Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

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Per fortuna o purtroppo sono italiano

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Luci gialle, tristi, la piccola televisione accesa, un programma come un altro, sono perso nelle parole crociate.
Mi presento: sono Gennaro Caracciolo agente scelto della polizia di stato; turno di notte, piantone al commissariato di porta ticinese. Sono le due del mattino, pare una nottata tranquilla, forse la definirei anche noiosa, ma qui, mai dire mai. Al momento solo controlli di routine.
Lampeggianti accesi, sotto una pioggia leggera una pantera sobbalzando sull’asfalto, lenta parte. Dalla finestra la vedo scomparire nel vuoto della notte.
Il telefono squilla, rispondo: “pronto commissariato.” All’altro capo una voce rauca dal tono solenne si annuncia: “è l’ufficio della presidenza del consiglio, sono G. R. parlo a nome del presidente, l’Onorevole B. Voi dovreste aver fermato una persona, una giovane donna, è la nipote del presidente Mubarak, deve esserci stato sicuramente un equivoco. Cortesemente mi fa parlare con il funzionario in servizio, sono certo chiariremo tutto in breve. Grazie.”
“Sì, un attimo, attenda.” Provo a passare la telefonata, la musichetta d’attesa scricchiola annoiata, nessuna risposta. Deciso esco dalla guardiola e a gran voce chiamo: “Gerardi è urgente.”
La rossa, vice commissario, una bella donna sulla quarantina, risponde nella sua classica cadenza napoletana “Cosa c’è Caracciolo?”
“Che no so? Ho in linea… dicono sia la presidenza del consiglio, affermano che abbiamo qui la nipote di un certo presidente, tale Mubarak, forse lo sarà di qualche squadra di calcio straniera? Magari russa?”
“Ma quale squadra di calcio, ignorante, è il presidente egiziano, ma qui non c’è nessuna nipote di Mubarak, ci sono solo un paio di puttane.
Vabbè passameli… uff che rottura, sfaccimme, dai fai presto.”
-Non sarà mica uno scherzo?! Così sai, quella come s’incazza.- Penso distrattamente.
Non era uno scherzo, dopo poco aver ricevuto la chiamata da Roma la donna viene rilasciata, è veramente bella. Appariscente senza dubbio. Giovane e con un viso angelico, coronato da una cascata di boccoli scuri che cadono su forme perfette. Madonna…è proprio una gran figa. Certo per essere la nipote di un pezzo grosso, appunto un presidente di stato, non è sicuramente vestita in modo appropriato, anzi alquanto volgare e ordinario. Stivali dozzinali a mezza coscia, sporchi di fango, una minigonna da urlo, in più è scollata oltre ogni ragionevole forma di pudore, le tette paiono straripare come i fiumi dopo la tempesta. In effetti a guardarla bene sembra più una mignotta che una nipote altolocata. Però se si sono scomodati quelli della Presidenza del consiglio, avranno i loro buoni motivi e per di più ad attenderla c’è un consigliere regionale, altra bella gnocca.
“Cosa ci vuoi fare? Essere potenti frutta i suoi privilegi, beati loro.”
Il commissariato piomba di nuovo nelle sue certezze.
“Il nome di Mastroianni, famoso attore, otto lettere. “Ah, questa la so.”
-M a r c e l l o.-

Seduto al tavolo di un bar, sul lungomare di Beirut sto sorseggiando un pastrocchio dal vago sapore di caffè. Strafatto di notte e di altro, l’alba è appena sfumata. Alle mie spalle una sfilza di enormi palazzoni di nuova costruzione spiccano pacchiani in un cielo che non promette nuvole, ma ancora raffiche di sole. Sono italiano, mi chimo Alcide Citterio, trasferito qui oramai da più di tre anni, non ho mai capito quale fosse il vero motivo, sicuramente ne avevo abbastanza. Cosa faccio? Intrugli, imbrogli, traffici, falsifico. Un faccendiere, mai in pace con nessuno, tantomeno con me stesso, specchio fedele di questa nazione, devastata, sorrida, ingannevole, in perenne stato di allerta.
Quando sto per chiedere il conto, due uomini si avvicinano a me, sono sudaticci e affannati, il grasso e basso in un inglese da pieta spiccica: “Mister Citterio dobbiamo parlarle”
“Chi siete?” Non comprendo bene chi siano, capisco quanto basta, credo siano agenti dei servizi segreti libanesi, non mi meraviglio, non è la prima volta chi mi invischiano nei loro loschi traffici. In breve mi spiegano: un italiano, un pezzo grosso, ha dei seri problemi con la giustizia. Ufficialmente il mio lavoro è di svolgere la mansione del traduttore, ufficiosamente è di falsificare certificati medici, trovando strutture ospedaliere complici a reggere il gioco, i libanesi non possono esporsi direttamente. Alla domanda quale fosse il compenso per tale compito, la risposta è perentoria: “very much dollars,” tradotto, un mucchio di soldi.
Con i due compari, i presunti agenti del menga arriviamo in un lussuoso albergo della città. Il basso e grasso rimane in auto, l’altro dalla straordinaria somiglianza con Omar Sharif, un attore arabo in voga fino a qualche anno fa, mi accompagna nella stanza del misterioso personaggio. Dopo un buon tempo di attesa finalmente sono ricevuto. Entro, al centro della stanza, seduto su di una poltrona, un signore distinto di età matura, fuma una sigaretta con aria annoiata. Mi saluta con un formale “buongiorno” e poi dice. “Mi hanno riferito di lei, dicono sia un tipo molto in gamba e può risolvere i miei…” tossicchia come per prendere tempo e trovare l’espressione idonea, poi di getto termina la frase “come dire, inconvenienti.” Rimango inebetito, lo scruto e penso. -Cazzo questo l’ho già visto… ma dove? Ha una faccia maledettamente conosciuta, ma certo, è proprio lui, sì, è Marcello M., il braccio destro del caimano. Cazzo roba grossa.- Prendo fiato e rinvenuto dall’iniziale sorpresa, freddo rispondo: “sì Onorevole, posso.”

Trito, sminuzzo, stendo, tiro. Una botta stratosferica, ora va bene, ancora un’altra? Sì, devo essere lucida. Il trolley è pronto: cosmetici, uno spazzolino da denti, un paio di slip e ventidue chilogrammi di cocaina. Sono pronta, tra poco dovrebbero venirmi a prendere. Mi guardo allo specchio sto bene, sono in forma, allungo un bel po’ di bianca essenza sul comò e via un altro bel tiraccio, il naso va a fuoco per quanto brucia.
“Sta roba è proprio buona, già, già.” Rifletto canticchiando. Soddisfatta di me, della polvere che trasporto, della vita in genere. Sono in auto con Miguel ed Esteban, Bogotá sonnecchia, colorata da un buio sfocato, il traffico è ancora debole. In poco tempo sono all’aeroporto. Sbrigo le formalità doganali e in un baleno sono seduta sul mio volo pronta al decollo. Tutto è filato liscio, come al solito nessun problema. Il boing imperioso si innalza nel cielo. Invece il mio pensiero sfuggevole approda a Paolo, un mio vecchio e fidato amico del paese dove sono nata e cresciuta, uno sfigato. Rimasto ancora a coltivare le sue banali certezze in quel posto dimenticato da Dio e da tutti. Quel rompicoglioni mi ha letteralmente stressato con le sue ingiustificate paure, solo inutili chiacchere. Sostiene di smetterla con il traffico degli stupefacenti, insiste nel dire che non vale la pena correre tutti questi rischi, perché fare il corriere adesso è divenuto molto pericoloso, è convinto che in Italia i padroni sono cambiati e questi nuovi, arrembanti e vendicativi, in qualche modo la faranno pagare al mio caro papi e io potrei essere uno dei tanti obbiettivi per colpirlo e destabilizzarlo, così da renderlo ancora più vulnerabile. Ma va a cagare Paolo… lui è potentissimo, anzi è il potente per eccellenza, finché sarò intima con lui, non ho avrò nessun tipo di problema. Un giorno mentre eravamo insieme in una delle sue tante dimore, mi ha promesso solennemente che presto farà di me un’attrice, una di quelle vere, importanti, girerò un film con un famoso regista e allora sì, la mia vita sarà davvero fantastica.
Sommersa da questi pensieri e telecomandata dall’effetto calante della droga mi addormento.
Fiumicino, finalmente sono a terra, gli arti indolenziti, le gambe formicolano, le ossa scricchiolano, cammino disinvolta trascinando il mio prezioso trolley. Sono davanti al poliziotto doganale, chiede il mio passaporto, sorride fissandomi in modo interessato: -ovvia la sua insistenza, è scontato, la mia bellezza non passa di certo inosservata.-
Prende in mano il documento, lo guarda distratto e in men che meno con fare simpatico me lo rende strizzandomi l’occhio. Ok, è fatta anche stavolta, sono fuori.
-Cosa accade? Cazzo ci fanno tutti questi finanzieri con i cani?-
Uno di loro mi viene incontro con passo deciso e senza alcun sorriso, in un gentile formale mi chiede: “la signora Melissa Piovesani?”
“Sì,… sono io.”
“Mi segua per favore.”
“Cosa succede?… Ci deve essere un equivoco.” Sussurro appena, frastornata dal panico
“Non si preoccupi… venga. Stabiliremo poi se si tratta di un equivoco, intanto questo lo prendo io.”
Afferra il trolley con austera padronanza, mentre un suo collega prendendomi sottobraccio mi guida in direzione di una stanza di polizia aereoportuale. Penso di essere bianca in viso, sudo a freddo, uno sgomento attanaglia la mia anima, i pensieri si susseguono rapidi e convulsi, uno su tutti si erige
“e se avesse ragione Paolo?”

“Mariano: siamo entranti in riserva.” Elabora con un velo di preoccupazione l’agente Gaetano Vinciguerra.
Morganti, assistente della polizia di stato e capopattuglia svogliato risponde: “Da me cosa vuoi? Andiamo a fare benzina.”
“Dove?”
“All’IP di viale Indipendenza.” secco replica il capopattuglia
“Dici?”
Certo che dico… dove vuoi andare dal lattaio?
Questo il siparietto che si svolge all’interno della volante uno, in una calda giornata di maggio.
L’auto pattuglia arresta la sua marcia davanti alle colonnine del distributore. Gli si avvicina un uomo di mezza età, robusto e dal viso rotondo, pare mortificato e in difficoltà esplica:
– ciao ragazzi, come va? Senza attendere risposta prosegue rapido come a volersi togliersi un peso dallo stomaco. “Mi dispiace per voi, ma non posso accontentarvi, proprio questa mattina ho mandato una e mail alla questura, dove scrivo che le forniture di carburante sono sospese. Oramai è quasi un anno che non vedo un euro e non posso e soprattutto non riesco a sostenere la spesa. Mi dispiace davvero.-
I due agenti si guardano sbigottiti, ma a dire il vero neanche più di tanto.
“Era nell’aria, prima o poi doveva accadere, con tutti i tagli attuati dal governo alla spesa pubblica, il ministero degli interni di soldi ne ha sempre meno, basta vedere le divise con cui ci mandano in giro, i tessuti sempre più scadenti, al primo lavaggio se non si sta attenti, si ritirano che non vanno neanche a un bambino.” Questo è lo sconsolato commento di Morganti
-Ragazzi- suggerisce il gestore del rifornimento; -provate alla E.N.I., quella in Piazza Donizetti, può darsi loro non hanno ancora sospeso le forniture… anche se?… Conclude dubbioso il benzinaio.
“Grazie Francesco” all’unisono dicono gli agenti, salutano gentili e perplessi ripartono.
“Se non ce la danno neanche lì? Cosa facciamo? interroga Vinciguerra.
Cosa ne so io? Sosteremo da qualche parte, magari sotto una pianta, visto il caldo che fa oggi e di tanto in tanto fermeremo qualche auto, faremo un po’ di multe, o magari organizziamo una colletta per la benzina. Risponde l’assistente con un sorriso amaro, strascicando una buona bestemmia.
“Se succede qualcosa e dobbiamo fare un inseguimento, come ci comportiamo?”
“Cazzo ne so Gaetà! Rassegnati e stai zitto. Tanto per fortuna in questa città non succede mai niente e se dovesse succedere qualcosa, Dio provvederà, alla peggio faremo l’autostop e vai piano, altrimenti rimaniamo davvero a piedi.”

Un pc acceso, una pagina web aperta sulla borsa di New York, in tempo reale l’andamento dei mercati.
Scarpe sportive costosissime, jeans, camicia azzurra ,cravatta un tono più alto, giacca blu. Un viso sottile intriso da una cascata di capelli scompigliati e appena brizzolati, occhi sottili e arguti, schermati da occhiali da vista dalla montatura multicolore. Portamento elegante, telefono in mano, passeggia avanti e indietro nella penombra della stanza, fermandosi di tanto alla finestra dove si diffondono soffusi fasci di luci, ultimo eco del giorno morente, sullo sfondo immobile il lago.
Compone un numero, telefona.
“Ascolta: io inizio a essere preoccupato, i sondaggi reali ci dicono che non stiamo sfondando come si pensava, anzi abbiamo qualche punto in meno rispetto alle passate elezioni, i blog stanno perdendo introiti pubblicitari, sai che e stato necessario chiudere diverse pagine su Facebook, si è evidenziato che il troppo bombardamento di notizie fittizie iniziava ad essere dannoso. Ci vogliono nuovi escamotage.
Ti devi inventare qualcosa, dobbiamo fare qualcosa. Gli show camuffati da comizi elettorali a pagamento è vero hanno funzionato, ma non basta ci vuole di più. Datti da fare, sei pagato profumatamente per fare il capo popolo, allora non mollare, impegnati, tira fuori dal cilindro qualche idea. Sferra qualche botta a destra e a sinistra, attacca il presidente del consiglio, il presidente della repubblica e perché no? Una bella sferzata anche al nano, quella non guasta mai. In sintesi devi destabilizzare, creare confusione. I miei potenti amici si stanno innervosendo, dobbiamo minare il sistema politico europeo e italiano, dobbiamo vendere speranze e certezze tarocche spacciandole per vere. Non basta quello che stiamo facendo, Pippo non basta e tu lo sai, non devi cercare scuse. Aspetto meno importante, ma non secondario, dobbiamo tenere a freno quegli stronzetti del movimento, soprattutto i più vivaci. Parlano troppo e alcuni di loro si sono montati la testa, giocano a fare gli idealisti, si prendono sul serio, noi dobbiamo sempre essere severi, se serve anche cattivi.
Ci vogliono altri provvedimenti, magari anche qualche nuova espulsione. Devono capire che in parlamento ce l’abbiamo messi noi e loro non contano un cazzo, devono fare solo ciò gli viene detto.”
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“Senti amico mio potresti avere anche ragione, ma qui ci vogliono i fatti, azione, solo azione, ok? Ora ti saluto, tra due giorni sarò a Genova, così parleremo a quattro occhi. Ciao Pippo.”
La conversazione è finita, l’uomo appoggia il cellulare sul prezioso tavolo in noce, apre la finestra, inala aria umida, brezza di langa. I suoi pensieri non hanno pace, galoppano, stridono, infine si rifugiano nella pragmatica sintesi:
“è dura essere sempre al top, troppo faticoso essere potenti, proprietari del destino di una buona fetta di popolazione. Tutto sommato, è giusto così. D’altronde il grande Andreotti sosteneva: -Il potere logora chi non lo ha.-”
Si accende una sigaretta; sa che non dovrebbe fumare.

Sono Claudio: spazzo, metto in ordine, per oggi è finita. La giornata come spesso accade ultimamente non è stata soddisfacente, il guadagno scarso, a pensare fino a poco tempo fa questo bar incassava bene. Mi garantiva una vita dignitosa, certo le ore di lavoro erano tante, ma quelle sono rimaste, i proventi invece diminuiti in maniera oscena. A Roma stasera piove, nel quartiere in giro poca gente, di romani soltanto l’ombra, solo pakistani, rumeni, cinesi, anche loro, adesso senza soldi, ma sempre ubriachi e spesso fastidiosi, alcuni pericolosi. Ci vuole pazienza, tanta pazienza. Sono stanco, deluso e sfiduciato. Il mutuo da pagare, inoltre con mia moglie le cose non vanno bene, siamo quasi sull’orlo della separazione. Poi le tasse veramente troppe, Equitalia mi perseguita per una tarsu non pagata nel 2010… in banca mi negano il prestito, cazzo che schifo. Non ce la faccio più.

Il mare ha la forza di un giovane di vent’anni, il mare non invecchia mai e oggi la sta dimostrando sprigionando tutta la sua essenza. Vento oltre i trenta nodi, onde alte quasi dieci metri, una tempesta perfetta. Stavamo rientrando in porto, non valeva più la pena rischiare, la giornata era stata dura e inconcludente, non avevamo pescato quasi nulla.
Dalla capitaneria di porto di Lampedusa un S O S si leva, ci chiesero di intercettare un barcone con circa quattrocento migranti, pareva essere in serie difficoltà. Il buio era divenuto soffocante. Io, Francesco Badalementi comandante dell’Ariete, un grande motopeschereccio adatto a sfidare qualsiasi avversità metereologica, insieme ai miei ragazzi navigavamo in un mare pieno d’insidie, lottavano per la nostra sopravvivenza, ma non ce la sentimmo dopo esserci consultati di rifiutare il messaggio di aiuto. Accettammo. Poco dopo a prua avvistammo la decrepita imbarcazione, un nugolo di mani si levavano al cielo disperate. Dovevamo agire, imbarcavano acqua a tutto spiano, i minuti erano contati. Ci attendeva la parte più difficile, il recupero.
Con il comandante del Ghibli, l’altro motopeschereccio intervenuto in soccorso, via radio scambiai frenetiche informazioni su come comportarsi per avere unità di intenti per rimorchiare in maniera corretta il barcone.
Eravamo a dieci miglia dalla costa e in fase di avvicinamento alla caretta marina, quando un mio marinaio spintonandomi e urlando mi fece notare degli uomini in mare, la tempesta aggrediva la nave, la pioggia cadeva incessante forando la notte, eravamo veramente in pericolo, la paura di non farcela si imprimeva forte nei nostri visi e nei nostri cuori.
Pasquale e Sante, senza alcuna titubanza, prima che io potessi riflettere sul da farsi, si tuffarono in mare; dopo vari minuti di lotta tra le acque in tormenta riuscirono a portare in salvo due persone, un bambino, sicuramente non arrivava a dieci anni, e una giovane donna, erano sfiniti stravolti, mezzi morti, ma salvi. Non ebbi il tempo neanche di ringraziare i due coraggiosi marinai, anche loro stravolti e triturati dall’enorme sforzo compiuto che un’onda mastodontica mise a dura prova la stabilità del peschereccio. Intanto il Ghibli aveva iniziato l’operazione di recupero, sudore e terrore, braccia tese, e nervi saldi, la manovra prendeva consistenza. Nonostante il vento sferzava sempre più forte, l’aggancio riuscì. Il barcone si mosse, iniziammo a trainarlo e lentamente facemmo rotta per il porto di Lampedusa che ancora sembrava apparire solo un miraggio.
Dopo alcune ore di navigazione, pregherie e bestemmie e infinita fatica, l’agognato arrivo in porto. La guardia costiera era ad attenderci insieme ai finanzieri e i carabinieri, immediati ci soccorsero. Loro non erano potuti uscire, avendo imbarcazioni non adatte a reggere l’impatto con il tumulto del mare di quel giorno. Finalmente l’attracco, dalle tante persone presenti sulla banchina, un applauso si levò fragoroso al cielo, surclassando per un attimo la folle tempesta. Mai come quella notte sentire la terra sotto i piedi fu confortante. Il vociare era frastornante, pacche sulle spalle, infiniti i complimenti. Vedo i miei ragazzi, abbracciarsi fieri, orgogliosi del gesto compiuto, qualcuno ci denomina come angeli del mare. Passai davanti a quei poveri disgraziati, forse libici, o eritrei, o senegalesi, non fu importante sapere da quale mondo arrivassero, erano solamente esseri umani. Non riconoscevo i loro volti, gelati, tumefatti, impauriti, e confusi nel pesto della notte, però distinsi chiaramente lo sgomento, tutto racchiuso nei loro grandi occhi spalancati. Noi li avevamo salvati.
Il tenente di vascello, comandante della capitaneria di porto, Maurizio Labello, mi venne incontro e stringendomi forte la mano quasi commosso disse:
– di uomini come voi ce sono pochi, non solo in Italia, ma nel mondo intero e questo mi fa sentire fiero e orgoglioso di essere italiano. Grazie di cuore.
Sono seduto davanti al camino di casa mia la fiamma brilla vivace, di là ci sono i miei figli, dormono, sono piccoli. Mia moglie è seduta accanto a me, fuori fa freddo, sono le quattro del mattino e non riesco a dormire, le sto raccontando quella giornata. “Io, un ignorante pescatore di Mazzara del Vallo, insieme ad altri colleghi ho salvato più di quattrocento vite umane, può bastare per avere un posto in paradiso? Non lo so e a essere sincero non me frega neanche nulla.” La domanda che mi brucia dentro è un’ altra: “chi avrebbe salvato i miei figli, se fossero stati in un barcone malandato e soprattutto in quelle condizioni metereologiche?”
Mia moglie mi guarda e piangendo mi abbraccia.
Va bene così.

Una finestra, una luce sommessa, ambiente artefatto e di stile. Un uomo anziano, calvo, inforca un paio di occhiali, con i gomiti appoggiati sul pregiato tavolo stile Luigi XIV e con le mani riverse sui palmi appoggia il mento. Svogliatamente legge un libro.
E’ triste e pensieroso.

Poco distante ancora una finestra, sempre un uomo, è vestito di bianco e solo, è nell’identica posizione dell’altro. Anche lui rimesta preoccupazioni, di tanto scrolla la testa. Dissente, non si cosa, non si chi.
Il Tevere scorre cheto, l’eterna città sembra riposare.

In uno sperduto paese dell’Alto Adige, Assunta ansiosa vagheggia. Origini calabresi, trasferitasi li per un amore sfumato con il passare delle stagioni.
Ora è sola, una delle tante divorziate. I tre figli, sono sposati e trasferiti in città industriali, chi in Lombardia, chi in Svizzera. Anche lei è triste, non può dormire e alle quattro del mattino non può far altro che affacciarsi al suo balcone, ascoltare il profumo di un maggio tenero a tratti delizioso. Guarda di sotto dove giace discreta la suggestiva piazzetta, da qualche giorno ci giganteggia osceno stonando un manifesto. Un viso sorridente e uno slogan:
“Per un’ Italia sempre più tedesca, il venticinque maggio vota Igor Slowenbarg.
Una lacrima inconsapevole cade sulla pianta di basilico stazionante sotto di lei. Rientra in casa; “poi non è così caldo.” Pensa sofferta. “La mia terra, sì, quella sì, era la mia patria.”

Due uomini dialogano. Il primo è abbastanza giovane, aspetto spavaldo, una dialettica niente male. L’altro meno giovane, meno sicuro e un aspetto dimesso, un semplice contadino.
Molise: terra genuina, aspra, e a volte la vita non rende quello che dovrebbe, è sinteticamente avara.
“Sentimi bene Bastiano, sturati quelle tue orecchie agresti, domenica devi andare al seggio e mi devi votare e convincere anche la tua famiglia, parenti, amici, capre, mucche, tutti. Capito! Io devo rimanere sindaco. In cambio ti garantisco di asfaltare la strada che conduce a casa tua e ti renderò edificabile pure un bel pezzo di terra, per di più sulla strada ci metterò anche i lampioni. Però mi devi trovare almeno cinquanta voti.
Me lo prometti?”
“Dottò ce lo prometto, mi darò da fare, cercherò di farla votare da più gente possibile, ma mi permetta una parola, lei nei cinque anni che ha governato non è che abbia fatto molto per il paese e a me non ha mantenuto le promesse fatte.”
“Caro Bastiano… lo sai, ho avuto una maggioranza risicata e con quei comunisti del cavolo all’opposizione non si combina mai un bel niente. Stavolta sarà diverso.”
“Vabbè dottò, mi ha convinto, su di me ci può contare, avrà i suoi voti. Vuole fare merenda? Ho una salciccia sott’olio che è uno spettacolo.”
“No, grazie Bastiano, però se ti avanza la riporto a casa molto volentieri, così la faccio assaggiare anche a mia moglie.”
“Non mi avanza dottò, comunque la vado a prendere lo stesso, glie ne porto un bel barattolo.”
Il contadino voltò le spalle e s’incammino verso la dispensa, pensando:
– chissà se mi posso fidare, cinque anni fa mi ha preso per il culo…
e per giunta io sono anche comunista. Cazzo lo voto a fare questo stronzo? Magari adesso sta dicendo la verità? Almeno la salciccia la poteva rifiutare, mica gliela volevo dare veramente, era solo per mostrarmi cortese.
Poi cosa significherà agresti? Non è che mi ha pure offeso?
Quanto sono scemo?… Assai. Solo il contadino potevo fare.-

Claudio chiude il bar, abbassa la serranda. L’aria è vispa, il fiume scorre monotono. Un sortilegio attraversa la sua mente: “peccato, i ponti siano troppo bassi, non riuscirei mai a uccidermi.” Butta le bottiglie nell’apposito contenitore, cercando di far più rumore possibile, schiuma rabbia a percussione, ce l’ha con il mondo intero. Distrattamente alza lo sguardo e nota sui muri che la città si sta riempiendo di manifesti elettorali.
Il primo sentenzia: -per un Italia più forte in Europa vota xxxxx yyyyy.- Quello a fianco conia altro: -Meno tasse meno Europa. Vota wwwww kkkkk.-
Poi, ancora altri, molteplici volti, tutti sorridenti, dall’aria bonaria, o decisa, credibili allo stesso modo, sguardi penetranti che si infiltrano nell’anima.
Claudio rimane qualche minuto ad osservarli e schifato, pensando ad alta voce ulula: “vota sto cazzo, andate tutti a fare in culo, stronzi.”
Affaticato sale sulla sua utilitaria e preoccupandosi della spia accesa dell’olio motore si avvia in direzione di casa. Mastica una scottante riflessione: “sono proprio un perdente, ci manca che fondo anche l’auto, così sono a posto e non ho neanche il coraggio di uccidermi, magari a provarci, non sono più capace di niente, un fallito totale.”
Depresso si perde nella notte romana.

All’interno della finestra la luce si spegne. Nel presidenziale appartamento il volo del vuoto, un vecchio, ciondolante attraversa il vetusto corridoio, preziosi dipinti appesi alla pareti incorniciano il suo passaggio.
Un interrogativo risuona opprimente: “Maronna, ma chi ma a fatte fa a pigliamme nadde sett’anne de sti mpicci?”

Anche all’altra finestra non brilla più nessuna luce, riflessa solo la luna sui vetri. L’uomo di bianco malinconicamente si ritira nella zona notte dell’ appartamento e nella silente confusione rimbomba una sua intensa riflessione:- Perché ci sono cascato, non dovevo accettare. Codesti non cambieranno mai, sono troppo attaccati al potere, al lusso, alle tentazioni. Questo non è il regno di Dio e figuriamoci se può essere il mio.-

La notte svanisce, inesorabile il giorno cura la sua forma. Colori dapprima tenui, poi coraggiosi invadono il cielo, il mare, le isole, i bianchi monti, le dolci colline. I preziosi monumenti brillano, le città fibrillano.
Anche oggi l’Italia si è desta.
La saracinesca stamane sembra leggera, si alza come una piuma, Claudio ha uno sguardo diverso, è più sereno, entra nel suo bar, accende la macchina del caffè, il primo della giornata è il suo. Le incombenze gravano persistenti, nessuno le ha rimosse. Lui ha trovato le parole, ha parlato con sua moglie, hanno fatto all’amore e insieme ascoltato la notte. La vita è nuda, cruda, si deve solamente trovare la voglia di viverla al meglio, cercando di renderla meno aspra possibile, scomporla e ricomporla, sviscerandola e in qualche modo aprirla fino a capirla.
Per Claudio inizia un nuovo giorno.
Altre milioni di persone si muovono, svegliandosi da sonni sofferti, incerti o profondi. Alcuni rincasano dopo aver terminato il lavoro impregnato nei faticosi turni di notte, altri da bagordi dissennati.
Esseri umani che si arrabattano, frantumando il quotidiano, soffrendolo e subendolo a volte vincendolo, concupiti nelle loro preoccupazioni e i frequenti assilli.
Ci sono i figli da educare, curare, crescere. Far tornare i conti per arrivare a fine mese. Silenti eroi, di certo non quelli visti nelle pubblicità televisive, dell’Enel o del Monte di Paschi di Siena, o altre banche sorelle con lo stesso cuore di metallo.
Donne e uomini veri, in carne ossa che non mollano.
Gli stessi che strisciano, mediano cercando di trarre profitti al limite del lecito, corrotti e corruttori. La promessa di un posto di lavoro, una raccomandazione qua una la, un esame medico fatto in tempi rapidi, un lotto di terra da rendere edificabile, parcheggiano in doppia fila, cercano di incassare o pagare in nero. Mesta sopravvivenza o misera furbizia?
Sembrerà strano, gli ultimi, sono gli stessi da quelli descritti sopra, lottano, pagano le tasse, lavorano dodici ore al giorno e in qualche modo difendono la propria la vita.
Un’Italia logora a volte estenuata, perde pezzi, ma non cede e regge l’urto. Consapevole di non essere ancora arrivata a fine corsa e che una possibilità esiste ancora.
Un’ Italia che nonostante tutto sa di potercela fare.

Sono un vecchio cronista, fumatore impenitente, confuso e petulante e se vogliamo anche un po’ubriacone.
Ho visto gioire, morire, soffrire, cantare e tanto altro ancora.
Scritto fiumi di parole raccontato la vita nelle varie movenze e i suoi tanti misfatti.
Ero li quel giorno del nove maggio del 78, col taccuino in mano e una polaroid penzolante al collo, il volto giovane, intossicato e incredulo.
Una R4, il bagagliaio aperto, dentro un cadavere, un viso rassegnato e sereno.
Aldo Moro era morto, assassinato.
Tutti dicemmo dalle brigate rosse.
Roma deambulava, sanguinando impazziva.
Un pezzo d’Italia era morta li con lui.
Ricordo diversi Presidenti della Repubblica, in uno solo riconosco il mio.
“I giovani non hanno bisogno di prediche, i giovani hanno bisogno, da parte degli anziani, di esempi di onestà, di coerenza e altruismo.”
Questo disse il trentuno dicembre del 1978 nel discorso di fine anno Sandro Pertini.
Ricordo sei papi, due ora sono Santi, uno si è dimesso, uno è morto in circostanze misteriose dopo un breve pontificato, l’ultimo si contorce in un’ardua opera, quella di tradurre un linguaggio a molti incomprensibile, la parola di Dio.
Non mi sfuggono gli innumerevoli presidenti del consiglio. Ne identifico uno su tutti; un corpo e un volto da alieno e una intelligenza sopraffina. Un signore chiamato Giulio Andreotti, nel suo armadio scheletri a iosa, segreti che ha traghettato con lui custodendoli nell’oscuro regno del silenzio eterno.
Si è spento all’imponente età di novantaquattro anni. (oggi che sto scrivendo è un anno esatto, [6 maggio2014])
Scrissi diversi articoli sull’antilope Kobbler, vi dice nulla lo scandalo Lockneed? Trattava di aerei americani venduti alla nostra nazione a prezzi altissimi, del tutto fuori mercato. Il mistero su questo caso regna ancora fitto, nessuno sa chi fu il politico coinvolto, di certo l’allora Presidente della repubblica, Giovanni Leone, fu implicato e per questo motivo si dovette dimettere dall’alta carica istituzionale, risultò non essere lui il colpevole, ma per arrivare a ciò ci sono voluti circa vent’anni, così da essere riabilitato e scagionato dalle infamanti accuse di corruzione.
Un po’troppo tardi. Non pensate?
Ero redattore al Corriere quando al governo imperversavano i socialisti, ma non quelli veri, come i Giolitti,i Nenni, i Pertini, tanto per citarne alcuni: ma delle pacchiane controfigure, Intini, Craxi, De Michelis, Martelli etc, etc. Una banda di allegri bricconi, con enfasi smisurata riuscirono a farci credere che l’Italia era divenuta il paese delle meraviglie, nel frattempo che noi sudditi spensierati gozzovigliavamo loro razziavano di tutto e di più.
Nei primi anni novanta a fermare i garofani rossi, la balena bianca e non solo loro, arrivò il ciclone denominato mani pulite con i suoi implacabili eroi, Di Pietro, Colombo, D’Ambrosio, la Boccassini; Borrelli e altri paladini di giustizia, giudici di colpo scompagnati, dissolti nelle loro manie di crudele realtà.
Ci eravamo illusi di aver sconfitto la corruzione, il mal governo; invece il peggio doveva ancora arrivare.
Vent’anni di berlusconismo.
Le piazze piene di folla e le tante bandiere rosse sono rimaste soltanto un grande sogno. Defunto, spento, insieme all’uomo onesto e di valore di nome Enrico.
Mi esaltai nell’ottantadue in Spagna quando Zoff neutralizzò un poderoso colpo di testa di Falcao e un giovanotto dal fisico estremamente minuto, un tal Pablito Rossi, segnò tre gol. Italia brasile 3 a 2. Dopo aver sbrigato in semifinale la pratica Polonia, l’attesa finale con gli antagonisti di sempre, i famigerati crucchi. Come dimenticare l’urlo di liberazione di Tardelli dopo il secondo gol azzurro? Indelebile al termine della partita il telecronista Nando Martellini come un invasato urlava dal video: “Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo.”
Ricordo davvero tante storie, vere nefandezze, ma anche cose piacevoli.
Le tante notti insonni, le milioni di sigarette fumate e quando esausto crollavo sulla macchina da scrivere, un oggetto a me caro ora relegato agli archivi delle memorie.
Basta smetto di cianciare, rimembrare, Madonna quanto è antico questo termine, d’altronde lo è come lo sono io.
Ora vado da Fabrizio, il mio nipotino.
Ha un anno e mezzo, è bellissimo, vispo e felice ha tutte le ragioni per esserlo, è ancora puro e inconsapevole.
Non è sangue del mio sangue, carne della mia carne, ma questo è solo un dettaglio, lo adoro.
Vorrei ci fosse anche mio figlio, ma lui non è voluto o forse potuto venire. Vabbè fa niente, ovviamente non è vero, fa e come se fa, pazienza.
A loro vorrei spiegare molte cose, una su tutte, la dignità. Ragazzi la dignità è un concentrato di significati profondi, li si racchiude il vero valore di un uomo. Un bene prezioso, non barattatela per nulla al mondo, non vendetela per pochi spicci, un voto di favore e altre porcherie varie, non consentite a NESSUNO E DICO NESSUNO di farvela prendere, lottate per questo. La DIGNITA’ NON HA PREZZO.
Per ottenere tale obiettivo si deve percorrere la strada della onestà, della coerenza a volte remare controcorrente, questo significa sudore e devastante fatica e spesso può accadere di ritrovarsi con le ossa rotte, ma fa nulla.
Ciò consentirà di andare sempre con la testa alta e la coscienza pulita.
Non so se la mia lo è, comunque l’ho lavata diverse volte.
Non voglio erogare nessun sermone o tanto meno dare lezioni di moralità, non sono l’individuo adatto, voglio augurarmi che le nuove generazioni siano migliori di quelle passate e che tutti gli esseri umani, possano pensare un po’ meno a se stessi e di più al prossimo e vi assicuro non è assolutamente nocivo, anzi potrebbe anche fare bene.
Una notte d’estate del 2006, ancora una partita di calcio, ancora una finale mondiale. Italia Francia: rigori, un semi sconosciuto, un ragazzo, Fabio Grosso, tocca a lui… rincorsa… tiro… rete.
Il cielo è azzurro sopra a Berlino.
Questo fu l’urlò strappato quella notte dal telecronista Marco Civoli.
Io spero, non lo sia sopra solo a Berlino, ma su ognuno di noi.
Il cielo è azzurro.
Forza ragazzi, ce la possiamo ancora fare.
Come cantava il fantastico Giorgio Gaber
per Fortuna o purtroppo sono italiano
aggiungo, un essere umano che polvere era e polvere diverrà.

A Fabrizio e Bernardo
E a tutti quelli che non si arrendono, a chi vuole davvero migliorare, chi in qualche modo non si fa stereotipare e ogni tanto rompe gli schemi uscendone fuori.
Un grande in bocca al lupo a tutte le generazioni, in special modo a quelle future, ma il mio augurio non è riservato proprio a tutti… qualcuno non lo merita davvero.

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Un Profumo di muschio selvaggio Ultimo capitolo ” DUE STELLE”

ROMATra pappardelle al cinghiale e saporiti arrosti alla brace, l’iniziale imbarazzo si sciolse come burro al fuoco. La chiacchierata scivolava fluida, sostenuta anche da due bottiglie di Sacrantino di Montefalco, un ottimo vino rosso dal carattere generoso. Ester era trasformata, della buia ragazza conosciuta da Andrea la mattina si erano disperse le tracce; sembrava non avere più nessun problema, uno, fosse uno. Radiosa.
La guardava con incanto, il sorriso di Ester era contagioso, difficile poter sfuggire alla magia di quel viso. La fracassosa allegria non passò certo inosservata tra i pochi avventori presenti in sala, curiosi mostravano compiacenza, per quella coppia così felice, forse anche un pizzico d’invidia. Bevvero una grappa in compagnia del locandiere, pagarono il conto e uscirono dal locale ridendo. Il cielo non ostante si fosse incupito aveva dei bei riflessi, l’aria era gonfia, si avvertiva un intenso odore di neve. Salirono in auto avvolti ancora in sguazzi e sghignazzi. Ester in maniera del tutto inaspettata, rabbuiò; infastidita esplose:
-Non voglio tornare a casa, non mi va. Perché non andiamo da qualche parte, magari rimaniamo a dormire fuori e domani con calma torniamo a casa.-
Andrea cercò di trovare subito un punto fermo, un equilibrio, a cinquant’anni non poteva concedersi cazzate e questa lo poteva davvero diventare. Assunse un piglio determinato; autoritario sentenziò:
-Cosa stai dicendo? Sai perfettamente non è possibile, ti aspetta tua figlia, non puoi lasciarla a tua madre senza avvertirla, è un lusso che non puoi concederti.-
Il tempo di asciugarsi una silente lacrima, rabbiosa scese dal veicolo, prese il cellulare, iniziò a telefonare. Andrea la guardava, sbraitare, gesticolare, battere i piedi come una bambina capricciosa, torturarsi le sue lunghe chiome attorcigliandole nervosamente.
Era sempre più bella. Con una scossa virtuale scrollò gli incauti pensieri, stoppò le sue fantasiose congetture, già ampliate in maniera fragorosa dall’alcol, rinsavì; almeno lo pensava.
Il tonfo sordo della portiera che si chiuse interruppe il suo contorto girovagare cerebrale. Ester appena seduta al suo fianco eruttò:
– Quella stronza mi ha rotto i coglioni. Andiamo via ti prego.-
Brusco Andrea provò a opporsi e si difese come poteva:
– Dove vuoi andare? Cosa ti prende? Era tua madre al telefono? Cosa ti ha detto?-
La sua sola risposta, fu un bacio, le labbra di Andrea abdicarono vili. Immediatamente fu imprigionato dal corpo di lei, avvinghiato in quella fragranza di muschio selvaggio, ormai morbosamente stordito, sentiva la sua lingua intrufolarsi ruffiana, sfiorarlo nelle intimità, la pelle, l’anima, vibravano all’unisono, sensazioni calde, travolto in un vortice di incandescente passione. Quando stavano ad un tocco dall’apice, sentì Ester scoppiare in una sonora risata, la selvaggia bellezza allontanarsi dal suo corpo, con il suo più bel sorriso,esclamò:
-Ti rendi conto? Siamo in mezzo ad una strada; qui tutti ci possono vedere, se passano i carabinieri, ci arrestano per atti osceni.-
Cosi dicendo prese a ricomporsi; allungò un tenero bacio stampandolo sulla fronte di Andrea. Presa nel suo intento continuò nell’insistente blaterare:-
-Adesso però andiamo…-
-Dove?… Dov’è che vuoi andare?-
-Roma… Non volevi andare a Roma? Allora andiamo, da qui sono solo un paio d’ore, per la sera saremo la.-
-Sei proprio una testarda!-
Il Re a quel punto fu veramente nudo. La carezzò e puntò succube in direzione della città eterna.
Per circa mezz’ora all’interno dell’abitacolo, solitario sovrastò un silenzio perfetto.
Ester ad un tratto si tolse la giacca e inizio a trafficare al suo interno scucì un pezzo di fodera ne estrasse un piccolo involucro celofanato. Andrea le chiese cosa fosse:
-Erba… Adesso ci facciamo una bella canna.-
-No!… mò pure le canne, già siamo mezzi ubriachi e poi è un secolo che non mi faccio uno spino. Comunque io non fumo… Tu fa come ti pare.-
-Quanto sei antico, sei proprio vecchio.-
Rise, sconcia gli carezzò il cazzo e con quella faccia gradevolmente indecente da giovane puttana gli sussurrò:
-Vedrai quant’è buona questa erba? Quando faremo l’amore sarà fantastico, ruberemo le stelle alla notte, anzi saremo noi le stelle; io e te… Solo io e te. Due splendide stelle.
S’inabissò nella preparazione della canna. Mentre Ester era presa nel suo da fare, ad Andrea gli si erano accavallati un bel po’di pensieri. Non era uno sprovveduto, capiva che quella situazione non avrebbe prodotto nulla di positivo. Lei era la donna di Silvio, francamente, c’era da ammetterlo, Ester era anche una testa calda, una ragazzina viziata e forse pericolosa. Una densa nuvola di fumo centrò l’abitacolo, dopo aver aspirato avide boccate profonde, gli passò il cannone, Andrea lo prese e fumò, tanto era inchiodato nella situazione. Tutti i suoi ragionamenti logici a ramengo; ipnotizzato non riusciva a divincolarsi dalle reti tessute da quella seducente sirena. Un motivo plausibile, poteva essere che da molto tempo non provava emozioni, aveva dimenticato cosa fosse l’amore; insomma era ingrigito, triste. Quella nuova situazione lo eccitava, lo ringiovaniva, adrenalinica senz’altro, fonte di guai sicuro, sentiva non poter opporsi a quella eccentrica alchimia, non riusciva più a farne a meno. Il resto del viaggio lo passarono a ridere sconclusionando sciocchezze. Due ragazzini a zonzo felici di aver marinato la scuola. Arrivarono a Roma. La sera si era appropriata del logo, rubando spazio alle luci del giorno, l’aria era fredda come l’acciaio, insisteva il forte odore di neve. Ester sperava imbiancasse, le piaceva molto la neve. “Vedrai staserà ne farà moltissima sarà pura magia” gli sussurrava. Si sa che nella Capitale non nevica mai. Parcheggiarono l’auto, presero la metropolitana, in un baleno dirottati in Piazza Di Spagna. Roma si mostrò nella solita veste; un’affascinante meretrice. Gli addobbi luminosi delle vie la rendevano ancora più accattivante. Ester fu travolta dal simpatico trambusto, felice corse in uno di quei pulmini attrezzati a fritteria; Andrea la vide tornare mentre si divorava un cheeseburger, due birre Ceres in mano, le bevvero seduti sulla scalinata, si baciavano oscenamente, non curanti della gente. Andrea captò per un attimo un rimasuglio di volontà, sostenne tutto ciò non poteva essere, non doveva assolutamente innamorarsi. Era già successo? Mentre pensava ciò continuava a baciarla e spudoratamente toccarla. Girovagarono nelle vie del centro, abbracciati, così approdarono a Piazza Navona. Ester stringendosi ancora più vicina all’ormai “suo” Andrea sensualmente sussurrò:
-Dobbiamo trovare subito un albergo, una pensione, ho voglia di fare l’amore. Adesso. Sono tutta bagnata, sto sciogliendo come neve alla pioggia, non ce la faccio, è un insostenibile supplizio, sbrighiamoci, altrimenti va a finire che ti scopo qui in mezzo alla strada. Ti mangio, ti divoro, voglio ingoiarti tutto; la mano puttana andò a strofinare ancora la turgida intimità. Coriandoli non neuroni nel cervello a brandelli del povero Andrea. La felicità si era tuffata nelle loro anime, una sorta di favola. Lei dolcissima non faceva che ripetere “tu sei il mio principe; amami ora, domani, tutta la vita, sei l’uomo che ho sempre sognato.” Tutte le sostenibili logiche messe ad argine da lui furono scacciate in nano secondo.
Si abbracciarono forte e alzando gli occhi notarono sopra le loro teste un’ insegna, “Pensione Due Stelle.”
-Hai visto questo è un segno del destino, vai a vedere se c’è posto, voglio andare qui.- La strinse forte la coprì di baci farcendola di dolcezze poi allontanandosi disse:
-Vieni anche tu-
Con uno sguardo mutato assente, come se fosse lontana anni luce, Ester farfugliò un rapido: -No, no, vai tu, aspetto qui.-
Allontanandosi si senti aggredito da una spiacevole sensazione.
La pensione era spartana, sembrava pulita e ordinata. Stanze libere ce ne erano; ne prenotò una per quaranta euro. Torno nella piazza nel punto dove aveva lasciato Ester, lei non c’era. Non si preoccupò, si accese una sigaretta e iniziò ad aspettare guardandosi intorno, convinto fosse andata in qualche negozio, forse in quello di telefonia, aveva detto doveva fare una ricarica. Il tempo inizio a consumarsi, i minuti divennero quarti, poi mezz’ore. Andrea sudava a freddo era attaccato da ansie soffocanti non sapeva come comportarsi, la sua preoccupazione aveva raggiunto punte elevatissime. Dentro la sua testa scorrevano le ipotesi più disparate.
Non poteva telefonarle, non conosceva il suo numero.
La situazione era davvero molto complicata.
Camminò a lungo nelle vie del centro, niente nessuna traccia. Oramai erano passate due ore, il peggio era sicuramente alle porte, ci si poteva aspettare di tutto. La notte si era tinta di un profondo nero, lo scintillare delle luminarie del pomeriggio avevano assunto tutt’altro effetto. Anche i personaggi in giro erano cambiati, pochi turisti, molti extracomunitari, gruppi di Nordafricani, indiani, rumeni, giri loschi, spacciatori; meglio stare alla larga da loro. Cerco di resettarsi, fare il punto della situazione: Prima considerazione erano già le undici,Ester scomparsa.
Seconda ipotesi, una stanza per dormire prenotata.
Meglio andare a dormire per poi cercarla domani, con la speranza tornasse prima?
Oppure rimettersi in viaggio, fuggire, tornare a casa come se nulla fosse accaduto. Ultima ipotesi;forse la più logica. Andare al primo posto di polizia e denunciare l’accaduto.
Aveva preso la sua decisione, quando nella leggera foschia, vide configurarsi tre sagome, più si avvicinavano più prendevano forma, due uomini di colore, e purtroppo in mezzo a loro abbracciata ad entrambi una ragazza baciava indifferentemente i due; risate schifose facevano da sottofondo. Erano lerci e sballati di brutto. Gli passarono davanti, lei lo guardò per qualche secondo, non seppe mai se lo avesse riconosciuto. Ester era distrutta, completamente fatta, pupille come punte di spilli, volto trasfigurato, quasi irriconoscibile. Andrea rimase di sale, come paralizzato capì che non c’era nulla da fare, era rientrata nel tunnel, rinunciò a darsi spiegazioni. Gli occhi si riempirono di lacrime, confuso prese a camminare, timidi fiocchi di neve iniziavano a cadere lenti. La favola era finita,la vita è altra cosa; nessun principe nessuna fata; solo letame. Affrettò il passo, nevicava di brutto, respirò a pieni polmoni quell’aria romana. Schiantò un urlo disperato nella notte, un intenso profumo di muschio selvaggio lo soffocava.
Incredibile a Roma nevicava.
FINE
OGNI RIFERIMENTO A PERSONE E COSE è DA RITENERSI PURAMENTE CASUALE.

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