Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Articoli con tag ‘droga’

fingendo di essere vivo

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Non conosco il perdono

vago nel limbo della mia natura

uccido ogni giorni i miei sogni

abbatto le certezze

vivo odiando la mia vita il mio essere vivo

detesto le forme codarde e ipocrite

sono pervaso da uno stupore negativo

non mi commuovo di fronte al sorriso di un bimbo

vivo nel peccato e qualunque ora voglio esserci

stordirmi nell’alcol, la droga, essenze nauseabonde

indosso la maschera  m’ investo di un ruolo non mio

godo a essere falso e saccente

sorrido e proseguo nel cammino di questo mio tormento

fingendo di essere vivo

 

Buon Natale

Se qualcuno ancora viene a trovarmi in questo blog non si preoccupi Sto Bene, è soltanto una farneticazione mentale di quello come è il mio stato d’animo, ma tranquilli sto BENE.

CIAO

UN’ IMPROVVISA DEVIAZIONE-quarto episodio- UNA SCONCERTANTE VERITA’

Scostò la scolorita tendina, uscì fuori dal bagno un pallore le aleggiava sul viso, la dorata abbronzatura d’improvviso sfumata. Indossava una severa veste grigia, le copriva il ginocchio. Non l’avevo mai vista così austera, sembrava un educatrice di altri tempi, marmorea. Con il busto ben eretto mostrando dignità esternò: Adesso io prego un poco, te por favor esci. Non obbiettai, senza fiatare uscii dalla casa, con la coda degli occhi la vidi genuflettersi davanti al basilare altare.
Il sole infuocava nella mezza mattinata di quel sabato di fine agosto, le mie ferie erano al tramonto, il lunedì seguente avrei dovuto essere di nuovo al lavoro. Nell’aia sottostante, camminai intorno al ciliegio fino a sfinirmi, tracciando quasi un solco. In costante fibrillazione fumavo ininterrotamente come un padre in attesa del primo figlio fuori dalla sala parto. Elaboravo nugoli di pensieri, nessuno di questi induceva ottimismo. Finalmente dopo circa un’ora vidi Blanca scendere la decrepita scala, in una mano aveva un vassoio con due tazzine di caffè e dei biscotti, nell’altra una busta da lettere grande, gialla. Sorrise mi parve serena. Con inusuale compostezza si aggiustò la veste, sedette sul piccolo muro di mattoni spruzzati a calce, mi fece cenno di fare la stessa cosa, baciandomi dolcemente sulla fronte mi porse una tazzina. Rimasi in silenzio, attonito, inquieto bevvi il caffè, strani presentimenti si erano infiltrati in me fastidiosi come trapani bruciavano nel cuore e nel cervello, di colpo esausto. Blanca in una maschera di malinconica sofferenza iniziò il suo narrare: Por my è difficil exlplicar muy difficil ma a te lo devo, sei un bueno hombre, la my vita é stata angoscia, difficil viverla. Sono orfana, mio padre non l’ho mai conosciuto e forse neanche mia madre sapeva con esattezza chi fosse, lei è morta a trentaquattro anni, io ne avevo solamente quattordici, una vita in perenne affanno sempre in salita la sua, sprofondata nella più becera povertà, si è sempre dovuta districare nel mezzo delle più torve difficoltà, per mangiare faceva la puta, si proprio come me oggi. In una fredda notte di primavera è stata trovata morta in un lercio vicolo di Barcellona. Nessuno ha mai saputo spiegarmi veramente cosa fosse successo.
Dopo la sua sepoltura, per innumerevoli giorni rantolai nel più tetro dolore, non sapevo cosa fare, il pequeno, il mio hermano da cuidar,come se dice? Badar…si
cosa potevo fare? Ero io una nina, mi rifugiai nel mestiere di mia madre la puta, si la puttana, che schifo! Nausebondi rigurgiti dell’anima, sottostare a quegli uomini lerci, bavosi non avevano alcun riguardo per me, erano senza scrupoli, mi sottoponevano ad atti cruenti, mefistici. Dopo un anno di quella orrenda vita ero morta mille volte e anche più. Bevevo, mi drogavo non capivo più nulla, ero divenuta un’orinatoio, gli uomini andavano e venivano abusando di me, pagavano e non pagavano, qualche volta un pezzo di pane, una bottiglia di vino, di whisky, polvere bianca tutto andava bene, ero…. Non sabe neanche yo cosa ero.-
Nel sentire il racconto di Blanca scomparivo incenerito dalle sue parole, rabbrividivo, nel fragore dell’attimo mi resi conto di amare questa donna dal torbido passato. Alzai gli occhi fissandola, era sempre più cenerea, i suoi occhi trattenevano con furente coraggio lacrime ansiose di sfociare in un oceano di pianto. Provai ad interromperla, lei mi zittì proseguendo il narrare:
-Una sera ero in preda a crisi schizzofreniche dovute all’eccesso di alcol, anfetamine e tranquillanti, miscugli letali per stordirmi, uccidermi non solo metaforicamente il rischio di lasciarci la pelle era my grande, forse era ciò che desideravo. Sconnessa in preda ad uno stato confusionale presi a calci un auto della policia Nacional, i gendarmi non mi risparmiarono manganellate, calci e pugni massacrandomi selvaggiamente senza alcun riguardo.
All’improvviso un fascio di luce fulgida materializzò dal nulla un’angelo, brillava candido, non ricordo altro.
Mi svegliai non so dopo quando tempo, credo un paio di giorni, ero in una minuscola stanza linda, spartana, solo l’immagine Sacra della Vergine Maria spezzava il monotono bianco delle pareti. Non comprendevo cosa fosse successo cosa facessi in quella stanza, il mio pensiero rincorse le immagini violente sfocate di quella atroce notte, poi sobbalzò irruento su Miguel, il mio hermano… cosa gli sarà successo? come starà? avrà da mangiare? Queste e altre mille pregunte in pochi frangenti il mio cervello si pose. La porta della stanza si aprì, apparve il volto serafico bello giovane di Suor germana. Ero in un convento, quella donna, quella sacerdotessa mi aveva salvato la vita sicuramente evitato il carcere e un percorso duro, fatto di finto recupero, di degenze in manicomi o in vili case di cura, le dovevo tutto. Germana e le altre sorelle in quei giorni fatti di calmo oblio si presero cura di me, faticai non poco nei primi giorni di disintossicazione. Trascorse un mese da quella orrida notte, ero in forma, fisicamente stavo meglio molto meglio. Il pensiero di mio fratello era ossessivo, mi perseguitava non avevo pace, pur stando bene in quel posto sacro al riparo da tutto, alla prima occassione scappai.-
L’ascoltavo quasi senza respirare, fumando una sigaretta dietro l’altra come volessi morire. Blanca rapita come in trance continuò ad esternare i dissacranti ricordi di quel periodo:
-Non riuscii a vedere il my hermano, seppi comunque che era in un istituto, stava discretamente, certamente meglio di come lo potessi accudire io; purtroppo la vita di Miguel era segnata, è morto cinque anni fà di aids, drogato, solo come un cane, oh mio adorato… povero Miguel.
Per un anno continuai a girovagare nelle Ramblas, ripresi a prostituirmi, mi drogavo e bevevo, ero sull’orlo del baratro, la mierda mi stava per soffocare. Mentre rubavo agli scaffali di un supermercato incrociai uno sguardo energico, familiare, mi fulminò. Era proprio lei, Suor Germana. Non scoprii mai se quel giorno mi avesse riconosciuto, so solo che quello sguardo ebbe su di me un effetto prodigioso, di botto mollai la mia disastrata vita e dopo due giorni da quell’incontro tornai nel convento delle Suore di San Giuseppe, vicino ad un paesino sperduto ai piedi dei Pirenei. Vedendomi Suor Germana si limitò nel dirmi semplicemente: “finalmente sei tornata, entra pure Nura.”
Blanca, Nura, non so come si chiamasse, chi fosse veramente la donna che avevo di fronte, non importava, sentivo di essere una parte della sua vita l’amavo.
Lei si interruppe nel racconto, pianse.
Guardandola in silenzio, sembrò invecchiata di cento anni.
Commosso, sconvolto da quel suo dire neanch’io trattenni le lacrime, ci abbracciammo avvolti nel vento caldo di agosto.

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