Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

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Il coraggio di sentirsi vivi

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Questa non è, e non vuole essere la storia di una cenerentola qualsiasi, no. Assolutamente no. Cenerentola è un’altra cosa, lei era bella.

Mi chiamo Angela e sono seduta nel più elegante caffè cittadino, lo storico Meletti. Non è mia abitudine frequentarlo, tutt’altro. Esco poco, sono una tipa casa lavoro e chiesa. Impiegata amministrativa presso un negozio di elettrodomestici al centro commerciale. Non ho amiche, posso esibire solamente qualche buona conoscenza, alle spalle una famiglia normalissima, composta da due genitori che si sopportano amorevolmente e un fratello carabiniere che non c’è mai, perché presta servizio in altra città.

Sono l’unica figlia a portata di mano e nonostante non ho mai creato problemi e figuriamoci se ho intenzione di iniziare adesso già giunta alla soglia dei trent’anni, pochi? Abbastanza per sentirmi già vecchia, inutile e tristemente vicina alla deriva. Nonostante ciò i miei mi coprono di attenzioni e raccomandazioni, molte inutili, soprattutto mia madre, ansiosa e iperprotettiva. Oltre recarmi a lavoro come detto non esco quasi mai da casa e di conseguenza tutto l’affanno dei vecchi è praticamente superfluo. Mi isolo nel mio piatto mondo, indottrinata su poche certezze e stereotipati dogmi, davvero niente di che. Leggo libri, qualche rivista, guardo la tv, mi piacciono molto i film e per questo motivo mi sono abbonata a sky cinema, uno dei pochi lussi che mi sono concessa nella mia miserevole vita. Comunque va bene qualsiasi programma televisivo, Barbara D’Urso compresa, anche se a dire il vero non la sopporto affatto, anzi mi è proprio antipatica. Non ho un ragazzo, soltanto qualche flirt in tenera età, poi il vuoto assoluto. Dimenticavo la cosa più importante. Sono vergine.
In questo mondo di libertà assolute non ho ancora fatto l’amore e neanche sesso, tutto si è limitato a qualche isolato bacio perso negli anni. L’apice dell’intimo lo raggiunsi nella gita scolastica di quinto ragioneria, si chiamava Armando, non era brutto, ben’altro; moro, alto, quasi perfetto. Il suo carattere un po’ meno: introverso e molto timido. Quella sera in albergo era ubriaco e si fece inconsapevolmente intraprendente nei miei confronti. In fondo era simpatico che male c’era se mi fossi concessa una storia con lui e così decisi di assecondarlo. Ci isolammo in un posto tranquillo ed ero superlativamente decisa, avevo proprio voglia di starci, non dico fare l’amore, ma in qualche modo volevo sentirmi sua. D’altronde avevo diciannove anni e da qualche parte dovevo pur cominciare. Mi accorsi in un attimo che era ancor più imbranato di come lo immaginassi, dopo avermi palpato i seni goffamente, ricordo i suoi impacciati tentativi nello slacciarmi il reggiseno, non ne venne a capo, scoppiai a ridere e se avevo pensato di combinare qualcosa vedendolo in quello stato confusionale la voglia già divenuta fragile scomparve in un baleno. Non riuscivo a smettere di ridere, sicuramente ero preda di un’isteria e quel riso era la sua conseguenza e alla fine non accadde proprio un bel niente. Da quel giorno carestia assoluta, un eterna quaresima.
Mi manca il sesso? Non lo so, non credo. Ogni tanto raramente mi capita di toccarmi, immagino sognando ad occhi aperti di far l’amore con Scamarcio o Raul Bova, ma credo di non essere la sola a intingermi nell’erotica fantasia. Sono frigida? Bella domanda? credo di no. Sono come Rosi Bindi? Speriamo di no. Vi chiederete se sono bella? No, direi proprio di no. Vesto male o meglio non curo il mio abbigliamento, non vado spesso dal parrucchiere, ignoro dove sia un’ estetista, mi depilo da sola e raramente. A detta di Carlo, un mio collega, sono una delle poche donne brutte in circolazione, gli do ragione, penso sia inconfutabilmente vero. Ecco: siamo arrivati al punto focale, quante donne brutte ci sono in giro? Io ne vedo davvero poche, cavolo son tutte belle o quantomeno ognuna di loro sfoggia un suo che, per dirla in verbo maschile esibiscono sempre un qualcosa che attizza, un particolare, una sfumatura, il modo di atteggiarsi, di camminare, io neanche a parlarne. Possibile non nascono più donne brutte? Una volta il mondo, ma lasciamo perdere il mondo, andiamo nel ristretto, questa cittadina ne era piena e ora? Puf… sparite come volatilizzate, soprattutto nelle vie del centro o nei vanitosi e affollati ambienti commerciali dove più di andare a fare la spesa sembra di assistere a sfilate di moda. Davvero di sciatte non se ne vedono. Ad esempio, oggi sono qui in questo monumentale caffè avvolta negli affreschi ottocenteschi e accolta da un ambiente dal sapore retro’, sono come sempre sola e sorseggio un banalissimo tè al limone. Osservo il quieto andirivieni di un sabato pomeriggio in provincia. Sono appena le diciassette e vista l’ora in giro si vedono molte donne, i maschietti meno, magari sono a giocare a calcio, oppure sono al bar o meglio dormono. Le donne sono attive, escono, fanno e disfanno, hanno molte cose da dire e in qualche maniera si sentono di dover recuperare il tempo scippato loro nei secoli di oscurantismo. Nel tavolo a fianco al mio ce ne sono tre; saranno intorno ai cinquanta e anche loro bevono tè. Belle, eleganti, si atteggiano chiacchierando amabilmente. Faccio finta di leggere un opuscolo e sbircio nella loro direzione, ne osservo una in particolar modo. Capelli mesciati sul biondo chiaro, due perle azzurre gli occhi, ornati da belle sopracciglia da sembrare finte e, con tutta probabilità lo sono, una bocca delicata, decorata da un bel rosso porpora. Veste in jeans, una camicetta beige sbottonata al punto giusto, un giubbotto blu adatto a questa giornata di tiepida primavera, si mostra sportiva e allo stesso tempo si distingue in una sobria eleganza, ha il suo stile e favorisce un’ottima impressione di se. Si esprime in modo disinvolto calamitando l’interesse delle sue amiche. La guardo con più attenzione e mi accorgo che il suo naso non è perfetto, la punta è spostata lievemente a sinistra ed è anche un tantino ingobbito. Il suo seno non è un granché, ma è solamente ben esposto e in più deve essere anche di bassa statura, ma osservandola fuggevolmente può sembrare affascinante, e sicuramente si classifica in una delle tante che va ad arricchire il carnet delle ex racchie. I miei occhi vibrano e noto delle ragazze entrare, tacco alto, pantaloni attillati, minigonne strepitose, capelli ben acconciati, visi dolci, pelle liscia. Sono giovani, non hanno bisogno di nascondere le rughe tirandosele, come probabilmente hanno fatto le mie vicine di tavolo. Ormai ero persa nello stratosferico mondo di venere, le guardo tutte. Uscita dal caffè attraverso la piazza e più donne vedo e più il mio umore scivola nel tetro degli abissi. Non capisco cosa mi stia succedendo, il mio intelletto farnetica, sto per caso impazzendo? Girovago nelle vie del centro, sono imbalsamata in un leggero e persistente stato d’ imbarazzo, continuo a focalizzare il mio interesse su di loro, le donne. Più ne guardo e più mi convinco che l’unica femmina a essere scialba e assolutamente trasparente, be… si, non ci sonno dubbi; quella sono proprio io. Un centro estetico, mi soffermo davanti l’ingresso, cartelli pubblicitari esaltano diverse promozioni: massaggi drenanti, pulizia del viso, effetto luminoso, effetto angelo, depilazione laser, bagni di fanghi, di vino, creme e contro creme, per il corpo, le mani, il viso, ciglia finte, labbra tatuate. Convenzioni e vantaggi per piccoli interventi di chirurgia estetica. Un vulcano tronfio e eruttante di offerte, tutto ciò per cosa? Per piacersi e volersi bene o per trasformarsi in delle nuove Belen? Ciondolare in giro e far sbavare i sottomessi maschietti. Lo specchio di fianco l’ingresso del salone estetico indugia impietoso sulla mia patetica figura sfiorita, mi colgo enormemente ridicola, con gli occhiali composti da un’ingombrante montatura preistorica. Lenti a contatto no? Potrebbe essere un idea? I miei capelli arruffati e mal sistemati, né un filo di trucco né altro. Indosso un anonimo giaccone di tela nocciola, un dozzinale maglione a collo alto e per completare l’opera degli orrendi jeans scampanati dove sotto sbucano scarponcini a carrarmato consumati. Mamma mia!… sono davvero ridicola, mi vedo grassa, bassa, un cesso infinito, davvero brutta. Ho voglia di piangere, resisto. Non piango. Colta da raptus improvviso anziché prendere la strada di casa mi dirigo ancora verso la piazza. Si è fatta l’ ora degli aperitivi, molta gente in giro, i bar sono affollati, prendo coraggio ed entro in uno di essi, il Caffè Centrale, penso sia un locale molto alla moda almeno a vedere da come è frequentato. Stasera è proprio gremito, mi faccio spazio nella calca, ignorata dalla multiforme massa. Sono al cospetto del barman, chiedo un cocktail alcolico, come una ladra lo strappo dal piano del banco e defilata esco fuori, inizio a sorseggiarlo, buono, ma amaro, sarà tanto forte? Mi ubriacherà? Io sono astemia. Non bevo mai. Il loggiato trabocca di gente, donne e uomini, molti sono giovani. Ragazze sbucano da tutte le parti, sono dappertutto, ognuna con il suo portamento, diverse, ma in fondo uguali, sì alla fine si somigliano una con l’altra, anelli di una sola catena. Hanno carattere, quantomeno lo mostrano, sfrontate in un fremente visibilio trasformano la sera in un spettacolare luccichio di profumi. Un giudizio si esula dal mio contorto stato d’animo; sono arroganti e anche tendenti al volgare, forse non sono obiettiva, semplicemente frustrata e invidiosa della loro strabiliante apparenza? Non so dirlo, sono confusa. Perché sono venuta in centro? Perché non me ne torno nel mio disgustoso tepore casalingo? Cosa ci faccio qui? Poi travolta da volti, fragranti essenze e risa estraggo un’altra considerazione, quella che anche le ragazze vestite in un abbigliamento così detto casual con i loro volti puliti non lasciano nulla al caso, è tutto curato, pianificato, anche la semplicità nei modi e nel gestire il loro finto non atteggiarsi, credono di essere alternative, ma alternative a cosa? Anonima col mio cocktail mi aggirò silenziosamente nel frivolo mondo del sabato sera, sbircio discorsi. C’è chi pianifica la serata organizzando cene a ristorante e il conseguenziale dopo, c’è chi vuole ubriacarsi e strafare a furia di follie. Trasgredire è il verbo principe della serata. Un nugolo di trentenni chiacchierano di uomini, li definiscono stupide prede, adatte solo per scopare e da buttare immediatamente, ovviamente dopo aver saziato le loro oscene voglie. Usare e gettare, tutto si consuma, si trangugia voracemente, il tempo dell’attimo. Sono nauseata, la donna meraviglioso essere si sta trasformando in qualcosa di informe. Questo sentenzia il mio obsoleto punto di vista. Nella confusione scorgo sbucare una giovane coppia. Lui: non alto, minuto, delicatamente affascinante, biondo con una barbetta che non riesce a indurire il volto bambino. Uno sguardo terso lo segue a ravvicinata distanza, deve essere la sua compagna, anche lei bionda, viso dolce, carina, semplicemente sensuale. Ha una bimba in braccio, un viso angelico, simpatico, coperto da trucioli dorati è l’immagine dei suoi genitori. Simpatici i due salutano gli amici e lui dopo aver teneramente offerto un bacio ad ognuna delle sue donne si accomiata per entrare all’interno del locale e uscirne poco dopo con un vassoio, appoggiati due bicchieri di vino e un succo di frutta che porge gentilmente al suo giovane nucleo. Schiudo le labbra, sorrido e penso: questa sì è una famiglia, uno dei migliori scatti che la vita possa regalare. Mi sento spingere, una donna di buona età vistosamente truccata sospesa su delle straordinarie scarpe dai tacchi vertiginosi si accalca, buzzurra tenta di farsi intrappolare in un selfie, oggi gli autoscatti si chiamano così, la vittima un ragazzo apparentemente molto più giovane di lei e sembra avere tutta la voglia di farsi divorare dalla Messalina del duemila. In me sfuma l’immagine della famigliola, viene surclassata dall’ingombrante bailamme. Abbandono il bicchiere ancora mezzo pieno e fuggo via dal caos. Le meningi mi fanno male, comprimono il mio assurdo vivere. Dopo poco sono a casa stordita e distrutta.
Ceno e dialogo a malavoglia con i miei genitori, li abbandono subito lasciando mio padre appollaiato al suo divano davanti la tv e mia madre intenta nello sbarazzo domestico, nella mia famiglia i ruoli sono definiti, non si discutono, gli equilibri rimangono inalterati, è giusto così? Forse sì.
Sono in camera, accendo il 23 pollici, rovisto su sky e un film attira la mia attenzione, Frida; narra la storia della piccola grande artista messicana, donna non bella, ma dal carattere possente e dotata di un estro artistico favoloso. Davvero una persona straordinaria. Ecco il punto; persona, sì, una persona e poi che sia donna va bene. Lotta contro la sfortuna, le tante malformazioni fisiche, causate da un grave incidente automobilistico, non si piega davanti a nessuno, nemmeno al feroce regime del suo paese. Ribelle per genesi. Ama, avida succhia il midollo della vita, non soccombe di fronte a nulla neanche a suo marito, che si le voleva bene, ma essendo conformato in un carattere guascone ed egocentrico era fisiologicamente predisposto a tradirla di continuo. Una meravigliosa storia di passione e furore ne rimango estasiata. Frida kahlo un emblema di coraggio, un modo autentico di essere donna, di sentirsi vivi nonostante. Chiudo gli interruttori, nella stanza solo notte, svetta sopra ogni cosa un malinconico silenzio, dalla finestra filtrano furtive briciole di luna e stelle. Negli occhi chiusi scorrono scorribande di parole, volti, pensieri. Il mio stato di instabilità improvvisa mi contorce, non riesco a capire cosa mi sia preso, dove è finita l’illusione di misera tranquillità? Il sonnolento corso della vita? Il mio piccolo povero mondo è scomparso, ma dove è finito? Mi alzo dal letto, accendo la luce, mi spoglio, sono nuda davanti allo specchio, chi vedo? Cosa sono? Vorrei? Cosa vorrei? Dal cassetto del comò prendo una maglia, mi bendo, non vedo, non sono. Io Angela, non sono. A tentoni mi dirigo allo scrittoio, inciampo in una seggiola mi causo male al ginocchio, indifferente al dolore tasto, cerco, trovo. Una penna, no, non è quello che mi serve. Eccola, una matita, sì, va bene, ora serve un foglio di carta, lo sento tra le mia dita, lo faccio mio. Sono carne, sono donna, un’anima vorace. Siedo vestita di nulla, eccitata, prigioniera di un bisogno intenso, polpa succulenta, voglia di fare l’amore e voglia di riceverne. Provo a disegnarlo, la punta scorre lieve e sicura sul bianco foglio, sto creando, nel preciso istante, ora, adesso, inchiodata al presente. Io, la matita, il foglio, null’altro. Continuo nei tratti, la mano è sicura, sto bene, linfa, brezza al mattino, una vergine sensazione. Sono me stessa, mi stavo cercando, finalmente ho iniziato a svelarmi a comprendermi. Regalo al buio la nuda pelle, rimango cieca. Dopo ore cado esausta nel letto. E’ finita; o semplicemente cominciata?
Il sole si catapulta a frotte nella camera non lo distinguo, ne ascolto il calore, lo percepisco, è sicuramente mattino fatto. Percezioni vitali iniziano a nutrire il fluire del rosso sangue, il cuore pulsa regolare. Non vedo, ho ancora la maglia agli occhi, la tolgo. D’istinto la mia immagine si riflette nello specchio, non sono così grassa e neanche bassa, ho due bei seni, senza gli assurdi occhiali il mio viso si rivela aggraziato, ha una bella luce, deve solamente risaltare un pelo di più è oscurato dal disordine, come piante rampicanti ci cadono le malformate ciocche di capelli. Un tango si diffonde nell’aria, la mia anima è viva e danza espandendosi rinvenendo fino a elevarsi. Meraviglia; come nelle favole la rana si è trasformata in una bella principessa, non ci sono principi, fa niente, arriveranno e se non saranno propriamente delle figure regali non sarà importante, ciò conta che quando incontrerò l’uomo con cui penserò di dividerci il cammino terreno sia una buona persona e se ciò non avverrà non ne farò una ragione e scalerò la montagna da sola, finché morte non mi separi. Per terra i miei disegni: figure di donne, uomini, bambini, una piazza vuota trafitta dal sole, una fontana. Mi commuovo sorpresa, sono davvero belli, non pensavo di poter realizzare estasianti forme d’arte. Bendarmi mi ha offerto la consapevolezza di trovarmi, ero cieca, lo sono stata per anni, incanalata da schemi in cui ero prigioniera. In quelle ore di totale cecità per la prima volta ho visto davvero, tutto è risultato chiaro. Ora so che posso farcela, non è rilevante se sia donna o uomo, finalmente riconosco il mio ruolo, so di poter essere madre, moglie, diligente ragioniera o eclettica artista, posso e devo vivere sfoggiando la mia dignità, dare sfogo alle passioni, curare il mio aspetto e assolutamente non trascurare lo spirito, il profondo dell’anima. Oscar Wilde scrisse:-Amare se stessi è l’inizio di un idillio che dura una vita.- Non solo aggiungo io; volersi bene è apprezzare tutto ciò è intorno a noi, vederlo con gli occhi generosi dell’amore che inequivocabilmente significa avvicinarsi al prossimo. L’amore per essere considerato tale innanzi tutto deve saper donare, il ricevere è solo conseguenza. Non cadrò più nel tranello dei luoghi comuni, ci presterò molta attenzione e mi inoltrerò decisa nel futuro, consapevole di potercela fare. Un respiro di serenità si aggrappa al cuore, il risveglio è iniziato. La vita mi aspetto.
Nel palazzo di fronte una donna si affaccia alla finestra, un viso gentile, pastelli i suoi colori, agrumi al sole. Stende i panni ad un filo, canta, è naturalmente femmina. Un’aroma di caffè gorgoglia vivace spruzzandosi nell’aria, la terra ruota su se stessa, gira, noi irrequieti equilibristi siamo sempre attenti a non cadere e cerchiamo di non lasciarci intimorire dalle intemperie della vita e cauti oscuriamo il vuoto.

Il coraggio di sentirsi vivi.

A me…

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Un vento gelido

13022007(001)
Un vento gelido spazzò l’ antica piazza
nel severo marmo restò incisa soltanto la memoria
una mandria di losche nubi addensò
e la pioggia annichilì la notte
rimasi solo.

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