuscivo a smettere di ridere, sicuramente ero preda di un’isteria e quel riso era la sua conseguenza e alla fine non accadde proprio un bel niente. Da quel giorno carestia assoluta, un eterna quaresima.
Mi manca il sesso? Non lo so, non credo. Ogni tanto raramente mi capita di toccarmi, immagino sognando ad occhi aperti di far l’amore con Scamarcio o Raul Bova, ma credo di non essere la sola a intingermi nell’erotica fantasia. Sono frigida? Bella domanda? credo di no. Sono come Rosi Bindi? Speriamo di no. Vi chiederete se sono bella? No, direi proprio di no. Vesto male o meglio non curo il mio abbigliamento, non vado spesso dal parrucchiere, ignoro dove sia un’ estetista, mi depilo da sola e raramente. A detta di Carlo, un mio collega, sono una delle poche donne brutte in circolazione, gli do ragione, penso sia inconfutabilmente vero. Ecco: siamo arrivati al punto focale, quante donne brutte ci sono in giro? Io ne vedo davvero poche, cavolo son tutte belle o quantomeno ognuna di loro sfoggia un suo che, per dirla in verbo maschile esibiscono sempre un qualcosa che attizza, un particolare, una sfumatura, il modo di atteggiarsi, di camminare, io neanche a parlarne. Possibile non nascono più donne brutte? Una volta il mondo, ma lasciamo perdere il mondo, andiamo nel ristretto, questa cittadina ne era piena e ora? Puf… sparite come volatilizzate, soprattutto nelle vie del centro o nei vanitosi e affollati ambienti commerciali dove più di andare a fare la spesa sembra di assistere a sfilate di moda. Davvero di sciatte non se ne vedono. Ad esempio, oggi sono qui in questo monumentale caffè avvolta negli affreschi ottocenteschi e accolta da un ambiente dal sapore retro’, sono come sempre sola e sorseggio un banalissimo tè al limone. Osservo il quieto andirivieni di un sabato pomeriggio in provincia. Sono appena le diciassette e vista l’ora in giro si vedono molte donne, i maschietti meno, magari sono a giocare a calcio, oppure sono al bar o meglio dormono. Le donne sono attive, escono, fanno e disfanno, hanno molte cose da dire e in qualche maniera si sentono di dover recuperare il tempo scippato loro nei secoli di oscurantismo. Nel tavolo a fianco al mio ce ne sono tre; saranno intorno ai cinquanta e anche loro bevono tè. Belle, eleganti, si atteggiano chiacchierando amabilmente. Faccio finta di leggere un opuscolo e sbircio nella loro direzione, ne osservo una in particolar modo. Capelli mesciati sul biondo chiaro, due perle azzurre gli occhi, ornati da belle sopracciglia da sembrare finte e, con tutta probabilità lo sono, una bocca delicata, decorata da un bel rosso porpora. Veste in jeans, una camicetta beige sbottonata al punto giusto, un giubbotto blu adatto a questa giornata di tiepida primavera, si mostra sportiva e allo stesso tempo si distingue in una sobria eleganza, ha il suo stile e favorisce un’ottima impressione di se. Si esprime in modo disinvolto calamitando l’interesse delle sue amiche. La guardo con più attenzione e mi accorgo che il suo naso non è perfetto, la punta è spostata lievemente a sinistra ed è anche un tantino ingobbito. Il suo seno non è un granché, ma è solamente ben esposto e in più deve essere anche di bassa statura, ma osservandola fuggevolmente può sembrare affascinante, e sicuramente si classifica in una delle tante che va ad arricchire il carnet delle ex racchie. I miei occhi vibrano e noto delle ragazze entrare, tacco alto, pantaloni attillati, minigonne strepitose, capelli ben acconciati, visi dolci, pelle liscia. Sono giovani, non hanno bisogno di nascondere le rughe tirandosele, come probabilmente hanno fatto le mie vicine di tavolo. Ormai ero persa nello stratosferico mondo di venere, le guardo tutte. Uscita dal caffè attraverso la piazza e più donne vedo e più il mio umore scivola nel tetro degli abissi. Non capisco cosa mi stia succedendo, il mio intelletto farnetica, sto per caso impazzendo? Girovago nelle vie del centro, sono imbalsamata in un leggero e persistente stato d’ imbarazzo, continuo a focalizzare il mio interesse su di loro, le donne. Più ne guardo e più mi convinco che l’unica femmina a essere scialba e assolutamente trasparente, be… si, non ci sonno dubbi; quella sono proprio io. Un centro estetico, mi soffermo davanti l’ingresso, cartelli pubblicitari esaltano diverse promozioni: massaggi drenanti, pulizia del viso, effetto luminoso, effetto angelo, depilazione laser, bagni di fanghi, di vino, creme e contro creme, per il corpo, le mani, il viso, ciglia finte, labbra tatuate. Convenzioni e vantaggi per piccoli interventi di chirurgia estetica. Un vulcano tronfio e eruttante di offerte, tutto ciò per cosa? Per piacersi e volersi bene o per trasformarsi in delle nuove Belen? Ciondolare in giro e far sbavare i sottomessi maschietti. Lo specchio di fianco l’ingresso del salone estetico indugia impietoso sulla mia patetica figura sfiorita, mi colgo enormemente ridicola, con gli occhiali composti da un’ingombrante montatura preistorica. Lenti a contatto no? Potrebbe essere un idea? I miei capelli arruffati e mal sistemati, né un filo di trucco né altro. Indosso un anonimo giaccone di tela nocciola, un dozzinale maglione a collo alto e per completare l’opera degli orrendi jeans scampanati dove sotto sbucano scarponcini a carrarmato consumati. Mamma mia!… sono davvero ridicola, mi vedo grassa, bassa, un cesso infinito, davvero brutta. Ho voglia di piangere, resisto. Non piango. Colta da raptus improvviso anziché prendere la strada di casa mi dirigo ancora verso la piazza. Si è fatta l’ ora degli aperitivi, molta gente in giro, i bar sono affollati, prendo coraggio ed entro in uno di essi, il Caffè Centrale, penso sia un locale molto alla moda almeno a vedere da come è frequentato. Stasera è proprio gremito, mi faccio spazio nella calca, ignorata dalla multiforme massa. Sono al cospetto del barman, chiedo un cocktail alcolico, come una ladra lo strappo dal piano del banco e defilata esco fuori, inizio a sorseggiarlo, buono, ma amaro, sarà tanto forte? Mi ubriacherà? Io sono astemia. Non bevo mai. Il loggiato trabocca di gente, donne e uomini, molti sono giovani. Ragazze sbucano da tutte le parti, sono dappertutto, ognuna con il suo portamento, diverse, ma in fondo uguali, sì alla fine si somigliano una con l’altra, anelli di una sola catena. Hanno carattere, quantomeno lo mostrano, sfrontate in un fremente visibilio trasformano la sera in un spettacolare luccichio di profumi. Un giudizio si esula dal mio contorto stato d’animo; sono arroganti e anche tendenti al volgare, forse non sono obiettiva, semplicemente frustrata e invidiosa della loro strabiliante apparenza? Non so dirlo, sono confusa. Perché sono venuta in centro? Perché non me ne torno nel mio disgustoso tepore casalingo? Cosa ci faccio qui? Poi travolta da volti, fragranti essenze e risa estraggo un’altra considerazione, quella che anche le ragazze vestite in un abbigliamento così detto casual con i loro volti puliti non lasciano nulla al caso, è tutto curato, pianificato, anche la semplicità nei modi e nel gestire il loro finto non atteggiarsi, credono di essere alternative, ma alternative a cosa? Anonima col mio cocktail mi aggirò silenziosamente nel frivolo mondo del sabato sera, sbircio discorsi. C’è chi pianifica la serata organizzando cene a ristorante e il conseguenziale dopo, c’è chi vuole ubriacarsi e strafare a furia di follie. Trasgredire è il verbo principe della serata. Un nugolo di trentenni chiacchierano di uomini, li definiscono stupide prede, adatte solo per scopare e da buttare immediatamente, ovviamente dopo aver saziato le loro oscene voglie. Usare e gettare, tutto si consuma, si trangugia voracemente, il tempo dell’attimo. Sono nauseata, la donna meraviglioso essere si sta trasformando in qualcosa di informe. Questo sentenzia il mio obsoleto punto di vista. Nella confusione scorgo sbucare una giovane coppia. Lui: non alto, minuto, delicatamente affascinante, biondo con una barbetta che non riesce a indurire il volto bambino. Uno sguardo terso lo segue a ravvicinata distanza, deve essere la sua compagna, anche lei bionda, viso dolce, carina, semplicemente sensuale. Ha una bimba in braccio, un viso angelico, simpatico, coperto da trucioli dorati è l’immagine dei suoi genitori. Simpatici i due salutano gli amici e lui dopo aver teneramente offerto un bacio ad ognuna delle sue donne si accomiata per entrare all’interno del locale e uscirne poco dopo con un vassoio, appoggiati due bicchieri di vino e un succo di frutta che porge gentilmente al suo giovane nucleo. Schiudo le labbra, sorrido e penso: questa sì è una famiglia, uno dei migliori scatti che la vita possa regalare. Mi sento spingere, una donna di buona età vistosamente truccata sospesa su delle straordinarie scarpe dai tacchi vertiginosi si accalca, buzzurra tenta di farsi intrappolare in un selfie, oggi gli autoscatti si chiamano così, la vittima un ragazzo apparentemente molto più giovane di lei e sembra avere tutta la voglia di farsi divorare dalla Messalina del duemila. In me sfuma l’immagine della famigliola, viene surclassata dall’ingombrante bailamme. Abbandono il bicchiere ancora mezzo pieno e fuggo via dal caos. Le meningi mi fanno male, comprimono il mio assurdo vivere. Dopo poco sono a casa stordita e distrutta.
Ceno e dialogo a malavoglia con i miei genitori, li abbandono subito lasciando mio padre appollaiato al suo divano davanti la tv e mia madre intenta nello sbarazzo domestico, nella mia famiglia i ruoli sono definiti, non si discutono, gli equilibri rimangono inalterati, è giusto così? Forse sì.
Sono in camera, accendo il 23 pollici, rovisto su sky e un film attira la mia attenzione, Frida; narra la storia della piccola grande artista messicana, donna non bella, ma dal carattere possente e dotata di un estro artistico favoloso. Davvero una persona straordinaria. Ecco il punto; persona, sì, una persona e poi che sia donna va bene. Lotta contro la sfortuna, le tante malformazioni fisiche, causate da un grave incidente automobilistico, non si piega davanti a nessuno, nemmeno al feroce regime del suo paese. Ribelle per genesi. Ama, avida succhia il midollo della vita, non soccombe di fronte a nulla neanche a suo marito, che si le voleva bene, ma essendo conformato in un carattere guascone ed egocentrico era fisiologicamente predisposto a tradirla di continuo. Una meravigliosa storia di passione e furore ne rimango estasiata. Frida kahlo un emblema di coraggio, un modo autentico di essere donna, di sentirsi vivi nonostante. Chiudo gli interruttori, nella stanza solo notte, svetta sopra ogni cosa un malinconico silenzio, dalla finestra filtrano furtive briciole di luna e stelle. Negli occhi chiusi scorrono scorribande di parole, volti, pensieri. Il mio stato di instabilità improvvisa mi contorce, non riesco a capire cosa mi sia preso, dove è finita l’illusione di misera tranquillità? Il sonnolento corso della vita? Il mio piccolo povero mondo è scomparso, ma dove è finito? Mi alzo dal letto, accendo la luce, mi spoglio, sono nuda davanti allo specchio, chi vedo? Cosa sono? Vorrei? Cosa vorrei? Dal cassetto del comò prendo una maglia, mi bendo, non vedo, non sono. Io Angela, non sono. A tentoni mi dirigo allo scrittoio, inciampo in una seggiola mi causo male al ginocchio, indifferente al dolore tasto, cerco, trovo. Una penna, no, non è quello che mi serve. Eccola, una matita, sì, va bene, ora serve un foglio di carta, lo sento tra le mia dita, lo faccio mio. Sono carne, sono donna, un’anima vorace. Siedo vestita di nulla, eccitata, prigioniera di un bisogno intenso, polpa succulenta, voglia di fare l’amore e voglia di riceverne. Provo a disegnarlo, la punta scorre lieve e sicura sul bianco foglio, sto creando, nel preciso istante, ora, adesso, inchiodata al presente. Io, la matita, il foglio, null’altro. Continuo nei tratti, la mano è sicura, sto bene, linfa, brezza al mattino, una vergine sensazione. Sono me stessa, mi stavo cercando, finalmente ho iniziato a svelarmi a comprendermi. Regalo al buio la nuda pelle, rimango cieca. Dopo ore cado esausta nel letto. E’ finita; o semplicemente cominciata?
Il sole si catapulta a frotte nella camera non lo distinguo, ne ascolto il calore, lo percepisco, è sicuramente mattino fatto. Percezioni vitali iniziano a nutrire il fluire del rosso sangue, il cuore pulsa regolare. Non vedo, ho ancora la maglia agli occhi, la tolgo. D’istinto la mia immagine si riflette nello specchio, non sono così grassa e neanche bassa, ho due bei seni, senza gli assurdi occhiali il mio viso si rivela aggraziato, ha una bella luce, deve solamente risaltare un pelo di più è oscurato dal disordine, come piante rampicanti ci cadono le malformate ciocche di capelli. Un tango si diffonde nell’aria, la mia anima è viva e danza espandendosi rinvenendo fino a elevarsi. Meraviglia; come nelle favole la rana si è trasformata in una bella principessa, non ci sono principi, fa niente, arriveranno e se non saranno propriamente delle figure regali non sarà importante, ciò conta che quando incontrerò l’uomo con cui penserò di dividerci il cammino terreno sia una buona persona e se ciò non avverrà non ne farò una ragione e scalerò la montagna da sola, finché morte non mi separi. Per terra i miei disegni: figure di donne, uomini, bambini, una piazza vuota trafitta dal sole, una fontana. Mi commuovo sorpresa, sono davvero belli, non pensavo di poter realizzare estasianti forme d’arte. Bendarmi mi ha offerto la consapevolezza di trovarmi, ero cieca, lo sono stata per anni, incanalata da schemi in cui ero prigioniera. In quelle ore di totale cecità per la prima volta ho visto davvero, tutto è risultato chiaro. Ora so che posso farcela, non è rilevante se sia donna o uomo, finalmente riconosco il mio ruolo, so di poter essere madre, moglie, diligente ragioniera o eclettica artista, posso e devo vivere sfoggiando la mia dignità, dare sfogo alle passioni, curare il mio aspetto e assolutamente non trascurare lo spirito, il profondo dell’anima. Oscar Wilde scrisse:-Amare se stessi è l’inizio di un idillio che dura una vita.- Non solo aggiungo io; volersi bene è apprezzare tutto ciò è intorno a noi, vederlo con gli occhi generosi dell’amore che inequivocabilmente significa avvicinarsi al prossimo. L’amore per essere considerato tale innanzi tutto deve saper donare, il ricevere è solo conseguenza. Non cadrò più nel tranello dei luoghi comuni, ci presterò molta attenzione e mi inoltrerò decisa nel futuro, consapevole di potercela fare. Un respiro di serenità si aggrappa al cuore, il risveglio è iniziato. La vita mi aspetto.
Nel palazzo di fronte una donna si affaccia alla finestra, un viso gentile, pastelli i suoi colori, agrumi al sole. Stende i panni ad un filo, canta, è naturalmente femmina. Un’aroma di caffè gorgoglia vivace spruzzandosi nell’aria, la terra ruota su se stessa, gira, noi irrequieti equilibristi siamo sempre attenti a non cadere e cerchiamo di non lasciarci intimorire dalle intemperie della vita e cauti oscuriamo il vuoto.

Il coraggio di sentirsi vivi.

A me…

Il mio amico Enzo

 

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Il cielo mutava repentino, le nuvole si rincorrevano come fanno i bambini quando giocano a guardia e ladri. Un vento di tramontana sormontava spaventoso. Intirizzito imbastivo pensieri, allungavo il passo faticosamente. Affrontavo un sentiero di buon dislivello, avevo superato di molto peggio, ma quel giorno le cose non andavano come dovevano. Le gambe erano legnose, il respiro affannoso, ormai c’ ero e indisponente proseguivo nella salita, la vetta era ancora un miraggio, per di più meteorologicamente la giornata non annunciava nulla di bello. Enzo andava avanti indietro, senza avere pause o riflessioni, frenetico scodinzolava abbaiando ai rumori del monte. Un cucciolo, il mio labrador, soltanto sei mesi, me lo avevano regalato i miei nipoti per il Natale appena trascorso. All’inizio non l’ avevo presa bene, anzi l’avevo presa proprio male, il solo pensiero di dover curare e in qualche modo essere responsabile di un altro essere non mi garbava per nulla. Io così abituato a essere solo, facevo fatica già a badare a me stesso, figuriamoci se ero capace di prendermi cura di qualcun’altro. Vederlo piccolo, indifeso e premuroso di attenzioni mi ero affezionato a lui molto presto, tanto da decidere di tenerlo e cambiargli nome, lo avevano chiamato Tommy, l’ho tramutai in Enzo, sicuramente più italiano, un nome fa la storia di chi lo indossa, e quel nome era del mio babbo. Brava persona mio padre: onesto e lavoratore, esiliato troppo in fretta da questa ruvida terra, una profonda ingiustizia. Il colpevole? Un cancro, un maledetto cancro. Mi ha lasciato un vuoto enorme, i nostri silenzi e gli sguardi persi pieni di senso. Una voragine, come quella che mia madre ha pensato di regalarmi buttandosi da un banale ponte qualche mese dopo il decesso del marito… povera madre. In eredità oltre al dolore ricevetti la bottega di alimentari con osteria annessa. Da solo non riuscivo a gestire il tutto, così ad aiutarmi venne Olga, una polacca, un donnone, rosea come una pesca, grassa come una cicciona. Il vecchio a cui accudiva era morto da poco, Olga era una badante, la nuova frontiera dell’ est europeo. All’inizio ero entusiasta, mi piaceva fare quello che facevo , quello il mio luogo, il mio altare, poi col tempo mi accorsi che le cose e soprattutto i conti non tornavano. Olga mesceva nel suo rubicondo corpo molto del vino destinato ai clienti, io, altrettanto. Ci ubriacavamo tutti i giorni e scopavamo come laidi, lei per ricompensa rubava parte dell’incasso quotidiano. Penso sia, perché ancora è viva, anche se è paralizzata, la maggior parte della sua esistenza la trascorre su di una sedia a rotelle, una delle poche polacche disoneste, per dirla tutta, una ladra, una lurida troia, una fantasmagorica pantomima di donna. Oramai distrutto, avevo massacrato in breve tempo tutto quello che i miei genitori avevano costruito in una vita fondamentalmente composta di sudore e fatica. Io peggio di mio fratello Bruno che se ne era fuggito dal borgo per la via di Firenze devastato dalla vergogna causata dalla nostra amata e assurda madre quando aveva deciso di fare quel famoso tuffo in un anonimo torrente toscano in un giorno buio e tempestoso. Ricordo i tempi andati, quando entrambi giocavamo da bambini nello spiazzo davanti alle botteghe di famiglia. Bruno due anni più grande di me, tiranno e bastardo, mi puniva oltraggiandomi se perdevamo a calcio tennis con gli altri ragazzi o a qualsiasi altro gioco. Ricordo all’osteria: Nenè, il Boccia, Filungo, ridere, bestemmiare per nulla, così tanto per sentirsi vivi. I cacciatori con i loro avventurosi racconti sulle battute di caccia al selvatico cinghiale, i pescatori e le loro trote sempre troppo grandi e smisuratamente lunghe. Storie di paese, leggende di mezza montagna, fatte da gente semplice, ignorante e genuina, ero affascinato dallo scialacquare di figure pur sempre uguali e allo stesso tempo mutevoli nell’istante. Il cambiamento degli umori era dovuto dal tempo, dalle disfatte quotidiane e soprattutto dalla misura dell’alcol ingerito. Prima che mi occupassi della gestione delle botteghe cosa facevo? Secondo i miei niente, di fatto non era così, sfruttavo gli studi di chimica svolti a scuola. Mi scervellavo ricercando una molecola adatta a comporre una sostanza innovativa contro la muffa delle mura, quando ci riuscii speranzoso andai a proporla a una nota azienda del settore in Emilia, mi risero in faccia, dicendo che il mio prodotto non valeva nulla. Con enormi sacrifici, dopo qualche tempo la commercializzai, gli affari iniziavano ad andare per il meglio, ma la vita è vigliacca e ti pugnala alle spalle e così fui vittima di un atto ignobile; mi rubarono il brevetto e con  un semplice stratagemma apportando al prodotto un’insignificante modifica risolsero il problema. Conseguenza tutto risultò legale. Dopo penose battaglie in tribunale dovetti cedere al Golia dei prodotti per l’edilizia e non ci fu Davide che tenne contro quei colossi. Io non ero altro che un insignificante artigiano e fui polverizzato e la mia ditta fallì maldestramente. Tornai al paese con il capo chino e iniziai a bere e fare il muratore, mi arrangiavo e tutto sommato mi piaceva anche. Trovai l’amore con Giulia, bellissima donna Giulia. Dopo appena un anno, per via del mio carattere instabile e burrascoso l’idillio svilì e la storia si concluse. Rimasi ancora solo e qualche mese dopo l’epilogo; l’abbandono dei miei cari vecchi, che ancor così vecchi non erano.

Giunto al rifugio delle Macinaie mi fermai, sembravo un vecchio treno a vapore per quanto sbuffavo, non capivo o meglio non volevo capire il motivo del malessere fisico di quel giorno così mi accontentai di osservare il panorama. Il vento si era chetato, le nubi ammassate nel cielo minacciose non elargivano messaggi positivi. Dopo aver bevuto un buon mezzo litro d’acqua e aspirato placidamente alcune boccate di toscano sollecitato da Enzo prosegui nel cammino, il sentiero quel giorno solitamente molto frequentato era pressoché deserto non avevo incontrato anima viva e pensando di avere tutto il monte a mia disposizione mi addentrai nella faggeta centenaria. Dopo pochi minuti ansimando scarpinavo sulla tenera terra. Ad un tratto il mio cane si acquattò e smise di scodinzolare ed esibendosi in un ringhiare acerbo che non incuteva terrore a nessuno che ancora a ripensarci bene mi sembrò un spettacolino comico niente male e di cuore mi ci scappò anche da ridere per quanto fu buffo vederlo provare a travestirsi da cane cattivo. A debita distanza per nulla intimorito il motivo della sua aggressività, altezzoso e immobile sopra di un costone un bel esemplare di capriolo, sfiorava con lo sguardo le nostre improbabili figure, ricambiai l’attenzione, calmai Enzo che ancora digrignava i denti e andammo avanti. L’animale si dileguò in un flusso vanitoso, scomparendo nella vegetazione. Il sentiero saliva sempre più ripido e qualche goccia di pioggia iniziò a frangersi sul mio viso. Testardo come un mulo, come sempre sono stato, invece di tornare indietro puntai in alto, la vetta del monte iniziava a slargarsi tra i faggi ed era più vicina. Non potevo rinunciare, in montagna non avevo mai mollato, nella vita sì. Sui monti riuscivo sempre a centrare l’obbiettivo, avevo raggiunto centinaia di vette e quel dì non esisteva che abdicassi. Certo c’era stata qualche resa e in un sprazzo di memoria ricordo quando sul versante francese del monte Bianco fui travolto da una valanga di neve e solo per miracolo ne uscii vivo, oppure quando scivolai da una ferrata sul Monte Civetta, affrontata incautamente senza essermi assicurato con le corde, il solito sfrontato, anche in quel caso andò bene.

Il cielo a stento tratteneva la sua acqua, la faggeta era oramai alle spalle il sentiero era mutato, da terriccio molle, a duro e ghiaioso, il verde dei prati sfioriva e il paesaggio diveniva aspramente mistico. Quando mi trovavo in alto e avevo un contatto ravvicinato con l’immenso ero pervaso da stupende emozioni e mai simili l’una con altra. In montagna mi ritrovavo, ero me stesso, i miei fallimenti, le disfatte che costellavano il mio vissuto svanivano. Mi sentivo forte e invincibile, ma quel giorno assolutamente no, non era così, anche il mio giovane amico a quattro zampe sembrava essersene accorto. Anche in quella giornata di inizio maggio di qualche tempo trascorso da non troppo, mi sentivo forte e invincibile, qualcosa però non andò per il verso giusto, quel maledetto chiodo si conficcò in un punto dove la roccia era troppo friabile e non fece presa e il mio compagno di cordata, sotto di me di qualche metro precipitò fratturandosi il bacino. Fortunatamente dopo una lunga decenza ospedaliera guarì e non  riportò nessuna conseguenza fisica. Da quel giorno non accompagno più nessuno in montagna, le camminate e le arrampicate le affronto da solo. L’ennesimo divieto posto alla mia esistenza, pian piano mi sto privando di tutto, devo ammettere che però ultimamente grazie all’arrivo di Enzo sto rivalutando alcune cose e ho una visione meno solitaria della vita e forse anche più ottimistica, quantomeno ho ripreso l’abitudine di tornare in osteria e bere in compagnia, fino a qualche mese fa mi ubriacavo in solitaria.

Il cielo s’ affossò e le nubi non si trattenerò, la pioggia iniziò a cadere selvaggia, una cortina di foschia ci aveva circondato, Enzo la perforava a grandi guizzi, saltellando a destra e manca. Tuoni e lampi, rumore e squarci ondeggiavano sopra di noi. Sulla montagna era calata un’ atmosfera dal fascino spietato, qualcosa d’ incredibile.  Mi coprii alla meglio, nello zaino non avevo messo granché per cambiarmi, anzi quasi niente, siccome il percorso non era dei più difficili e neanche troppo lungo avevo pensato non ce fosse stato bisogno, avevo solo la mantella d’incerata e la indossai. Sperperai una buona imprecazione contro il diavolo, in altri tempi avrei bestemmiato il creatore, ma quel dì non lo feci e puntai diritto alla vetta. Oramai c’ero, avevo già iniziato il tratto dove il pendio era decisamente arduo, le scalette, detto così per via delle rocce che formavano una sorta di scala naturale. Scivolavo, cadevo, mi rialzavo, non capivo se stavo male, il temporale mi aveva neutralizzato, non avevo più nessuna cognizione, andavo avanti per inerzia e soltanto la mia esperienza che avevo acquisito negli anni sulle svariate creste mi fu d’aiuto. Finalmente ero in vetta, doveva essere un gioco da ragazzi, invece era divenuta una delle mie più belle conquiste e per di più era la prima di Enzo che per niente impaurito scodinzolava abbaiando ai tuoni. Alzai le braccia al cielo, la pioggia divenne mia amica mi godetti lo scroscio lavava il cuore e mi sentii molto vicino a Dio, forse ero felice, stavo bene. All’improvviso, un fragore, una polvere, cristalli di luce, un boato straziante e realizzai che a pochi metri dalla grande croce in ferro posta in vetta, un fulmine si era squassato con violenza bruciando la pietra, la croce oscillò vertiginosamente, non cadde, d’istinto mi buttai a terra a pancia sotto, chiusi gli occhi, dopo poco li riaprii, era tutto finito. Sollevandomi da terra subito mi accorsi della scomparsa, il mio labrador non c’era più, Enzo era sparito. Mi dannai a cercarlo nell’affilata cima, lo chiamavo, fischiavo, imprecavo, urlavo battendo le mani come un pazzo, niente come dissolto, non lo vedevo, non lo trovavo più e le lacrime sgorgarono dai miei stanchi occhi e si confusero alla pioggia che era tornata a essere mia nemica e piombava a un ritmo incessantemente drammatico. Mi catapultai rapido per le scalette e iniziai la discesa a valle, superai quel costone scivoloso non senza assumermi rischi e sempre urlando il nome del mio cane imboccai il viottolo di ghiaia. Fu in quel momento che avvertii delle strane sensazioni appropriarsi del mio corpo, la carne mi doleva, un male sacrificale, inenarrabile, come se qualcuno me la stesse strappando di dosso a piccoli pezzi.  Un abbandono totale s’impadronì della mia anima e fu buio.

La piovosa primavera è riposta agli archivi, così come l’insipida estate, la fiamma del camino è tornata a brillare, sono a casa di Ausonia e Gino che ha ottanta anni, la moglie qualcuno di meno e ora sta imprecando contro sky, il motivo è semplice: il segnale al primo alito di vento scompare e lei non riesce a seguire la partita della sua amata Juventus. Il suo sogno è quello di recarsi a Torino, entrare allo stadio e seguirla dal vivo. Donna particolare Ausonia, a parte che forse è l’unica toscana a essere tifosa della vecchia madama bianconera, cura il suo fisico in maniera ossessiva, ama tenersi in forma, fa jogging tutte le mattine e in una terra di carnivori è una delle poche vegetariane. Ama pescare, le trote quando capitano al suo amo sono felici, perché sanno che poi vengono ributtate nel torrente. Una grande persona, saggia e con un cuore buono come il vin santo.  Gino era un amico di mio padre, un uomo paziente sa ascoltare parla pochissimo, ma nel momento del bisogno non ti abbandona mai. Sono quasi quattro mesi che sono ospite a casa loro. Dopo essere stato ricoverato in ospedale per diverso tempo e non potendo vivere da solo da quando sono stato dimesso loro non hanno avuto un sol momento di esitazione mi hanno accolto come un figlio, che tra parentesi,  per volontà di Dio come sovente ripetono non ne hanno potuti ricevere. Un coma diabetico, una maledetta forma di diabete si abbattuta in me in quel giorno di furiosa tempesta sul monte. Ora ne sto lentamente uscendo, sto guarendo, certo non potrei bere, ma in certe occasioni come si fa a dire di no. Oggi è il compleanno di Gino e qui a casa sono venuti a trovarci molti amici: Pierone, il mitico Zambrone, il cotica, Filungo e insieme a loro un altro manipolo di bischeri, giochiamo a carte, si parla, si ride, si scherza e il tempo diventa favola. Tra tutti ne manca uno, il migliore degli amici, eccolo che ritorna dal suo vagabondare, è bagnato, fuori piove, placido scodinzola, educato per atto dovuto prima saluta me leccandomi la mano, poi è la volta del padrone di casa, non disturba Ausonia che finalmente sta riuscendo a vedere la partita con una certa continuità, il segnale sembra essere finalmente stabile, esausto si stende davanti alla fiamma, sbadiglia e si addormenta quasi subito. Grande Enzo, fui lui a salvarmi la vita, infrangendosi nella tempesta corse fino al borgo, si aggrappò alle gambe delle poche anime che avevano il coraggio di sfidare la torrenziale pioggia, le tirava per i giacconi, le strattonava, ma non venne né ascoltato né compreso, non pago bussò nella case, entrò all’osteria e alla fine riusci a mobilitare un piccolo esercito di volontari e li condusse fino a me dove giacevo in fin di vita. Con l’eliambulanza fui soccorso e trasportato all’ospedale civile di Firenze ed ora eccomi qui con la voglia di sorridere e di tornare a scarpinare in montagna. Riassaporare l’aria fresca, ispirare il vento, farmi scompigliare i capelli e su quel sentiero rivedere mio padre che con energia e amore mi tenne in vita. Grazie Enzo.

A mio padre Bernardo un uomo giusto. 31 marzo 1996

A Briciola che ora non c’è più 23 marzo 2015

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Buona Pasqua a voi tutti

Scoiattoli

Nella mansueta campagna circondata da strisce di malmesso asfalto in una piazzola di breccia parcheggiai la mia auto. Un grigio leggero sosteneva il paesaggio. Svanito il verde brillante dei campi che fino a qualche giorno prima spiccava in sfolgorante mostra, quando il sole imperioso brillava nel cielo e la temperatura scaldava generosa mandando in confusione un povero febbraio abitualmente sbarazzino e pungente. Dobbiamo rassegnarci, abituarci oramai all’improvviso e costante mutare meteorologico e i suoi considerevoli sbalzi termici, dove si può oscillare dagli zero gradi del primo mattino ai venti delle ore centrali. Tutto ciò non si può più definire un fenomeno anomalo, ma un assodato dato di fatto e noi lo dobbiamo tenere presente e assimilarlo nei meccanismi quotidiani. Il corpo umano e la natura non riescono a tenere il colpo e affaticati arrancano. In quella giornata era tutto monotono, un silenzio ossessivo rimbombava piatto, il colore nei campi aveva perso smalto, i peschi sviliti e dalle fioriture intermittenti sembravano versare lacrime sulla già umida terra, la gialla mimosa prematuramente dipinta iniziava a dare vistosi segni di cedimento. Sì, è vero le stagioni non sono più quelle di una volta, tutto è cambiato, il mondo stesso si è trasformato, la gente intristita. Miliardi di persone affollano l’inerme pianeta che ansima ed è sempre più in difficoltà sfigurandosi in una lenta costante decomposizione. I ghiacciai si sgretolano, uragani e tifoni si scatenano dando vita a devastanti piogge torrenziali, la terra trema, vibra in tentativi di autodifesa, in qualche modo cerca di ricollocarsi come meglio può. Il deserto nelle povere regioni africane allunga il suo regno estendendosi a dismisura bruciando le misere culture e seminando morte. L’acqua, il bene più prezioso della vita e fonte della stessa si confonde in falde acquifere fasulle prosciugandosi sul nascere, così da diminuire ogni anno vistosamente soprattutto nei continenti più caldi. Stiamo implodendo, sembra che per la terra in questo universo non ci sia più una naturale collocazione. I soldi, il fantasmagorico business che ruota intorno all’industria, la deforestazione dei polmoni verdi che alimentano il pianeta hanno generato un inquinamento spaventoso, il famoso buco nell’ozono oramai è divenuto più che una voragine. Le informazioni diramate dai media sullo stato di salute della terra non sono certo ottimistiche, sfiorano il dramma e figuriamoci tutto quello che viene occultato, perché molto non si deve conoscere, il popolo deve stare tranquillo, non si debbono creare inutili allarmismi, si deve crescere, consumare, comprare, spendere, è un meccanismo irrefrenabile fuori controllo e di difficilissima gestione, su di esso gravano soltanto una miriade di parole e spesso non sono neanche esatte, una giostra di sciocchezze. Non sono qui a impartire lezioni a nessuno e di conseguenza non voglio dilungarmi nel complesso argomento finirei con l’annoiare e così proseguo nel racconto. Cercavo un agriturismo, -Il Vecchio Mulino- volevo pranzarci in quel sabato triste. Dopo diverso peregrinare sbagliando svariate volte strada, (non possiedo un navigatore. Lo odio) finalmente ero riuscito a trovarlo, sembrava fosse chiuso, davanti parcheggiate solo un paio di auto, ma oramai c’ero e cosi mi avviai per verificare. Passai davanti a un casolare e da dietro la siepe intravidi far capolino un corpo minuto, si appoggiava a un bastone da passeggio, sotto i capelli color neve uno sguardo vispo e attento, un volto sereno che a me risultò noto. La signora Teresa, certo, era proprio lei in carne e ossa, a dire il vero di carne ce ne era davvero ben poca. La nonna di Pino, un mio caro amico. Non immaginavo abitasse da quelle parti. Mi guardò senza riconoscermi e il suo sguardo interrogativo scrutava nella mia direzione come se cercasse di mettere a fuoco il mio volto, sicuramente confuso tra i tanti visti negli innumerevoli anni vissuti. Cento, compiuti qualche mese fa, immaginate cosa possono essere cento anni? Un’infinità. Nata nel 1914, prima della grande guerra, sobbarcato il ventennio fascista, immagino nel suo cuore impressi il dolore, la sofferenza, la fame di chi ha dovuto sopportare i drammi della seconda devastante guerra mondiale e poi chissà quanti giorni immersi nel lavoro in campagna, curva sull’aspra terra e il resto del tempo dedicato alla casa e alla famiglia. I suoi figli, i nipoti, i pronipoti il riconoscimento del tanto sudore versato. La salutai con un sonoro buongiorno, avevo alzato il tono della voce pensando fosse sorda, rimase perplessa come se fosse affondata in uno stato di profonda riflessione, rimase immobile poi schiuse le labbra e in un tenue sorriso rispose “buona sera signore.” Immediata archiviò la pratica dello sconosciuto e il suo interesse tornò sui gerani sfioriti e i boccioli di margherite. Rapida si catapultò nel mio intorpidito cerebrale una riflessione “dicono per le donne l’aspettativa di vita sia di ottantacinque anni, la signora Teresa l’ha di molto superata e la cosa più importante anche in uno buono stato di salute.” Sono passati pochi anni quando la ricordavo nello spazio adiacente al capannone di suo nipote Pino, dove lui ancora adesso gestisce la sua autofficina, scalza rincorreva le galline, non perché era pazza, ma semplicemente per farle rientrare nel pollaio. Mai ferma, instancabile curava l’orto ed era sempre affaccendata in altre mille situazioni da sbrigare. Per gli uomini le aspettative di vita sono minori, arriviamo ad appena ottantadue anni che comunque non sono pochi e, poi tutto dipende dai punti di vista. Io ne ho cinquantatre, se considero bene trequarti di vita se ne sono già andati e se tutto va bene ne mancherebbe un solo quarto e sottolineo se tutto va bene. La mia vita me lo sono fumata, screpolata è andata in frantumi centinaia di volte, un matrimonio distrutto, un figlio che non c’è e non c’è mai stato, o forse sì, ma soltanto quando era piccino. Convivenze disfatte, consumate dal mio insano approccio all’amore. Ho provato e riprovato a raddrizzarmi a trovare la retta via, inutile, tutto è risultato vano. Non sono riuscito, a parte in qualche raro momento condurre un quotidiano normale, la costanza non è proprio il mio forte, ho rovinato tutto quello che di buono ho costruito. Alcol, puttane, cocaina, notti bruciate, assassinate. Giorni interi a riprendermi dagli stravizi, dalla troppa droga sniffata, dal troppo alcol consumato. Ho rischiato di morire diverse volte: morto ammazzato o vittima di qualche infarto fulminante. Sono stato rapinato, malmenato, non mi giovava niente, nessuno riusciva a fermarmi. Svolgevo il mio lavoro, inviavo i miei servizi e inesorabilmente sprofondavo nell’incognito dei tuguri di tutto il pianeta, da Bangkok a New York, Istanbul, Nairobi, Amsterdam. Il resto del tempo lo passavo sperduto negli aeroporti errando come uno zingaro per il mondo. Il mestiere del reporter mi ha infilato in una fitta rete di storie, vite borderline, miseria, guerre, ignoranza, delinquenza. Ho intervistato criminali, faccendieri, politici senza alcun scrupolo, crudeli dittatori, ho conosciuto anche molta gente onesta, ma da loro non sono riuscito mai ad apprendere nulla, la mia controversa personalità ha sempre respinto il logico equilibrio, in spicce parole ero repellente al normale. Su quest’ultima parola, citata già altre volte in questo racconto ci si potrebbe aprire un dibattito eterno, una vita non basterebbe. Sì, sono un cronista, fino a qualche anno fa in carriera, ho lavorato per importanti testate giornalistiche; cito un’ episodio su tutti: quando Saddam Hussein fu giustiziato a Baghdad, io c’ero e i miei articoli e le foto hanno fatto il giro del mondo. Ho guadagnato molti soldi, forse troppi, ma come affermava George Best mitica ala del Manchester United degli anni sessanta, quando gli chiedevano cosa avesse fatto dei suoi guadagni rispondeva “i miei soldi li ho spesi per le donne, auto e alcol, il resto l’ ho sperperato.” Io posso affermare l’identica cosa e per onestà intellettuale è giusto aggiungere un elemento: la cocaina.

Immerso nel mondo dei ricordi in una profonda espansione di pensieri non mi ero reso conto che davanti al mio tavolo all’interno dell’agriturismo sostava un omone dal viso circolare addobbato da una barba rossastra, aspettava paziente e infine con una voce da tenore si annunciò “Buongiorno, disturbo? E’ qui di passaggio o magari gradisce mangiare qualcosa?” Rise sonoramente. Rinvenni dal momentaneo torpore e sorrisi, col capo della testa assentii. Iniziai con gli antipasti, assaggiai poco di tutto: torte salate, una curata di fegato d’agnello ripassata con uova strapazzate, veramente da leccarsi i baffi, poi un paio di piccoli primi e come secondo scelsi una faraona ripiena affogata al vino bianco, ottima. Conclusi con una crostata pera e ricotta fatta in casa, anche questa niente male. Tutto risultò buono e ben cucinato.

Vi chiederete cosa facevo in quel periodo per vivere? Collaboravo con alcuni giornali locali, ogni tanto mi pubblicavano degli editoriali. Scrivevo qualche libro, quello che stavo ultimando era già il quinto. Per carità nulla di speciale, romanzi, storielle rielaborate in base alle mie esperienze vissute, tutte rigorosamente condite da un ingrediente fondamentale, la natura umana. Certo qualche copia l’ho anche venduta, qualche decina di mila più o meno, mi accontentavo. Mi ero appoggiato a una piccola casa editrice, una di quelle serie e qualche spicciolo riuscivo a vederlo. La retribuzione più consistente proveniva dal lavoro che svolgevo per una nota guida enogastronomica recensivo trattorie, ristoranti, agriturismi, in base ai miei giudizi veniva deciso se segnalarli o meno nel prestigioso volume. Mi piaceva tutto ciò? Tirate le dovute somme direi proprio di sì. Nonostante lo sperpero di denaro a flusso continuo degli anni trascorsi ero economicamente sereno. E’da dire comunque che la mia vita si era drasticamente modificata, un po’costretto da una salute cagionevole e un po’perché lo volevo. Non sniffavo più, la sera uscivo poco, donne? Poche o niente e per dovere di cronaca è onesto aggiungere che avevo avuto diversi problemi, chiamiamoli di natura tecnica e per essere più precisi li definirei di natura idraulica, questione di pompe. Non ne feci un dramma, ma assoggettai il problema e tirai avanti. Fumavo?  Sì, dalle sigarette a nastro ero passato a qualche sigaro, per l’ esattezza toscani. Bevevo? Ebbene sì, non potevo certo privarmi di tutto, meno quantità più qualità, davanti a un buon bicchiere di vino non riuscivo mai a negarmi. Ero solo, è vero, non c’era nessuno a farmi compagnia, nessuno che mi aspettava la sera, non c’erano sorrisi, carezze, abbracci, cene pronte, ma neanche le monotone chiacchiere e le sterili litigate, niente di niente. Restavano oscillando nel quotidiano una moltitudine di ombre, figure del mio devastato passato che alternandosi venivano spesso a farmi compagnia. Avevo paura? Non necessariamente, ma a volte devo ammettere di sì, soprattutto la notte e per non farmi mancare nulla ero anche ateo e credetemi non avere fede e pensare che finita questa vita non ci sarà altro che il silenzio eterno è veramente faticoso.

Ognuno sta solo sul cuore della terra

trafitto da un raggio di sole

ed è subito sera

Una poesia, per me tra le più belle in assoluto, versi dove mi riconosco. Salvatore Quasimodo; in poche parole ha racchiuso la gioia, il dolore, la solitudine causata dalla fatica nel comunicare, in sunto la precarietà della vita. Perché essere vivi vuol dire semplicemente avere un contratto a tempo determinato con il creato.

Il locale era semi deserto, in un angolo una coppia, i due sembravano ben assortiti, parlavano, soprattutto lei, ridevano soprattutto lui, probabilmente erano felici, magari avevano trascorso una serata piena di passione cullati dalle magie dell’amore che forse era anche clandestino, ma in fondo a me cosa importava? Fatti loro. Comunque impersonavano la voglia di vivere, tanto sembravano entusiasti. In un altro tavolo da sola una bella signora, avrà avuto circa una sessantina d’anni, raccolta in un portamento raffinato elegantemente con flemma degustava il pasto leggendo un libro. Altro non annotai, anche io avevo un libro con me, ma non riuscivo a digerirlo a dire poco pesante, Istanbul di Orhan Pamuk, uno scrittore turco dotato di una sintassi interessante, ma sovente affonda nei contenuti sconfinando in preziosismi retorici fin troppo monotoni. Meglio concentrarsi sugli spaghetti appena serviti, guanciale e broccoli, ottimi, ma nonostante ciò i ricordi della mia vita precedente tornarono ad invadere il mio cerebrale. Il mio amico Paolo, cinquantasei anni, il suo cuore ha ceduto prematuramente, ha mollato, non ha voluto più accompagnarlo nel faticoso cammino di questa dannata e pur sempre emozionante vita. Ora è retorico affermare che era una brava persona, un buono, ma è la sacrosanta verità. Conduceva una vita regolare: una moglie, un figlio, un buon impiego al comune, gli amici di sempre e le cose semplici di tutti i giorni. Certo qualche stravizio di tanto in tanto se lo concedeva, ma niente di che, tutto nella norma. Lo conoscevo da quarantanni, Paolo uno dei miei migliori amici, uno della cricca storica. Quante ne abbiamo passate insieme, quante belle serate, giornate, il concerto dei Rolling Stones a Napoli, le vacanze in Spagna, le tante notti a parlare e, a immaginarci il nostro futuro, eravamo orgogliosi di essere la generazione, la linea di confine tra due millenni, affascinante pensarlo mentre ammiravamo le stelle. Ora non c’è più, inghiottito nella notte dei tempi. La vita: recita una novella popolare, è come la scala del pollaio corta e piena di sterco. Forse è vero, forse no, davvero non lo so. Certo nei miei tanti momenti di perforante depressione l’ho pensato. Eclissato nelle refrattarie considerazioni dalla filosofia spicciola sentii e vidi la porta d’ ingresso del ristorante aprirsi, non feci in tempo a realizzare cosa stesse accadendo che due funambolici animaletti fecero il loro ingresso, scoiattoli, si tuffarono nel buffet dei dolci, rapidi sgraffignarono delizie e altrettanto velocemente fuggirono via tra l’ ilarità dei presenti. In un baleno sparirono nel fosco dei campi e con loro il prezioso bottino.

Il simpatico siparietto nell’ambiente portò buono umore e noi pochi commensali presenti commentammo l’accaduto tra risa e sarcasmo. Giacomo il titolare, l’omone con la barba rossastra, rideva più di tutti, a un tratto di soppiatto sparì, per tornare poco dopo con una bottiglia di grappa fatta da lui stesso, con fare genuino ce la offri, così da coinvolgere noi quattro clienti a relazionarci. Andrea ne bevve un bicchiere tutto di un fiato, poi passandosi la lingua tra le labbra compiaciuto esclamò :- buona, davvero buona Signor Giacomo.- L’omone rise ancora e cosi come d’incanto nell’ambiente s’instaurò una complicità inaspettata. L’anonimo silenzio perdurato fino a pochi attimi prima si dissolse e il pomeriggio di un sabato avvilito si trasformò in un chiassoso ritrovo tra amici. Anche Sandra, la moglie di Giacomo si era unita a noi, oltre essere una cuoca provetta risultò molto simpatica e di buona compagnia. Ancora qualche bicchiere di grappa e tutti ci mostrammo più loquaci e la chiacchierata assunse in breve dei toni alquanto confidenziali. Così appresi che Andrea ed Emanuela stavano insieme da pochi mesi, lui già separato dalla moglie e senza figli, Emanuela viveva ancora insieme al marito, condividevano per ragioni economiche un tetto e una figlia di dodici anni, Cristina. Purtroppo il loro matrimonio si era concluso prematuramente, sepolto sotto le macerie delle incomprensioni e dei feroci silenzi, andavano avanti staticamente per forza d’inerzia. Una storia come ce ne sono tante. Ora lei provava a rimettersi in gioco e aveva individuato in Andrea l’uomo che la potesse far risorgere dalla abulia coniugale. Tilde, parlava e beveva meno di tutti anche lei aveva le sue storie da narrare e i segreti da tacere, era discreta, ma non indisponente e con un candore inaspettato tra un discorso e l’altro senza che nessuno gliela avesse chiesta rivelò la sua età. Settantanni, caspita! Tutti rimanemmo sorpresi da tale scoperta, non li dimostrava assolutamente, anzi. Tilde era stata segretaria di produzione per tanti anni in R A I,  poi aveva concluso la sua carriera come dirigente nel gruppo del biscione, quello di Berlusconi tanto per essere chiari. Non si era mai sposata ne aveva avuto figli. Viveva a Milano, ma adorava le Marche, per quel motivo metà dell’ anno lo trascorreva nella regione adriatica, nei mesi meno caldi vagava nell’entroterra, d’estate preferiva il mare. Essendo economicamente ben messa risiedeva in alberghi o agriturismi, non aveva mai una fissa dimora. Viaggiava da sola ed era appagata da quel suo modo di porsi alla vita.

Il sole nasce, l’alba di un nuovo giorno sorge. Il mare al mattino, sintonie di calde brezze. Una terrazza, stupendo il panorama. In bella mostra sul tavolo Plumcake, torte di frutta, latte, caffè, succo d’ananas. Ti guardo sei bella e in una istantanea rincorro la mia perduta vita, bruciata sul rogo del peccato e quando con enorme sforzo l’ avevo faticosamente recuperata e indirizzata su un binario morto facendola scorrere inesorabilmente monotona al fatidico punto zero. D’incanto due piccoli ladri, la vivacità del momento, la magia ed eccomi come risorto. Eccoci qui. Buongiorno Tilde, buongiorno cara. Rido e ancora rido, ripenso e immagino. Mi guardi radiosa, sorseggi il tuo succo, carezzi la mia pelle con il tuo sorriso. Sono vivo, siamo vivi. Scoiattoli.

scoiattoli (1)

 

A Paolo

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