Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Articoli con tag ‘alcol’

punto zero al centotrentanove

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Cuore di piombo, un abuso grigio

finestre, nessun amore, odiose fessure

bambini tristi, stracci i balocchi

il tanfo e il disgusto insopportabile

movenze insostenibili: sesso laido, lurido

corpi nudi: uomini e donne: demoni

gente di poco conto, polvere e deliri

goffe controfigure umane

notti insonni, albe rovinate,

volti deturpati derubati del primitivo stupore

uno stuolo di piccoli vampiri sghignazzano

un orrido incubo, fiamme da cui impossibile liberarsi

bruciano, ancora bruciano

nessuno è vivo

qualcuno sopravviverà nonostante

il resto soltanto fiori lugubri

allucinazioni

polvere alcol miseria desolazione

il nuovo mondo è già scomparso, forse non è mai sorto

qualcuno ride, altri bevono e gridano,

folli persi nella loro stessa follia

presunta vita.

la fine è qui in questo posto chiamato inferno

punto zero, al centotrentanove

fingendo di essere vivo

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Non conosco il perdono

vago nel limbo della mia natura

uccido ogni giorni i miei sogni

abbatto le certezze

vivo odiando la mia vita il mio essere vivo

detesto le forme codarde e ipocrite

sono pervaso da uno stupore negativo

non mi commuovo di fronte al sorriso di un bimbo

vivo nel peccato e qualunque ora voglio esserci

stordirmi nell’alcol, la droga, essenze nauseabonde

indosso la maschera  m’ investo di un ruolo non mio

godo a essere falso e saccente

sorrido e proseguo nel cammino di questo mio tormento

fingendo di essere vivo

 

Buon Natale

Se qualcuno ancora viene a trovarmi in questo blog non si preoccupi Sto Bene, è soltanto una farneticazione mentale di quello come è il mio stato d’animo, ma tranquilli sto BENE.

CIAO

Scoiattoli

Nella mansueta campagna circondata da strisce di malmesso asfalto in una piazzola di breccia parcheggiai la mia auto. Un grigio leggero sosteneva il paesaggio. Svanito il verde brillante dei campi che fino a qualche giorno prima spiccava in sfolgorante mostra, quando il sole imperioso brillava nel cielo e la temperatura scaldava generosa mandando in confusione un povero febbraio abitualmente sbarazzino e pungente. Dobbiamo rassegnarci, abituarci oramai all’improvviso e costante mutare meteorologico e i suoi considerevoli sbalzi termici, dove si può oscillare dagli zero gradi del primo mattino ai venti delle ore centrali. Tutto ciò non si può più definire un fenomeno anomalo, ma un assodato dato di fatto e noi lo dobbiamo tenere presente e assimilarlo nei meccanismi quotidiani. Il corpo umano e la natura non riescono a tenere il colpo e affaticati arrancano. In quella giornata era tutto monotono, un silenzio ossessivo rimbombava piatto, il colore nei campi aveva perso smalto, i peschi sviliti e dalle fioriture intermittenti sembravano versare lacrime sulla già umida terra, la gialla mimosa prematuramente dipinta iniziava a dare vistosi segni di cedimento. Sì, è vero le stagioni non sono più quelle di una volta, tutto è cambiato, il mondo stesso si è trasformato, la gente intristita. Miliardi di persone affollano l’inerme pianeta che ansima ed è sempre più in difficoltà sfigurandosi in una lenta costante decomposizione. I ghiacciai si sgretolano, uragani e tifoni si scatenano dando vita a devastanti piogge torrenziali, la terra trema, vibra in tentativi di autodifesa, in qualche modo cerca di ricollocarsi come meglio può. Il deserto nelle povere regioni africane allunga il suo regno estendendosi a dismisura bruciando le misere culture e seminando morte. L’acqua, il bene più prezioso della vita e fonte della stessa si confonde in falde acquifere fasulle prosciugandosi sul nascere, così da diminuire ogni anno vistosamente soprattutto nei continenti più caldi. Stiamo implodendo, sembra che per la terra in questo universo non ci sia più una naturale collocazione. I soldi, il fantasmagorico business che ruota intorno all’industria, la deforestazione dei polmoni verdi che alimentano il pianeta hanno generato un inquinamento spaventoso, il famoso buco nell’ozono oramai è divenuto più che una voragine. Le informazioni diramate dai media sullo stato di salute della terra non sono certo ottimistiche, sfiorano il dramma e figuriamoci tutto quello che viene occultato, perché molto non si deve conoscere, il popolo deve stare tranquillo, non si debbono creare inutili allarmismi, si deve crescere, consumare, comprare, spendere, è un meccanismo irrefrenabile fuori controllo e di difficilissima gestione, su di esso gravano soltanto una miriade di parole e spesso non sono neanche esatte, una giostra di sciocchezze. Non sono qui a impartire lezioni a nessuno e di conseguenza non voglio dilungarmi nel complesso argomento finirei con l’annoiare e così proseguo nel racconto. Cercavo un agriturismo, -Il Vecchio Mulino- volevo pranzarci in quel sabato triste. Dopo diverso peregrinare sbagliando svariate volte strada, (non possiedo un navigatore. Lo odio) finalmente ero riuscito a trovarlo, sembrava fosse chiuso, davanti parcheggiate solo un paio di auto, ma oramai c’ero e cosi mi avviai per verificare. Passai davanti a un casolare e da dietro la siepe intravidi far capolino un corpo minuto, si appoggiava a un bastone da passeggio, sotto i capelli color neve uno sguardo vispo e attento, un volto sereno che a me risultò noto. La signora Teresa, certo, era proprio lei in carne e ossa, a dire il vero di carne ce ne era davvero ben poca. La nonna di Pino, un mio caro amico. Non immaginavo abitasse da quelle parti. Mi guardò senza riconoscermi e il suo sguardo interrogativo scrutava nella mia direzione come se cercasse di mettere a fuoco il mio volto, sicuramente confuso tra i tanti visti negli innumerevoli anni vissuti. Cento, compiuti qualche mese fa, immaginate cosa possono essere cento anni? Un’infinità. Nata nel 1914, prima della grande guerra, sobbarcato il ventennio fascista, immagino nel suo cuore impressi il dolore, la sofferenza, la fame di chi ha dovuto sopportare i drammi della seconda devastante guerra mondiale e poi chissà quanti giorni immersi nel lavoro in campagna, curva sull’aspra terra e il resto del tempo dedicato alla casa e alla famiglia. I suoi figli, i nipoti, i pronipoti il riconoscimento del tanto sudore versato. La salutai con un sonoro buongiorno, avevo alzato il tono della voce pensando fosse sorda, rimase perplessa come se fosse affondata in uno stato di profonda riflessione, rimase immobile poi schiuse le labbra e in un tenue sorriso rispose “buona sera signore.” Immediata archiviò la pratica dello sconosciuto e il suo interesse tornò sui gerani sfioriti e i boccioli di margherite. Rapida si catapultò nel mio intorpidito cerebrale una riflessione “dicono per le donne l’aspettativa di vita sia di ottantacinque anni, la signora Teresa l’ha di molto superata e la cosa più importante anche in uno buono stato di salute.” Sono passati pochi anni quando la ricordavo nello spazio adiacente al capannone di suo nipote Pino, dove lui ancora adesso gestisce la sua autofficina, scalza rincorreva le galline, non perché era pazza, ma semplicemente per farle rientrare nel pollaio. Mai ferma, instancabile curava l’orto ed era sempre affaccendata in altre mille situazioni da sbrigare. Per gli uomini le aspettative di vita sono minori, arriviamo ad appena ottantadue anni che comunque non sono pochi e, poi tutto dipende dai punti di vista. Io ne ho cinquantatre, se considero bene trequarti di vita se ne sono già andati e se tutto va bene ne mancherebbe un solo quarto e sottolineo se tutto va bene. La mia vita me lo sono fumata, screpolata è andata in frantumi centinaia di volte, un matrimonio distrutto, un figlio che non c’è e non c’è mai stato, o forse sì, ma soltanto quando era piccino. Convivenze disfatte, consumate dal mio insano approccio all’amore. Ho provato e riprovato a raddrizzarmi a trovare la retta via, inutile, tutto è risultato vano. Non sono riuscito, a parte in qualche raro momento condurre un quotidiano normale, la costanza non è proprio il mio forte, ho rovinato tutto quello che di buono ho costruito. Alcol, puttane, cocaina, notti bruciate, assassinate. Giorni interi a riprendermi dagli stravizi, dalla troppa droga sniffata, dal troppo alcol consumato. Ho rischiato di morire diverse volte: morto ammazzato o vittima di qualche infarto fulminante. Sono stato rapinato, malmenato, non mi giovava niente, nessuno riusciva a fermarmi. Svolgevo il mio lavoro, inviavo i miei servizi e inesorabilmente sprofondavo nell’incognito dei tuguri di tutto il pianeta, da Bangkok a New York, Istanbul, Nairobi, Amsterdam. Il resto del tempo lo passavo sperduto negli aeroporti errando come uno zingaro per il mondo. Il mestiere del reporter mi ha infilato in una fitta rete di storie, vite borderline, miseria, guerre, ignoranza, delinquenza. Ho intervistato criminali, faccendieri, politici senza alcun scrupolo, crudeli dittatori, ho conosciuto anche molta gente onesta, ma da loro non sono riuscito mai ad apprendere nulla, la mia controversa personalità ha sempre respinto il logico equilibrio, in spicce parole ero repellente al normale. Su quest’ultima parola, citata già altre volte in questo racconto ci si potrebbe aprire un dibattito eterno, una vita non basterebbe. Sì, sono un cronista, fino a qualche anno fa in carriera, ho lavorato per importanti testate giornalistiche; cito un’ episodio su tutti: quando Saddam Hussein fu giustiziato a Baghdad, io c’ero e i miei articoli e le foto hanno fatto il giro del mondo. Ho guadagnato molti soldi, forse troppi, ma come affermava George Best mitica ala del Manchester United degli anni sessanta, quando gli chiedevano cosa avesse fatto dei suoi guadagni rispondeva “i miei soldi li ho spesi per le donne, auto e alcol, il resto l’ ho sperperato.” Io posso affermare l’identica cosa e per onestà intellettuale è giusto aggiungere un elemento: la cocaina.

Immerso nel mondo dei ricordi in una profonda espansione di pensieri non mi ero reso conto che davanti al mio tavolo all’interno dell’agriturismo sostava un omone dal viso circolare addobbato da una barba rossastra, aspettava paziente e infine con una voce da tenore si annunciò “Buongiorno, disturbo? E’ qui di passaggio o magari gradisce mangiare qualcosa?” Rise sonoramente. Rinvenni dal momentaneo torpore e sorrisi, col capo della testa assentii. Iniziai con gli antipasti, assaggiai poco di tutto: torte salate, una curata di fegato d’agnello ripassata con uova strapazzate, veramente da leccarsi i baffi, poi un paio di piccoli primi e come secondo scelsi una faraona ripiena affogata al vino bianco, ottima. Conclusi con una crostata pera e ricotta fatta in casa, anche questa niente male. Tutto risultò buono e ben cucinato.

Vi chiederete cosa facevo in quel periodo per vivere? Collaboravo con alcuni giornali locali, ogni tanto mi pubblicavano degli editoriali. Scrivevo qualche libro, quello che stavo ultimando era già il quinto. Per carità nulla di speciale, romanzi, storielle rielaborate in base alle mie esperienze vissute, tutte rigorosamente condite da un ingrediente fondamentale, la natura umana. Certo qualche copia l’ho anche venduta, qualche decina di mila più o meno, mi accontentavo. Mi ero appoggiato a una piccola casa editrice, una di quelle serie e qualche spicciolo riuscivo a vederlo. La retribuzione più consistente proveniva dal lavoro che svolgevo per una nota guida enogastronomica recensivo trattorie, ristoranti, agriturismi, in base ai miei giudizi veniva deciso se segnalarli o meno nel prestigioso volume. Mi piaceva tutto ciò? Tirate le dovute somme direi proprio di sì. Nonostante lo sperpero di denaro a flusso continuo degli anni trascorsi ero economicamente sereno. E’da dire comunque che la mia vita si era drasticamente modificata, un po’costretto da una salute cagionevole e un po’perché lo volevo. Non sniffavo più, la sera uscivo poco, donne? Poche o niente e per dovere di cronaca è onesto aggiungere che avevo avuto diversi problemi, chiamiamoli di natura tecnica e per essere più precisi li definirei di natura idraulica, questione di pompe. Non ne feci un dramma, ma assoggettai il problema e tirai avanti. Fumavo?  Sì, dalle sigarette a nastro ero passato a qualche sigaro, per l’ esattezza toscani. Bevevo? Ebbene sì, non potevo certo privarmi di tutto, meno quantità più qualità, davanti a un buon bicchiere di vino non riuscivo mai a negarmi. Ero solo, è vero, non c’era nessuno a farmi compagnia, nessuno che mi aspettava la sera, non c’erano sorrisi, carezze, abbracci, cene pronte, ma neanche le monotone chiacchiere e le sterili litigate, niente di niente. Restavano oscillando nel quotidiano una moltitudine di ombre, figure del mio devastato passato che alternandosi venivano spesso a farmi compagnia. Avevo paura? Non necessariamente, ma a volte devo ammettere di sì, soprattutto la notte e per non farmi mancare nulla ero anche ateo e credetemi non avere fede e pensare che finita questa vita non ci sarà altro che il silenzio eterno è veramente faticoso.

Ognuno sta solo sul cuore della terra

trafitto da un raggio di sole

ed è subito sera

Una poesia, per me tra le più belle in assoluto, versi dove mi riconosco. Salvatore Quasimodo; in poche parole ha racchiuso la gioia, il dolore, la solitudine causata dalla fatica nel comunicare, in sunto la precarietà della vita. Perché essere vivi vuol dire semplicemente avere un contratto a tempo determinato con il creato.

Il locale era semi deserto, in un angolo una coppia, i due sembravano ben assortiti, parlavano, soprattutto lei, ridevano soprattutto lui, probabilmente erano felici, magari avevano trascorso una serata piena di passione cullati dalle magie dell’amore che forse era anche clandestino, ma in fondo a me cosa importava? Fatti loro. Comunque impersonavano la voglia di vivere, tanto sembravano entusiasti. In un altro tavolo da sola una bella signora, avrà avuto circa una sessantina d’anni, raccolta in un portamento raffinato elegantemente con flemma degustava il pasto leggendo un libro. Altro non annotai, anche io avevo un libro con me, ma non riuscivo a digerirlo a dire poco pesante, Istanbul di Orhan Pamuk, uno scrittore turco dotato di una sintassi interessante, ma sovente affonda nei contenuti sconfinando in preziosismi retorici fin troppo monotoni. Meglio concentrarsi sugli spaghetti appena serviti, guanciale e broccoli, ottimi, ma nonostante ciò i ricordi della mia vita precedente tornarono ad invadere il mio cerebrale. Il mio amico Paolo, cinquantasei anni, il suo cuore ha ceduto prematuramente, ha mollato, non ha voluto più accompagnarlo nel faticoso cammino di questa dannata e pur sempre emozionante vita. Ora è retorico affermare che era una brava persona, un buono, ma è la sacrosanta verità. Conduceva una vita regolare: una moglie, un figlio, un buon impiego al comune, gli amici di sempre e le cose semplici di tutti i giorni. Certo qualche stravizio di tanto in tanto se lo concedeva, ma niente di che, tutto nella norma. Lo conoscevo da quarantanni, Paolo uno dei miei migliori amici, uno della cricca storica. Quante ne abbiamo passate insieme, quante belle serate, giornate, il concerto dei Rolling Stones a Napoli, le vacanze in Spagna, le tante notti a parlare e, a immaginarci il nostro futuro, eravamo orgogliosi di essere la generazione, la linea di confine tra due millenni, affascinante pensarlo mentre ammiravamo le stelle. Ora non c’è più, inghiottito nella notte dei tempi. La vita: recita una novella popolare, è come la scala del pollaio corta e piena di sterco. Forse è vero, forse no, davvero non lo so. Certo nei miei tanti momenti di perforante depressione l’ho pensato. Eclissato nelle refrattarie considerazioni dalla filosofia spicciola sentii e vidi la porta d’ ingresso del ristorante aprirsi, non feci in tempo a realizzare cosa stesse accadendo che due funambolici animaletti fecero il loro ingresso, scoiattoli, si tuffarono nel buffet dei dolci, rapidi sgraffignarono delizie e altrettanto velocemente fuggirono via tra l’ ilarità dei presenti. In un baleno sparirono nel fosco dei campi e con loro il prezioso bottino.

Il simpatico siparietto nell’ambiente portò buono umore e noi pochi commensali presenti commentammo l’accaduto tra risa e sarcasmo. Giacomo il titolare, l’omone con la barba rossastra, rideva più di tutti, a un tratto di soppiatto sparì, per tornare poco dopo con una bottiglia di grappa fatta da lui stesso, con fare genuino ce la offri, così da coinvolgere noi quattro clienti a relazionarci. Andrea ne bevve un bicchiere tutto di un fiato, poi passandosi la lingua tra le labbra compiaciuto esclamò :- buona, davvero buona Signor Giacomo.- L’omone rise ancora e cosi come d’incanto nell’ambiente s’instaurò una complicità inaspettata. L’anonimo silenzio perdurato fino a pochi attimi prima si dissolse e il pomeriggio di un sabato avvilito si trasformò in un chiassoso ritrovo tra amici. Anche Sandra, la moglie di Giacomo si era unita a noi, oltre essere una cuoca provetta risultò molto simpatica e di buona compagnia. Ancora qualche bicchiere di grappa e tutti ci mostrammo più loquaci e la chiacchierata assunse in breve dei toni alquanto confidenziali. Così appresi che Andrea ed Emanuela stavano insieme da pochi mesi, lui già separato dalla moglie e senza figli, Emanuela viveva ancora insieme al marito, condividevano per ragioni economiche un tetto e una figlia di dodici anni, Cristina. Purtroppo il loro matrimonio si era concluso prematuramente, sepolto sotto le macerie delle incomprensioni e dei feroci silenzi, andavano avanti staticamente per forza d’inerzia. Una storia come ce ne sono tante. Ora lei provava a rimettersi in gioco e aveva individuato in Andrea l’uomo che la potesse far risorgere dalla abulia coniugale. Tilde, parlava e beveva meno di tutti anche lei aveva le sue storie da narrare e i segreti da tacere, era discreta, ma non indisponente e con un candore inaspettato tra un discorso e l’altro senza che nessuno gliela avesse chiesta rivelò la sua età. Settantanni, caspita! Tutti rimanemmo sorpresi da tale scoperta, non li dimostrava assolutamente, anzi. Tilde era stata segretaria di produzione per tanti anni in R A I,  poi aveva concluso la sua carriera come dirigente nel gruppo del biscione, quello di Berlusconi tanto per essere chiari. Non si era mai sposata ne aveva avuto figli. Viveva a Milano, ma adorava le Marche, per quel motivo metà dell’ anno lo trascorreva nella regione adriatica, nei mesi meno caldi vagava nell’entroterra, d’estate preferiva il mare. Essendo economicamente ben messa risiedeva in alberghi o agriturismi, non aveva mai una fissa dimora. Viaggiava da sola ed era appagata da quel suo modo di porsi alla vita.

Il sole nasce, l’alba di un nuovo giorno sorge. Il mare al mattino, sintonie di calde brezze. Una terrazza, stupendo il panorama. In bella mostra sul tavolo Plumcake, torte di frutta, latte, caffè, succo d’ananas. Ti guardo sei bella e in una istantanea rincorro la mia perduta vita, bruciata sul rogo del peccato e quando con enorme sforzo l’ avevo faticosamente recuperata e indirizzata su un binario morto facendola scorrere inesorabilmente monotona al fatidico punto zero. D’incanto due piccoli ladri, la vivacità del momento, la magia ed eccomi come risorto. Eccoci qui. Buongiorno Tilde, buongiorno cara. Rido e ancora rido, ripenso e immagino. Mi guardi radiosa, sorseggi il tuo succo, carezzi la mia pelle con il tuo sorriso. Sono vivo, siamo vivi. Scoiattoli.

scoiattoli (1)

 

A Paolo

UN’ IMPROVVISA DEVIAZIONE-quarto episodio- UNA SCONCERTANTE VERITA’

Scostò la scolorita tendina, uscì fuori dal bagno un pallore le aleggiava sul viso, la dorata abbronzatura d’improvviso sfumata. Indossava una severa veste grigia, le copriva il ginocchio. Non l’avevo mai vista così austera, sembrava un educatrice di altri tempi, marmorea. Con il busto ben eretto mostrando dignità esternò: Adesso io prego un poco, te por favor esci. Non obbiettai, senza fiatare uscii dalla casa, con la coda degli occhi la vidi genuflettersi davanti al basilare altare.
Il sole infuocava nella mezza mattinata di quel sabato di fine agosto, le mie ferie erano al tramonto, il lunedì seguente avrei dovuto essere di nuovo al lavoro. Nell’aia sottostante, camminai intorno al ciliegio fino a sfinirmi, tracciando quasi un solco. In costante fibrillazione fumavo ininterrotamente come un padre in attesa del primo figlio fuori dalla sala parto. Elaboravo nugoli di pensieri, nessuno di questi induceva ottimismo. Finalmente dopo circa un’ora vidi Blanca scendere la decrepita scala, in una mano aveva un vassoio con due tazzine di caffè e dei biscotti, nell’altra una busta da lettere grande, gialla. Sorrise mi parve serena. Con inusuale compostezza si aggiustò la veste, sedette sul piccolo muro di mattoni spruzzati a calce, mi fece cenno di fare la stessa cosa, baciandomi dolcemente sulla fronte mi porse una tazzina. Rimasi in silenzio, attonito, inquieto bevvi il caffè, strani presentimenti si erano infiltrati in me fastidiosi come trapani bruciavano nel cuore e nel cervello, di colpo esausto. Blanca in una maschera di malinconica sofferenza iniziò il suo narrare: Por my è difficil exlplicar muy difficil ma a te lo devo, sei un bueno hombre, la my vita é stata angoscia, difficil viverla. Sono orfana, mio padre non l’ho mai conosciuto e forse neanche mia madre sapeva con esattezza chi fosse, lei è morta a trentaquattro anni, io ne avevo solamente quattordici, una vita in perenne affanno sempre in salita la sua, sprofondata nella più becera povertà, si è sempre dovuta districare nel mezzo delle più torve difficoltà, per mangiare faceva la puta, si proprio come me oggi. In una fredda notte di primavera è stata trovata morta in un lercio vicolo di Barcellona. Nessuno ha mai saputo spiegarmi veramente cosa fosse successo.
Dopo la sua sepoltura, per innumerevoli giorni rantolai nel più tetro dolore, non sapevo cosa fare, il pequeno, il mio hermano da cuidar,come se dice? Badar…si
cosa potevo fare? Ero io una nina, mi rifugiai nel mestiere di mia madre la puta, si la puttana, che schifo! Nausebondi rigurgiti dell’anima, sottostare a quegli uomini lerci, bavosi non avevano alcun riguardo per me, erano senza scrupoli, mi sottoponevano ad atti cruenti, mefistici. Dopo un anno di quella orrenda vita ero morta mille volte e anche più. Bevevo, mi drogavo non capivo più nulla, ero divenuta un’orinatoio, gli uomini andavano e venivano abusando di me, pagavano e non pagavano, qualche volta un pezzo di pane, una bottiglia di vino, di whisky, polvere bianca tutto andava bene, ero…. Non sabe neanche yo cosa ero.-
Nel sentire il racconto di Blanca scomparivo incenerito dalle sue parole, rabbrividivo, nel fragore dell’attimo mi resi conto di amare questa donna dal torbido passato. Alzai gli occhi fissandola, era sempre più cenerea, i suoi occhi trattenevano con furente coraggio lacrime ansiose di sfociare in un oceano di pianto. Provai ad interromperla, lei mi zittì proseguendo il narrare:
-Una sera ero in preda a crisi schizzofreniche dovute all’eccesso di alcol, anfetamine e tranquillanti, miscugli letali per stordirmi, uccidermi non solo metaforicamente il rischio di lasciarci la pelle era my grande, forse era ciò che desideravo. Sconnessa in preda ad uno stato confusionale presi a calci un auto della policia Nacional, i gendarmi non mi risparmiarono manganellate, calci e pugni massacrandomi selvaggiamente senza alcun riguardo.
All’improvviso un fascio di luce fulgida materializzò dal nulla un’angelo, brillava candido, non ricordo altro.
Mi svegliai non so dopo quando tempo, credo un paio di giorni, ero in una minuscola stanza linda, spartana, solo l’immagine Sacra della Vergine Maria spezzava il monotono bianco delle pareti. Non comprendevo cosa fosse successo cosa facessi in quella stanza, il mio pensiero rincorse le immagini violente sfocate di quella atroce notte, poi sobbalzò irruento su Miguel, il mio hermano… cosa gli sarà successo? come starà? avrà da mangiare? Queste e altre mille pregunte in pochi frangenti il mio cervello si pose. La porta della stanza si aprì, apparve il volto serafico bello giovane di Suor germana. Ero in un convento, quella donna, quella sacerdotessa mi aveva salvato la vita sicuramente evitato il carcere e un percorso duro, fatto di finto recupero, di degenze in manicomi o in vili case di cura, le dovevo tutto. Germana e le altre sorelle in quei giorni fatti di calmo oblio si presero cura di me, faticai non poco nei primi giorni di disintossicazione. Trascorse un mese da quella orrida notte, ero in forma, fisicamente stavo meglio molto meglio. Il pensiero di mio fratello era ossessivo, mi perseguitava non avevo pace, pur stando bene in quel posto sacro al riparo da tutto, alla prima occassione scappai.-
L’ascoltavo quasi senza respirare, fumando una sigaretta dietro l’altra come volessi morire. Blanca rapita come in trance continuò ad esternare i dissacranti ricordi di quel periodo:
-Non riuscii a vedere il my hermano, seppi comunque che era in un istituto, stava discretamente, certamente meglio di come lo potessi accudire io; purtroppo la vita di Miguel era segnata, è morto cinque anni fà di aids, drogato, solo come un cane, oh mio adorato… povero Miguel.
Per un anno continuai a girovagare nelle Ramblas, ripresi a prostituirmi, mi drogavo e bevevo, ero sull’orlo del baratro, la mierda mi stava per soffocare. Mentre rubavo agli scaffali di un supermercato incrociai uno sguardo energico, familiare, mi fulminò. Era proprio lei, Suor Germana. Non scoprii mai se quel giorno mi avesse riconosciuto, so solo che quello sguardo ebbe su di me un effetto prodigioso, di botto mollai la mia disastrata vita e dopo due giorni da quell’incontro tornai nel convento delle Suore di San Giuseppe, vicino ad un paesino sperduto ai piedi dei Pirenei. Vedendomi Suor Germana si limitò nel dirmi semplicemente: “finalmente sei tornata, entra pure Nura.”
Blanca, Nura, non so come si chiamasse, chi fosse veramente la donna che avevo di fronte, non importava, sentivo di essere una parte della sua vita l’amavo.
Lei si interruppe nel racconto, pianse.
Guardandola in silenzio, sembrò invecchiata di cento anni.
Commosso, sconvolto da quel suo dire neanch’io trattenni le lacrime, ci abbracciammo avvolti nel vento caldo di agosto.

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