Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

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Una campionessa

 

DSC_1826Serata speciale ieri sera al Tropical di Grottammare, (ap) un gustoso evento tra buon pesce, vini di pregio e la piacevolissima partecipazione della schermitrice, campionessa olimpica, più volte, mondiale, europea, italiana,  nonché vincitrice della passata edizione di” Ballando sotto le stelle” la splendida ELISA DI FRANCISCA.

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Una ragazza sensibile, affronta la vita in armonia con semplicità. Simpatica non si è posta nessun veto, in comodo agio si è concessa ai presenti come l’ amica di sempre, si è raccontata, ha svelato i suoi progetti, i sogni la voglia di essere mamma, ha ballato si è divertita, per me un piacere averla conosciuta.

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Per fortuna o purtroppo sono italiano

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Luci gialle, tristi, la piccola televisione accesa, un programma come un altro, sono perso nelle parole crociate.
Mi presento: sono Gennaro Caracciolo agente scelto della polizia di stato; turno di notte, piantone al commissariato di porta ticinese. Sono le due del mattino, pare una nottata tranquilla, forse la definirei anche noiosa, ma qui, mai dire mai. Al momento solo controlli di routine.
Lampeggianti accesi, sotto una pioggia leggera una pantera sobbalzando sull’asfalto, lenta parte. Dalla finestra la vedo scomparire nel vuoto della notte.
Il telefono squilla, rispondo: “pronto commissariato.” All’altro capo una voce rauca dal tono solenne si annuncia: “è l’ufficio della presidenza del consiglio, sono G. R. parlo a nome del presidente, l’Onorevole B. Voi dovreste aver fermato una persona, una giovane donna, è la nipote del presidente Mubarak, deve esserci stato sicuramente un equivoco. Cortesemente mi fa parlare con il funzionario in servizio, sono certo chiariremo tutto in breve. Grazie.”
“Sì, un attimo, attenda.” Provo a passare la telefonata, la musichetta d’attesa scricchiola annoiata, nessuna risposta. Deciso esco dalla guardiola e a gran voce chiamo: “Gerardi è urgente.”
La rossa, vice commissario, una bella donna sulla quarantina, risponde nella sua classica cadenza napoletana “Cosa c’è Caracciolo?”
“Che no so? Ho in linea… dicono sia la presidenza del consiglio, affermano che abbiamo qui la nipote di un certo presidente, tale Mubarak, forse lo sarà di qualche squadra di calcio straniera? Magari russa?”
“Ma quale squadra di calcio, ignorante, è il presidente egiziano, ma qui non c’è nessuna nipote di Mubarak, ci sono solo un paio di puttane.
Vabbè passameli… uff che rottura, sfaccimme, dai fai presto.”
-Non sarà mica uno scherzo?! Così sai, quella come s’incazza.- Penso distrattamente.
Non era uno scherzo, dopo poco aver ricevuto la chiamata da Roma la donna viene rilasciata, è veramente bella. Appariscente senza dubbio. Giovane e con un viso angelico, coronato da una cascata di boccoli scuri che cadono su forme perfette. Madonna…è proprio una gran figa. Certo per essere la nipote di un pezzo grosso, appunto un presidente di stato, non è sicuramente vestita in modo appropriato, anzi alquanto volgare e ordinario. Stivali dozzinali a mezza coscia, sporchi di fango, una minigonna da urlo, in più è scollata oltre ogni ragionevole forma di pudore, le tette paiono straripare come i fiumi dopo la tempesta. In effetti a guardarla bene sembra più una mignotta che una nipote altolocata. Però se si sono scomodati quelli della Presidenza del consiglio, avranno i loro buoni motivi e per di più ad attenderla c’è un consigliere regionale, altra bella gnocca.
“Cosa ci vuoi fare? Essere potenti frutta i suoi privilegi, beati loro.”
Il commissariato piomba di nuovo nelle sue certezze.
“Il nome di Mastroianni, famoso attore, otto lettere. “Ah, questa la so.”
-M a r c e l l o.-

Seduto al tavolo di un bar, sul lungomare di Beirut sto sorseggiando un pastrocchio dal vago sapore di caffè. Strafatto di notte e di altro, l’alba è appena sfumata. Alle mie spalle una sfilza di enormi palazzoni di nuova costruzione spiccano pacchiani in un cielo che non promette nuvole, ma ancora raffiche di sole. Sono italiano, mi chimo Alcide Citterio, trasferito qui oramai da più di tre anni, non ho mai capito quale fosse il vero motivo, sicuramente ne avevo abbastanza. Cosa faccio? Intrugli, imbrogli, traffici, falsifico. Un faccendiere, mai in pace con nessuno, tantomeno con me stesso, specchio fedele di questa nazione, devastata, sorrida, ingannevole, in perenne stato di allerta.
Quando sto per chiedere il conto, due uomini si avvicinano a me, sono sudaticci e affannati, il grasso e basso in un inglese da pieta spiccica: “Mister Citterio dobbiamo parlarle”
“Chi siete?” Non comprendo bene chi siano, capisco quanto basta, credo siano agenti dei servizi segreti libanesi, non mi meraviglio, non è la prima volta chi mi invischiano nei loro loschi traffici. In breve mi spiegano: un italiano, un pezzo grosso, ha dei seri problemi con la giustizia. Ufficialmente il mio lavoro è di svolgere la mansione del traduttore, ufficiosamente è di falsificare certificati medici, trovando strutture ospedaliere complici a reggere il gioco, i libanesi non possono esporsi direttamente. Alla domanda quale fosse il compenso per tale compito, la risposta è perentoria: “very much dollars,” tradotto, un mucchio di soldi.
Con i due compari, i presunti agenti del menga arriviamo in un lussuoso albergo della città. Il basso e grasso rimane in auto, l’altro dalla straordinaria somiglianza con Omar Sharif, un attore arabo in voga fino a qualche anno fa, mi accompagna nella stanza del misterioso personaggio. Dopo un buon tempo di attesa finalmente sono ricevuto. Entro, al centro della stanza, seduto su di una poltrona, un signore distinto di età matura, fuma una sigaretta con aria annoiata. Mi saluta con un formale “buongiorno” e poi dice. “Mi hanno riferito di lei, dicono sia un tipo molto in gamba e può risolvere i miei…” tossicchia come per prendere tempo e trovare l’espressione idonea, poi di getto termina la frase “come dire, inconvenienti.” Rimango inebetito, lo scruto e penso. -Cazzo questo l’ho già visto… ma dove? Ha una faccia maledettamente conosciuta, ma certo, è proprio lui, sì, è Marcello M., il braccio destro del caimano. Cazzo roba grossa.- Prendo fiato e rinvenuto dall’iniziale sorpresa, freddo rispondo: “sì Onorevole, posso.”

Trito, sminuzzo, stendo, tiro. Una botta stratosferica, ora va bene, ancora un’altra? Sì, devo essere lucida. Il trolley è pronto: cosmetici, uno spazzolino da denti, un paio di slip e ventidue chilogrammi di cocaina. Sono pronta, tra poco dovrebbero venirmi a prendere. Mi guardo allo specchio sto bene, sono in forma, allungo un bel po’ di bianca essenza sul comò e via un altro bel tiraccio, il naso va a fuoco per quanto brucia.
“Sta roba è proprio buona, già, già.” Rifletto canticchiando. Soddisfatta di me, della polvere che trasporto, della vita in genere. Sono in auto con Miguel ed Esteban, Bogotá sonnecchia, colorata da un buio sfocato, il traffico è ancora debole. In poco tempo sono all’aeroporto. Sbrigo le formalità doganali e in un baleno sono seduta sul mio volo pronta al decollo. Tutto è filato liscio, come al solito nessun problema. Il boing imperioso si innalza nel cielo. Invece il mio pensiero sfuggevole approda a Paolo, un mio vecchio e fidato amico del paese dove sono nata e cresciuta, uno sfigato. Rimasto ancora a coltivare le sue banali certezze in quel posto dimenticato da Dio e da tutti. Quel rompicoglioni mi ha letteralmente stressato con le sue ingiustificate paure, solo inutili chiacchere. Sostiene di smetterla con il traffico degli stupefacenti, insiste nel dire che non vale la pena correre tutti questi rischi, perché fare il corriere adesso è divenuto molto pericoloso, è convinto che in Italia i padroni sono cambiati e questi nuovi, arrembanti e vendicativi, in qualche modo la faranno pagare al mio caro papi e io potrei essere uno dei tanti obbiettivi per colpirlo e destabilizzarlo, così da renderlo ancora più vulnerabile. Ma va a cagare Paolo… lui è potentissimo, anzi è il potente per eccellenza, finché sarò intima con lui, non ho avrò nessun tipo di problema. Un giorno mentre eravamo insieme in una delle sue tante dimore, mi ha promesso solennemente che presto farà di me un’attrice, una di quelle vere, importanti, girerò un film con un famoso regista e allora sì, la mia vita sarà davvero fantastica.
Sommersa da questi pensieri e telecomandata dall’effetto calante della droga mi addormento.
Fiumicino, finalmente sono a terra, gli arti indolenziti, le gambe formicolano, le ossa scricchiolano, cammino disinvolta trascinando il mio prezioso trolley. Sono davanti al poliziotto doganale, chiede il mio passaporto, sorride fissandomi in modo interessato: -ovvia la sua insistenza, è scontato, la mia bellezza non passa di certo inosservata.-
Prende in mano il documento, lo guarda distratto e in men che meno con fare simpatico me lo rende strizzandomi l’occhio. Ok, è fatta anche stavolta, sono fuori.
-Cosa accade? Cazzo ci fanno tutti questi finanzieri con i cani?-
Uno di loro mi viene incontro con passo deciso e senza alcun sorriso, in un gentile formale mi chiede: “la signora Melissa Piovesani?”
“Sì,… sono io.”
“Mi segua per favore.”
“Cosa succede?… Ci deve essere un equivoco.” Sussurro appena, frastornata dal panico
“Non si preoccupi… venga. Stabiliremo poi se si tratta di un equivoco, intanto questo lo prendo io.”
Afferra il trolley con austera padronanza, mentre un suo collega prendendomi sottobraccio mi guida in direzione di una stanza di polizia aereoportuale. Penso di essere bianca in viso, sudo a freddo, uno sgomento attanaglia la mia anima, i pensieri si susseguono rapidi e convulsi, uno su tutti si erige
“e se avesse ragione Paolo?”

“Mariano: siamo entranti in riserva.” Elabora con un velo di preoccupazione l’agente Gaetano Vinciguerra.
Morganti, assistente della polizia di stato e capopattuglia svogliato risponde: “Da me cosa vuoi? Andiamo a fare benzina.”
“Dove?”
“All’IP di viale Indipendenza.” secco replica il capopattuglia
“Dici?”
Certo che dico… dove vuoi andare dal lattaio?
Questo il siparietto che si svolge all’interno della volante uno, in una calda giornata di maggio.
L’auto pattuglia arresta la sua marcia davanti alle colonnine del distributore. Gli si avvicina un uomo di mezza età, robusto e dal viso rotondo, pare mortificato e in difficoltà esplica:
– ciao ragazzi, come va? Senza attendere risposta prosegue rapido come a volersi togliersi un peso dallo stomaco. “Mi dispiace per voi, ma non posso accontentarvi, proprio questa mattina ho mandato una e mail alla questura, dove scrivo che le forniture di carburante sono sospese. Oramai è quasi un anno che non vedo un euro e non posso e soprattutto non riesco a sostenere la spesa. Mi dispiace davvero.-
I due agenti si guardano sbigottiti, ma a dire il vero neanche più di tanto.
“Era nell’aria, prima o poi doveva accadere, con tutti i tagli attuati dal governo alla spesa pubblica, il ministero degli interni di soldi ne ha sempre meno, basta vedere le divise con cui ci mandano in giro, i tessuti sempre più scadenti, al primo lavaggio se non si sta attenti, si ritirano che non vanno neanche a un bambino.” Questo è lo sconsolato commento di Morganti
-Ragazzi- suggerisce il gestore del rifornimento; -provate alla E.N.I., quella in Piazza Donizetti, può darsi loro non hanno ancora sospeso le forniture… anche se?… Conclude dubbioso il benzinaio.
“Grazie Francesco” all’unisono dicono gli agenti, salutano gentili e perplessi ripartono.
“Se non ce la danno neanche lì? Cosa facciamo? interroga Vinciguerra.
Cosa ne so io? Sosteremo da qualche parte, magari sotto una pianta, visto il caldo che fa oggi e di tanto in tanto fermeremo qualche auto, faremo un po’ di multe, o magari organizziamo una colletta per la benzina. Risponde l’assistente con un sorriso amaro, strascicando una buona bestemmia.
“Se succede qualcosa e dobbiamo fare un inseguimento, come ci comportiamo?”
“Cazzo ne so Gaetà! Rassegnati e stai zitto. Tanto per fortuna in questa città non succede mai niente e se dovesse succedere qualcosa, Dio provvederà, alla peggio faremo l’autostop e vai piano, altrimenti rimaniamo davvero a piedi.”

Un pc acceso, una pagina web aperta sulla borsa di New York, in tempo reale l’andamento dei mercati.
Scarpe sportive costosissime, jeans, camicia azzurra ,cravatta un tono più alto, giacca blu. Un viso sottile intriso da una cascata di capelli scompigliati e appena brizzolati, occhi sottili e arguti, schermati da occhiali da vista dalla montatura multicolore. Portamento elegante, telefono in mano, passeggia avanti e indietro nella penombra della stanza, fermandosi di tanto alla finestra dove si diffondono soffusi fasci di luci, ultimo eco del giorno morente, sullo sfondo immobile il lago.
Compone un numero, telefona.
“Ascolta: io inizio a essere preoccupato, i sondaggi reali ci dicono che non stiamo sfondando come si pensava, anzi abbiamo qualche punto in meno rispetto alle passate elezioni, i blog stanno perdendo introiti pubblicitari, sai che e stato necessario chiudere diverse pagine su Facebook, si è evidenziato che il troppo bombardamento di notizie fittizie iniziava ad essere dannoso. Ci vogliono nuovi escamotage.
Ti devi inventare qualcosa, dobbiamo fare qualcosa. Gli show camuffati da comizi elettorali a pagamento è vero hanno funzionato, ma non basta ci vuole di più. Datti da fare, sei pagato profumatamente per fare il capo popolo, allora non mollare, impegnati, tira fuori dal cilindro qualche idea. Sferra qualche botta a destra e a sinistra, attacca il presidente del consiglio, il presidente della repubblica e perché no? Una bella sferzata anche al nano, quella non guasta mai. In sintesi devi destabilizzare, creare confusione. I miei potenti amici si stanno innervosendo, dobbiamo minare il sistema politico europeo e italiano, dobbiamo vendere speranze e certezze tarocche spacciandole per vere. Non basta quello che stiamo facendo, Pippo non basta e tu lo sai, non devi cercare scuse. Aspetto meno importante, ma non secondario, dobbiamo tenere a freno quegli stronzetti del movimento, soprattutto i più vivaci. Parlano troppo e alcuni di loro si sono montati la testa, giocano a fare gli idealisti, si prendono sul serio, noi dobbiamo sempre essere severi, se serve anche cattivi.
Ci vogliono altri provvedimenti, magari anche qualche nuova espulsione. Devono capire che in parlamento ce l’abbiamo messi noi e loro non contano un cazzo, devono fare solo ciò gli viene detto.”
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“Senti amico mio potresti avere anche ragione, ma qui ci vogliono i fatti, azione, solo azione, ok? Ora ti saluto, tra due giorni sarò a Genova, così parleremo a quattro occhi. Ciao Pippo.”
La conversazione è finita, l’uomo appoggia il cellulare sul prezioso tavolo in noce, apre la finestra, inala aria umida, brezza di langa. I suoi pensieri non hanno pace, galoppano, stridono, infine si rifugiano nella pragmatica sintesi:
“è dura essere sempre al top, troppo faticoso essere potenti, proprietari del destino di una buona fetta di popolazione. Tutto sommato, è giusto così. D’altronde il grande Andreotti sosteneva: -Il potere logora chi non lo ha.-”
Si accende una sigaretta; sa che non dovrebbe fumare.

Sono Claudio: spazzo, metto in ordine, per oggi è finita. La giornata come spesso accade ultimamente non è stata soddisfacente, il guadagno scarso, a pensare fino a poco tempo fa questo bar incassava bene. Mi garantiva una vita dignitosa, certo le ore di lavoro erano tante, ma quelle sono rimaste, i proventi invece diminuiti in maniera oscena. A Roma stasera piove, nel quartiere in giro poca gente, di romani soltanto l’ombra, solo pakistani, rumeni, cinesi, anche loro, adesso senza soldi, ma sempre ubriachi e spesso fastidiosi, alcuni pericolosi. Ci vuole pazienza, tanta pazienza. Sono stanco, deluso e sfiduciato. Il mutuo da pagare, inoltre con mia moglie le cose non vanno bene, siamo quasi sull’orlo della separazione. Poi le tasse veramente troppe, Equitalia mi perseguita per una tarsu non pagata nel 2010… in banca mi negano il prestito, cazzo che schifo. Non ce la faccio più.

Il mare ha la forza di un giovane di vent’anni, il mare non invecchia mai e oggi la sta dimostrando sprigionando tutta la sua essenza. Vento oltre i trenta nodi, onde alte quasi dieci metri, una tempesta perfetta. Stavamo rientrando in porto, non valeva più la pena rischiare, la giornata era stata dura e inconcludente, non avevamo pescato quasi nulla.
Dalla capitaneria di porto di Lampedusa un S O S si leva, ci chiesero di intercettare un barcone con circa quattrocento migranti, pareva essere in serie difficoltà. Il buio era divenuto soffocante. Io, Francesco Badalementi comandante dell’Ariete, un grande motopeschereccio adatto a sfidare qualsiasi avversità metereologica, insieme ai miei ragazzi navigavamo in un mare pieno d’insidie, lottavano per la nostra sopravvivenza, ma non ce la sentimmo dopo esserci consultati di rifiutare il messaggio di aiuto. Accettammo. Poco dopo a prua avvistammo la decrepita imbarcazione, un nugolo di mani si levavano al cielo disperate. Dovevamo agire, imbarcavano acqua a tutto spiano, i minuti erano contati. Ci attendeva la parte più difficile, il recupero.
Con il comandante del Ghibli, l’altro motopeschereccio intervenuto in soccorso, via radio scambiai frenetiche informazioni su come comportarsi per avere unità di intenti per rimorchiare in maniera corretta il barcone.
Eravamo a dieci miglia dalla costa e in fase di avvicinamento alla caretta marina, quando un mio marinaio spintonandomi e urlando mi fece notare degli uomini in mare, la tempesta aggrediva la nave, la pioggia cadeva incessante forando la notte, eravamo veramente in pericolo, la paura di non farcela si imprimeva forte nei nostri visi e nei nostri cuori.
Pasquale e Sante, senza alcuna titubanza, prima che io potessi riflettere sul da farsi, si tuffarono in mare; dopo vari minuti di lotta tra le acque in tormenta riuscirono a portare in salvo due persone, un bambino, sicuramente non arrivava a dieci anni, e una giovane donna, erano sfiniti stravolti, mezzi morti, ma salvi. Non ebbi il tempo neanche di ringraziare i due coraggiosi marinai, anche loro stravolti e triturati dall’enorme sforzo compiuto che un’onda mastodontica mise a dura prova la stabilità del peschereccio. Intanto il Ghibli aveva iniziato l’operazione di recupero, sudore e terrore, braccia tese, e nervi saldi, la manovra prendeva consistenza. Nonostante il vento sferzava sempre più forte, l’aggancio riuscì. Il barcone si mosse, iniziammo a trainarlo e lentamente facemmo rotta per il porto di Lampedusa che ancora sembrava apparire solo un miraggio.
Dopo alcune ore di navigazione, pregherie e bestemmie e infinita fatica, l’agognato arrivo in porto. La guardia costiera era ad attenderci insieme ai finanzieri e i carabinieri, immediati ci soccorsero. Loro non erano potuti uscire, avendo imbarcazioni non adatte a reggere l’impatto con il tumulto del mare di quel giorno. Finalmente l’attracco, dalle tante persone presenti sulla banchina, un applauso si levò fragoroso al cielo, surclassando per un attimo la folle tempesta. Mai come quella notte sentire la terra sotto i piedi fu confortante. Il vociare era frastornante, pacche sulle spalle, infiniti i complimenti. Vedo i miei ragazzi, abbracciarsi fieri, orgogliosi del gesto compiuto, qualcuno ci denomina come angeli del mare. Passai davanti a quei poveri disgraziati, forse libici, o eritrei, o senegalesi, non fu importante sapere da quale mondo arrivassero, erano solamente esseri umani. Non riconoscevo i loro volti, gelati, tumefatti, impauriti, e confusi nel pesto della notte, però distinsi chiaramente lo sgomento, tutto racchiuso nei loro grandi occhi spalancati. Noi li avevamo salvati.
Il tenente di vascello, comandante della capitaneria di porto, Maurizio Labello, mi venne incontro e stringendomi forte la mano quasi commosso disse:
– di uomini come voi ce sono pochi, non solo in Italia, ma nel mondo intero e questo mi fa sentire fiero e orgoglioso di essere italiano. Grazie di cuore.
Sono seduto davanti al camino di casa mia la fiamma brilla vivace, di là ci sono i miei figli, dormono, sono piccoli. Mia moglie è seduta accanto a me, fuori fa freddo, sono le quattro del mattino e non riesco a dormire, le sto raccontando quella giornata. “Io, un ignorante pescatore di Mazzara del Vallo, insieme ad altri colleghi ho salvato più di quattrocento vite umane, può bastare per avere un posto in paradiso? Non lo so e a essere sincero non me frega neanche nulla.” La domanda che mi brucia dentro è un’ altra: “chi avrebbe salvato i miei figli, se fossero stati in un barcone malandato e soprattutto in quelle condizioni metereologiche?”
Mia moglie mi guarda e piangendo mi abbraccia.
Va bene così.

Una finestra, una luce sommessa, ambiente artefatto e di stile. Un uomo anziano, calvo, inforca un paio di occhiali, con i gomiti appoggiati sul pregiato tavolo stile Luigi XIV e con le mani riverse sui palmi appoggia il mento. Svogliatamente legge un libro.
E’ triste e pensieroso.

Poco distante ancora una finestra, sempre un uomo, è vestito di bianco e solo, è nell’identica posizione dell’altro. Anche lui rimesta preoccupazioni, di tanto scrolla la testa. Dissente, non si cosa, non si chi.
Il Tevere scorre cheto, l’eterna città sembra riposare.

In uno sperduto paese dell’Alto Adige, Assunta ansiosa vagheggia. Origini calabresi, trasferitasi li per un amore sfumato con il passare delle stagioni.
Ora è sola, una delle tante divorziate. I tre figli, sono sposati e trasferiti in città industriali, chi in Lombardia, chi in Svizzera. Anche lei è triste, non può dormire e alle quattro del mattino non può far altro che affacciarsi al suo balcone, ascoltare il profumo di un maggio tenero a tratti delizioso. Guarda di sotto dove giace discreta la suggestiva piazzetta, da qualche giorno ci giganteggia osceno stonando un manifesto. Un viso sorridente e uno slogan:
“Per un’ Italia sempre più tedesca, il venticinque maggio vota Igor Slowenbarg.
Una lacrima inconsapevole cade sulla pianta di basilico stazionante sotto di lei. Rientra in casa; “poi non è così caldo.” Pensa sofferta. “La mia terra, sì, quella sì, era la mia patria.”

Due uomini dialogano. Il primo è abbastanza giovane, aspetto spavaldo, una dialettica niente male. L’altro meno giovane, meno sicuro e un aspetto dimesso, un semplice contadino.
Molise: terra genuina, aspra, e a volte la vita non rende quello che dovrebbe, è sinteticamente avara.
“Sentimi bene Bastiano, sturati quelle tue orecchie agresti, domenica devi andare al seggio e mi devi votare e convincere anche la tua famiglia, parenti, amici, capre, mucche, tutti. Capito! Io devo rimanere sindaco. In cambio ti garantisco di asfaltare la strada che conduce a casa tua e ti renderò edificabile pure un bel pezzo di terra, per di più sulla strada ci metterò anche i lampioni. Però mi devi trovare almeno cinquanta voti.
Me lo prometti?”
“Dottò ce lo prometto, mi darò da fare, cercherò di farla votare da più gente possibile, ma mi permetta una parola, lei nei cinque anni che ha governato non è che abbia fatto molto per il paese e a me non ha mantenuto le promesse fatte.”
“Caro Bastiano… lo sai, ho avuto una maggioranza risicata e con quei comunisti del cavolo all’opposizione non si combina mai un bel niente. Stavolta sarà diverso.”
“Vabbè dottò, mi ha convinto, su di me ci può contare, avrà i suoi voti. Vuole fare merenda? Ho una salciccia sott’olio che è uno spettacolo.”
“No, grazie Bastiano, però se ti avanza la riporto a casa molto volentieri, così la faccio assaggiare anche a mia moglie.”
“Non mi avanza dottò, comunque la vado a prendere lo stesso, glie ne porto un bel barattolo.”
Il contadino voltò le spalle e s’incammino verso la dispensa, pensando:
– chissà se mi posso fidare, cinque anni fa mi ha preso per il culo…
e per giunta io sono anche comunista. Cazzo lo voto a fare questo stronzo? Magari adesso sta dicendo la verità? Almeno la salciccia la poteva rifiutare, mica gliela volevo dare veramente, era solo per mostrarmi cortese.
Poi cosa significherà agresti? Non è che mi ha pure offeso?
Quanto sono scemo?… Assai. Solo il contadino potevo fare.-

Claudio chiude il bar, abbassa la serranda. L’aria è vispa, il fiume scorre monotono. Un sortilegio attraversa la sua mente: “peccato, i ponti siano troppo bassi, non riuscirei mai a uccidermi.” Butta le bottiglie nell’apposito contenitore, cercando di far più rumore possibile, schiuma rabbia a percussione, ce l’ha con il mondo intero. Distrattamente alza lo sguardo e nota sui muri che la città si sta riempiendo di manifesti elettorali.
Il primo sentenzia: -per un Italia più forte in Europa vota xxxxx yyyyy.- Quello a fianco conia altro: -Meno tasse meno Europa. Vota wwwww kkkkk.-
Poi, ancora altri, molteplici volti, tutti sorridenti, dall’aria bonaria, o decisa, credibili allo stesso modo, sguardi penetranti che si infiltrano nell’anima.
Claudio rimane qualche minuto ad osservarli e schifato, pensando ad alta voce ulula: “vota sto cazzo, andate tutti a fare in culo, stronzi.”
Affaticato sale sulla sua utilitaria e preoccupandosi della spia accesa dell’olio motore si avvia in direzione di casa. Mastica una scottante riflessione: “sono proprio un perdente, ci manca che fondo anche l’auto, così sono a posto e non ho neanche il coraggio di uccidermi, magari a provarci, non sono più capace di niente, un fallito totale.”
Depresso si perde nella notte romana.

All’interno della finestra la luce si spegne. Nel presidenziale appartamento il volo del vuoto, un vecchio, ciondolante attraversa il vetusto corridoio, preziosi dipinti appesi alla pareti incorniciano il suo passaggio.
Un interrogativo risuona opprimente: “Maronna, ma chi ma a fatte fa a pigliamme nadde sett’anne de sti mpicci?”

Anche all’altra finestra non brilla più nessuna luce, riflessa solo la luna sui vetri. L’uomo di bianco malinconicamente si ritira nella zona notte dell’ appartamento e nella silente confusione rimbomba una sua intensa riflessione:- Perché ci sono cascato, non dovevo accettare. Codesti non cambieranno mai, sono troppo attaccati al potere, al lusso, alle tentazioni. Questo non è il regno di Dio e figuriamoci se può essere il mio.-

La notte svanisce, inesorabile il giorno cura la sua forma. Colori dapprima tenui, poi coraggiosi invadono il cielo, il mare, le isole, i bianchi monti, le dolci colline. I preziosi monumenti brillano, le città fibrillano.
Anche oggi l’Italia si è desta.
La saracinesca stamane sembra leggera, si alza come una piuma, Claudio ha uno sguardo diverso, è più sereno, entra nel suo bar, accende la macchina del caffè, il primo della giornata è il suo. Le incombenze gravano persistenti, nessuno le ha rimosse. Lui ha trovato le parole, ha parlato con sua moglie, hanno fatto all’amore e insieme ascoltato la notte. La vita è nuda, cruda, si deve solamente trovare la voglia di viverla al meglio, cercando di renderla meno aspra possibile, scomporla e ricomporla, sviscerandola e in qualche modo aprirla fino a capirla.
Per Claudio inizia un nuovo giorno.
Altre milioni di persone si muovono, svegliandosi da sonni sofferti, incerti o profondi. Alcuni rincasano dopo aver terminato il lavoro impregnato nei faticosi turni di notte, altri da bagordi dissennati.
Esseri umani che si arrabattano, frantumando il quotidiano, soffrendolo e subendolo a volte vincendolo, concupiti nelle loro preoccupazioni e i frequenti assilli.
Ci sono i figli da educare, curare, crescere. Far tornare i conti per arrivare a fine mese. Silenti eroi, di certo non quelli visti nelle pubblicità televisive, dell’Enel o del Monte di Paschi di Siena, o altre banche sorelle con lo stesso cuore di metallo.
Donne e uomini veri, in carne ossa che non mollano.
Gli stessi che strisciano, mediano cercando di trarre profitti al limite del lecito, corrotti e corruttori. La promessa di un posto di lavoro, una raccomandazione qua una la, un esame medico fatto in tempi rapidi, un lotto di terra da rendere edificabile, parcheggiano in doppia fila, cercano di incassare o pagare in nero. Mesta sopravvivenza o misera furbizia?
Sembrerà strano, gli ultimi, sono gli stessi da quelli descritti sopra, lottano, pagano le tasse, lavorano dodici ore al giorno e in qualche modo difendono la propria la vita.
Un’Italia logora a volte estenuata, perde pezzi, ma non cede e regge l’urto. Consapevole di non essere ancora arrivata a fine corsa e che una possibilità esiste ancora.
Un’ Italia che nonostante tutto sa di potercela fare.

Sono un vecchio cronista, fumatore impenitente, confuso e petulante e se vogliamo anche un po’ubriacone.
Ho visto gioire, morire, soffrire, cantare e tanto altro ancora.
Scritto fiumi di parole raccontato la vita nelle varie movenze e i suoi tanti misfatti.
Ero li quel giorno del nove maggio del 78, col taccuino in mano e una polaroid penzolante al collo, il volto giovane, intossicato e incredulo.
Una R4, il bagagliaio aperto, dentro un cadavere, un viso rassegnato e sereno.
Aldo Moro era morto, assassinato.
Tutti dicemmo dalle brigate rosse.
Roma deambulava, sanguinando impazziva.
Un pezzo d’Italia era morta li con lui.
Ricordo diversi Presidenti della Repubblica, in uno solo riconosco il mio.
“I giovani non hanno bisogno di prediche, i giovani hanno bisogno, da parte degli anziani, di esempi di onestà, di coerenza e altruismo.”
Questo disse il trentuno dicembre del 1978 nel discorso di fine anno Sandro Pertini.
Ricordo sei papi, due ora sono Santi, uno si è dimesso, uno è morto in circostanze misteriose dopo un breve pontificato, l’ultimo si contorce in un’ardua opera, quella di tradurre un linguaggio a molti incomprensibile, la parola di Dio.
Non mi sfuggono gli innumerevoli presidenti del consiglio. Ne identifico uno su tutti; un corpo e un volto da alieno e una intelligenza sopraffina. Un signore chiamato Giulio Andreotti, nel suo armadio scheletri a iosa, segreti che ha traghettato con lui custodendoli nell’oscuro regno del silenzio eterno.
Si è spento all’imponente età di novantaquattro anni. (oggi che sto scrivendo è un anno esatto, [6 maggio2014])
Scrissi diversi articoli sull’antilope Kobbler, vi dice nulla lo scandalo Lockneed? Trattava di aerei americani venduti alla nostra nazione a prezzi altissimi, del tutto fuori mercato. Il mistero su questo caso regna ancora fitto, nessuno sa chi fu il politico coinvolto, di certo l’allora Presidente della repubblica, Giovanni Leone, fu implicato e per questo motivo si dovette dimettere dall’alta carica istituzionale, risultò non essere lui il colpevole, ma per arrivare a ciò ci sono voluti circa vent’anni, così da essere riabilitato e scagionato dalle infamanti accuse di corruzione.
Un po’troppo tardi. Non pensate?
Ero redattore al Corriere quando al governo imperversavano i socialisti, ma non quelli veri, come i Giolitti,i Nenni, i Pertini, tanto per citarne alcuni: ma delle pacchiane controfigure, Intini, Craxi, De Michelis, Martelli etc, etc. Una banda di allegri bricconi, con enfasi smisurata riuscirono a farci credere che l’Italia era divenuta il paese delle meraviglie, nel frattempo che noi sudditi spensierati gozzovigliavamo loro razziavano di tutto e di più.
Nei primi anni novanta a fermare i garofani rossi, la balena bianca e non solo loro, arrivò il ciclone denominato mani pulite con i suoi implacabili eroi, Di Pietro, Colombo, D’Ambrosio, la Boccassini; Borrelli e altri paladini di giustizia, giudici di colpo scompagnati, dissolti nelle loro manie di crudele realtà.
Ci eravamo illusi di aver sconfitto la corruzione, il mal governo; invece il peggio doveva ancora arrivare.
Vent’anni di berlusconismo.
Le piazze piene di folla e le tante bandiere rosse sono rimaste soltanto un grande sogno. Defunto, spento, insieme all’uomo onesto e di valore di nome Enrico.
Mi esaltai nell’ottantadue in Spagna quando Zoff neutralizzò un poderoso colpo di testa di Falcao e un giovanotto dal fisico estremamente minuto, un tal Pablito Rossi, segnò tre gol. Italia brasile 3 a 2. Dopo aver sbrigato in semifinale la pratica Polonia, l’attesa finale con gli antagonisti di sempre, i famigerati crucchi. Come dimenticare l’urlo di liberazione di Tardelli dopo il secondo gol azzurro? Indelebile al termine della partita il telecronista Nando Martellini come un invasato urlava dal video: “Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo.”
Ricordo davvero tante storie, vere nefandezze, ma anche cose piacevoli.
Le tante notti insonni, le milioni di sigarette fumate e quando esausto crollavo sulla macchina da scrivere, un oggetto a me caro ora relegato agli archivi delle memorie.
Basta smetto di cianciare, rimembrare, Madonna quanto è antico questo termine, d’altronde lo è come lo sono io.
Ora vado da Fabrizio, il mio nipotino.
Ha un anno e mezzo, è bellissimo, vispo e felice ha tutte le ragioni per esserlo, è ancora puro e inconsapevole.
Non è sangue del mio sangue, carne della mia carne, ma questo è solo un dettaglio, lo adoro.
Vorrei ci fosse anche mio figlio, ma lui non è voluto o forse potuto venire. Vabbè fa niente, ovviamente non è vero, fa e come se fa, pazienza.
A loro vorrei spiegare molte cose, una su tutte, la dignità. Ragazzi la dignità è un concentrato di significati profondi, li si racchiude il vero valore di un uomo. Un bene prezioso, non barattatela per nulla al mondo, non vendetela per pochi spicci, un voto di favore e altre porcherie varie, non consentite a NESSUNO E DICO NESSUNO di farvela prendere, lottate per questo. La DIGNITA’ NON HA PREZZO.
Per ottenere tale obiettivo si deve percorrere la strada della onestà, della coerenza a volte remare controcorrente, questo significa sudore e devastante fatica e spesso può accadere di ritrovarsi con le ossa rotte, ma fa nulla.
Ciò consentirà di andare sempre con la testa alta e la coscienza pulita.
Non so se la mia lo è, comunque l’ho lavata diverse volte.
Non voglio erogare nessun sermone o tanto meno dare lezioni di moralità, non sono l’individuo adatto, voglio augurarmi che le nuove generazioni siano migliori di quelle passate e che tutti gli esseri umani, possano pensare un po’ meno a se stessi e di più al prossimo e vi assicuro non è assolutamente nocivo, anzi potrebbe anche fare bene.
Una notte d’estate del 2006, ancora una partita di calcio, ancora una finale mondiale. Italia Francia: rigori, un semi sconosciuto, un ragazzo, Fabio Grosso, tocca a lui… rincorsa… tiro… rete.
Il cielo è azzurro sopra a Berlino.
Questo fu l’urlò strappato quella notte dal telecronista Marco Civoli.
Io spero, non lo sia sopra solo a Berlino, ma su ognuno di noi.
Il cielo è azzurro.
Forza ragazzi, ce la possiamo ancora fare.
Come cantava il fantastico Giorgio Gaber
per Fortuna o purtroppo sono italiano
aggiungo, un essere umano che polvere era e polvere diverrà.

A Fabrizio e Bernardo
E a tutti quelli che non si arrendono, a chi vuole davvero migliorare, chi in qualche modo non si fa stereotipare e ogni tanto rompe gli schemi uscendone fuori.
Un grande in bocca al lupo a tutte le generazioni, in special modo a quelle future, ma il mio augurio non è riservato proprio a tutti… qualcuno non lo merita davvero.

Il PORTIERE – capitolo ultimo- “LA PARTITA”

Dietro ad un irrequieto Aubert, i ragazzi come piccoli indiani, rientrarono in fila dentro lo spogliatoio. Ero sommerso da fogli, schemi, tatticismi vari. Alzai il capo e chiesi al mio secondo come stavano; lui scosse la testa, tradussi: “Insomma, va così così, non troppo bene.” Alzandomi in piedi, autorevolmente espletai: -Ragazzi… Adesso tocca a voi, vi comunico la formazione, mettetevi seduti. Li guardai di nuovo in faccia, poi assegnai le maglie da titolare. Rispetto allo schieramento usuale avevo apportato una sola modifica; Cristiano Pedersoli, calciatore esperto e navigato, prendeva il posto di Gustavo Holbenazer, giovane e bravo, mi aveva gratificato molto; il rendimento era stato al di sopra dell’aspettative, un buon campionato il suo. Cristiano però in quel match, assicurava più garanzie in copertura. Un cenno di dissenso rugò il volto di Gustavo, prima che io parlassi, anticipandomi espresse:
-Professore non ci sono problemi, qualunque cosa tu decidi a me va bene, spero che oggi tutti i miei compangni siano all’altezza:
-Grazie Gustavo, so di confrontarmi con un ragazzo intelligente, non allentare la tensione, mantieni alta l’adrenalina, potresti entrare in campo prima di quando ti aspetti.-
Liquidai il concetto e ripassai velocemente lo schema da attuare, raccomandai loro di giocare come fosse la finale di coppa del mondo, sottolineando sempre solo di un gioco si trattava.
Formammo un cerchio, il solito rito scaramantico e sparammo al cielo tre poderosi urrà. Guardai Guido con un cenno gli posi la domanda; “come stai?”
Sorrise e alzo il pollice verso l’alto; “ok.”
Uscii fuori, un tarlo mi rodeva lo stomaco, qualcosa non andava, è vero l’importanza del momento, la posta in palio elevata, però conoscevo bene i miei ragazzi li avevo praticamente cresciuti; cosa stonava?
Al mio amico cosa era successo?
Era giunto il momento.
Il dottor Pircher, il presidente del club, con famiglia al seguito era ad attenderli all’ uscita del tunnel. Era gasato, entusiasta, strinse la mano a tutti i giocatori, elargendo a iosa complimenti e incoraggiamenti. Quando fu il turno di Bepi, gli urlò:
-Gigante mi raccomando… Spaccali!!!-
Il gigante per nulla convinto assentì con un cenno del capo.
Bertelli chiudeva la fila:
– Forza sei il numero uno… il portiere più forte io abbia visto giocare e oggi non sarà la tua ultima partita… Vero!?-
Guido imbarazzatissimo, con lo sguardo basso, assente. Limitò il suo dire:
– Non so, non so. Comunque grazie presidente… vedremo, adesso penso solo alla giornata di oggi:-
-Perché non fai il capitano?-
-Lo fa Peter, ci tiene, lui è di qui
– Bel gesto, sei un grande… Un esempio per questi giovani; bravo.-
Bertelli arrossì in viso e starnutì un risicato grazie
-Il buon Pircher lo abbraccio ancora; nutriva una stima infinita nei suoi confronti.
Il piccolo stadio era pieno come mai lo era stato, un vulcano, eruttava calore e fragore, un colpo d’occhio fantastico. Tanti i tifosi presenti, compresa una nutrita schiera di quelli ospiti, tutti rumorosi, spontanei e colorati. i nostri campanacci tradizionali scandivano la gioia; coriandoli volteggiarono in aria, tutto era spettacolo.
I miei collaboratori ed io ci sedemmo in panchina, aspettavamo solo il calcio d’inizio.
Mi volsi verso la tribuna centrale, tra le tante facce note né focalizzai quattro del tutto ignote per nulla rassicuranti, figure losche.
Interpellai Enrico e gli chiesi:
-Chi sono quei quattro seduti al centro, sotto la famiglia del presidente? Osservatori di altre squadre?:-
-No, non credo; di osservatori e dirigenti ce ne sono molti, quelli non l’ho mai conosciuti, a me sembrano più degli avanzi di galera.-
Scossi la testa, il caos ci regnava dentro, somigliava più ad una stazione, i pensieri come treni andavano e venivano.
L’arbitro fischiò l’inizio delle ostilità; finalmente la partita.
Il Trento come previsto prese in mano il gioco, affondava cercando di rendersi subito pericoloso; in realtà non cumulò grandi occasioni da goal.
Dopo un quarto d’ora di sofferenza, una nostra iniziativa. Peter rubò palla ad un avversario, la lancio lungo in avanti, millimetricamente cadde sui piedi di Bepi, molto goffamente la controllò e come svuotato tonfò a terra moscio come un mozzarella. Irriconoscibile.
Incazzato chiesi ad Aubert, cosa avesse quel ragazzo; come al solito rispose a gesti scrollando le spalle.
Ancora il Trento all’attacco; un tiro del loro centravanti si stampò sul palo, era una palla debole, Guido rimase pietrificato al centro della porta, non accennò il minino movimento. Pensai “Mah!cazzo sta succendo.”
Ero spesso in piedi davanti alla panchina. Gesticolavo, li spronavo, nessun effetto, parevano allucinati, per fortuna non tutti, qualcuno si dava da fare. Anche Giulio di Francesco, il terzino, fino a quel giorno un pilastro difensivo, era inchiodato, legnoso, per farla breve vergognoso.
Ringraziando Dio, il primo tempo finì dando respiro all’agonia, lo zero a zero volgeva ancora a nostro favore.
Mi fiondai nello spogliatoio come una furia, inscenai un teatrino da paura. Ero imbestialito, me la presi con tutti; anche con delle incolpevoli seggiole, come un pazzo le presi a calci. Ai giocatori ne dissi di tutti i colori, fino ad offenderli pesantemente. Risultato nessuno aprì bocca, delle stallatiti.
In realtà non ero arrabbiato con l’intera squadra, in qualche modo li dovevo scuotere da quel malefico torpore.
Sapevo cosa fare; prima di rientrare in campo, chiamai in disparte Bepi, Di Francesco e Guido. Volevo… non so cosa volevo… Mi limitai nel dire:
– Ragazzi… Tutti state giocando male, oltremodo voi tre, state facendo schifo, pietà e compassione, siete ridicoli, da voi non me lo sarei mai aspettato, soprattutto da te.- Così dicendo puntai l’indice verso Guido.
I tre come se nessuno avesse parlato, si voltarono ed entrarono in campo.
Rimasi preda di uno sconcerto assoluto.
Anche io stavo facendo il mio ingresso in campo, quando di colpo mi sentii strattonare ad un braccio, sobbalzai. Era Enrico, rosso in volto, agitatissimo ansimava come un locomotore:
-Ascolta Falco, mi sono informato quei quattro in tribuna sono di Napoli, quasi sicuramente camorristi; ho telefonato ad un mio amico, lavora a Roma, al ministero degli interni, mi ha riferito che questa partita “puzza”; c’è stato un gran movimento di soldi, troppe scommesse e tutte a favore della vittoria del Trento.
“Va fanculo sti bastardi.” Questo fu il primo pensiero rivolto ai miei giocatori, mi sentivo tradito, pugnalato alle spalle.
Sugli spalti era ancora festa, dentro di me infuriava la tempesta.
Il secondo tempo iniziò, presi subite le contromisure, scelte obbligate, la prima fu quella di sostituire Di Francesco, lo svogliato terzino, a vederlo giocare in quel modo mi veniva il voltastomaco, non lo reggevo. Nonostante modificai alcuni accorgimenti tattici, al ventesimo del secondo tempo, tutte le paure presero corpo in una palla debole che ribattuta in mischia, sfiorò i piedi di Guido, anche stavolta non si mossero, inchiodati come quadri al muro. Goal… Uno a zero per il Trento. I nostri tifosi rumoreggiarono delusi, superato lo shock, subito ripresero ad incitare la squadra, il loro affetto per quei ragazzi era straordinario.
Uno sguardo d’intesa con Aubert, presi coraggio, chiamai il neanche diciottenne Andrea Tognolon, una ruspa, un fisico tozzo e potente, un orafo con i piedi, quando toccava la palla creava gioielli:
-Andrea… Adesso tocca a te, entri e ti piazzi al centro dell’attacco, cerca di fare del tuo meglio, puoi farcela, abbi fiducia, sei bravo.-
Il ragazzo in quel campionato aveva giocato solo pochi scampoli di partita; ero consapevole di cosa stavo facendo, farlo entrare in una partita così importante era un rischio, azzardai comunque. Andrea mi guardò come un bambino guarda un giocattolo nuovo, stupito, e con un groppo in gola disse:
– Grazie Professore, grazie, non la deluderò.
Richiamai Bepi in panchina, quando mi fu dinanzi a testa bassa con gli occhi chiusi disse:
– Scusami, scusami, oggi non so cosa mi sia successo; sono un asino, un cretino. Lacrime e sudore si confusero sul suo volto stralunato. Ero molto arrabbiato con lui, provai solo tristezza:
-Va bene Bepi, domani sarà un altro giorno, ora riposati, non inveii e non lo mortificai, lo era già abbastanza di suo.
Al peggio non c’è mai fine.
Dalla destra un cross innocuo, Guido quella palla l’avrebbe presa a due anni dal seggiolone, invece quel giorno gli sguscio dalle mani, come un lombrico fa alla vista dell’amo, si depose assassina in fondo alla rete. Due a zero, era proprio finita, poco il tempo a disposizione per recuperare, si giocava in un clima surreale si udiva solo il chiasso dei tifosi trentini, i nostri erano muti come pesci. Il sogno era svanito per tutti, non per Tognolon a solo cinque minuti dal termine, con un capolavoro di rara qualità balistica sfoderò un tiro da trenta metri, un missile terra aria, la palla accarezzò la traversa andandosi ad infilare sotto l’incrocio. GOAL. Giochi riaperti, la fiammella della speranza riaccesa.
Il Trento reagì attaccando, i minuti passavano inesorabili, Bertelli si ricordò di essere un portiere e compì un vero e proprio miracolo, scacciando fuori una palla che sembrava essere già dentro. Il nostro atteggiamento era cambiato, troppo tardi, oramai c’era poco da fare, il tempo era praticamente scaduto. L’ultima occasione, Corner, Guglielmo lo batte teso e forte, tutti i miei ragazzi catapultati nell’aria avversaria. Una mischia furibonda, un caos, un miraggio, vidi le rete gonfiarsi come una mongolfiera la palla era dentro… GOAl, GOAL. Era il pareggio, la sofferta promozione, ce l’avevamo fatta; da quel intrigo di maglie, nervi tesi e sudore sbucò un uomo. Braccia alzate, un sorriso grande come il mondo, correva felice; Guido Bertelli aveva siglato il goal della promozione. Abbracciandomi esagitato disse:
-Falco, Falco; non ce l’ho fatta, non potevo tradirti, tradirli, non oggi…. cazzo no, proprio no. Per favore sostituiscimi.-
Senza capire, tacito obbedii.
Si diresse a centrocampo, alzò un braccio, un breve salutò a quella che era stata la sua vita e in un scrosciare d’applausi si eclissò nel tunnel.
Il triplice fischio dell’arbitro arrivò immediato sancendo la fine della partita.
Fu la Festa, cori e tripudi alloggiarono nelle vie del paese per tutta la notte.
Cercai Guido, sparito nessuno l’aveva visto, come evaporato.
Solo giorni dopo, seppi da sua figlia che stava bene e presto si sarebbe fatto sentire.
“Finalmente!” Ero stato molto in ansia per lui.
In quel periodo nel paese si respirava uno strano clima, l’euforia frizzava nell’aria, la felicità si era impadronita della valle, la gente era contenta.
Come spesso accade c’è sempre un rovescio della medaglia.
Dopo pochi giorni dallo storico evento, il paese si popolò di forestieri, facce torve, pericolose figure. Facevano mille domande, cercavano, stazionavano nei bar, barbari provocatori. Una sera, nella piazza centrale, alcuni giovani locali ebbero a discutere con questi loschi personaggi, finì quasi in rissa, intervennero i carabinieri. Disdicevoli voci si susseguirono; partite vendute, patti non rispettati, mafia, camorra. Chi più ne ha, più ne metta.
Il popolo della valle è arguto ma mai sofisticato… Mai.
Qualcuno arrischio nel dire di Guido, fosse stato rapito, addirittura c’era chi sosteneva fosse morto ammazzato.
Io sapevo inconfutabilmente nulla era vero, nonostante ciò l’inquietudine mi fomentava l’anima, la gioia della vittoria appannata da questo chiacchiericcio velenoso.
I giorni seguirono il loro corso instancabili uno dopo l’altro macinando memoria, è assodato il tempo è il miglior rimedio per tutti i mali.
La bella stagione bussava alle porte, iniziarono ad arrivare i villeggianti, non c’era più ragione di pensare al calcio e alle losche storie; c’era solo da lavorare.
Pian piano tutto rientrò nella normalità, la valle piombò nuovamente nella sua placida quiete.
Ora nelle sere d’inverno, sotto le luci fioche delle osterie, davanti a bicchieri di vino e di grappa, piace raccontare leggende, così tanto per incantare il tempo.
Una narrà di due italiani; un portiere quasi cinquantenne e un allenatore di calcio appassionato di schemi e matematica, in Perù hanno vinto uno scudetto, campioni nazionali. Si proprio in Perù; un paese molto lontano da qua, pieno di belle montagne, quasi come le nostre.
Mah! Neanche la notte di Natale.
Tu Guido ci credi alle leggende?
Iooo!!!? No, anche se a essere sinceri… sai; qualche volta si, ci credo.
Comunque le montagne…Non c’è paragone, le nostre son più belle:-
-Si è vero, decisamente più belle.-

Il PORTIERE primo capitolo -Guido-

Salutai gli amici, infilai un panino nello sdrucito borsone, mi diressi allo stadio, un piccolo gioiello intarsiato nella splendida cornice dolomitica. Era una giornata importante per me e per una comunità intera. In questi luoghi dove il canto della natura risuona potente, tutto ha la giusta misura, non ci sono eccessi, enfasi spropositate, poche parole molta sostanza, noi montanari siamo cosi. Nel piazzale camioncini con le bibite, panini con la porchetta, salumi; quel giorno anche i gadget: Sciarpe e maglie da calcio, perfino la banda. Tutto era pronto, preparato nella massima discrezione, movenze ovattate, euforia in punta di piedi. Finale play off; in gioco la prima divisione, traguardo inaspettato fino a qualche mese prima per un paesotto di solo tremila anime. Il blasonato Trento era l’avversario, un pareggio per via dei risultati fin li conseguiti, a noi sarebbe bastato per salire di categoria, l’agognata promozione. La festa.
La compagine trentina meritava rispetto, noi non eravamo altro che un manipolo di ragazzotti, quasi tutti del luogo, un’allegra brigata; dei puri senza grilli per la testa, il calcio inteso solo come divertimento. Quella era una giornata speciale, tutti ci tenevano. Molti all’inizio del campionato ci davano per spacciati, senza alcuna speranza, di sicuro retrocessi, abbiamo stravolto con un impegno pazzesco tutti i pronostici. Bussai alla carraia, la voce del vecchio Felice stona un rauco: – Chi è?-
-Sono io, Falco.-
Qualche tifoso, tutti amici, mi salutavano con rassicuranti pacche sulle spalle, di riflesso sorridevo, bofinchiando qualche timido grazie.
Erano già le tredici, mancavano due ore all’inizio dell’incontro. Il bus con la squadra avversaria sfilò imponente davanti a me, prima che la pesante porta d’acciaio si chiudesse, entrai anch’io. Nel tunnel incontrai Enrico, il nostro direttore sportivo, ansioso e affaccendato, non stava nella pelle, sorrise poi a raffica mi pose tremila quesiti, spiegò alcuni concetti alquanto contorti, prima che gli potessi rispondere era già sparito. Beata gioventù pensai.
Nel corridoio più mi avvicinavo allo spogliatoio più avvertivo qualcosa di sgradevole, nessun rumore, troppo silenzio, percepivo solo una malefica ansia, strano, sapevo tutti fossero dentro. Aprii la porta, li vidi lì mummificati, tesi come funi metalliche:
– Ciao professore-
Salutarono all’unisono, la mia presenza sembrò averli sollevati un tanto da quello stato depressivo di cui erano impregnati. Sono il loro allenatore, mi chiamano cosi perchè ho insegnato matematica fino a due anni fa alle scuole medie, ora sono in pensione,da quel giorno mi sono dedicato anima e corpo a questa mia viscerale passione, il calcio.
Ho condotto dal nulla senza rendermene neanche conto questa squadra di giovani briganti fino alle porte del calcio che conta, il semiprofessionismo. Non proferii parola limitandomi ad osservarli uno a uno, poi impostai il tono di voce più rassicurante del mio repertorio:
– Ragazzi… Questo non è un funerale è solo una partita di football deve essere una festa,anche se oggi andrà male sarà comunque un successo. Siamo forti e oggi vinceremo con una facilità sconcertante. Altro che palle-
MI avvicinai a Bepi, il centravanti, un ragazzone di vent’anni e venti goal. Molti club di categoria superiore ce lo invidiavano, avevamo ricevuto parecchie proposte, una addirittura da un team di serie A. Perforai il suo sguardo, non vedevo chiaro, qualcosa non quadrava in lui, l’incoraggiai:
– Forza… oggi ne fai due, cerca di essere sereno, la loro difesa non è insuperabile, anzi se presa in velocità è un colabrodo. Poi rivolto a tutti gli altri dissi:
– Adesso andate a scaldarvi. Ad Aubert, il mio secondo nonché amico di sempre gli sussurrai:
– Falli scaldare bene, però non esagerare, esercizi leggeri, bada a farli rilassare raccontagli barzellette, falli ridere, sono troppo tesi, non devono essere preoccupati, non ce nè motivo, poi alle quattordici riportameli qui.-
In quel preciso istante ebbi la sensazione che in quel quadro mancava qualcosa o meglio qualcuno.
Guido dov’è? Dov’è Guido? Ripetei con un tono di voce insolitamente alto. “Era qui fino a pochi minuti fa, ora non lo sappiamo.” Questa fu la risposta della maggioranza. Mi rivolsi ad Aubert:
-Tu non l’hai visto? Scrollando le spalle rispose:- Era qui… non capisco dove possa essersi ficcato…forse in bagno?-
Guido Bertelli era il portiere. Una storia particolare la sua; quarantaquattro anni, un esempio di longevità sportiva da paura, fisico integro.
Condividevo molto del mio tempo insieme a lui, andavamo spesso a pesca, a caccia, a funghi; serate interminabili in osteria davanti a un buon bicchiere di vino ingannavamo il tempo giocando a scopone, a parlare di calcio e non solo, svariavamo dalla letteratura alla politica passando per le donne. Non essendo sposati di tempo ne avevamo a bizzeffe, di conseguenza non avevamo né mogli né figli ad aspettarci. Per meglio dire lui lo era stato aveva due figli; Giorgia vent’anni e Federico diciotto, calciatore, centrocampista, giovane promessa del vivaio della Lazio; vivevano a Roma con la madre. Guido era separato da diversi anni e i suoi figli li vedeva poco; La ragazza la sentiva spesso al telefono, Federico quasi mai, era arrabbiato con il padre, pensava non nutrisse interesse per lui, questo non era vero, io lo sapevo di certo; Guido non essendo un espansivo era avaro di parole, figuriamoci di complimenti, la cosa più pesante da digerire per il ragazzo che il padre avesse visto solo una delle sue partite. Con l’ex moglie aveva rapporti disastrosi; non voleva mai affrontare l’argomento, glissava sempre con un laconico: “Di quella schifosa non ne voglio sentire parlare.” D’altronde quando rientri a casa in anticipo rispetto all’orario previsto e trovi tua moglie sul tuo letto mentre si fa scopare da un “negro” per giunta tuo compagno di squadra, c’è poco da dire. Guido cadde in una forte depressione non se l’aspettava, il suo rapporto coniugale non aveva mai mostrato crepe evidenti. Anche lui aveva iniziato la sua carriera nelle giovanili della Lazio, era un giovane portiere molto promettente, nonostante non avesse un fisico propriamente adatto per ricoprire quel ruolo, l’altezza era il suo limite, solo un metro e settantadue centimetri, praticamente un nano rispetto ai suoi colleghi. Aveva esordito giovanissimo in serie A ventun’anni, il “tempio del calcio,” San Siro. -Milan-Lazio- quel giorno la Lazio perse quattro a zero, per Guido fu un esperienza sfortunata, anche se non aveva particolari colpe sulle reti subite quell’incontro gli rallentò la carriera. L’anno successivo fu ceduto ad una squadra di serie C da li partì in breve sfoderando partita dopo partita eccellenti prestazioni, si ricostrui un futuro, fino a tornare in seria A col Parma. Purtroppo anche quel periodo felice s’interruppe, causa un grave infortunio. Due anni lontano dai campi di calcio, un eternità; la sua costanza, la voglia di non arrendersi, la serietà umana e professionale lo fecero tornare in campo, aveva ventotto anni. Solita trafila, C poi la Serie cadetta, quest’volta non ce la fece a riapprodare nella massima serie. Guido era comunque soddisfatto, finchè non arrivò quel maledetto pugno allo stomaco, il tradimento, la separazione dalla sua famiglia. Lo conobbi sei anni fa quando la sua squadra era in ritiro nel nostro paese, militava in serie B. Aveva trentotto anni faceva il terzo portiere, l’età non giocava certo dalla sua, in più era molto depresso. La società cui apparteneva non gli aveva rescisso il contratto, l’avevano tenuto al minimo consentito, comunque non lasciato in balia di un destino plumbeo. Io ebbi modo di conoscerlo, di parlarci, apprezzai subito la dignità, la sua integrità morale. All’epoca noi eravamo nei dilettanti nella serie definita promozione, avevamo bisogno di un portiere e soprattutto qualcuno che mi desse una mano, un competente amante del calcio, individuai nel Bertelli la persona giusta. Convinsi il mio presidente a proporgli un contratto, per ventimila euro all’anno Guido accettò. Divenne il nostro portiere e mio stretto collaboratore. In breve tempo si rigenerò, vederlo mentre allenava i ragazzini era divertimento allo stato puro, gli era tornato l’entusiasmo e anche la sua bocca si era riappropriata di ciò mancava da tempo, il sorriso. I nostri rapporti s’intensificavano giorno dopo giorno così da diventare grandi amici. Lui, Aubert ed io siamo gli artefici di quella oramai storica cavalcata trionfale; trasformare dei semplici ragazzi di montagna in campioni, regalargli dei sogni.
Il problrma era che Guido non si trovava, il giorno della finale il nostro portiere sembrava scomparso nel vento. Nel bagno non c’era, lo cercai nelle varie stanze dell’impianto sportivo, niente, alla fine da dietro la porta di un ripostiglio sentii una voce, non ci pensai due volte, con foga l’aprii, era al telefono, convulso, nervoso. Captai solo il finale di un discorso: -State tranquilli, tutto andrà per il verso giusto, ho parlato con chi dovevo parlare…- Vedendomi s’interruppe bruscamente diventando rigido nei lineamenti, frenetico troncò il colloquio telefonico con un secco “ciao, ora devo andare, ti saluto.”
Rivolgendosi a me; disse imbarazzato:
– Falco cosa ci fai qui?-
Mostrando naturalezza dissi:
-Niente ti cercavo; oggi abbiamo una partita da disputare… Lo sai?-
-Si, sì, certo, scusami sai i figli?-
-Chi era Giorgia?- Chiesi
-Si, sì, era lei. Mi stava raccontando di certi problemi con la madre… Quella troia.-
-Va bene!Spero niente di grave.-
Feci finta di credergli, non mi aveva convinto affatto, lo conoscevo troppo bene, non mi stava raccontando la verità. Prima di uscire all’aperto lo incalzai:- Guido sicuro va tutto bene? Era veramente Giorgia?-
Tirato come un pelle di tamburo sudando rispose:
-Si Prof. Va tutto bene, stai tranquillo, ascolta… solo una cosa, oggi il capitano non lo faccio, lo farà Peter, lui è del paese ci tiene ed è giusto così.-
Provai a contraddirlo :
-Quella fascia è tua, il capitano sei tu.-
-No, non oggi.-
Iniziò a correre lo vidi allontanarsi inghiottito dai riflessi del verde brillante del prato e i raggi di un sole forse troppo lucente. Rimasi impalato, corroso da mille dubbi, attimo dopo attimo divenivano sempre più consistenti. Qualcosa non andava in lui, cos’era!? Cosa mi sfuggiva? Un presentimento mi divorò l’anima, il mio amico era nei guai, ignoravo il motivo, comunque ne ero certo. Guido Bertelli era nei guai.
Grossi guai.

“figlio del verbo correre”

Allungò lo sguardo verso est dove il mare schiumava cheto. Inermi i chiarori del giorno   chiedevano diritto di spazio alla notte che svaniva lenta. La sagoma slanciata di Hassan poco alla volta acquisiva identità. Guardò i suoi piedi nudi, protese il lungo collo dando così forma all’ombra come fosse un clamoroso punto esclamativo. Scrutò a sud e in quella direzione sulla soffice sabbia iniziò a correre. Neutro nei pensieri, la mente sgombra, un solo obbiettivo; correre, solo quello doveva fare. Inizialmente piano senza strappi, una corsa lieve, le gambe dapprima tese e ancora addormentate dopo pochi minuti di acerbo riscaldamento presero a roteare veloci. Hassan correva svelto, agile, scavalcando il riflusso del mare che in un brio spumoso si adagiava lento a riva. Il color ebano della sua pelle iniziava a configurarsi deciso nel buio oramai sbiadito. Lo smalto dei denti come oro bianco risaltava netto nella timida alba, la sua ombra costantemente si dissolveva disintegrandosi. Dal fondo dell’ orizzonte i toni di luce s’ impostavano in rapida sequenza imprimendo espressione all’azzurro sbiadito del mare per poi miscelarsi in gialli pallidi, arancio, rossi sfumati, infine fiammanti. Il paesaggio sottostava a frequenti cambi scenografici, estasianti. Hassan continuava nella sua corsa, sempre più veloce, la fatica non traspariva in lui, le movenze di gazzella donavano eleganza all’andatura. Il manto morbido della sabbia si tramutò in ghiaia brecciosa, fastidiosa da sopportare, ma non per i suoi  piedi, abituati a superfici peggiori: ispide, arse, taglienti. Il suo habitat, il deserto. Non accusava dolore, il suo incedere era costante, rapido. La notte giunse al capolinea, il nuovo giorno era nato. Come un giovane puledro galoppava tagliando come lama affilata l’impudente brezza. Non si concedeva né soste né mete; correva e basta, figlio del verbo correre. Hassan lo faceva fin da bambino nella sua Africa in Costa d’ Avorio, quando nelle radure della savana portava al pascolo capre e pecore. Il suo compito, affidatogli dal padre era quello di badare al gregge e di preservarlo dai continui attacchi degli implacabili predatori, animali arroganti e affamati. Era bravo a captare il pericolo in tempo, così correndo lesto sfuggiva conducendo se stesso e il bestiame al riparo. Hassan correva quando doveva prendere l’autobus che lo portava a scuola contro il volere della sua famiglia. Non doveva sapere, non istruirsi. Corse quando suo padre nella desolata savana, accusò un malore  accasciandosi esanime al suolo. Riuscì a salvargli la vita arrivando in tempo per chiedere soccorso. Corse quando dovette sfuggire alla ferocia dei miliziani, avendolo individuato come un capo popolo rivoltoso, istigatore di folle, ribelle contro il potente presidente di quello stato. Ancora corse quando gli dissero che una delle sue sorelle era stata seviziata, violentata in tutte le sue vergini intimità da uomini bastardi al soldo del regime. Hassan corse quando fuggì malconcio, zoppicante dalle prigioni di stato dove era stato rinchiuso per motivi politici. Nuotò senza sosta, stremato fino allo spasmo in acque blu petrolio a lui sconosciute. Di nuovo corse in quelle coste chimera di una nazione chiamata Italia, inseguito da uomini vestiti di grigio, braccato dai loro cani. Il ragazzo, che correva  divenne verbo della parola correre. Adesso corre. Non più su una sperduta spiaggia, ma nel mezzo di un sogno oggi trasformato in realtà. Il Big Ben è uno splendido sfondo, il giovane dalla pelle color ebano, scalzo corre, come il suo conterraneo Abebe Bikila lo fece nella maratona alle olimpiadi di Roma vincendola nel 1960. Hassan vola tra due ali di folla plaudente, commossa;  festosa lo saluta incitandolo diritto all’arrivo, incoronandolo alla libertà, alle sue rivalse, soprattutto quelle di tutto un popolo: povero, bistrattato, deriso, sfruttato per secoli. Elegante, agile come un puma taglia l’ agognato traguardo. Un mega display illumina il suo volto sorridente, il suo nome riluce fosforescente : HASSAN – EL –  MAGHEBRI’- Costa D’ Avorio –  2h, 19, 07. – 16° assoluto   OLYMPIC –  MARATHON – LONDON –  2012.

HASSAN   NON HA VINTO.

Non è salito sul podio. Non ha nessuna importanza.  Lui ha vinto comunque, per se, per il suo popolo: contro l’ intolleranza, i soprusi, i torti subiti, i dittatori sanguinari, i malvagi ingordi e sfruttatori, per i deboli, gli indifesi, l’ integrazione. Sì, lui ha vinto davvero.

HA VINTO PER LA VITA .                                         ABEBE BIKILA OLIMPIADI DI ROMA 1960

A Pasquale Carotenuto emigrante. Imbarco Palermo 20 ottobre del 1932 Sbarco New York 12 maggio del 1933.

Per chi si dimentica.

ITALIA – germania 5 – 3 primo episodio l’ incontro

Era il 17 giugno del lontano 1970. Io in sella alla vecchia bicicletta nera, rubata al nonno, cingolante pedalavo. Strade deserte, silenzio mistico, panni stesi alle finestre mescolati tra tanti tricolori, bandiere italiane sventolanti.  Sì, quel giorno veniva data in televisione la tanto attesa semifinale dei campionati mondiali di calcio messicani. La poi definita partita del secolo, ITALIA – GERMANIA. L’ incontro non rappresentava solo una sfida calcistica, ma molto di più. Una rivalsa verso il nostro emigrare in quel paese straniero, le umiliazioni subite, le disfatte e le miserie di una guerra ancora non troppo remota da dimenticare, dove le ferite segnavano ancora le memorie di chi l’ aveva vissuta. Per farla breve, non era solo una partita di calcio ma una sorta di rinvincita generale, generazionale, un evento comunque storico. Mancava ancora un’ ora all’ inzio  dell’ incontro calcistico ma, come già detto, nelle strade poca gente. D’ un tratto sento strombazzare alle spalle: era il mio amico Nino con il suo 850 Fiat  ricoperto da poster che ritraevano la nostra nazionale. Mi urla -dai, ancora qui? ci vediamo al bar! e poi aggiunge – gli facciamo un culo così stasera a ‘sti crucchi del cazzo! Strombazza di nuovo il clcson e fugge via alzando una nuvola di bianca polvere. Era una serata calda, non afosa, un  buon clima. Ventuno anni i miei, una vita da improvvisare. Un padre emigrato in quel paese straniero da cui l’unica notizia che arrivava erano le centomila lire che riceveva mia madre tutti i mesi e che dovevano bastare a campare lei con noi 4 figli. Altre notizie di lui non ne avevamo; sembrava si fosse rifatto una famiglia lì nel freddo della triste e lontana Germania. Io non ci ero mai stato in quel paese. Mi ci recai anni dopo, a far visita a mio padre malato e morente, scoprendo di avere una sorella, Brida e un fratello, Carl. Cioè si chiama come me perchè io mi chiamo Carlo e lui Carl. Ma che fantasia! Ma che strano modo di vedere la vita aveva mio padre, oggi defunto. Lasciare un Carlo per un Carl…mah!!! Vacci a capire qualcosa…ma questa è un’altra storia. Mentre pedalavo tranquillo verso il bar dove mi dovevo incontrare con i miei amici per assistere in tv all’ agognata sfida, mi trovai a passare in una delle tante viuzze del mio paese. Davanti all’uscio di una casa c’era Olga, una bellissima donna, neanche a farla a posta di origine teutonical’ unica nella zona . Era lì impalata nella sua statuarietà: bionda, altissima, due occhi da cerbiatta, un viso rotondo come il mondo che si aprì istantaneo ad un sorriso accompagnato da un ciao. Io proseguii pensando che il ciao non fosse rivolto a me, ma riflettendoci, ero solo in strada e tornai indietro di qualche  metro. Mantenendomi a debita distanza le dissi -Buona sera signora, ha bisogno di qualcosa? -No, ti ho solo salutato. Che fai tu, non guardi la partita?- disse con l’inequivocabile accento germanico. Io risposi -Sì,  e come no, sto andando al bar a vederla insieme ai miei amici-  -Ah si? Ma hai mangiato? Pensavo che tu potessi vedere la partita con me, mi sento molto sola e magari ti faccio anche due spaghetti. Sono divenuta brava con la cucina italiana sai. E aggiunse un malizioso “mio marito non c’è  è tornato in Germania per i suoi affari”. Il marito, pensai, quello stronzo, quel tedesco del cavolo l’ unico emigrante al contrario. Ricco e tirchio, commerciava il pesce ‘sto cretino. Hanz cosi’ si chiamava il becero coniuge della tedesca, era  conosciuto negli ambienti del porto per essere  molto abile nel trattare i suoi affari, rigido e implacabile un vero e proprio sfruttatore. Non era simpatico a nessuno, neanche a me, – per un semplice motivo. Quando mi chiamava per fargli delle commisioni mi ricompensava con “quattro lire” detto semplicemente elargiva in cambio dei miei favori  una vera miseria.Non pago del suo ignobile fare  inesorabile con la sua gracchiante voce, – ironicamente  diceva – mi raccomando non te li spendere tutti insieme, condendo la frase con un’ inopportuna stridula, odiosa risata.Mi stava proprio antipatico il crucco, non lo sopportavo per nulla .Olga sempre ferma davanti alla sua porta  nel sorridermi disse; allora che fai ? bar o spaghetti, qui a casa mia decidi. Rimasi perplesso un pò sorpreso da questo inaspettato invito che per quanto fosse allietante,  di fatto scompaginava tutti i miei programmi fatti per quella serata. Come folgorato decisi. Appoggiai la bicicletta al muro e timoroso dissi, –  spaghetti qui da te,  aggiungendo un timido- ma la partita la vediamo. Olga, rise di cuore rispondendo- certo che la vediamo stai tranquillo, non ti mangio mica.  Cosi entrammo nella sua abitazione .

 

Questo racconto è il  mio modo un pò diverso scansonato per fare gli auguri a questa nazione.Per ricordare tempi di altra fattura, altro vivere. Dove consapevolmente si sapeva che il giorno che veniva appresso, era sicuramente migliore di quello trascorso un Italia in crescita dove ci si accontentava del poco, dove il sorriso regnava nei cuori delle persone dove non si conosceva il significato della parola stress. Oggi purtroppo non è cosi,  speriamo che la situazione fosca, tinta di grigio torni lentamente a migliorare, facendo ritrovare il sorriso al  popolo, oggi stanco e demoralizzato…………………AUGURI ITALIA.

l’ uomo dai calzini rossi

era il 16 giugno del 1973 quando in quel di Como una squadra e una città intera impazzivano di gioia festeggiando la loro prima eccezionale promozione in serie A. Un uomo in camicia con le maniche rimboccate correva come un forsennato  verso il  centro del rettangolo verde,una volta li alzo le braccia al cielo e pianse, quell’ uomo era Costantino Rozzi presidentissimo dell’ ascoli calcio 1898. Una piccola città della provincia marchigiana conquistava la sua prima storica promozione nella massima serie del campionato italiano di calcio- il gioco più bello del mondo. Ascoli piceno neanche 55 mila abitanti si guadagnava con prepotenza la ribalta nazionale, la tranquilla cittadina fino allora sconosciuta ai più conquistò la scena nazionale , i  giornali e i media  iniziarono a parlarne di frequente.L’ ascoli calcio fino allora relegata nelle categorie inferiori ora brillava come una stella grazie a i suoi protagonisti: tutti i  calciatori nè vado a citare alcuni: il mitico faina ,faccia da gol Renato Campanini consumato e scaltro bomber, il regista di centrocampo Steno Gola, Viviani Mario, detto bruschetta, poi Colombini, Minugutti, bertarelli, il portiere Grassi, e via via gli altri.Su tutti primeggiarono i veri artefici di quella trionfale impresa Carlo Mazzone, giovane e sorprendende tecnico Romano e il presidente Costantino Rozzi.  Per una città non abituata al clamore della notorietà fu un  evento storico una manna dal cielo una vera e propria novità. In Ascoli si respirava calcio da tutti i pori e  in tutti i luoghi. Non si parlava di altro, ricordo le resse dentro i bar per vedere 90° minuto trasmissione sportiva, in onda sulla rai uno la domenica pomeriggio. Molti ascolani fino allora profani di questo sport iniziarono a conoscerlo appassionandosi in maniera viscerale,  credendo che bastasse andare allo stadio una sola volta per divenire provetti tecnici  . Miracoli della celebrità. Gli autori di quelle gesta furono mitizzati e trattati da eroi. Si era come già detto nei primi anni 70;  l’ italia si  rimetteva in moto dopo un periodo di fermo dovuto alla crisi industriale che attanaglio la fine degli anni 60,  avviandosi proiettata  in un futuro che appariva prospero e luminoso.  Il calcio entro nell quotidiano degli italiani divenendo un fenomeno sociale  di rilievo. Era un calcio  artigianale, casareccio,  senza tanti fronzoli-  pane e salame, lontano mille miglia dallo  show busines e dalle pay tv di oggi. Tutto  era naif, rurale, genuino, come lo era Costantino Rozzi,personaggio di grande spessore morale e umano, maestro nell’ accattivarsi simpatie e attenzioni. Ironico, perspicace, rapido, intelligente, guascone al momento giusto  nel modo di porsi anche nelle situazioni più diffficili. Si esprimeva senza peli sulla lingua affermando delle sacrosante verità a volte  scomode da ascoltare. Costantino divenne famoso per via delle sue tante apparizioni televisive, celebri quelle al processo del lunedi una delle prime trasmissioni t.v. di calcio parlato, condotta dall’ istrionico Aldo Biscardi, divenuto poi suo grande amico ed estimatore.Rozzi si presentava in trasmissione con la sua immancabile confezione di lupini che divorava regolarmente in diretta televisiva senza nessuna vergogna o remore gettando per terra le bucce del legume. Apprezzato per la sua schiettezza e l’ acume che esprimeva dialogando spesso in dialetto senza  nessun timore reverenziale del suo interlocutore chiunque lui fosse.  Rozzi imprenditore, propietario di una importante impresa edile stradale, che all’ epoca contava più di mille dipendenti. Padre amorevole attaccato alla sua famiglia; buon marito,  adorava sua moglie.Quando arrivava la domenica pomeriggio nulla contava più, c’ era soltanto il calcio e soprattutto il suo ascoli, la sua creatura che definiva orgogliosamente un altra figlia . Puntuale si  presentava in panchina arrivando quasi sempre di corsa facendo ampi gesti con le mani,  sbracciandosi salutava i tifosi che lo veneravano  come un Dio. Puntali spiccavano sotto i suoi pantaloni i poi divenuti famosi  calzini rossi,  i suoi porta fortuna.I pedalini quando giocava l’ ascoli  non potevano mancare essendo lui molto superstizioso. Famose anche le sue gestualità e suoi contorsionismi isterici che esibiva quando assisteva alle partite della  squadra del cuore, cosi come lo erano i  litigi con  arbitri e guardalinee. Personaggio vulcanico straripante   da un risvolto umano  non comune .Generosamente sempre in prima linea nel calcio e nel lavoro i suoi collaboratori lo stimavano l’ apprezzavano proprio per queste sue qualità volendogli un gran bene . Costantino “uno di noi” cantavano i ragazzi della curva sud, tempio della tifoseria ascolana- cosi dicevano i suoi operai  quando lo vedevano arrivare in visita presso i cantieri,volentieri  mangiava con loro in mensa dialogando,  ascoltando i loro problemi e le  esigenze lavorative; Un uomo semplice buono aveva sempre il sorriso sulle labbra e una  parola confortante per tutti.Proprio grazie a questo suo modo di essere aveva creato occasione per farsi conoscere e apprezzare a livello nazionale  e con lui la sua città, facendola crescere economicamente in maniera esponenziale. Purtroppo  il 18 dicembre del 1994 mentre il suo ascoli era impegnato in una partita casilinga del campionato nazionale di serie b contro il pescara,che l’ Ascoli  vinse per 2-1 dopo essere stato in svantaggio.  Appena la partita ebbe termine Costantino  spirò dopo lunga e sofferta malattia nell’ ospedale civile cittadino, dove era  ricoverato. Aveva visto vincere per l’ ultima volta il suo ascoli cosi potè andarsene  sereno a miglior vita.Un grande uomo che  ha lasciato in città e nell’ ambiente calcistico un enorme vuoto. Dopo 16 anni dalla sua morte sono ancora in molti a ricordarlo, cosi’ scanzonato irriverente sempre allegro perennemente con i suoi affezionati calzini rossi in mostra. 

   ciao presidente 

Rozzi è quello a destra a sinistra Sommese capitano dell’ ascoli  depone dei fiori nel  suo ricordo sotto la curva ora a lui intitolata

oggi l’ ascoli ha disputato una partita di campionato di serie B. contro la reggina anche oggi in svantaggio, poi in rimonta ha vinto  per 2-1 come 16 anni fa. i giocatori per onorare la memoria del presidente Rozzi sotto l’ abituale divisa bianconera  hanno indossato degli inusuali calzettoni rossi.

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