Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

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Una normale vacanza

012
Sbattei la porta, me ne andai e la lasciai sola, impietrita e pallida. Furioso scesi le scale bestemmiando e imprecando non so quale Santo e l’ora di quel maledetto giorno in cui l’avevo incontrata.
Eravamo in vacanza a Ischia da due giorni. Dieci anni di convivenza la nostra, eravamo alla frutta? Non lo sopportavo più? Non lo so. Non capivo nulla, ero arrabbiato. La nostra vacanza era appena inziata e immediatamente trasformata in un continuo battibeccare, una discussione perenne. Avevamo da dire su tutto: sul mangiare, dove andare, cosa fare. Idiosincratici l’uno a l’altro.
Elena era una donna in gamba, tutto sommato il nostro rapporto funzionava, certo alti e bassi, a dire il vero si barcamenava e procedeva perchè ci vedevamo poco. Sì, alla fine penso durasse proprio per questo e, cosa non secondaria, ci volevamo ancora molto bene. I nostri incontri ridotti al minimo, poche ore la sera e raramente si cenava assieme, la domenica trascorreva, io stravaccato sul divano perso nelle partite di calcio e lei con i suoi libri. Non abbiamo figli. All’inizio non l’abbiamo cercati poi non sono voluti venire; brutto termine, ma la realtà dei fati è questa, inconfutabile.
Torno indietro? Cosa faccio? Lei mi starà aspettando, dovrò sorbirmi la solita stucchevole predica, poi finirà tutto a taralucci e vino? No, questa volta no, vado, non torno indietro, mi ha scassato proprio il cazzo.
Sono al porto, mi guardo in giro, vado in biglietteria, c’è un traghetto per Ponza, parte tra venti minuti, acquisto il biglietto. Il maestrale, la rabbia e il vino bevuto mi hanno stordito, annichilito in un vortice di pensieri. Solo in mezzo a schiere di persone allegre, colori, odori, risa. Vacanze d’agosto. Il periodo meno adatto, d’altronde i tribunali chiudono proprio in questo mese.
Sia Elena che io esercitiamo l’attività forense, siamo avvocati. Io uno squalo: difendo imprenditori, politici senza scrupoli, anche qualche assasssino conclamato; l’odore dei soldi. Lei fa il suo: povera gente, operai lincenziati senza giusta causa, separazioni, solo femmine le sue assistite in quest ultimo caso.
Mi vergogno? Sì, mi vergogno, oramai sono imprigionato in un bailamme fatiscente. Ed ora? Nulla. Sto semplicemente scappando, ma da chi? Veramente da Elena o dalla mia vita?
Penso all’ultima causa affrontata, dove un industriale senza scrupoli aveva inquinato mezzo fiume, infettando le colture degli orti situati sul greto così da creare non pochi problemi alla salute della popolazione. Sono riuscito a stravolgere la verità vincendo la causa e guadagnando un bel pò di euro. Sono pagato fior di soldi in cambio di tanto schifo, sì, mi faccio veramente pena quando ho il coraggio di vedere ciò che realmente sono divenuto.
Vedo ragazzi, famiglie, i loro sogni, felici di godere il loro tempo, spiccioli di giorni, alcuni godono di brevi periodi di ferie. Sono andato via da un hotel a cinque stelle, pieno di confort e terme annesse, inchini e servilismo a non finire, e l’ ho lasciata li da sola, come si fa con una valigia piena di cose inutili.
Cazzo… no… il cellulare, che stronzo sono, lo ho lasciato in albergo. Chissà cosa penserà? Cosa stara facendo? Sarà arrabbiata? Si.
Sicuramente preoccupata.
Ora sono su questa nave e sto andando a Ponza, cosa ci vado a fare? Sono passate tre ore da quando vago come uno smemorato alla ricerca di non si sa quale identità. Sbarco; il caos in onda: taxi, motorini, gente che va e che viene, ho fame, e bevuto troppo, non sono abituato, devo assolutamente mettere qualcosa nello stomaco. Fisso come un palo inutilmente puntello l’isola. Sono confuso, non capisco cosa mi succede, cosa starà facendo Elena? Trapanato dai sensi di colpa mi avventuro nella selva umana.
Guardo, osservo la giostra, un cumulo di persone, i loro volti e i movimenti, e non per ultimi gli scontati isterismi. Ascolto il fruscio delle tante parole, inalo brezza, povera di mare, mi piace, sono come una vittima di un sortilegio, vorrei tornare ad Ischia, telefonare in albergo parlare con Elena, non lo faccio. Mi inerpico su questi vicoli, stretti, bianchi, ornati da balconi fioriti, e panni stessi, e allora il colore, tutto è impregnato di colore tinte tenue di colpo vivide. Penso che la mia vita ha bisogno di questo, deve essere ridipinta, è svilita. Voglio rumore, un rumore sano, festoso, come il vociare di questi bimbi che giocano a pallone ora in piazzetta. Annego in flash, attimi di remota memoria. Mi torna in mente quel bambino grassottello e sempre un po’solo, ai margini del campetto a guardare i suoi coetanei urlare e sfottersi e giocare a pallone. Col tempo è divenuto un punto di riferimento per loro una sorta di capo, fino a culminare quello che sono oggi, un puro egoista.
Amo solo me stesso, questa la verità, lo devo ammettere, non posso più barare, oramai le carte sono belle e scoperte.
Cazzo di fine ha fatto la mia vita? Dove sono andati a finire i miei amici? Quelli d’infanzia? Quelli veri. Ora sono circondato solo da stronzi.
Mi siedo su un tavolo all’ esterno di un baretto ordino una coca e un trancio di margherita, buona… Madonna uno spettacolo, qui la pizza la sanno proprio fare; ne prendo un altro. Nel frattempo mi accorgo che i miei occhi fissano in maniera impropria un gruppo, ragazzi e ragazze, sono belli e giovani, ridono, mangiano pizza e bevono birra. Spensierati, beata gioventù. Due di loro si tengono per mano come fossero isolati dal resto del gruppo e dal mondo intero. Bionda e tenera lei, moro e appassionato lui. Uno schiaffo, il ricordo di me con Elena, i primi tempi, felici in giro per l’Italia a visitare Borghi e città, fare l’ amore per ore, poi seduti su di un marciapiede a trangugiare panini, affamati e non solo di cibo. Sfioravamo le stelle, ed io già confezionavo alchimie e pensavo di bleffare, in un certo qual modo mi preparavo a truffare il futuro, il nostro. Il cielo mostra il meglio di se sfumando in variegate tinte, fantastico. Lo struscio per il paese è variopinto e informe: chi è ancora in tenuta da mare e i più anziani già pronti per la cena e la conseguenziale passeggiata del dopo. Sono attento a non lasciarmi sfuggire i corpi e i volti abbronzati delle donne, tutte belle e maledettamente affascinanti, le amo così tanto da non accontentarmi mai. Certo non mi posso definire un uomo da sani principi sentimentali, mai stato fedele. Tutt’altro.
Ho avuto modo di provare le scialbe emozioni di hotel a ore, o elegantissimi. Relazioni fugaci e complesse allo stesso modo spoglie e banali, figlie di rapporti resi prigionieri dalla noia, logori, assemblati solamente di piatta routine.
Donne solo donne, giovani e meno, intelligenti e non, arriviste, progressiste, troie e frustrate, puttane e gioiose. Represse inconsapevolmente, tali no. Fruste e palline, giochi e travestimenti e di tanto un po’di coca, immancabile lo champagne. Bella vita? Molti me l’invidiano.
A me non piace più, è possibile?
In un bazar acquisto una camicia bianca di lino e un pantalone, butto quello che indosso, sostituisco le Logan con un paio di sandali di cuoio, e penso: “cosa poteva essere la vita senza carta di credito.”
Mi tuffo nel gorgo, annaspo voglio non pensare, impossibile; il mio cervello vuole stazionare su quell’immagine. Elena voltata a fissare il vuoto, le sue spalle nude e rosee, e la stanza inondata dal suo sconvolgente fascino.
Trovo un ristorantino intimo e di mio gusto, tavoli all’aperto, così da poter continuare a godere del vagabondare delle tante anime.
La cameriera, una ragazza pallida, bruna, esile, mi sorride in maniera stanca chiedendomi quale acqua preferisco: naturale o gassata. Un viso delicato, incoraggiante mi avvolge, a farla breve mi piace. Ordino la mia cena aragosta e champagne, tanto per non smentirmi e forse anche per fare un po’ di scena, senza dubbio perverso e oscenamente contraddittorio, non mollo mai. Chissà quali idee stanno balenando nel mio opaco cervelletto? Le conosco, le scaccio, faccio solamente finta.
Consumo il pasto senza molta enfasi, scolo tutta la bottiglia del vanesio nettare, e a parte un paio di tardone abbronzate e volgari che mi puntano in maniera ossessiva, il nulla. La ragazza a cui ho estorto il nome, si chiama Angela, rimane indifferente e in un gentile fin troppo formale continua a svolgere il suo lavoro. Le chiedo il conto e alticcio me ne vado, non prima di aver sfornato alcune battute sciocche. Un deficiente.
La notte ha aperto interamente il suo sipario e a frotte il popolo serpeggia nei vicoli, sosta nella piazze, ride, ascolta musica, beve. Io solo e concentrato scruto degli artisti da strada, due giocolieri veramente bravi, una ragazza e un ragazzo; chissà come saremmo stati Elena e io se avessimo intrapreso quella vita? Forse poveri? forse no… comunque contenti? Si forse, e d’altronde non lo scoprirò mai. Figuriamoci non riesco a far volteggiare una sola pallina senza farla cadere, impensabile cinque come fanno loro.
Il buio si è oramai impossessato dell’isola, del porto, del mare. Il flusso vitale va pian piano attutendosi, la mezzanotte è trascorsa già da un pezzo, sono le due, dovrei trovare un alloggio? Dove dormo? Perché non ci ho pensato prima? Bo!
Mi trovo a scendere degli scalini conducono ad una spiaggetta riparata anche il vento è immobile, come fosse intimorito. Sgorgo sagome e la melodia di una chitarra, canti e sussurri. Mi siedo a debita distanza, ascolto loro, e il rumore del mare. La confusione che regna in me si plasma in un emisfero di nenie e lentamente chiudo gli occhi, sospiro.
I soldi, il potere, le menzogne, l’egoismo, in un solo termine sono definibili come l’orrido gioco di essere a tutti costi il numero uno,che per un attimo pare essersi rassegnato. Finalmente un angolo di pace. Riposo.
Le stelle sono giunte quasi ai saluti, la luna è flebile e delusa, il mare meraviglioso. Nella piccola piazza spaesato cerco qualcosa cui aggrapparmi, non ho dormito o penso quasi niente. Un volto non del tutto estraneo si avvicina strafatto di notte e di non so cos’altro, comunque inalterato nella sua forma delicata, i capelli lunghi e sciolti l’ombrano quel poco che basta, tanto da farla apparire ancora più bella. ” Te ne sei andato cosi in fretta, non ho potuto salutarti, mi sarebbe piaciuto conoscerti meglio, ma possiamo rimediare, tanto rimani qui ancora qualche giorno? Vero?. Tu sei un tipo veramente tosto. Mi piaci.”
Completamente assente rispondo:”Ah ciao, sei tu? Non ti avevo riconosciuta, già a cena, Angela vero?… No mi dispiace, riparto adesso, ho degli impegni ad Ischia”
“Peccato… e vabbè sarà per un’altra volta, ma non sono di qua vivo a Napoli”
Prende la mia mano e ci scarabocchia qualcosa, il suo numero di cellulare. Rapida schiocca un bacio rosso come un alba furibonda, fuoco vivo, centra in pieno la mia bocca e poi con un sorriso ebete torna nel branco da dove era arrivata.
Perplesso mi oriento, la strada per il porto… la trovo, la imbuco sormontato da un pensiero, “cazzo tutte uguali, mah.”
A questo punto non so se Elena è ancora a li, io di certo sono sul traghetto che mi riporta all’isola termale, afosa e troppo affollata. Andrò in hotel e spero ci sia ancora.
Non so se cambierò mai… non so se sarò un bravo marito? Continuerò a perdere credendo di vincere o il contrario. Lei mi ama ancora? Soprattutto sarò mai capace di amarla davvero?…
Non lo so, e forse non me frega neanche un cazzo.

Ogni riferimento a fatti e persone, è da ritenersi puramente casuale.

Stai zitta….

ponza tagliacozzo 2011 013
Il vino bevuto con te, succhi di limone
l’estate del duemila da dimenticare
non c’ero e non ci volevo essere
sai cosa ti dico?
Sei e resterai una stronza
ricordi?… Eravamo a Ponza,
Io si… ricordo
ma non c’ero…
è vero, non c’ero, lui si però
non mi contraddire, non dire, stai zitta
Non ho mai portato a tua madre l’oliva fritta, è vero e allora…?
solo patate olio, alloro e origano, allora…?
Santa donna tua madre; e tu?
Da chi cazzo hai ripreso?
A chi somigli?
A quella puttana di tua nonna?
èéé… stronza… perchè non rispondi? Sei Muta?
Son rimasto a Ponza è vero
e sto con un nero
colpa tua
ma son contento almeno lui è vero
e anche puro
ed io per te un immaturo
sullo scoglio duro aspetto il pesce, ma che bello pescare
e fare l’amore
l amore l’ amore l’ amore: non ha confini ne ore. Sai?
Ora baciami e stai zitta.
Ora vai a farti fottere, altro non puoi, altro non vuoi
altro… altro… altro… e ora?
Nulla solo verdura.
e adesso…?
Stai zitta e per favore non facciamo l’amore
ma sesso, solo tanto sesso
e adesso stai zitta.

CARTOLINE da PONZA.

Tam tam lontani, pericolosi risuonano in questa dolce parentesi estiva. Messaggi funesti giungono, parlano di finanziare supplettive, aumenti  irpef, tagli alla spesa pubblica,abrogazione di alcune provincie,( sono d’ accordo anche tutte) soppressione delle festività laiche,, l’ incubo delle tredicesime sembra siano a rischio. Le borse in vertiginose cadute.Lacrime e sangue questo ci aspetta nell’ autunno oramai alle porte . Ora però son quà, in questa isola, terra giuridicamente assegnata al Lazio, di fatto scippata alla Campania. Ponza con i suoi colori, i profumi,  i ritmi allegri che imperversano vivacizando il piccolo porto. La bellezza delle calette bagnate dal  mare trasperente , meraviglioso. Ponza dove pulmini frenetici,trasportano turisti,percorrendo  anguste strade che snodano insidiose  nelle più tranquille colline. Ponza e la sua gente, calorosa, cordiale, schietta. Ponza mi assorbe, mi prende, vezzeggiato dai venti, perso negli incatevoli tramonti tutto sfuma, apparendomi lontano.

        DELICATAMENTE.

delicatamente

 un altro giorno si nasconde

 nelle file della memoria.

Il sole si tuffa lento,

 nella quiete azzurra di questo mare

 la vita è ……….e rimarra questa.

l’ incanto d’ un tramonto,

 la speranza di una nuova alba

 un cuore stanco non c’e la fà

 sangue vivo pulsa,

 il pianto di un bimbo

 la tenerezza di una madre

giovani risa fluiscono,

   tutto qui.

 banale comune

 solamente ……………

 pura ….

VITA.

BUON FERRAGOSTO A TUTTI VOI

nazzareno

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