Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

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Stai zitta….

ponza tagliacozzo 2011 013
Il vino bevuto con te, succhi di limone
l’estate del duemila da dimenticare
non c’ero e non ci volevo essere
sai cosa ti dico?
Sei e resterai una stronza
ricordi?… Eravamo a Ponza,
Io si… ricordo
ma non c’ero…
è vero, non c’ero, lui si però
non mi contraddire, non dire, stai zitta
Non ho mai portato a tua madre l’oliva fritta, è vero e allora…?
solo patate olio, alloro e origano, allora…?
Santa donna tua madre; e tu?
Da chi cazzo hai ripreso?
A chi somigli?
A quella puttana di tua nonna?
èéé… stronza… perchè non rispondi? Sei Muta?
Son rimasto a Ponza è vero
e sto con un nero
colpa tua
ma son contento almeno lui è vero
e anche puro
ed io per te un immaturo
sullo scoglio duro aspetto il pesce, ma che bello pescare
e fare l’amore
l amore l’ amore l’ amore: non ha confini ne ore. Sai?
Ora baciami e stai zitta.
Ora vai a farti fottere, altro non puoi, altro non vuoi
altro… altro… altro… e ora?
Nulla solo verdura.
e adesso…?
Stai zitta e per favore non facciamo l’amore
ma sesso, solo tanto sesso
e adesso stai zitta.

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Dobbiamo colorare le uova.

300154_106894956081523_5779081_nRicordo delle lenzuola bianche ruvide offrirsi a una brezza delicata. Nell’aria intense fragranze di lillà, sapone fatto in casa, il viso pacioso e le forme rotonde di mia nonna impegnata a cuocerlo nel vecchio forno. Rivedo mia madre dietro al bancone dell’alimentari nel suo fare giovane aprire una grossa scatola di tonno. Mio padre dal suo “ape” scaricare scatoloni pieni di mercanzia. Ancora estasiato impresso nella memoria l’ immagine sugli scaffali delle uova di cioccolato agghindate nel rumoroso cellophane c pavoneggiarsi vanitose come deliziose ballerine. I personaggi di “Middie lù Bielle, Sperandina de lu surde, Middiona, Anna de Crocchia, Sabatì de Zerì, N’to de Cerquattò” riposarsi seduti sulle casse di birra e i contenitori ormai vuoti del latte, trasportati dalle “lattarette” già dall’alba, vere e proprie artiste a tenerli in equilibrio sopra le loro teste protette solamente da corone di stracci arrotolati (sparrù). Regnava un’ allegria parsimoniosa, ci si dissetava parlando del più e del meno e non veniva mai negato spazio a uno scherzo o una battuta, innocenti  sfottò. La spuma Paoletti e la gassosa; ne andavo matto, non ricordo se c’era la coca cola, non è importante. Le pizze col formaggio o quelle dolci decorate col brio dei canditi. Le stanze mostravano la loro anima migliore, soffici, colme di profumati odori, ricette tramandate da mamma in figlia, frutto di un’ antica tradizione, custode di una saggia e rurale cucina. Orgoglioso, zio Vincenzo nella sua divisa da Maresciallo dell’ esercito scaricare l’agnello dalla sua Bianchina. Un cielo disegnato da mutevoli nubi mai pericolose dove le rondini scomparivano per riapparire immediate nel fruscio dell’attimo. Il suono gaudente delle campane, i peschi fioriti, i primi pastelli nei campi guadagnavano spazio sul brullo di un inverno finalmente scomparso. La primavera e la speranza si respiravano a pieni polmoni. Armonie di un tempo perduto, una terra gentile, persone felici, forse perché il loro conoscere era limitato a quel poco che bastava. Certi del presente, si dava per scontato che dopo un giorno ne seguisse un altro e la notte era solo una parentesi fatta per riposare e anche per fare l’amore. La certezza inconfutabile che al sorgere del sole c’erano gli animali da accudire, i campi d’arare, si doveva sopravvivere per vivere. Una partita a carte tra amici nella baracca de Peccio’ nei giorni di festa bastava a ripagare le tribolazioni quotidiane. Ricordo una mano affabile sfiorarmi i capelli bambini, timida carezza. Mio nonno sereno, curvo nei suoi anni dirmi “Dai andiamo, tua sorella ci aspetta, dobbiamo colorare le uova; è Pasqua.”
Di cuore
Buona Pasqua a voi tutti
Nazzareno.

Ai miei nonni

31 marzo 2013

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