Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

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Kira

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Vorrei piangere fino a urlare

il dolo e anche il dolore
si spegne ne alcun rumore
un’iniezione qualcosa si chiude

ricordi, una vita, lampi, tempi passati
il gioco e le passeggiate

nessuna domanda ne alcuna risposta ti ho presa e ti ho amata

ora te ne vai
rimarrai nel cuore nella mente nei quotidiani gesti

per sempre sarai parte di me,
meraviglioso importante atomo
tu Kira, tu, io,
la stanza, i segreti, i pianti, cose tra noi
un inchino, un ciao, un plauso
per sempre, fedele anima silente, pur sempre gioiosa
tu cara amica, ti sarò vicina, mi sarai accanto
addio o meglio arrivederci, a quando sarà,
mia piccola dolce amica
in un giorno l’alba sarà più rossa del rosso più viva del cuore
il canto dei venti forte e puro
e io ti vedrò correre, radiosa
volta all’ eternità

Un meraviglioso atto d’ amore

fantastica
Curiosavo tra le bancarelle tra fiotti di colori e cianfrusaglie varie, non c’era nulla attirasse la mia attenzione troppe cineserie, forse un maglione, ma non ne ero convinta e costava pure troppo, non potevo spendere, almeno finché non avessi percepito il mio primo stipendio. In città per me tutto era nuovo. Mi ero trasferita lì da poco, avevo trovato impiego come infermiera professionale all’ospedale civile. Finalmente a trent’anni dopo tanti concorsi, graduatorie e tanto precariato ecco l’agognato posto fisso.
Non conoscevo ancora nessuno a parte qualche collega, sembravano gentili, ma ancora non avevo legato con alcuno in particolare, anche per colpa della mia indole estremamente riservata. Forse un tantino in più con Pina, una cinquantenne grassa come un otre, l’impressione fu quella di avere che fare con una brava persona, era gentile e piena di attenzioni mi propinava consigli a iosa, spiegandomi cosa era meglio fare, come comportarmi con i dottori traducendomi le loro personalità, così da inquadrarli e avere meno problemi possibili. Lei lavorava lì da quasi trent’anni era molto esperta. Oddio non era proprio il mio ideale d’amica: leggeva Chi, Verissimo, Eva tremila, per me certa stampa era ed è da considerarsi inutile, odio il gossip, aveva votato Berlusconi, poi dichiarò che non lo avrebbe più fatto, e in vita sua giurava non si sarebbe recata alle urne neanche sotto tortura. A suo dire i politici sono tutti uguali, e questo pensiero era molto in un uso in quei tempi, e oggi anche di più visto che la crisi prospera beata e ancora non se ne vede la fine. La definivo come una donna comune, banale, forse anche troppo. Andava bene così, e se erano rose sicuramente sarebbero fiorite. Oggi: amiche forse no, ma i nostri rapporti sono da considerarsi sicuramente buoni. Io non sono razzista, o meglio lo sono nei confronti degli imbecilli a prescindere dal colore delle pelle, religione, sesso ed estrazione sociale e Pina è davvero una brava cristiana, anche se il tempo poi ha confermato quelle furono le prime impressioni.

Ricordo trovai un bilocale, devo dire molto carino, anche se l’affitto non era di certo economico o almeno non lo era per me, trecentocinquanta euro ammobiliato, ma andava bene. Era situato proprio nel centro storico a due passi dalla magnifica Piazza, secondo molti una delle più belle d’Europa, un vero gioiello architettonico, è così bella che l’adoro. Per andare a lavorare prendevo l’urbano e non impiegavo più di un quarto d’ora, tutto sembrava funzionare per il meglio. A pensare; la mia città d’origine è a solo cento chilometri di distanza, ma qui non c’ero ero mai stata. Dopo aver dato sfogo alle mie curiosità, rivoltato e misurato stracci e cazzate varie, mi ritrovai ad aver acquistato a cinque euro soltanto uno slip, ridottissimo ed estremamente sexi, forse non l’avrei mai messi. Mai dire mai. Mi trovavo al banco della frutta avevo già preso delle belle arance rosse e anche delle pere, indecisa su insalata o cicoria, quando al mio fianco sbucò un viso dolce e stralunato, capelli rossi, e due labbra di fuoco, una ragazzina mi osservava avvolta in un giubbotto di stoffa e in uno zaino che pareva una tela per quanto era dipinto, mi sorrise. Ricambiai, pareva di averla già notata in quella mattina, ma in un giorno di mercato in un spazio nemmeno tanto grande poteva essere normale averla già incontrata e non ci feci caso, ma lascio in me una sottile quanto maliziosa curiosità. Pagai la mia spesa e presi la strada di casa lasciando la ragazza a fissare gli ortaggi. Imbranata come al solito, mentre tentavo di aprire il portone del palazzo dove risiedevo, feci cadere la busta con le arance, impietose si rotolarono nel vicolo. Mentre imprecavo e mi chinavo per raccoglierle ebbi un contatto ravvicinato, un viso e labbra rosso ciliegia, erano quelle viste poco prima, impresse sul viso della ragazza dai capelli ramati. Sorrideva e premurosa mi stese tre agrumi e in una voce leggera disse:
– succede… cosa ci vuoi fare?-
Grazie sei gentile; si, succede, a me di sovente, purtroppo sono sempre un po’ distratta.-
-Non ti preoccupare anch’io lo sono, ne combino di tutti i colori tant’è che mia madre mi dice sempre:”vai a recuperare la testa sulle nuvole” è un po’ vero.- Annuendosi rise e poi si accese una sigaretta.
-Così giovane già fumi?-
A parte fumo da quando avevo quattordici anni, ora ne ho diciannove; a proposito io sono Emma e abito qua vicino tu come ti chiami?
-Alessandra- risposi.
-Ma non sei di qui vero?-
No, sono di Pescara, mi sono trasferita per lavoro da venti giorni.-
Per evitare altre domande le dissi di cosa mi occupavo e altre notizie che presumibilmente le sarebbero interessate.
Si mostrò attenta e curiosa, a sua volta mi disse di frequentare l’ultimo anno di ragioneria e aveva ripetuto una classe e andare a scuola non le piaceva granché, fosse stato per lei si sarebbe iscritta all’istituto d’arte, visto che il disegno era una componente fondamentale della sua vita, ma suo padre non aveva voluto e allora si trascinava faticosamente il peso di quell’istituto sulla sua giovane vita così come quello dello zaino colorato.
Graziosa mi posò una mano sulla spalla e con un sorriso insinuante mi salutò dicendo:
– ora devo andare, i miei mi aspettano; ci vediamo presto.-
-Va bene, se abiti poco distante sicuramente succederà. Aggiunsi io smaniosa di tornare a casa.
-Stanne certa.- Disse seria, quasi fosse una minaccia, e rise di nuovo, s’accese un’altra sigaretta e s’incamminò svogliata. Pensai, “strana tipa, ma anche no, è solamente giovane,” e salii rapida le scale.
Una volta nell’appartamento subito mi misi in una comoda tuta di cotone e avviai il pranzo, un semplice petto di pollo al limone e insalata, non ero a dieta, ma comunque tenevo alla mia forma, il pomeriggio se il tempo avesse retto forse sarei andata a fare una corsetta nel parco.
Squillò il cellulare era Paolo, ultimamente le cose tra noi non andavano granché bene, complice anche il mio trasferimento, d’altronde cosa avrei dovuto fare? Mica potevo rinunciare al lavoro, lui ce l’aveva, era odontotecnico e economicamente stava messo anche bene.
Litigammo, come in quel periodo succedeva spesso, si era incaponito sul vederci per cena, sostenendo di non poter passare un altro sabato sera da solo. Gli dissi poteva salire lui, a casa mia saremmo stati certamente bene anziché andare a mangiare in qualche ristorante del cavolo poi vedersi con i suoi amici per il solito noioso dopo cena e finire a scopare in macchina come due ragazzini. Visto che il signorino a trentacinque anni suonati abitava ancora con mamma e papà. Non ci fu verso di farlo ragionare pretendeva scendessi io: era pur vero che con un’ora mezza l’avrei raggiunto, ma non avevo nessuna voglia, poi secondo me buttarla in rissa era un motivo per farsi i cazzi suoi, ultimamente non pensava ad altro. Il motivo del mio impedimento era motivato soprattutto che il giorno dopo avevo il turno di pomeriggio. Il secondo di domenica è quello più triste, il più palloso, un vero strazio. Chiusi la farsa telefonica incazzata nera, nel frattempo il petto di pollo stava bruciando, il deficiente continuava a chiamarmi ininterrottamente, non rispondevo. Ero nel bel mezzo di un ciclone, quando anche il campanello del portone suonò. “Chi cazzo è? Chi spacca le palle?” dissi ad alta voce parlando nel vuoto. Mi ero trasformata in un scaricatore portuale, ero fuori di me. Nervosa presi il citofono
-Chi è?- Dissi quasi urlando.-
-Sono io… sono Emma-
Senza rendermene conto aprii e in un attimo me la ritrovai di fronte non mi fece neanche aprire bocca che me la tappò con un bacio ardente, vivo, diabolicamente puro. Un altro incendio in atto, il solito pollo, mi divincolai a stento dalla giovane piovra e corsi a spegnere il fornello. Qualcuno avrebbe dovuto gettare acqua anche sulle fiamme che si erano sprigionate in me. Lei era deliziosa e immobile, indifferente e con aria innocente disse:
-cosa stai combinando?-
Iooo? Cosa combini tu? Perché sei venuta? Mi sai dire cosa ti frulla in quella testolina, e soprattutto chi cazzo sei?
-Ma sei scema? Ti ho appena detto: sono Emma e sono venuta a riportarti questi,- e con aria di sfida lanciò sul tavolo gli slippini che avevo acquistato la mattina al mercato.
Sfrontata sussegui nel suo dire:
– volevo tenerli, li ho anche indossati e masturbata immaginando te nuda e eccitata come lo sei adesso, ma ho deciso era meglio restituirteli così ti avrei rivisto subito; mi piaci da morire, sei veramente troppo fica. Non sono lesbica, ma da quando mi sono lasciata con quel figlio di puttana di Matteo non voglio sentir parlare di uomini, sono convinta che tra donne sia più bello, come ti posso spiegare: penso sia roba nostra, c’è più affinità. Non sei d’accordo?-
Ero sconvolta, altro non fui capace di scucire un blando:
– ma dove l’hai presi?-
-Ti sono caduti mentre raccoglievi le arance e li ho messi in tasca senza riflettere.- Rispondendomi si avvicinò maliziosa e pericolosa, indietreggiavo, ero come se qualcuno mi avesse fatto una fattura; non capivo nulla, in tranche assoluta. In poco mi fu addosso e mi baciò, la lasciai fare. Facemmo l’amore per un tempo interminabile, per me fu davvero la prima volta, non ero mai stata con una femmina prima di quel giorno ed Emma nonostante l’acerba età lo era e anche con la F maiuscola. Mi condusse in un regno incantato, fantastico, dove non esistevano né principi né cavalieri, ma principesse e fate: esclusivamente e fortunatamente solo donne. Se ne andò a sera inoltrata, trascorsi una giornata meravigliosa.
La notte dormii poco e niente, non facevo altro che pensare a lei e tutto quello era accaduto: le carezze, i nostri baci, le coccole, ero in un travaglio ormonale, emotivo ed esistenziale,  dolcemente persa, non comprendevo chi fossi diventata.
La mattina sul pianerottolo davanti la mia porta, trovai delle brioches ancora calde, un gattino bianco di peluche e un bigliettino con su scritto “ciao amore mio, sei meravigliosa e io ti amo da impazzire.” un cuoricino rosso fuoco come lo erano state le sue labbra il giorno prima, e in fondo un grande “Smak” e di nuovo in piccolo “la tua cucciola.”
Raccolsi tutto e sospirai affondando stordita nel letto, quello che era stato testimone di un meraviglioso atto d’amore.
Non lo ho più rivista.

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