Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

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Un breve racconto. Anzi brevissimo

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Impostai la vita su modalità  abitudine. La voglia di lottare, credere, sognare, macinata nella corrosa staticità. Allora che fare ? Suicidarsi no, mi pare esagerato, strafogarsi di alcol, dolci e droghe? Si potrebbe fare, ma anche no. Cambiare sesso? Non ne vedo il motivo. Cambiare paese, lavoro, dentifricio, vita? Columbia, Tenerife, Olanda, Santo Domingo? Perché no Cuba? Buona idea, ma ci vuole coraggio e dove si compra? Si vende da qualche parte? Soprattutto me lo posso permettere? Oppure il suo prezzo è troppo alto? Interrogativi che rimangono soffocati nella mia inerme follia, tra l’ altro per nulla utile. Potrei innamorami di nuovo, ma forse già lo sono. Cosa devo fare per dare un senso a questo balengo trascorrere di ore, minuti, secondi, chiamati quotidiano? Gli anni fuggono subdoli come truffatori, vili come ladri e non tornano più. Il crepuscolo si avvicina minaccioso e il tramonto da sempre uno dei momenti più incantati e poetici del creato inizia a divulgare terrore. Il sole che scompare dietro un velo d’acqua, il mare che si perde nell’orizzonte più distante. Le luci del porto albeggiano, dando un vezzo di colore al giorno che sfuma. La notte a volte fa tremare il pensiero. Morfeo sbarazzino aleggia nella stanza senza mai rilassarsi. Sudo agitandomi nelle notti che siano di estati torride o di gelidi inverni. Perdo il ritmo in questa vita di calunnia, ipocrisie e oltraggi. Non ho meglio da fare che lamentarmi. Litanie noiose sino al patetico. Butto nella spazzatura il tempo, non risorgo. Credo nel cataclisma finale, per dirla tutta, se non l’ avete capito sono un pessimista e chiedo perdono a tutti tranne che a me stesso. Il coraggio di sentirmi vivo perso in qualche giornata di sole o nei troppi bicchieri di vino. Nonostante a volte trovo stupefacente sorprendermi a commuovermi di fronte a un sentimento, anche il più banale, mi do dello sciocco e un sorriso s’ impadronisce del mio viso e nulla cambia e niente sfalderà gli strati di pesante sofferenza. Per certo, ne sono cosciente, un barlume, un guizzo di vita rumoreggia scorbutico nell’anima.

La vita cos’è ?

Maschere in laguna, canali silenziosi,  bellezza persa nello sfondo, effimera nel bailamme di risa e coriandoli, fritta allegria. Lo stantio mormorio delle acque, in un clamore si erge  il campanile, strabilianti visioni. Giovani donne, leggiadre sfuggono alla reminiscenza del pudore. Saloni dai vetri opachi dove spio dame e cavalieri, musiche e capelli, fresca noia. Carnevale a Venezia.

Quelle dolci notti legate al vento, odori di agrumi, mandorle, latte fresco. La terra dei Pirandello, Malavoglia, dei greci, degli egizi, le loro tracce. Visibile il vissuto. Io e te innamorati a Taormina. Di quei due cuori, uno non pulsa più, è perso nel’ infinito. Clara te ne sei andata, mi hai lasciato solo perso nel finito di questa splendida terra, sconfitto tra gli sconfitti, il primo degli arresi. Quel colpo di fucile destinato a me sbirro, invece tu con il tuo coraggio, con il tuo cuore grande hai coperto la mia figura gettandoci il tuo amore. Te ne sei andata.Ti hanno ucciso, io non passo un giorno a maledire loro, me e questa amata dannata terra dove il vento odora ancora di limoni e mandorle. Aspettami Clara.Ti prego arriverò.

Ombre nelle ombre, esalazioni di abbandono, macerie. Disgusto, desolazione, speranze perdute. Qui era il mio bar, qui venivano gli amici, le genti. Mia moglie e io, a volte anche mia figlia dietro al banco, grappini, birre, panini. Risate, progetti, brindisi e allegria. La vita, il paese, il nostro territorio, la squadra di calcio, il presente, il futuro, impegni di tutti i giorni. Vita di montagna, ancora non troppo inquinata a volte fresca e spumeggiante, forse spesso noiosa, nessuna importanza si stava bene. Si pasceva, sì,avete letto bene. Noi pascevano beati come gli animali al pascolo.
Ora il buio è ininterrotto, non c’è sole che scaldi più questa terra, si sopravvive frantumati dai ricordi, dai tanti volti sfumati e le lacrime che ritornano in un flusso perpetuo.
Tra poco sarà Pasqua, segno di pace e resurrezione. Chi mai avrà più pace? Chi resusciterà? Tutti scomparsi, siamo soli, sono solo. La terra si è ribellata e ha avuto ragione nel farlo. La montagna si è spaccata si è ferita. Noi piccoli esseri piangiamo dolenti, travolti dal misero abbandono. Né stato né altro. Tutto dimenticato, rimangono solo macerie. 19 gennaio 2017 il colpo finale

IL mare sprigionava riflessi di strabiliante bellezza il sole gonfio e giallo emanava un calore denso quasi insostenibile. La spiaggia era gremita, piena come un uovo. Io sul bagnasciuga ero come tramortito, vedevo sfilare mille corpi, ma non il tuo, tu non c’eri. Per l’ ennesima volta mi avevi dato buca.

Così mi sorpresi a girare intorno a quel piccolo tavolo nel salotto di casa. Sopra il telefono, immobile e irrimediabilmente muto. Come un pazzo, fumavo, bevevo birra, giravo ininterrottamente. Fissavo quel cazzo di telefono che non si decideva a squillare e se lo faceva all’ altro capo non c’era la voce che volevo ascoltare, la tua. Tu, la solita stronza giocavi con me e la mia acerba vita, proprio come il gatto fa con il topo. Persi le tue traccie. Ti vedo ora dopo molti anni, stai abbracciando un giovane uomo, bello, molto bello. In me un delirio di follia si tramuta in gelosia, non è possibile dopo secoli nutrire ancora il vile sentimento, ma la realtà è che mi sto erodendo in una rabbia inaspettata. Il ragazzo salendo in una fantastica auto nuova ti saluta e ascolto nel suo sorriso un ciao mamma stai tranquilla. Sei ancora bella? Non lo so. Gli anni ti sono caduti addosso, tu l’hai retti con dignità. I tuoi occhi scuri ora mi pongono penose  riflessioni. Sei triste? Tuo figlio parte, forse, oppure chissà. Mi guardi, ma è come guardarsi niente, impossibile che non mi abbia riconosciuto, eppure ci siamo amati. Abbiamo viaggiato nei nostri corpi li abbiamo esplorati e scoperti, abbiamo sofferto, gioito di noi, del nostro amore e poi il vento ha deciso, o meglio; il tuo vento decise che nulla rimanesse di noi e io sono volato via nelle folate di un sentimento incompressibile. Ne ho fatto  ragione e oggi accetto la tua indifferenza e ti vedo passare  in un assolo imperdonabile. Il vuoto di allora ritorna e riconosco la mia voglia  di soffrire per tutto quello mi hai donato e per tutto il nulla che mi hai distribuito negli anni, perso nella tua mancanza. Riconosco l’amore, un amore che nessuno potrà mai definire, neanche Dio potrà osare farlo, nessun poeta riuscirà a descriverlo nella sua magnificenza. Neanche se userà stelle e inchiostro d’oro ci riuscirà. No. Perché non ha potuto vivere quei momenti che erano nostri. Solo noi eravamo in grado di catturare quella magia e solo tu in pochi attimi farla svanire. Non ti ho mai compreso, ma ti ho amato e ti amo ancora, sì, so di amarti di non aver mai smesso. Ora ti vedo ancora, stai ondeggiando e venendo nella mia direzione. Ti guardo e ho la certezza che sei bella, forse stai sorridendo. Mi pugnalo e volto le spalle, me ne vado e perdo ancora. Sì, in amore si perde e io sono un perdente. Vado a casa. Ho una moglie che mi aspetta.

Come vi annoiavo prima dicevo: un guizzo di vita rumoreggia nell’anima bussando nella regione occipitale, cerca di incunearsi, di raggiungere il cuore. Vuole influire e farsi strada in quest’ uomo ai limiti dell’ abbandono. Ho viaggiato, visto, scritto. Ho anche amato e ora mi trafiggo di un dolore che forse non è neanche mio, lo ho soltanto preso in prestito. Non mi sottraggo all’ inutile lamento. Una storia però la conosco davvero ed è che in questa vita nulla ha un senso e tutto lo ha. Sarebbe meglio non arrivare  allo scontro frontale e continuare ad amare, volersi bene e non sentirsi inutili, perché alla ragion di cui non lo siamo. Qualcuno ha bisogno di noi, di me. Vado nella direzione sbagliata e forse questa volta è quella giusta.  La vita come un racconto breve. Anzi brevissimo.

In questo giorno dove si festeggiano i papà, io sto scrivendo e riassumendo nelle poche righe i miei stati d’animo. Le visioni, le lucide follie, brevi racconti. Mi rendo conto che anche la vita di mio padre è stata un racconto, a modo suo bello, sicuramente un buon viaggio, una vita serena dedicata ai figli, alla moglie e impregnata di sano lavoro. Ho un rammarico, di essermelo goduto poco, ma ho l’ assoluta certezza che lui è accanto a me, mi protegge e cerca di guidarmi. In questa ultima cosa riesce poco, certo non per colpe sue, semplicemente perché ha un figlio sciamannato, ribelle, a volte esagerato nelle deviazioni. Credo a lui interessi poco e da qualche posto a me sconosciuto continua ad amarmi e proteggermi. Se fosse qui ora lo abbraccerei dicendogli “babbo ti voglio bene. Auguri babbo. Non mi lasciare mai. Ho bisogno di te.”

19 marzo 2017

A Bernardo Bachetti 1909 – 1996 ti penso sempre.

Il mio Naviglio

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Ah quel suono dolce e cheto del transumare senza mai arrivare
soave movimento di languida serenità
la notte e i suoi riflessi, luci
bagliori di vita
quei volti allampanati, curiosi di punto stupiti di tanto cupi
il crepitio dei passi, solchi da terre lontane
di vite giovani e consumate maschere
comunque eterogenee, alcune disperse
un mondo e i suoi colori
un viaggio nella mia introspettiva cerebrale
intima e godereccia
quell’essere li, guardare stordirsi drogarsi di lenta linfa
ah come mi manca, si, come mi manca
un luogo svelato dal nulla e mai stato mio ora magia
l’acqua e il silente frusciare
un sale naturale vitale
oh come mi manchi
caro e affezionato naviglio
il volto di un figlio e non soltanto una rima
ma un attrazione congiunta
di amore e di stima dovuta.

La ierva a Criste.

foto pranzo pesce mio cecilia 264Antefatto.

Seduto su una panchina coinvolto in una tenue serata d’autunno a parlare del più e del meno con una vecchia amica, perdersi nei ricordi e cercare di dar senso al presente condito da un futuro che appare sempre più opaco.
Dialoghi normali per chi è conscio di avere una ragione, anche sia unicamente uno straccio di obbiettivo, nutrire qualche speranza. Leccarsi le ferite e capire dove si è sbagliato, ricominciare, ricostruire, puntellare, captare suoni, immagini e sogni, non privarsi d’emozioni, a mio parere questa è la vita, semplice anche se a volte molto faticosa.
In troppi vivono senza rendersene conto, sono già morti e non lo sanno, seguono degli stereotipi convulsi e modaioli, pecore, un grande gregge.
A volte: almeno quanto è possibile vale la pena ricordarsi che è un bene rallentare le frenesie del tran tran quotidiano, riordinare le idee, offrirsi un momento per se e quale occasione migliore conversare con un amico, in questo caso A. Regalarle un libro, il tuo, quello scritto da te, quello che ti sta facendo bene e male, aggiungere un sorriso e un ci vediamo, magari presto, magari non si sa, forse tra un anno, quando sarà. Tornare a casa rimestare pensieri, consapevole di essere titolare di qualche riflessione in più da sviscerare. Mangiare dei pomodori in padella con olio aglio e rosmarino, semplicemente squisiti, cucinati premurosamente da tua madre novantenne.( Qui si potrebbe dar luogo a un nutrito dibattito, ma lasciamo correre.) Accendere la tv e farsi bombardare masochisticamente da chiacchere sterili e convulse, elargite senza scrupolo dai tanti imbonitori amanti del gossip e politicanti vari. Soliti discorsi, solite facce di merda, ruggine su ruggine, comici e politici, dov’è la differenza? Brandisco male parole all’aria, tanto sono da solo, o meglio c’è Briciola la mia cagnolina, non sente è sempre più sorda, la carezzo con stanco e sincero affetto e do un bel taglio spengo la tv come atto dovuto e frequente. Un unico dubbio la Carmen o del buon generico jazz. Opto per la lirica, la sinfonia della Carmen fiorisce nella stanza colorandola di vibrazioni.
Accendo il pc, ho voglia di scrivere, non ho idee, ci provo, forse una storia da narrare esiste. Inizio a muovere le mani sulla tastiera. Eccola.

Capitolo primo

Lo scricchiolio delle mie ossa intonavano il primo sbiadito buongiorno, fuori era ancora buio, guardai l’orologio appeso alla parete, le sei e trenta. Intorpidito e confuso mossi i primi passi eseguii le formali necessità fisiologiche, dal frigo rubai bevendolo stille di latte gelato. Mi inoltrai nel regno oscuro, la camera da letto, la sveglia improvvisamente trillò, e il buongiorno della strega arrivò puntuale: “spegnila deficiente!” non risposi, sottomesso eseguii chinandomi su mio figlio Matteo, sereno dormiva, lo riempii di baci inondandolo di amore. Non reagiva, nessun segno di lucidità, era compresso in un sonno profondo. A malincuore l’incombenza di svegliarlo, a soli quattro anni anche lui doveva sottoporsi a urgenze improrogabili come per esempio andare all’asilo. Incrociandomi con chi da circa un anno era diventata la oramai ex moglie, ma per esigenze di natura pratica dovevamo condividere lo stesso tetto contribuendo ad allargare la fitta schiera dei separati in casa.
C’eravamo imposti regole precise, gli accordi erano chiari, ma lei puntualmente ne veniva meno. Le dissi: ” il bambino lo vesto io?” Ruvida rispose “certo non lo sai?”
No, non lo sapevo o meglio potevo anche saperlo, mi toccava sempre, ma non le andava bene mai nulla, come lo lavavo, come lo vestivo, ect ect.
Lei si preparava il caffè e lo beveva in fretta e quello che avanzava lo metteva in una bottiglietta e lo portava con se a lavoro, lo avrebbe anche buttato pur di non lasciarmelo, un dispetto come un altro.
Queste erano le meste mattine che andavano in onda usualmente in casa.
La tensione si tagliava con il coltello in quella giornata uggiosa e umida di fine ottobre.
Sono trascorsi già sedici anni, ancora sale sulle ferite.
Dal suo volto traspariva odio oltre il solito, e io ero l’unico destinatario.
Stranamente lenta sembrava perdesse tempo, mi scrutava senza parlare, Matteo era ancora assonnato e pronto per uscire. Le sette e trenta, mentre lo imbacuccavo per non farlo bagnare le rivolsi la parola ” Vai al lavoro in ritardo?” Per tutta risposta lasciandomi sbigottito mi aggredì con accuse che non comprendevo. Dalla sua bocca non verbi, ma uranio, provai a difendermi chiedendo a cosa si riferisse, veramente non riuscivo a capire, e fu a quel punto mi sferrò un violento calcio nello stinco, il bambino era lì, presente, cercai di trattenere la rabbia e di proteggere Matteo da quella folle azione cercando di non fargli capire la disperazione e l’abbruttimento dei suoi genitori. Con fatica ignorai l’accaduto voltai le spalle e aprii l’uscio, quando ero per andarmene con voce diabolica ringhiò:
“Bastardo figlio di puttana sei il solito vigliacco.”
La guardai: “basta Rita non ne posso più, si può sapere cosa vuoi?”
All’improvviso mi sputò in faccia, colpendomi in un occhio, e fu così che il mio equilibrio mentale andò letteralmente a farsi fottere, la vista si oscurò, non capii più niente, chiusi gli occhi e quando li riaprii vidi il suo viso pallido e sconvolto: non lo dimenticherò mai più, a pochi centimetri la mia mano a palmo aperto stampata sul muro. Fortunatamente una misteriosa forza soprannaturale l’aveva deviata, avevo puntato dritto alla fronte; chissà se era stato mio padre deceduto da poco? Avrei potuto ucciderla: una bastarda di meno sulla terra e un coglione di più in galera. Sospinsi delicatamente mio figlio fuori di casa entrammo in auto e partimmo.
Durante il tragitto non parlavamo nessuno dei due, il mio unico impegno oltre quello di guidare era di ricacciare le lacrime che volevano esplodere come le bombe a Hiroshima.
A un tratto Matteo dal sedile posteriore fratturò il silenzio con voce esile, e disse: “tu e la mamma avete litigato ancora?”
No piccolo, all’inizio a dire il vero un po’si, poi abbiamo scherzato e fatto subito pace; io e la mamma ci vogliamo bene, e soprattutto ne vogliamo a te.”
Non mi specchiai per non notare il mio imbarazzo e il viso sicuramente rosso per la vergogna.
Matteo non replicò accontentandosi della risposta e certamente fece finta di credere alla mia grossa bugia.
Arrivammo all’asilo, la pioggia tamburellava fitta e leggera, all’ingresso venimmo accolti da Anna una delle maestre, bella e giovane ragazza, alta e bionda. Salutò Matteo con un sorriso radioso dicendogli: “ciao grande bimbo come stai oggi?”
Distaccato e un po’ innervosito rispose un solitario “bene” e corse nell’aula grande insieme agli altri bambini.
Anna si preoccupò di lui seguendolo, ma si ricordò anche di me, parzialmente conosceva la situazione. “Come va? Sei scuro in viso, è successo altro?”
“Lasciamo perdere, poi un giorno con calma ti racconterò, mi raccomando Matteo, stalle vicino il più possibile, mi fido di te.”
“Stai tranquillo per questo, e cerca di stare calmo.” Con un sorriso amaro si congedò raggiungendo i piccoli alunni.

Capitolo secondo

Avevo un vincolo, recarmi a lavoro, non avevo né voglia né testa e così decisi di non andare, telefonai in ditta dicendo di non stare bene e tra l’altro era anche vero. Inebetito presi l’autostrada.
I pensieri rotolavano rincorrendosi nel cervello senza giungere a nulla di definito. Uscii a Pineto, Roseto, non ricordo presi il lungomare e in un tratto adiacente a una spiaggia parcheggiai, le nuvole erano quasi del tutto svanite e un bel sole sorridente splendeva. La giornata meteorologicamente si era aggiustata, al contrario in me una tormenta regnava perfetta. Ricordo poco di quel giorno; neanche pranzai o forse un panino, girovagavo, piangevo e cercavo di giungere a soluzioni che non trovavo, i crucci: onde che rinfrangevano sugli scogli in uno sbattere inutile. Avevo una dannata voglia di bere, ubriacarmi fino a stordirmi, non lo feci. L’ora legale mi regalava ancora qualche briciola di speranza, volevo il giorno non se andasse mai, avevo il terrore di rientrare a casa, ma inesorabilmente si spense e la luna spiccò nella sera. Cercai rifugio nel bar di sempre sforzandomi di apparire normale, un paio di aperitivi con gli amici tanto per tirare tardi e poche parole. Sandro mi conosceva bene e mi chiese se era tutto a posto, scrollai le spalle: non mi andava di vomitargli addosso tutto il mio disagio.
Erano circa le nove, avevo parcheggiato sotto casa, ma le gambe non rispondevano ai comandi cerebrali, non eseguivano, ero come scioccato non riuscivo a scendere dall’auto, non ce la facevo a rientrare in quello che per me era divenuto un luogo di miseria e sofferenza, soprattutto dopo il casino successo nella mattinata, ero dominato dalla paura di avere reazioni incontrollate. L’unica leva mi spingeva a farlo era la voglia di vedere mio figlio.
Mi feci coraggio e andai.
Aprii la porta sperando di non vederla, magari era rintanata in camera a vedere le solite cazzate in tv, invece no, era sul divano quello a due posti dove mi spezzavo la schiena tutte le notti cercando di riposare. Matteo dormiva con la testa appoggiata sul suo ventre, la casa era linda, tutto era ordinato, anche quei mobili tristi stile anni ottanta comprati in liquidazione sembravano decenti, lei li odiava e me lo rinfacciava giornalmente, ma non avevamo più soldi, li avevamo spesi tutti per acquistare la casa e quella mobilia fu un affare, quando ci saremmo rimessi economicamente ne avremmo comprati dei nuovi di suo gusto, questo gli avevo promesso. Non le bastava.
Il tavolo al centro della sala, un miraggio, cazzo… no… non era possibile, apparecchiato, la tovaglia… la cena pronta, non vedevo le pietanze erano coperte, presumibilmente per farle rimanere calde, addirittura del vino rosso, il pane già tagliato, e attenzione attenzione, il tovagliolo di stoffa. Non mi preparava la cena da mesi, tovaglioli di stoffa non se ne erano mai visti in casa, poi quell’ordine, tutto era perfetto e lei seduta, composta, misurata eccessivamente perfino nelle movenze. Ancora vestita e stranamente in modo decente, aveva e penso ancora un gusto orrido nell’abbigliarsi. Mi sedetti al tavolo, fibrillavo, il cervello stava andando fuori giri, tra le tante ipotesi mi illusi di un gesto carino forse un tentativo per chiedermi scusa e magari un riavvicinamento. Era rinsavita?
Quando scoperchiai i piatti rimasi perplesso, frittata con i funghi su uno, e crudi olio prezzemolo, nell’altro: ovuli per l’esattezza, la specie più buona, ma anche la più pericolosa, letale. Facili da confondere, tra i velenosi e i commestibili la differenza è quasi inesistente.
A me piacciono i funghi, ma non li capisco e non so riconoscerli. Rita essendo originaria di un paese di montagna è una grande esperta, appena può affonda nei boschi il suo istinto animale e li va a raccogliere.
Guardai le pietanze e lei, una impercettibile luce striava i suoi occhi ne riconoscevo la perfidia. Eretta nel busto mi guardava fissa, un ghigno maligno maturava sul volto, pareva rilassata come se si stesse godendo uno show.
Più di una cosa non mi quadrava, e una voce prendeva corpo all’interno del mio animo; ” va via, non mangiare, questa ti vuole fregare, è una strega. Vai via non cenare.” Le detti ascolto e mi alzai, deciso presi coraggio, detti un bacio sulla fronte al bambino, dormiva beato ignorando la miseria umana in cui era incolpevolmente coinvolto. La guardai gelido negli occhi e le dissi: grazie per la cena, ma non ho fame, vado via, avrai presto notizie dal mio avvocato, qui non resisto più, mi dispiace è proprio finita; per quanto puoi cerca di avere cura di nostro figlio, per lui ci sarò sempre, cerchiamo di non rovinargli la vita.” Mai come così le parole furono buttate al vento.
Adagiò il bimbo sul divano e indemoniata iniziò a strattonarmi con prepotenza, il suo volto era di fuoco, gli occhi sgranati.
“Perché non mangi è?… Perché?… Bastardo te ne vai? Sei un finocchio, un essere schifoso.”
Oscurai tutto, e infilai l’uscio, mentre lo facevo voltandomi le dissi: “Ma come cazzo ho fatto ad amarti:” e chiusi la porta soffocando un presente che era già passato. Le sue parole erano divenute mute per me, malediceva, piangeva e non so cos’altro, udii il rumore di un piatto andare in frantumi, fortunatamente non svegliò Matteo, almeno non lo sentii piangere. Rimasi qualche minuto sul pianerottolo, poi blindai il mio cuore e proseguii nei miei passi. Non potevo tornare indietro, assolutamente no.
L’aria era fredda, la bevvi; la notte comunque era bella, una distesa di stelle fungevano da corona a una luna fluorescente.
Quello successe dopo, il vuoto, lo zero assoluto.
La notte imbroglia, confonde, infine si nasconde lasciando al giorno la realtà e le sue necessità.
Iniziò una guerra senza esclusioni di colpi, cercavo di difendermi dai suoi continui attacchi, ma non sto qui a raccontare, non voglio passare da vittima. Certamente ho le mie responsabilità, ma credetemi quella donna è stata capace di farmene di ogni. Pazienza io, ma Matteo cosa c’entrava? Di quale colpa si era macchiato per avere due genitori così? Un dramma.
Un giorno mentre ero al telefono con lei, disperatamente provavo a convincerla di concedermi la separazione cercando di mitizzare le sue improponibili richieste, ma come al solito non ottenni niente. Nessuna via d’uscita e i toni degenerarono, a un certo punto esplose in tutta la sua rabbia dicendomi in un dialetto stretto, riporto fedelmente.
“Tu dive ringrazzià la Madonna che lla sera niè magnate, senno damò che stive a raccoglie la ierva a Criste.”
Traduco anche se penso il concetto sia molto chiaro. “Devi ringraziare la Madonna che quella sera non hai mangiato, altrimenti era da un pezzo che raccoglievi l’erba a Gesù Cristo.” Per dirla in breve ero defunto. I funghi erano velenosi? Penso di si, e non credo ci sia altro da aggiungere.

fine

Sono le due del mattino ho sonno e sono stanco, questa sera parlare con la mia amica mi ha fatto sentire bene, ci siamo confrontati scambiandoci impressioni e punti di vista, anche a lei è successo di dover raccogliere diverse volte i pezzi della sua vita, ma è andata sempre avanti, un po’come sto facendo io.

Ah… dimenticavo, io sono uno scrittore e il mio compito è quello di tuffarmi nei meandri della vita cercando di coglierne i vari aspetti, e di conseguenza questo è solo un racconto e io non sono stato mai sposato e mio figlio non si chiama Matteo.
Buonanotte.

http://www.libreriauniversitaria.it/unica-chiave-bachetti-nazzareno-librati/libro/9788866450115

vedrai

014
A te che sei mio figlio
A te il mio dolore, il mio amore
A te il tuo candore le tue speranze
la vita il pane
A te la fatica il cammino il sudore
A te piccolo grande uomo
le gioie,e gli occhi limpidi
tu non conosci il mondo e le sue vie
tu che sei, ma non quì
tu ora vedrai
quanto io sarò capace di amarti
vedrai figlio mio vedrai…

spoglio orizzonte

mi muovo in un terreno
senza alcun senso di percezione
minima che sia.
è minato
disarmo inquietidutine,
proseguo non ho paura
mine brillano dalla mansueta terra come scintille maligne
son salvo, son vivo, cado, mi sollevo di nuovo
incurante brulico nel vespro
odo speranze assorbo rancori
invidie e gelosie
mi innalzo
il cuore è forte batte pregno nello stomaco rivoltato
Mio Dio vivo Mio Dio amo
la terra la gente l’amico
il nemico maledico
son desto non sogno
sorveglio questo mio vivere
altro non ho da aggiungere
perchè ora
non morirò non posso non devo non voglio
devo raggiungere mio figlio
all’altro lato
dello spoglio orizzonte
dove futuro creerò.

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