Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

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Ridere

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Lingua d’asfalto strisce bianche e malumore

il motore, il rumore,  traffico e vento

brezze di velocità pericoli

cadenze asfissianti alimentano la routine

il cielo, il mare spiccioli di normalità

una lacrima preme nel cuore soffoca lo stomaco

i riflessi bruciano il cervello

la memoria arranca nel fare

l’ eterno flusso

il massacro quotidiano

sfide su sfide, soprusi e arroganze

urgenze

barcollo, esausto affondo,  non mi arrendo

ci provo fino ad ora, fino a notte

nessun amore alcuna gioia

nel buio atterro e vivo

disperato tentativo

sono e ancora sono non muoio

una rima, un trionfo, un cane che abbaia

un pensiero libero

coraggio e ancora coraggio alcuna ragione

un rifugio la tua anima il sorriso quando esiste

il cuore vive nei sogni.

che siano gli stessi

si può ancora sperare

si può gioire, vivere

e perché no, anche ridere

sì, soprattutto ridere

 

Ai tanti malfattori che popolano le nostre esistenze

Ladri di vita, uomini miserevoli,  vogliono impadronirsi del nostro tempo dei nostri spazi soffocare passioni ucciderci i sogni massacrarci toglierci la gioia nel vivere.

Noi non glielo consentiremo, non siamo malvagi, non ancora robot, non ancora macchine. Abbiamo un dono: la fantasia, la creanza e nonostante la voglia di rendere bella la vita ognuno come meglio crede.

Sappiamo ancora emozionarci davanti a un tramonto.

Sorridiamogli, loro si spegneranno come inutili candele

strisce

scacchi
Laminato sofferto ebano, neon e infame squallore
un cristallo e un volto riflesso non so chi sia
un botto un lamento
singhiozzi drammatici
fredda la notte artificiale la luce: acciaio
di marmo io
lucido spietato concreto e non altro che vacuo
sghignazzo, tossisco, tiro:
strisce bianche, non pure, mai vergini
strisce: solo maledette strisce:
Paura non ho
nausea e pallore; triti di vanesia gioia e depresso dolore
soldi un colore ancora soldi solo soldi solo merda.
Bruciati e narici appassite; sterminate
un volto, sempre il solito
è il mio solo il mio
quello di un essere sconfitto malriuscito: una goffa scempiaggine
e un’ altra sfida mi stringe so non vinta e già persa
il re il bianco è sotto scacco
il re non ha vie di scampo
il nero affoga sopprime e vince
la partita è finita lune nere e stelle svilite
un’ombra; tizzoni di notte si avvallano
e non è altro che uno scontato atto
di un gioco crudele,
e non ci sono più mosse scippate come ingoiate
sarcastici applausi
il re è morto, il dado è tratto
in un inesorabile attentato
di un alito di brivido
la falce e il suo manto
un istante dissacrante
ed è soltanto l’ennesimo fatidico
scacco matto

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