Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

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Non ho più tempo

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Non ho più tempo per avere tempo,

alcuna illusione per sentirsi un eroe

non ce più spazio per avere spazio

i giorni affannano, i pensieri, i malanni assalgono

trafiggono

pirati trasversali nell’ignoto di un qualsiasi universo

c’è fuoco a valle, regine e danari danzano

non c’è più tempo per fare, comporre, dannarsi

riposo;

godo di questo poco sole e di un filo tenue,

fumo di pipa

dall’uscio or guardo;

per strada nessuno, neanche le ombre,

nessuno

devo rientrare, mi devo sbrigare

non ho più tempo

ma,

ho ancora qualcuno  che mi aspetta

qualcuno d’ amare

non ho più tempo,

lo ruberò

Testa Vuota

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Vi voglio raccontare un storia piccina e poverella che di nessuna pretesa si adornà.

In un paese qualunque, abitato da gente qualunque, viveva un uomo con il viso un po’ liso, mai privo di sorriso e, un bel nasone color porpora definiva il tarocco. Aurelio disse di chiamarsi. Io lo soprannominai Testa Vuota.

In una piazza seduto su una seggiola, si contorceva, sbraitava e, con un stecchino si torturava i denti, un vero ossesso, pregno, appariva molto sicuro di se. A me faceva ridere, diventammo amici, mi era simpatico, dopo tutto un gran burlone, un goliardo, un gran contaballe, ma alcuna pretesa attestavo, questo pensavo, ma sbagliavo e non sapevo.
Parlava, cianciava, diceva, disfaceva, ancora divulgava del tal pensiero che fosse questo o quello, nulla importava.
Erudito:  spiegava, estrapolava, confabulava, nel contorto dialogo tramava, a volte tradiva e qualche volta sguaiato rideva.
Testa Vuota secondo il suo immodesto ardire era il migliore, il più capace e già signori miei come lui nessuno. Degli arcani del mondo il padrone.
Indignato, puntava il dito contro ognuno non condivideva il suo pensiero. A giorni; insolente derideva, perfino insultava, fino a prendersela anche con i cani che passavano in quel posto per caso, a qualcuna di quelle povere bestiole tirò anche dei sassi. Nonostante mi sforzassi, non ho mai capito il motivo di tanta ira.
Venne scoperto in diverse occasioni nel buio della sua più profonda egocentria, altezzoso levare la mano destra diritta verso il cielo, si credeva un gerarca, un vero podestà,
un paladino di onestà.  Con presupposta coerenza arrovellava parole sicure, decise come tagli di scure e per certo di indiscutibile moralità. Non c’era contraddittorio, non l’ ammetteva.
Un dì rinsavii e provai compassione per quel fantoccio e non lo sopportai più. Io povero sciocco mi stancai  dei suoi dissoluti sermoni, della brama nel primeggiare, delle sue derisioni e soprattutto della sua inutile finzione. Fu così lo abbandonai sulle strade dell’ indomabile saccenza. Rimpiansi il giorno cui pensai fosse mio amico, ma lui non aveva amici.

In un giorno di sole, dove tutti seguivano il corso naturale delle cose, lo vidi rannicchiato su se stesso, innegabilmente depresso. Forse si era accorto, sicuramente con enorme ritardo che da tempo nessuno più lo ascoltava e tanto meno lo frequentava. Frugò nelle stanze tra le tante menzogne e con stupore si accorse di non avere niente da mangiare, la sua adorata moglie, defunta da qualche ora, in un pallido sgomento di una vita sbagliata mormorò mentre l’abbandonava; ” ahimè! Se mi fossi accorta in tempo che quello credevo fosse l’amore, il migliore degli uomini, non era altro che un trucido millantatore, un illuso spavaldo, un fautore di pericolose inezie.” Una lacrima le rigò la bianca pelle, un sorriso amaro apparve tra le sue labbra, con un cenno del capo salutò il poco pubblico intervenuto e finalmente libera si librò spedita nel terso cielo.
Testa Vuota sprofondò in un panico perfetto, non accusò dolore, soltanto rabbia. Perché era stato lasciato in un assoluto abbandono, inveì contro la sua cara estinta e versò inchiostro nero dalle grigie pupille. Un tronco alla deriva oramai, nessuno lo aiutava, nessuno usciva più con lui, nessuno gli pagava la pensione, non ne aveva avuto il diritto, d’altronde non aveva mai lavorato, non ne trovava mai il tempo, accampava sempre una scusa per sgusciare dal gravoso dovere. Nella sua miserevole vita il suo scopo principale fu fondato sullo sproloquio, rigurgitare ingiurie e offese  a chiunque. Una pianta tossica chiamata invidia, trovando tanto spazio era cresciuta nella sua testa e giorni gli causava un gran male, ma tutto era inutile neanche il patimento distoglieva il suo spirito maligno e perso s’ intestardiva sulle sue confutabili convinzioni. Questa volta era davvero solo, temerario non si arrese e continuò a cianciare a predicare e miliardi di parole uscirono dalla sua bocca ormai abbandonata anche dagli ingialliti denti. Da che mondo è mondo, si sa che gli spaghetti riempiono la pancia e le chiacchiere procreano soltanto pidocchi, ma lui mai apprese codesto proverbio e fu così che Testa Vuota morì sommerso nella tracotante stupidità, intrappolato nel proprio io. Nessuno se ne accorse, tranne il vento che negli anni aveva raccolto le tante parole inutili anche le più cattive, quelle più indegne e le troppe blasfeme. Ne fu sollevato e in un giorno di burrasca se ne liberò gettandole nel profondo degli abissi, dove alcuno pote più ascoltarle. Il ricordo di quell’uomo banalmente crudele che credeva tutti fossero stupidi e sempre e soltanto lui il migliore si spense nel breve tempo come una candela stremata. Povero Testa Vuota.

Ora in quella piazza giacciono: una sedia sgangherata, uno stecchino spezzato, un salvadanaio vuoto e poco altro. Miserie di una finzione, un dramma di cui l’attore non ne fu mai consapevole, aveva vissuto cento anni senza rendersi conto di essere stato davvero vivo. Neanche un attimo.

Ricordo quel bimbo

In quest’ angolo rimango seduto,

confinato tra lo spartano travertino, e l’ uva appesa al sole

i ricordi, i remoti progetti, i colpevoli errori, le esplicite solitudini,

i giochi fatti di poco, di nulla

l’ estati troppo lunghe affogate in una noia cupamente afosa

 

Sognavo il mare, un giocattolo, un amico

una tristezza inconsapevole divorava il respiro

consumavo aspettando un dì di festa

una qualsiasi emozione, un banale movimento

che possa esser stato vento o pioggia

tutto accomodava, anche burrasca

l’importante un urlo si levasse nel vuoto che un alito accadesse

non capivo, non conoscevo

 

Ora rivedo quel bimbo attraversare la strada

voragine di vita,

tuffarsi nell’incognito

sfumare fino a scomparire, ridere, piangere

ansimando vivere

 

Ritrovo quel bimbo

i calzoncini corti e le gambe rosse

limoni amari

la speranza nell’animo, un segreto nel cuore

ricordo quel bimbo e il suo coraggio

il suo amore disperato

non compresi mai la sua voglia,

la speranza di calpestare una terra diversa

 

Lo osservai oscillare lento come prigioniero cullarsi in una bolla

gli si rivelò nella veste più crudele, un assurda chimera

lo vidi fuggire

nascondersi nel barlume di un sogno

infine spaventato lo sorpresi  sveglio

nel volto impresso un remoto stupore

e nel primitivo nome si sentì chiamare:

libertà

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A chi pensa che nella vita qualcosa ci venga regalato. Nulla è gratis.

 

Perché.

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Perchè il mare è la mia casa
dove orizzonte riposa
la terra l’amore
l’uomo il suo cammino, il suo cuore, il ristoro
il Dio signore del creato, il povero, il misericordioso
la strada, c’è sempre la vita
ho peccato chiedo perdono avevo fame e sete
mi sono sfamato e dissetato per sfamare e dissetare
Zena mia, incroci di destini, poeti e puttane
fumosi mattini e incerti tramonti,
la croce, il bene e il male
sottile differenza
un uomo, una fede una storia
la verità, dovuta carità
lo sguardo fiero, orgoglio e paura, non è importante
ancora strada, ancora vita
dissacranti verbi dardi infuocati
arrendersi mai
diritti e andare avanti
Perché la storia siamo noi
solo noi.

A DON ANDREA GALLO

PERCHE’CI DOVEVA ESSERE QUI
PERCHE’ E’ IL MIO DIARIO
PERCHE’ERA E RIMARRA’ UN GRANDE
http://www.libreriauniversitaria.it/unica-chiave-bachetti-nazzareno-librati/libro/9788866450115
http://www.ibs.it/code/9788866450115/bachetti-nazzareno/unica-chiave.html

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