Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

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Un breve racconto. Anzi brevissimo

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Impostai la vita su modalità  abitudine. La voglia di lottare, credere, sognare, macinata nella corrosa staticità. Allora che fare ? Suicidarsi no, mi pare esagerato, strafogarsi di alcol, dolci e droghe? Si potrebbe fare, ma anche no. Cambiare sesso? Non ne vedo il motivo. Cambiare paese, lavoro, dentifricio, vita? Columbia, Tenerife, Olanda, Santo Domingo? Perché no Cuba? Buona idea, ma ci vuole coraggio e dove si compra? Si vende da qualche parte? Soprattutto me lo posso permettere? Oppure il suo prezzo è troppo alto? Interrogativi che rimangono soffocati nella mia inerme follia, tra l’ altro per nulla utile. Potrei innamorami di nuovo, ma forse già lo sono. Cosa devo fare per dare un senso a questo balengo trascorrere di ore, minuti, secondi, chiamati quotidiano? Gli anni fuggono subdoli come truffatori, vili come ladri e non tornano più. Il crepuscolo si avvicina minaccioso e il tramonto da sempre uno dei momenti più incantati e poetici del creato inizia a divulgare terrore. Il sole che scompare dietro un velo d’acqua, il mare che si perde nell’orizzonte più distante. Le luci del porto albeggiano, dando un vezzo di colore al giorno che sfuma. La notte a volte fa tremare il pensiero. Morfeo sbarazzino aleggia nella stanza senza mai rilassarsi. Sudo agitandomi nelle notti che siano di estati torride o di gelidi inverni. Perdo il ritmo in questa vita di calunnia, ipocrisie e oltraggi. Non ho meglio da fare che lamentarmi. Litanie noiose sino al patetico. Butto nella spazzatura il tempo, non risorgo. Credo nel cataclisma finale, per dirla tutta, se non l’ avete capito sono un pessimista e chiedo perdono a tutti tranne che a me stesso. Il coraggio di sentirmi vivo perso in qualche giornata di sole o nei troppi bicchieri di vino. Nonostante a volte trovo stupefacente sorprendermi a commuovermi di fronte a un sentimento, anche il più banale, mi do dello sciocco e un sorriso s’ impadronisce del mio viso e nulla cambia e niente sfalderà gli strati di pesante sofferenza. Per certo, ne sono cosciente, un barlume, un guizzo di vita rumoreggia scorbutico nell’anima.

La vita cos’è ?

Maschere in laguna, canali silenziosi,  bellezza persa nello sfondo, effimera nel bailamme di risa e coriandoli, fritta allegria. Lo stantio mormorio delle acque, in un clamore si erge  il campanile, strabilianti visioni. Giovani donne, leggiadre sfuggono alla reminiscenza del pudore. Saloni dai vetri opachi dove spio dame e cavalieri, musiche e capelli, fresca noia. Carnevale a Venezia.

Quelle dolci notti legate al vento, odori di agrumi, mandorle, latte fresco. La terra dei Pirandello, Malavoglia, dei greci, degli egizi, le loro tracce. Visibile il vissuto. Io e te innamorati a Taormina. Di quei due cuori, uno non pulsa più, è perso nel’ infinito. Clara te ne sei andata, mi hai lasciato solo perso nel finito di questa splendida terra, sconfitto tra gli sconfitti, il primo degli arresi. Quel colpo di fucile destinato a me sbirro, invece tu con il tuo coraggio, con il tuo cuore grande hai coperto la mia figura gettandoci il tuo amore. Te ne sei andata.Ti hanno ucciso, io non passo un giorno a maledire loro, me e questa amata dannata terra dove il vento odora ancora di limoni e mandorle. Aspettami Clara.Ti prego arriverò.

Ombre nelle ombre, esalazioni di abbandono, macerie. Disgusto, desolazione, speranze perdute. Qui era il mio bar, qui venivano gli amici, le genti. Mia moglie e io, a volte anche mia figlia dietro al banco, grappini, birre, panini. Risate, progetti, brindisi e allegria. La vita, il paese, il nostro territorio, la squadra di calcio, il presente, il futuro, impegni di tutti i giorni. Vita di montagna, ancora non troppo inquinata a volte fresca e spumeggiante, forse spesso noiosa, nessuna importanza si stava bene. Si pasceva, sì,avete letto bene. Noi pascevano beati come gli animali al pascolo.
Ora il buio è ininterrotto, non c’è sole che scaldi più questa terra, si sopravvive frantumati dai ricordi, dai tanti volti sfumati e le lacrime che ritornano in un flusso perpetuo.
Tra poco sarà Pasqua, segno di pace e resurrezione. Chi mai avrà più pace? Chi resusciterà? Tutti scomparsi, siamo soli, sono solo. La terra si è ribellata e ha avuto ragione nel farlo. La montagna si è spaccata si è ferita. Noi piccoli esseri piangiamo dolenti, travolti dal misero abbandono. Né stato né altro. Tutto dimenticato, rimangono solo macerie. 19 gennaio 2017 il colpo finale

IL mare sprigionava riflessi di strabiliante bellezza il sole gonfio e giallo emanava un calore denso quasi insostenibile. La spiaggia era gremita, piena come un uovo. Io sul bagnasciuga ero come tramortito, vedevo sfilare mille corpi, ma non il tuo, tu non c’eri. Per l’ ennesima volta mi avevi dato buca.

Così mi sorpresi a girare intorno a quel piccolo tavolo nel salotto di casa. Sopra il telefono, immobile e irrimediabilmente muto. Come un pazzo, fumavo, bevevo birra, giravo ininterrottamente. Fissavo quel cazzo di telefono che non si decideva a squillare e se lo faceva all’ altro capo non c’era la voce che volevo ascoltare, la tua. Tu, la solita stronza giocavi con me e la mia acerba vita, proprio come il gatto fa con il topo. Persi le tue traccie. Ti vedo ora dopo molti anni, stai abbracciando un giovane uomo, bello, molto bello. In me un delirio di follia si tramuta in gelosia, non è possibile dopo secoli nutrire ancora il vile sentimento, ma la realtà è che mi sto erodendo in una rabbia inaspettata. Il ragazzo salendo in una fantastica auto nuova ti saluta e ascolto nel suo sorriso un ciao mamma stai tranquilla. Sei ancora bella? Non lo so. Gli anni ti sono caduti addosso, tu l’hai retti con dignità. I tuoi occhi scuri ora mi pongono penose  riflessioni. Sei triste? Tuo figlio parte, forse, oppure chissà. Mi guardi, ma è come guardarsi niente, impossibile che non mi abbia riconosciuto, eppure ci siamo amati. Abbiamo viaggiato nei nostri corpi li abbiamo esplorati e scoperti, abbiamo sofferto, gioito di noi, del nostro amore e poi il vento ha deciso, o meglio; il tuo vento decise che nulla rimanesse di noi e io sono volato via nelle folate di un sentimento incompressibile. Ne ho fatto  ragione e oggi accetto la tua indifferenza e ti vedo passare  in un assolo imperdonabile. Il vuoto di allora ritorna e riconosco la mia voglia  di soffrire per tutto quello mi hai donato e per tutto il nulla che mi hai distribuito negli anni, perso nella tua mancanza. Riconosco l’amore, un amore che nessuno potrà mai definire, neanche Dio potrà osare farlo, nessun poeta riuscirà a descriverlo nella sua magnificenza. Neanche se userà stelle e inchiostro d’oro ci riuscirà. No. Perché non ha potuto vivere quei momenti che erano nostri. Solo noi eravamo in grado di catturare quella magia e solo tu in pochi attimi farla svanire. Non ti ho mai compreso, ma ti ho amato e ti amo ancora, sì, so di amarti di non aver mai smesso. Ora ti vedo ancora, stai ondeggiando e venendo nella mia direzione. Ti guardo e ho la certezza che sei bella, forse stai sorridendo. Mi pugnalo e volto le spalle, me ne vado e perdo ancora. Sì, in amore si perde e io sono un perdente. Vado a casa. Ho una moglie che mi aspetta.

Come vi annoiavo prima dicevo: un guizzo di vita rumoreggia nell’anima bussando nella regione occipitale, cerca di incunearsi, di raggiungere il cuore. Vuole influire e farsi strada in quest’ uomo ai limiti dell’ abbandono. Ho viaggiato, visto, scritto. Ho anche amato e ora mi trafiggo di un dolore che forse non è neanche mio, lo ho soltanto preso in prestito. Non mi sottraggo all’ inutile lamento. Una storia però la conosco davvero ed è che in questa vita nulla ha un senso e tutto lo ha. Sarebbe meglio non arrivare  allo scontro frontale e continuare ad amare, volersi bene e non sentirsi inutili, perché alla ragion di cui non lo siamo. Qualcuno ha bisogno di noi, di me. Vado nella direzione sbagliata e forse questa volta è quella giusta.  La vita come un racconto breve. Anzi brevissimo.

In questo giorno dove si festeggiano i papà, io sto scrivendo e riassumendo nelle poche righe i miei stati d’animo. Le visioni, le lucide follie, brevi racconti. Mi rendo conto che anche la vita di mio padre è stata un racconto, a modo suo bello, sicuramente un buon viaggio, una vita serena dedicata ai figli, alla moglie e impregnata di sano lavoro. Ho un rammarico, di essermelo goduto poco, ma ho l’ assoluta certezza che lui è accanto a me, mi protegge e cerca di guidarmi. In questa ultima cosa riesce poco, certo non per colpe sue, semplicemente perché ha un figlio sciamannato, ribelle, a volte esagerato nelle deviazioni. Credo a lui interessi poco e da qualche posto a me sconosciuto continua ad amarmi e proteggermi. Se fosse qui ora lo abbraccerei dicendogli “babbo ti voglio bene. Auguri babbo. Non mi lasciare mai. Ho bisogno di te.”

19 marzo 2017

A Bernardo Bachetti 1909 – 1996 ti penso sempre.

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