Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

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Un augurio

20150421_153109Un nero mantello un volto velato

seni pesanti e labbra rosse

una nota canzone

un bacio un soldo un arancio

l’amore a ore

un fiume, ci scorre la vita

un canto di un gallo

un’ alba germoglia

il pericolo è passato

la guerra è finita

e come un fiume in piena

Come un fiume in piena
virgole, parentesi e accenti
la poesia si culla vive con me
sogno nel sogno
barlumi di speranza di fuochi mai spenti
focolai di stelle dove volano le anime
quelle più belle, le più fragili
nel calice di un vento fresco
assaporo la nostra speranza
quella voglia ma sopita mai stanca
e come occhi bambini
scintillano profumi di soavi sentimenti
e draghi no, ora non ce ne sono più
rimane il manto di un sogno intriso
tra righe di dolci sorrisi e petali di emozioni
una folata d’amore
le labbra le mani la passione
e come un fiume in piena,
rimani tu solo tu
e madido di sofferenza riconosco l’odore riconosco l’amore
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quando…

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Quando le parole non hanno più alcun senso
quando il fiume è di nuovo cheto
è lì che incontro il mio destino
è lì dove scompaio fino ad annullarmi
è lì dove sorge il sole
è lì che trovo ancora il tuo sorriso
e sono ancora vivo e sono trota, acqua,
rugiada e rosa
non dimenticarmi
perchè quel giorno io sarò lì ad aspettarti
perchè di te ho bisogno
come aria al vento
come legna al fuoco
come il cuore al cervello
non pensa, non riposa
si contrae avido affamato
il dolore la sua casa
e solamente ama

UN POMERIGGIO AL FIUME


Tonino e Carlo amici fin dall’infanzia, dopo aver pranzato velocemente nelle loro rispettive case si dovevano incontrare in piazzetta. Erano d’accordo per andare al fiume. La scuola era finita da qualche giorno, le agognate vacanze estive iniziate, forse erano riusciti ad essere promossi in seconda media. Purtroppo gli esiti degli scrutini resi noti qualche giorno dopo decretarano l’amara sentenza: Carlo due materie da recuperare, matematica ed inglese,Toni una, italiano. Successivamente all’esame riparatore di settembre entrambi promossi. Il sole illuminava il cielo terso, scaldando quella giornata di metà giugno, Tonino appena vide Carlo sbucare da una viuzza adiacente allo spiazzo gli urlò:”hai preso le buste di plastica”? “Si” rispose l’amico. Dopo essere scesi dal ripido viottolo giunsero sulla pietrosa sponda del corso d’acqua che mansueto scorreva. Decisero di percorrere il sentiero più lungo, che snodava sulla sinistra. La folta vegetazione rendeva difficoltosa la marcia, arrivarono al “bagno uno”, gli slarghi e le rientranze balneabili del fiume, i ragazzi che lo frequentavano le chiamavamo così, anche conche o pozze, comunque tutti venivano numerati.Il bagno tre già a quell’ora era affollato. C’era la comitiva di Porta Romana quella di Gianni detto il “Roscio”soprannominato così per via del colore dei suoi capelli. Tonino e Carlo non nutrivano molta simpatia per quella banda soprattutto per il “Roscio”, l’incontro fu condito di sfottò e qualche battuta sarcastica, dopo essersi scambiati anche un paio di vaffanculo proseguerirono nella loro direzione allontanandosi dalla comitiva e dal bagno. Il numero quattro detto anche “bagno lungo” era sempre deserto,perchè l’acqua in quel tratto era poco profonda non agevolava il nuoto. Al “cinque” soprannominato la “conca” tre ragazzini, avranno avuto al massimo dieci anni, mai visti prima d’ora sguazzavano felici, ridendo scherzando tra loro, contenti salutarono i due che snobbandoli non risposero tirando avanti. Tonino e Carlo quel luogo lo consideravano un pò il loro regno. Essere al fiume per i ragazzi era pura magia, lì imparavano a nuotare, si divertivano in compagnia allestendo capanne, facendole divenire delle vere e proprie abitazioni tanto erano accorti nel costruirle, ci trascorrevano molto tempo, giocando a carte, parlando, ridendo raccontandosi barzellette. In quei capanni le prime sigarette fumate di nascosto,le prime masturbazioni. Il fiume teatro affascinante, custode discreto dei loro segreti. Chi non era assiduo nel fiume era definito sgradito intruso. Dopo aver scarpinato sul fondo scosceso dell’ argine arrivarano a destinazione, il bagno sette, il più piccolo, per questo detto “la pozza”. Quel punto era costellato da enormi massi, alcuni di loro superavano i due metri d’altezza, ideali per tuffarsi. In un lampo si spogliarono tolsero anche le mutande per non bagnarle, cosi facendo le loro madri non si sarebbero accorte della loro disubbidienza, essendo contrarie che i propri figli frequntassero il fiume, ritenendolo un luogo pericoloso per la loro incolumità. Per gli habitué stare al fiume nudi era cosa normale. Tonino agile dal fisico asciutto immediatamente s’arrampicò su un grosso masso il più alto, tuffandosi nel piccolo specchio riflesso di color verde muschio, l’acqua in quel punto era molto profonda, perfetta per quel tipo d’esercizio. Carlo scelse uno scoglio più basso seguendolo nel movimento, il suo impatto con l’acqua fu goffo, Toni era molto più bravo del suo amico. In poco tempo avevano eseguito decine di tuffi, decisero di fare una pausa per non stancarsi troppo, riposandosi nella spiaggetta antistante, fumarono una sigaretta in comune, Carlo l’aveva “rubata” a casa dal pacchetto del padre, una M.S. Nel frattempo, non troppo lontano, udirono un vociare, urla assordanti, presto divennerò sempre più forti fino a meterializzarsi, era la banda di “via Verdi”, ragazzi quasi adulti un pò scapestrati. Franco detto tarzanitte per via del possente fisico, aveva modi selvaggi, bucolicamente spavaldi, inveii subito contro i due urlandogli:”Cosa ci fate qui mocciosi? lo sapete non ci potete stare! QUESTO BAGNO E’ NOSTRO”. Tonino lo conosceva bene, garbatamente gli disse: “dai Franco noi abbiamo finito, non vi diamo fastidio, stiamo qui tranquilli guardiamo solo”. Guido un altro componente della banda rivolgendosi sempre a Franco disse: “lasciali stare che fastidio ti danno”? Tarzanitte bestemmiò, si spogliò nudo e come una scimmia volteggiò rapido sopra al masso più alto, in un baleno schizzò in acqua tentando mal riuscendoci una piroetta nell’aria tonfando in acqua sortì un gran rumore, riemerse ridendo come un matto, era proprio uno sciroccato totale. Gli altri ragazzi lo seguirono tuffandosi a loro volta, poi per ultimo Adriano, dallo scoglio staccò puntando alto al cielo, piegandosi a squadra a 90 gradi, a pochi centimetri dal pelo dell’acqua si distese con eleganza, entrò diritto come un fuso, neanche uno schizzo, perfetto. Vederlo era uno spettacolo, veramente bravo. Dopo un pò i due amici salutarano la strampalata compagnia, inoltrandosi fino ad arrivare in un minuscolo bagno, il fiume irrequieto saltava sulle roccie formando delle cascatelle, entrarano in acqua, Carlo ad alta voce chiese a Tonino “quello va bene”? indicando un grosso masso che affiorava imponente, l’amico annuendo disse: “tu mettiti all’estremità di fronte a quella buca, io entro da quest’altra parte, cerca di fare più baccano possibile”. ‘Immergendosi tutto nell’acqua gelata, testa compresa, scomparse sotto il macigno. Carlo fece lo stesso, la cavità della grossa pietra brulicava di pesci: trote, triotti, carpe, barbi. Carlo dimenticandosi di essere immerso, rise per la gioia, nel vedere tutto quel ben di Dio, inghiottendo parecchio liquido, l’acqua fiumana in quei tempi non era inquinata, certo berla non era il massimo della vita, oggi sarebbe letale. Carlo iniziò a battere le mani, spostava sassi, producendo nel torrente un gran fracasso, i pesci terrorizzati dal rumore scapparano tutti nella direzione di Toni, che rapidissimo con le mani iniziò ad agguantarli prendendoli per la testa o per la coda, una volta presi lì scaraventava sulla spiaggia adiacente, in pochi istanti nè catturò molti. Soddisfatti della pesca esausti smisero. Una volta sulla sponda contarono il prezioso bottino, dodici pesci, bel risultato, otto erano trote, tutte belle grosse, il pesce più buono da mangiare, una addirittura era della specie iridea, definita cosi per via delle striscie color argento, rosa, azzurro che gli ornano i fianchi, l’esemplare superava sicuramente il chilo. Si asciugarono, si vestirono, a ritroso fecero lo stesso percorso dell’andata. Doveva essere molto tardi, il sole stanco si andava a nascondere dietro le colline. Il fiume s’era svuotato, s’udiva solo il gracchiare fastidioso delle rane, non c’era anima viva, ad eccezione di Nicola, un uomo di circa trent’anni, detto lo “spostato” per i suoi modi burberi e strani. Stava tirando sassi piatti, facendoli rimbalzare a pelo d’acqua, era bravissimo in questo. Con la coda degli occhi i ragazzi guardarano un sasso tirato dall’uomo, non smetteva mai di rimbalzare contarono tredici saltelli un vero record. Percorsa con fatica la salita, giunsero in strada erano ancora a torso nudo, sudati per lo sforzo fatto, si rinfilarono le magliette. Chiesero l’ora ad un passante, “perdinci”! erano quasi le sette, – stasera a casa – commentarano tra loro -sarà dura, sai i ceffoni-. Inpavidi non curanti della tarda ora si fermarono all’osteria di Milio, rovistarano nelle loro tasche, Carlo aveva cinquanta lire, setttanta Tonino, non sufficienti per acquistare due bicchieri di spuma che costavano cento lire l’uno. Rivolegendosi all’ oste dissero: “Milio per favore ci dai centoventi lire di spuma”? Lui sorridendo sornione rispose:”che avete in quella busta? trote”? “si” disse Tonino “va bè, datemene una e stiamo pari, regolare no”? “come no” risposero all’unisono i ragazzi, dandogli la trota più piccola. Bevvero con gusto la spuma fresca,spartirono il pescato, salutandosi si dettero appuntamento per l’indomani, avviandosi verso casa soddisfatti per il bel pomeriggio trascorso al fiume.

Sono tornato nella mia città natale dopo molto tempo, per portare un fiore sulla tomba dei miei genitori. Per caso mi trovo a percorrere i luoghi della mia infanzia, passo davanti all’osteria di Milio, ora cè una sala giochi, vengo assalito dai ricordi: La spuma bevuta, le avventure, le pescate al fiume, Tonino e gli altri amici. Pensando tutto ciò arrivo all’imbocco del sentiero che porta al fiume, scendo dalla macchina, vedo che è quasi scomparso, ricoperto da erbacce, noto quel luogo divenuto una discarica, rottami e calcinacci, uno schifo. Che tristezza. Quanta nostalgia di quei tempi… bastava così poco per essere felici. Anche oggi è una giornata di metà giugno, fà caldo come allora, allento il nodo della cravatta risalgo in auto, l’aria condizionata è in funzione. Sorrido pensando a quei bei pomeriggi. Riparto alla volta di Roma.

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