Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

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punto zero al centotrentanove

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Cuore di piombo, un abuso grigio

finestre, nessun amore, odiose fessure

bambini tristi, stracci i balocchi

il tanfo e il disgusto insopportabile

movenze insostenibili: sesso laido, lurido

corpi nudi: uomini e donne: demoni

gente di poco conto, polvere e deliri

goffe controfigure umane

notti insonni, albe rovinate,

volti deturpati derubati del primitivo stupore

uno stuolo di piccoli vampiri sghignazzano

un orrido incubo, fiamme da cui impossibile liberarsi

bruciano, ancora bruciano

nessuno è vivo

qualcuno sopravviverà nonostante

il resto soltanto fiori lugubri

allucinazioni

polvere alcol miseria desolazione

il nuovo mondo è già scomparso, forse non è mai sorto

qualcuno ride, altri bevono e gridano,

folli persi nella loro stessa follia

presunta vita.

la fine è qui in questo posto chiamato inferno

punto zero, al centotrentanove

Una luce spenta

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Ossessioni, percorsi illogici

strade diverse, deviazioni

incolmabili disagi

luoghi comuni, cumuli di parole

sciami di urla

massacri

silenzi blasfemi, pesanti

nessuno ha veduto

nessuno ha udito, parlato

mura bianche carta macchiata

una rossa rosa disegnata nel sangue

una farfalla dalle ali spezzate

un velo nero

lacrime inutili

giace nel freddo pavimento

tra sassi e formiche

tra il letame e l’indifferenza

pietà e lenta decomposizione

il vento non è buono

il marciume divora il pianeta

follie stabili feriscono, trafiggono il cuore

lo torturano fino a ucciderlo

una luce spenta esprime il senso di un devastato vissuto

deserti aridi vivono nelle nostre tribolate anime

sotto il cielo rimane soltanto una breve luce spenta

 

SCUSATE.

Sono solo nella notte.

il fiume trascina lento

il riflesso di una affaticata luna 

bicchieri vuoti di  memoria

giacciono.

spazzatura informe geometria,

 foglie secche,

 io nel viale,

 alberi spogli,  scatole vuote.

nulla vive nulla c’è

il filo s’è spezzato, rotto, usurato.

veramente nulla c’è.

scusate,

  si qualcosa c’è

la mia  dolce, amara

inquieta, placida

 FOLLIA.

ACCIAIO…

freddo l’ acciaio
che tagliente si posa
squarciandomi la mente,
scofinando e giocando
molesto,
lucido, rimango in attesa
di quella che chiamai dignità.
perverso, mi accodo
alla sottomessa scia,
avvolgendomi nel buio;
ascolto la follia

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