
Quando le parole non hanno più alcun senso
quando il fiume è di nuovo cheto
è lì che incontro il mio destino
è lì dove scompaio fino ad annullarmi
è lì dove sorge il sole
è lì che trovo ancora il tuo sorriso
e sono ancora vivo e sono trota, acqua,
rugiada e rosa
non dimenticarmi
perchè quel giorno io sarò lì ad aspettarti
perchè di te ho bisogno
come aria al vento
come legna al fuoco
come il cuore al cervello
non pensa, non riposa
si contrae avido affamato
il dolore la sua casa
e solamente ama
quando…
Ieme su Franco

Ieme ooooh
dove?
su la casa de Franco a Castellà
ah sciii e che faceme?
Che ce ne frega; ieme su…
beveme, magneme, treteme e fememe.
Ah sciii!!!
E’ be sci, tra l’ara e la cantina, ce svagheme
e puo su ce sta l’aria fina, se sta bè…
ne lu siente quagliò quante è calle?…
Glie perteme dò birre?
Certe che sci, pure tre!
Certe l’amicizia è na bella cosa
è meglie de na sposa
sci, sci ma mo è megghie che smitte de beve lu vì
senno fina a massera tu mica c’rrivi.
Ma che sta a di?…
Mica so m’briache e puo demà è sabata; se po dormì!
E che ce ne frega.
Oh sa che te diche?
è proprie bielle che seme nu
è proprie bielle essè giuvene
dai canteme, dai beveme…
piccia… piccia su motorì, ieme su Franco
ieme a Castellà. Iemece a devertì.
E’ la prima poesia che scrivo in dialetto.
MILANO E DINTORNI

Ciao a tutti, eccomi qui a rompervi ancora con questo cavolo di libro.
EBBENE SI; DOMENICA 2 GIUGNO SARO’ A MILANO ai NAVIGLI.
Mi picciono troppo, sembra li ci sia nato, sono come una seconda pelle. Amo Milano quasi come la mia città, ma per i Navigli impazzisco. Il 31 dicembre dell’anno appena trascorso nel primo pomeriggio erano quasi deserti,( cosa molto rara) complice la bella giornata io e la mia macchina fotografica ce li siamo oziosamente goduti. Essere li quel giorno era una meraviglia. Ora eccomi qui, a presentare l’Unica Chiave, l’evento si terrà nello studio dell’affermata pittrice e mia cara amica MITTI. Quel giorno sarà anche la festa del Naviglio, il tempo pare sia discreto, così potremmo trascorrere una bella e spensierata giornata, allietata anche da musicisti e artisti di strada. Sarà bello perdersi nelle varie botteghe d’arte e visitare gli angoli e i cortili caratteristici della vecchia Milano. Per chi ne avesse voglia e modo a me farebbe molto piacere incontrarvi e conoscerci Grazie a tutti, vi aspetto. Buona serata
Nazzareno
Colgo l’ occassione per ringraziare i miei Amici, Mitti sempre molto gentile e affabile e Marco Morganti che mi sta affiancando in questa divertente avventura, ed è anche l’ideatore e realizzatore della bella locandina dell’evento. L’acquerello nella Locandina è di Mitti.
Perché.

Perchè il mare è la mia casa
dove orizzonte riposa
la terra l’amore
l’uomo il suo cammino, il suo cuore, il ristoro
il Dio signore del creato, il povero, il misericordioso
la strada, c’è sempre la vita
ho peccato chiedo perdono avevo fame e sete
mi sono sfamato e dissetato per sfamare e dissetare
Zena mia, incroci di destini, poeti e puttane
fumosi mattini e incerti tramonti,
la croce, il bene e il male
sottile differenza
un uomo, una fede una storia
la verità, dovuta carità
lo sguardo fiero, orgoglio e paura, non è importante
ancora strada, ancora vita
dissacranti verbi dardi infuocati
arrendersi mai
diritti e andare avanti
Perché la storia siamo noi
solo noi.
A DON ANDREA GALLO
PERCHE’CI DOVEVA ESSERE QUI
PERCHE’ E’ IL MIO DIARIO
PERCHE’ERA E RIMARRA’ UN GRANDE
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dodici
dodici sono i mesi
dodici sono i miei pensieri
dodici i ti amo scarobocchiati sulla sabbia
e ora che odo il mare, e ora che scavalco l’argenteo cielo
eri bella forse lo sei ancora
ti immagino così,
dodici è il tuo giorno, dodici il mio
penso e forse felici lo si era: forse
quanto ti amo? non lo so
magari tanto
magari blu
magari è solo plastica
magari potessi vedere una rondine
volare con lei
e sfiorare il calore del sole
magari
dodici margherite per te
bianche pure
come non lo sono io, come non lo sono mai stato
dodici sono gli anni che ti ho perso
dodici le volte vissute
dove sono scomparse le mie poche traccie di vita.
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quello sopra è il link dove se volete potete acquistare il mio libro L’UNICA CHIAVE.
UN GRAZIE A VOI TUTTI
NAZZARENO
Diario di una viaggiatrice
In dei tailleur blu scuro, sospinte da un velo di sole, Emma ed Elda camminavano chiacchierando senza particolari emozioni. L’argomento principale di quella domenica mattina dopo la santa messa era accentrato sull’ambigua figura della Signora Claudia; sembrava non mancarle nulla: una bella casa, dei figli amorevoli e pure il parrucchiere tutte le settimane, certo… era vedova.
-Chi non lo è alla nostra età?- A bassa voce aggiunse con un pizzico di rimpianto Emma.
Non è tutto oro quello che luccica, eternamente insoddisfatta vittima di una forte depressione, perennemente stanca s’è svuotata giorno dopo giorno arrancando fino alla morte. “Che Dio l’abbia in gloria, povera Claudia.” Sospirarono all’unisono.
-Al funerale c’era molta gente, comunque…-
Sì sì, proprio tanta, il Sor Gino era molto conosciuto in città.- Rispose seccamente Elda, sottolineando dei presenti, erano lì più per il rispetto portato al marito che non per la defunta. Non contenta, velenosa aggiunse:- Poi beveva; al supermercato spendeva più per vino e birra non per il mangiare, me l’ha confidato Alessia la cassiera. Dopo la nota tagliente di Elda le anziane signore deviarono in altre conversazioni, finché non giunse il momento di salutarsi. Elda entrò nel portone dove abitava di un condominio. Emma percorse altre centinaia di metri, non rientrò subito a casa, prima doveva sbrigare una formale necessità; leggere i nuovi arrivati; lei definiva così i necrologici affissi al vicino muro. Dopo averli letti, commentò tra se e se su uno in particolare. “Ah poveretta… se n’è andata anche Gigina, va bè però aveva 82 anni, era vecchia…poi neanche tanto constatò ripesandoci, solo un anno più dei miei.” Sospirò e si avvio verso l’uscio di casa, una villetta a due piani. Emma aveva quattro figli, godeva di buona salute e viveva ancora sola. Non fece in tempo a elaborare alcun tipo di ragionamento e il telefono squillò: Era Moreno con la voce ancora assonnata, le disse di non preoccuparsi, non sarebbe andato a pranzo come promesso, preferiva rimanere a poltrire nel suo guscio, così identificava la mansarda dove risiedeva. Emma chiuse la telefonata facendo spallucce. Moreno si era separato da poco era in uno stato di allarmante confusione si era lasciato un po’ andare, anche un bel po’. Da madre era preoccupata e non condivideva l’attuale stile di vita del figlio. Povero ragazzo era capitato così male, un matrimonio fallimentare il suo, sua moglie una vera strega. Di mezzo purtroppo era andata la piccola Lisa, quattro anni appena, la megera giocava sporco, bussando in continuazione a denaro, se non li otteneva si vendicava nel modo più infame, non facendogli vedere la bambina e per legittimare l’indecenza accampava milioni di scuse.
E già… povero Moreno, gran lavoratore, un buono, ma sempre tanto testardo. Vuole fare sempre e solo a modo suo. I figli sono tutti uguali, inutile negarlo, indubbiamente per Moreno aveva un debole e finiva sempre per giustificarlo.
Pensò sarebbe stata sola a pranzo tutto sommato era meglio così; si sarebbe preparata da mangiare e con calma avrebbe svolto le solite faccende domestiche. La vita scorreva lenta, tranquilla, la Santa Messa la domenica, la visita settimanale al cimitero, qualche amica, i soliti discorsi. Non per ultima la tv, i suoi programmi preferiti i giochi a quiz, ultimamente aveva scoperto la passione per quelli di geografia e viaggi, non disdegnava i tg, le piaceva rimanere sempre informata, rispetto alle sue coetanee Emma aveva una marcia in più… era ingorda di sapere, l’affascinava scoprire sempre qualcosa di nuovo. Anche lo sport le interessava, tifosa della squadra di calcio locale. Addirittura un paio di anni fa era stata anche allo stadio c’era andata con Moreno; Pescara Bari: “1 – 0 per noi, hai visto porto fortuna.” Disse al figlio. Non solo calcio anche la formula uno e il motociclismo la incuriosivano non amava il rugby, non capisce il perché tanti uomini si azzuffano correndo dietro a una palla, per di più ovale.
Passò l’ora del pranzo, la tv come il solito sintonizzata sul campionato di calcio, le telefonate delle figlie Maria e Michela interruppero il suo impalpabile pisolino pomeridiano. I raggi intermittenti del sole schiarivano ancora la giornata. Pensò di uscire a fare una passeggiata, prendere aria, aveva voglia di vedere qualcuno, poteva andare a trovare sua cognata, ma anche no, non le andava di parlare sempre delle solite cose: Sante Messe, defunti vari e altre inutili ciance. Per lei quel tempo era come superato, così era finita per distaccarsi dai suoi pari età, preferiva parlare con i giovani, ma loro non preferivano parlare con lei a eccezion fatta di sua nipote Ilenia.
Una vent’enne vivace intelligente e piena di vita. Si adoravano e in comune condividevano un segreto. Esisteva un problema, che la ragazza presa da mille impegni andava poco a trovare la nonna o quantomeno non le dedicava tempo a sufficienza. Emma si alzò dal divano, dall’elegante mobile fine ottocento apri uno sportello chiuso a chiave, ne estrasse tre libri e un pc.
Il pc era di sua nipote, un po vecchiotto, Ilenia ne aveva comperato un altro, un modello aggiornato e all’avanguardia. Emma sapeva a malapena accenderlo mise la chiavetta si collegò, la prima terribile prova la attendeva scrivere l’ indirizzo di posta elettronica, era trascritto su uno spiegazzato foglio a quadretti, lo copiò. -nonnaemma.@libero.it- “questa è fatta” dichiarò soddisfatta a mezza voce. “Ora la… come si chiama… si quella… la passevort, si insomma la chiave per entrare” la scrisse, il magico mondo a colori le apparse. E adesso cosa faccio? Ilenia dice bene… me l’ha spiegato io non ricordo nulla. Cliccò a casaccio qualche icona, tutto fermo, non successe niente, innervosita lasciò tutto com’era. Inizio a sfogliare un libro, c’erano delle belle foto iniziò a leggere gli articoli, la sua attenzione si soffermò su di uno; “viaggiare in Irlanda,” ingolosita lo lesse trasognata per un attimo si trovò a vagare estasiata in un mondo a lei sconosciuto. Altre volte aveva letto brani sul Sud America, il Brasile, l’Argentina e le Ande, le guerriglie boliviane tutto le era rimasto impresso, ogni volta che scopriva qualcosa di nuovo rimaneva come folgorata, sorpresa dell’esistenza di altri mondi così diversi dal suo. La sera era scesa, il campanello d’ingresso svegliandosi dal torpore domenicale ebbe un sussulto, suonò. Emma fu assalita da una imprevista agitazione, si sentì una ladra colta con le mani nel sacco, non voleva far scoprire i suoi nuovi interessi, come se a lei il conoscere fosse negato. Per sua fortuna era Ilenia, ne fu felice. La giovane catapultò nella stanza, fette d’irruenta vita, i suoi boccoli ondeggiarono ribelli. Abbracciò forte sua nonna e ad alta voce si annunciò:- Nonnina ciaoo… che fai studi, quant’è bella la mia nonna …piccola!… Col computer come te la cavi? Con inter hai fatto progressi? – Rise divertita.
Emma, internet un po’ per pigrizia un po’ per gioco e perchè comunque non lo sapeva pronunciare correttamente lo chiamava in quel modo.
-Ma va, non ci capisco niente, mannaggia a te,… mi metti in testa tutte queste strane idee.-
Ilenia la guardò con orgoglio, era fiera di quell’antenata così intraprendente e la cinse a se ancora una volta in una tenera stretta di braccia ricoprendola di baci. Si mise seduta davanti al pc e invitò la nonna a fare la stessa cosa. Armandosi di pazienza inizio a spiegarle per la centesima volta il funzionamento dell’aggeggio così ostile alla giovane anziana.
SECONDO CAPITOLO “Nulla più”
I mesi rotolavano rapidi, le foglie sugli alberi variavano nei colori, e spegnersi definitamente fino a morire. Emma era serena la vita brillava, il merito sicuramente era anche del suo rivoluzionario approccio nel vivere. L’ottantaduesimo anno di vita si sarebbe celebrato a breve, il fardello degli anni era divenuto inverosimilmente più sostenibile. Dopo inenarrabili sforzi e ore di applicazione si districava con abilità tra password, accessi e navigazioni nei vari siti, una sorpresa continua, oramai lei e il computer erano un binomio vincente. Nonostante che per lunghi periodi aveva dovuto rinunciare alle preziose consulenze di sua nipote, impegnata negli studi e vari stage all’estero; Spagna e Regno unito le ultime destinazioni. Emma era in continua evoluzione, da qualche mese si era iscritta all’università per la terza età, la sua ambizione sosteneva ironica, di essere promossa a quella della quarta; era l’alunna più anziana del corso. In quel nuovo ambiente si era costruita amicizie cui trascorreva molto del suo tempo. Condividere argomenti confrontarsi, conoscere nuove persone, stili di vita diversi dal suo era appagante. Ascoltare Pasquale recitare dolci poesie, Flavio suonare la chitarra, Dora dalla voce fiabesca, perfettamente intonata struggersi in melodiose liriche, un universo mirabolante. Un rammarico puntellava il suo cervello, avrebbe voluto avere vent’anni e godersi tutto senza rinunce, si rendeva conto di aver perso del tempo prezioso.
Pazienza, era nata nel posto sbagliato e certo non per colpa sua. Le vele del sapere adesso erano ben spiegate e questo era importante, elettrizzante.
Il rapporto con le amiche di sempre, anziché peggiorare come temeva, era molto migliorato, oramai padrona della situazione riusciva a infondere qualcosa di vitale nelle stantie conversazioni, maturando un giovamento generalizzato.
Le più restie a riconoscere la nuova Emma erano proprio sua sorella e sua cognata, troppo abituate alla donna antica maniera. Non riuscivano a comprendere il motivo di quel repentino cambiamento. Loro adagiate su convenzionali discorsi, morti e squalificati pettegolezzi.
A lei non interessava chi moriva e chi viveva a meno ché non si trattava di qualcuno veramente vicino cui fosse affezionata. Spesso prima di addormentarsi s’inabissava in pensose riflessioni e basita da quella attuale filosofia si chiedeva: “Cosa mi è successo? Sono divenuta insensibile? Dove sono cambiata? Cosa ha sconquassato il mio animo? Stordita dai pensieri si addormentava dandosi la più scontata delle risposte. “Non è cambiato nulla ho solamente altri interessi da seguire.” I figli approvavano la figura inedita della madre riversandole il solito affetto, contornato da stupore e felice curiosità.
Si sentiva viva e forse giovane fino a dimenticare i suoi tanti anni. Un giorno addirittura Emilio, il papà di Ilenia la beccò in fragrante, mentre era intenta al pc con un video gioco: -Mammaaa!- Esordì il figlio sbigottito, va bene studiare, leggere, ma adesso anche con i giochi, non è che stai impazzendo? Emma impegnata com’era, incurante della reazione dell’uomo, scaraventò all’aria frettolose parole:
- Zitto; sono al quinto livello ancora un attimo e lo finisco, poi sono da te. Emilio di carattere era l’esatto contrario del fratello che probabilmente si sarebbe coinvolto giocando insieme alla madre, lui rimase esterrefatto e per poco non svenne, rimanendo palificato a osservare quella mamma ragazzina manovrare mouse e joystick, facendo scoccare frecce da agguerriti indiani contro dei malcapitati cowboy.
La sera della vigilia di Natale come da tradizione tutta la famiglia Bertoletti si riuniva nella casa paterna; al momento dei regali anziché ricevere le solite ciabatte e le creme antirughe, una magnifica sorpresa; un portatile ultimo modello, dei libri e addirittura una calcolatrice, la matematica era il suo tallone d’Achille. Commossa ed emozionata abbracciò tutti. Un bellissimo Natale, quasi perfetto, un unico neo il dolente ricordo di Elvio, il suo defunto marito. Erano trascorsi dodici anni dalla scomparsa, l’amore inalterato, la mancanza sempre viva e prepotente e in giorni delicati come quelli fratturava l’anima. Dal nuovo giro di amicizie era spuntato arzillo un corteggiatore, compiaciuta, ostentava:- Ha anche sette anni meno dei miei, solo un vanto, un simpatico gioco, altro non poteva esserci. Nessuno avrebbe occupato il posto del suo amato, un solo uomo nella sua vita, un solo amore.
Il tempo susseguiva cavalcando poderoso i sentieri della vita. E’noto i giorni non sono sempre pari: sua sorella Gina cui era molto legata, una mattina di un giorno di aprile, colta da un improvviso malore nel sonno, non si svegliò. L’accaduto la destabilizzò devastandola, si senti improvvisamente vecchia e stanca. Era pur vero Gina aveva solo diciotto mesi meno di lei, minima differenza, comunque più giovane, la piccola, non era il suo turno, stava bene, le ultime analisi erano come quelle di una bambina. Povera Gina…
I ricordi la stavano soffocando aveva l’impressione di essere come imprigionata in una busta di plastica, l’aria rarefatta e sempre più scarsa, uno stato di perenne ansia. Per fortuna era tornata Ilenia e con Marco l’altro nipote il figlio di Maria le stavano vicini prendendosi cura di lei, cercando di farla reagire e sentire il meno sola possibile. Nonostante i tentativi dei ragazzi Emma non riusciva a recuperare la vivacità degli ultimi tempi aveva perso vigore, i suoi interessi sfumati, il giocattolo si era rotto. Trascorreva giorni interi chiusa in casa, preoccupati i figli provavano a distrarla invitandola anche a pranzo da loro, in qualche modo farla uscire dall’ermetica corazza dove si era rifugiata, i risultati spudortamente insoddisfacenti. Usciva solo per andare a messa e al cimitero. Nulla più.
TERZO CAPITOLO “Due sorrisi”
Maria se ne era andata da poco ed Emma di nuovo sprofondata nell’abituale torpore. Televisione accesa, Carlo Conti con il suo show, uno dei pochi programmi che riusciva a vedere, quel presentatore le era simpatico e poi i giochi a quiz le erano sempre piaciuti. Una domanda la incuriosì, si alzò prese un volume riposto in un cassetto, trovò quello cui cercava. Rispose ad alta voce come se nella stanza ci fosse qualcun altro, ne era certa la capitale della Scozia era Edimburgo, il concorrente l’aveva sbagliata, lei la conosceva.
L’indomani si sveglio con un umore notevolmente diverso da quello dei mesi passati, tornato anche l’appetito. Dopo aver consumato un’abbondante colazione, decise di ritornare a letto, prese un libro inziò a leggerlo.
Qualcosa si era smosso, una fresca brezza respirava in lei.
Scozia 30 aprile 1973
Gocce piene come uova, smacchiano il grigio della giornata, un’aria frizzante illumina il lago, nel brusire delle anatre, tra il folto della verde natura, un incanto, un castello favoloso, eretto e nobile come un vecchio lord. Sono estasiata non potevo immaginare che alla mia età, settantadue primavere, potessi godere di cotanta bellezza. Filippo non risparmia scatti, abbandono l’ombrello e m’inebrio di gioia e pioggia, la vita torna a sorridermi, l’incubo è finalmente terminato.
Una viaggiatrice.
Emma lesse quel brano decine di volte. Chiuse il libro e di nuovo si addormentò.
Un sogno… soffici nuvole… cime innevate… un mare verde oceano.
Due sorrisi, due volti diversi, in egual misura felici, capelli argentei un foulard ambra al collo, boccoli scompigliati, jeans, scarpe da tennis.
Due mani si cercavano trovandosi, sguardi curiosi vagavano, il mare tuonando riversava la sua freschezza sulla scogliera. Cavalli bradi, il blu elettrico di un cielo meraviglioso si tuffava nello smeraldo dei prati fioriti.
Emozione pura:
- L’Irlanda è proprio bella…-
Si Nonnina, te l’avevo detto, quando la visiti non la dimentichi, adesso andiamo, è pronto da mangiare, il salmone ci aspetta
-Tu quando andrai in Argentina?-
-Tra due mesi. Verrai a trovarmi anche lì vero?-
Non lo so, credo proprio di no, è troppo distante è dall’altra parte del mondo. Sospirando riprese il dialogo:
-Non si sa mai, ci sono tante compagnie aeree, e le vie del signore sono infinite.-
Risero di gusto e intrise in scintille di sole abbracciate si avviarono.
FINE
A MIA MADRE
SE IL CIELO FOSSE CARTA E IL MARE FOSSE INCHIOSTRO NON BASTEREBBE A DIRE L’AMORE CHE IO TI PORTO.
Questa frase era una di quelle usate da mia madre per chiudere le lettere che scriveva per una sua amica, destinate al suo lontano fidanzato, circa sessantacinque anni fa. Un altra frase che è si è ricordata è questa
COME L’EDERA SI ATTACCA AL MURO, IL MIO CUORE SI ATTACCA AL TUO.
Frasi semplici forse banali, ma per una che ha solo la terza elementare conseguita quando l’analfabetismo era molto diffuso è nota di merito e vanto. Io non coscevo questo suo lato, e oggi a sentirla raccontare mi sono emozionato.
vedrai

A te che sei mio figlio
A te il mio dolore, il mio amore
A te il tuo candore le tue speranze
la vita il pane
A te la fatica il cammino il sudore
A te piccolo grande uomo
le gioie,e gli occhi limpidi
tu non conosci il mondo e le sue vie
tu che sei, ma non quì
tu ora vedrai
quanto io sarò capace di amarti
vedrai figlio mio vedrai…
Un’ emozione unica




Ieri come già sapete si è tenuta in Ascoli Piceno la presentazione del mio libro, “L’Unica Chiave.”Un’emozione unica, stupenda da brividi. Adrelina pura vedere le tante persone presenti. Un piacere enorme aver conosciuto Silvano (Bruce) amico qui nel blog. E’ stato faticoso sviscerare i ragionamenti spiegare e rispondere alle domande del relatore, il mio amico di sempre Marco. Alla fine tutto andato bene, la tensione si è allentata trasformando la presentazione in una chiaccherata tra vecchi amici. Interessante aver conosciuto nuova gente, tra cui alcuni scrittori e con loro aver scambiato idee, ascoltato suggerimenti e consigli. Poi trovarmi sommerso dal calore e l’affetto dei presenti, per un attimo ho creduto di essere un vero scrittore: ho stretto mani ho autografato libri era come essere caduto nel cuore di un sogno. Ora speriamo tutto prosegua per il verso giusto, così da togliermi qualche altra soddisfazione. Grazie ancora a voi amici, nonostante la distanza con i vostri messaggi mi avete raggiunto avvolgendomi con il vostro affetto. Veramente una bella giornata. Speriamo ce ne siano altre così.
Un abbraccio Nazzareno Zè
PER DIRVI GRAZIE



CARI AMICI
VOGLIO CONDIVIDERE CON VOI UN PICCOLO SOGNO CHE SI STA REALIZZANDO; E’SOLO UN INIZIO O MEGLIO E’ IL PROSEGUIRE UN PERCORSO PRESO. E’ USCITO IN LIBRERIA (PER ORA SOLO ALLA “RINASCITA” DI ASCOLI PICENO) IL MIO PRIMO LIBRO DAL TITOLO “L’UNICA CHIAVE” EDITORE “LIBRATI”. QUESTO MIO SOGNO SI E’REALIZZATO GRAZIE ANCHE A VOI CHE MI AVETE SEGUITO IN QUESTI ANNI, LETTO E COMMENTATO; DANDOMI COSI’ LO SLANCIO, LA VOGLIA DI PERSEVERARE IN QUESTA MIA PASSIONE. STATE TRANQUILLI NON VI ABBANDONERO’ CONTINUERO’ SEMPRE AD ANNOIARVI CON I RACCONTI E LE POESIE. QUESTO SPAZIO E’MOLTO IMPORTANTE ORMAI FA PARTE DELLA MIA VITA. E’ UNA SORTA DI DIARIO, UN LUOGO DI OSSERVAZIONE, QUI’AFFONDO I RICORDI, LE GIOIE I DOLORI, GLI SMARRIMENTI E LE CONQUISTE. SOPRATTUTTO HO MODO DI CONFRONTARMI CON VOI LEGGENDOVI E RIFLETTENDO SUI VOSTRI SCRITTI, PUNTI DI VISTA PARERI E CONSIGLI; COSI’ DA IMPARARE E CRESCERE NON SOLO NELLA PASSIONE DELLA NARRATIVA MA ANCHE COME UOMO. OGNI VOLTA CHE SCRIVO MI ISPEZIONO, CERCANDO DI CAPIRE IL MIO VERO IO, CATTURANDO QUELLE SENSAZIONI ESSENZIALI A ME SCONOSCUTE O POCO COMPRESE. IL BLOG E’ UN MONDO NEL MONDO DOVE TUTTI DANNO SPAZIO ALLE PASSIONI MOSTRANDO SPESSO IL LATO MIGLIORE.
GRAZIE DI CUORE
NAZZARENO
CHIUNQUE AVESSE LA POSSIBILITA’ E LA VOGLIA DI PARTECIPARE A ME FAREBBE UN’IMMENSO PIACERE, SAREBBE ANCHE UN MODO PER INCONTRARSI E CONOSCERSI.
VI INVITO
SABATO 20 APRILE ALLE ORE 18 ALLA LIBRERIA RINASCITA DI ASCOLI PICENO ALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO.
Lucidando la notte

Grappoli di luna riflessi di miele
profumi di anice brezza e sale
raccontano la terra il mare
annoiato il travertino ascolta
milioni di passi, orme secolari
adesso nessun rumore
armature e paure scintillare argenteo,
canzoni e liquori sorrisi e risa
scolpiti nell’aria: essi che furono
dolori: storie di uomini
fantasmi trascinati da un fiume di stelle e nuvole
la torre materna cura il luogo il tempo
l’orologio batte le ore, briciole di secoli
coraggiosi i ricordi non fuggono
accarezzano e sussurrano
risuonando come delicate note di flauto
coccolano i cuori e bagnano le gote
lucidando la notte disegnata nell’anima
specchio eterno dell’incantevole piazza
meraviglioso teatro del vivere
Dobbiamo colorare le uova.
Ricordo delle lenzuola bianche ruvide offrirsi a una brezza delicata. Nell’aria intense fragranze di lillà, sapone fatto in casa, il viso pacioso e le forme rotonde di mia nonna impegnata a cuocerlo nel vecchio forno. Mia madre dietro al bancone dell’alimentari nel suo fare giovane aprire una grossa scatola di tonno. Mio padre dal suo “ape” scaricare scatoloni pieni di mercanzia. Ancora estasiato rivedo le uova di cioccolato vanitosamente agghindate nel loro chellopane, in mostra sugli scaffali come graziose ballerine. I personaggi di “Middie lù Bielle, Sperandina, Middiona, Anna de Crocchia, Sabatì de Zerì,” riposarsi dissetandosi, ridere e parlare. Seduti sui contenitori ormai vuoti del latte, trasportati dalle “lattarette” già all’alba, vere e proprie artiste a tenerli in equilibrio sulle teste protette solamente da degli stracci arrotolati (sparrù). La spuma Paoletti e la gassosa… ne andavo matto, non ricordo se c’era la coca cola, non era importante. Le pizze col formaggio e quelle dolci decorate col brio dei canditi, le stanze erano soffici colme di profumati odori, ricette di una saggia e rurale cucina. Mio zio Vincenzo orgoglioso nella sua divisa da Maresciallo scaricava l’agnello dalla sua Bianchina. Un cielo disegnato da mutevoli nubi mai pericolose, dove le rondini sparivano e riapparivano nel fruscio dell’attimo. Il suono gaudente delle campane, i peschi fioriti, i primi pastelli nei campi, guadagnavano spazio sul brullo di un inverno finalmente scomparso. La primavera e la speranza si respiravano a pieni polmoni. Armonie di un tempo scomparso di una terra gentile, di persone felici, forse perché il loro conoscere era limitato a quel poco che bastava. Certi del presente, si dava per scontato che dopo un giorno ne seguiva un altro e la notte era solo una parentesi fatta per riposare e anche per fare l’amore. Si era sicuri di una cosa che al sorgere del sole c’erano gli animali da accudire i campi d’arare, si doveva sopravvivere per vivere. Una partita a carte tra amici nella baracca de Peccio’ nei giorni di festa bastava per ripagare le tribolazioni quotidiane. Ricordo una mano affabile sfiorarmi i capelli bambini, timida carezza. Mio Nonno sereno, curvo sui suoi anni dirmi: – Dai andiamo tua sorella ci aspetta dobbiamo colorare le uova; è Pasqua.-
Di cuore
Buona Pasqua a voi tutti
Nazzareno.
Già le quindici dal cellulare nessun segnale tranne qualche banale telefonata di lavoro, quella che aspetto non arriva. Il mio iniziale nervosismo è scomparso sembra svanito nel nulla. Poche le persone al terminal, volti informi per lo più verbi stranieri, gente dell’est. La voce monocorde dell’altoparlante annuncia i ritardi di partenze e arrivi. Piove a dirotto. Non conosco ancora la mia destinazione, per certo tra poco partirò, sono tranquillo. Non ho più la fobia dell’aereo, da giovane i primi viaggi li affrontavo con disinvoltura, volare era come bere un bicchier d’acqua. In un passato recente improvvisa sciolse una fottuta paura. L’ho superata con difficoltà, il tempo e il lavoro svolto su me stesso lentamente hanno reso i suoi frutti e aiutato anche dalle mie rudimentali pratiche buddiste ho assimilato un concetto elementare: “Su questa terra siamo solo di passaggio, prima o poi tutti dobbiamo morire. Il destino di un uomo dicono sia già segnato alla sua nascita, quando deve succedere, succeda. Colpi di cannone e tutti al funerale, al mio ci sarò. Viva la vita.
Consapevole che questi sciocchi pensieri sono utili solo a tenere a bada la repressa inquietudine fermenta e non riesce a darsi pace scalciando come un mulo. Vorrebbe farmi a pezzi e rendermi inerme, non glielo posso concedere, non me lo posso permettere. In quest’altalena di stati d’animo la agognata telefonata continua a farsi attendere. Perdo il mio tempo a contemplare lo stanco viavai, quando il suono giusto esplode, rispondo; una nenia dipana un messaggio registrato impartisce indicazioni: “Nella tua auto troverai una valigetta, c’è tutto quello di cui hai bisogno.”
Sfido la pioggia dirigendomi al parcheggio; tutto secondo copione, torno indietro meccanicamente entro nei bagni dell’aeroporto, rapido cambio d’abito e operazioni di restyling, guardandomi allo specchio penso: “Sì,va bene sono ok.”
Deambulo nel terminal, ancora non conosco gli incroci del mio destino quando all’improvviso sento urtarmi, un uomo giovane, rapido infila una busta nella tasca della mia giacca, nel vortice di un attimo svanito. Apro il plico, un biglietto di andata e ritorno, Orio Al Serio, Bergamo, in un foglio due misere righe, il volo è previsto per le ore diciassette e trenta – scontata la conclusione – seguiranno altre istruzioni.
Ancora un’ora, sessanta interminabili minuti. Le mie anime emergono si scrutano, si scontrano, fanno a pugni.
Vivo e non vivo, ascolto il respiro del cuore. Piove interminatamente.
Business class; decollo perfetto, l’aereo prende quota perfora le nuvole spingendosi oltre l’invisibile, al di sopra della pioggia.
L’hostess gradevolmente mi chiede in cosa può essere utile, stordito da un profumo di rose, è suo, intrigante il sorriso. Non dovrei bere ma chi se ne frega, prendo un wishiky e lo gusto a piccoli sorsi. Sibillini inaspriscono ancora isolati pensieri.
Quella stronza della mia ex moglie: Un matrimonio fallimentare il nostro. Quante scuse, quante balle ho dovuto inventare. Certo non facevo nulla di male, non l’ho mai tradita, la amavo. Credo di non essere mai stato lucido con lei, pericolosa mistificatrice di sentimenti. Finalmente la separazione, una guerra senza vincitori solo perdenti, un’unica vera vittima; Filippo. Le intemperanze degli adulti ricadono sui figli indifesi e naturalmente incolpevoli.
Alleggerisco il noioso peregrinare cerebrale, sobbalzano fantasie a luci rosse, immagino di fare l’amore con l’hostess, molteplici le posizioni, piacevolmente erotiche, sesso senza limiti, nessun pudore… fantastiche. Rinsavisco dalle lussuriose divagazioni rendendomi conto che l’atterraggio è prossimo.
Mentre sto per scendere, le tre assistenti di volo salutano sorridenti, il più bello è della mia preferita, la guardo ricambio al meglio delle mie possibilità e per non farmi mancare nulla, come se avessi già pochi guai le infilo nel taschino della divisa gonfio di soffice prosperosità il mio numero di telefono, sorridendo ancora le bisbiglio:
-Potrei innamorami di te.-
Indecifrabile continua a mostrarmi il bianco dei suoi denti fulgidi come neve al sole.
“Non credo lo farà, non avrà neanche trent’anni, inequivocabili i miei cinquanta, visibili nelle rughe riflesse nell’azzurro dei suoi occhi; avrà di meglio che perdere tempo con me.” Il comandante ossequioso mi stringe la mano. In un baleno sono fuori dal piccolo aeroporto, un taxi aspetta il 9717, il mio. Ci salgo. Appena a bordo il tassista in un italo bergamasco mi rivolge la parola:
-Buona sera, chi ha prenotato la corsa mi ha detto di consegnarle una busta… eccola.-
- La apro, “Hotel Boston, Monza.” La ripongo e indico la destinazione al conducente.
Nella hall mostro i documenti al portiere, mi sento rispondere di avere una stanza prenotata a mio nome la 117. In camera, appoggiato sul letto un vistoso pacco, lo svelo, dentro trovo una cassaforte. Il cellulare annuncia un sms, un numero penso sia la combinazione, è cosi. C’è tutto, quello che doveva esserci. Altra lettera, nuove istruzioni, un vero stillicidio. ” Ristorante L’Angelo, cento metri a destra dell’hotel. Appuntamento fissato alle ore 21, tavolo 17. Lui sarà in compagnia di una donna.” Continuo a leggere, è tutto chiaro, la brucio in bagno insieme all’altra ricevuta in precedenza. Guardo ancora la foto, inserisco un cd nello stereo, Mozart… meraviglioso. Ho ancora tempo l’impegno con delle flessioni, devo rimanere tonico.
Ci siamo pochi minuti alle 21, indosso la divisa da cameriere mi perquisisco per vedere se ho preso tutto… si; vado il lavoro mi aspetta. La pioggia si è trasformata in liquida umidità. Entro dal retro direttamente in cucina, una cuoca mi porge un vassoio, gamberi al sugo, rossi come il sangue, senza esitare lo afferro, in sala tutti i tavoli sono occupati, maledico. Rapida occhiata, individuo la coppia, lui piccolo, un bauletto inforca degli occhiali rotondi su un muso bavoso, lei avvenente evidentemente siliconata, punto deciso sull’obiettivo:
-Buona sera, i gamberi sono per voi?-
Indispettito l’ometto risponde in un’arroganza esagerata:
-No, si sbaglia noi dobbiamo ancora ordinare.-
Nel tentativo di scusarmi goffamente gli rovescio tutto il pescato addosso. Aggredito dalla sua faccia adirata e le pupille dilatate pronte a sbranarmi vedo la linda camicia mutare colore mi avvicino cerco di rendermi utile, pulirlo… rosso su rosso, i lineamenti stupiti mettono a tacere la spavalda arroganza e si accascia centrando il tavolo colpendolo con il viso da suino tra lo sbigottimento generale e lo sguardo attonito dell’accompagnatrice. Solo un sottile nascosto sibilo aveva stonato nella chiassosa sinfonia di voci e stoviglie in frantumi. Un preciso colpo dritto al cuore di quelli che lasciano una sola via d’uscita, la morte. Di me più nessuna traccia. Nel vento cavalco una potente moto, schizzando via il più in fretta possibile dall’ignomia e dal centro di Monza. Sfioro il fulcro urbano di Desio, sarà una semplice combinazione neanche a farlo di proposito Romina abita qui. La nostra è una storia a distanza e con qualche problema, però ci vediamo quasi tutti i fine settimana va bene così. Potrei farle una sorpresa, rimanere a dormire con lei ne sarebbe felice… meglio lasciar perdere, adesso ho altro cui pensare. Dopo pochi chilometri sono nel luogo prefissato, un’autodemolizione e il cancello laterale è aperto lo oltrepasso, mi libero della parrucca, baffi posticci e il caucciù servito a modificare le mie sembianze. All’interno di un’utilitaria trovo il nuovo abbigliamento, butto quello finora indossato, pistola compresa nel bagagliaio di una carcassa metallica destinata a essere pressata l’indomani.
Alla guida di una potente auto sono di nuovo in strada direzione aeroporto, alle undici prenderò il volo per Falconara. Riaccendo il telefono, alcuni sms compaiono do una rapida occhiata, a parte un paio di Romina il resto nulla di particolare. Una telefonata, un numero che non conosco. Una delizia di voce respira:
- Pronto, ciao sono Sara… l’hostess.- Sospeso e sorpreso penso “cazzo… mi ha telefonato davvero.” Egocentricamente soddisfatto, replico:
-Ciao, che piacere… ero sicuro non avessi chiamato, anzi mi scuso per la sfrontatezza usata oggi, di solito non sono così intraprendente:-
-No, cosa dici sei stato gentile e molto simpatico, senti io alloggio a Milano, tu dove sei?-
L’unica risposta inesatta può essere
-Si, anch’io sono a Milano- e questa le do.
A Sara sembra quella giusta, appagata, riprende:
-Perfetto se hai voglia e non hai altri impegni potremmo andare a bere qualcosa cosa ne pensi?-
Centomila idee fermentano nel cervello, rubo qualche attimo, mi esprimo:
-Penso sia un’ottima idea però al momento sono a cena con dei clienti se riesco a liberarmi presto, ti chiamo e ti raggiungo, va bene? (stavo già scappando?)-
- Sì, certo, sbrigati ti aspetto, ciao.-
-Ciao.-
Non faccio in tempo a chiudere la chiamata sotto ne erutta un’altra, è di Romina, il display schiuma rabbia, mi faccio coraggio e rispondo:
-Ciao amore.-
-Amore un cazzo… dove sei stato, quale dannata fine hai fatto? Da stamattina non ti sento, non rispondi ai messaggi, sei il solito pagliaccio.-
Inscenai un teatrino di cazzate da paura, finale scontato, litigata furibonda, pazienza comunque anche questa pratica per stasera è archiviata, domani è un altro giorno.
Adesso devo decidere se prendere l’aereo oppure passare la serata e forse anche la notte con quella bella figa di Sara?
Sono sull’aereo, anche questa hostess è carina, non le dico nulla, neanche un sorriso. Sono preda di una morbosa angoscia come un laccio mi stringe la gola fino soffocarmi. Chi sono? Quanti volti, quanti nomi ho? Uno dieci centomila? Non lo saprò mai.
Un lampo sul iphone segnala l’arrivo di una mail, la leggo:
ROMA 12 MARZO 2013
MISSIONE TERMINATA’ ESITO POSITIVO.
NESSUN ALTRO SUO IMPEGNO E’DOVUTO FINO A NUOVO ORDINE.
COMPLIMENTANDOMI PER LA SUA INDISCUSSA PROFESSIONALITA’
LA SALUTO
CAPO SEZIONE N.O.S.C.*
Xxxxxx Xxxxxxxxx
QUESTA MAIL SI AUTODISTRUGGERA’ TRA DIECI SECONDI
9- 8- 7-…….
Lui si complimenta… ma va a farti fottere coglione.
Una vita a mentire a non dire, nessuno conosce la mia oscena identità, nessuno sa veramente chi sono, un diabolico segreto che porterò nella tomba. Pensare iniziò tutto per gioco, durante la leva militare, feci dei test senza sapere il perché, probabilmente per mettermi alla prova oppure perseverava l’idea di non volermi sporcare le mani, beffardamente sorrido, le mani forse no ma la mia anima è completamente sudicia nera come la pece. Seguirono altri esami, centinaia di prove, fui il migliore.
Trasformato in un’ombra al servizio dello stato, quello sotterraneo degli affari loschi, delle leggi non scritte; levare e mettere prendere e non dare, nessun compromesso, invisibili incastri. Vincere partite tacere, non gioire, non respirare, nessuna gratifica, niente. Tutto questo per degli ideali in cui non ho mai creduto, per vile e sporco denaro e per uno sciocco spirito di avventura, prevaricare sempre il limite. Cinque lunghi anni e finalmente andrò in pensione, l’incubo forse avrà fine, non
m’illudo. Di certo domani tornerò a essere il buon Raffaele, mite agente di commercio. Sabato ci sarà anche Romina, andremo a pescare.
Fine
* nucleo operativo sotto copertura
Francesco è il suo nome
E’ festa a roma
gocce come stelle stelle come gocce
folla bagnata l’attesa
la casa di Pietro, la storia la preghiera
strascico porpureo un solco nel fermento
di piombo silenzio
Magno cum gaudio
habemus
emozione di rara bellezza
di bianco dipinto luce di speranza
buonasera.
sono un uomo un vescovo
giungo dalla fine del mondo
habemus Papa
Franceso è il suo nome
Sui tavoli immersi in bicchieri delusi, si pavoneggiano inutilmente spenti tovaglioli sfoggiati a ventaglio. Tutto è desolatamente opaco, sono l’unico cliente di un anonimo ristorante nei pressi di Iesi, in un’uggiosa giornata lavorativa di mezza settimana. Mi tornano in mente le pause pranzo condite dal vociare rumoroso e volte allegro degli operai, si miscelava con l’atteggiamento distaccato dei rappresentanti di commercio, assorti nelle notizie dei loro giornali (faccio parte di questa categoria) e nei pomposi discorsi di vanitosi dirigenti d’azienda, contornati da collaboratori abulici e consenzienti. Ciò sembra sia finito, dissolto, tutti svaniti, divorati dalla feroce tigre, la crisi economica, secondo molti la più grave dalla guerra. Poggiati sul tavolo l’immancabile tablet e oggi il libro di Grammelini, ancora alcune pagine e lo concludo. Una buona lettura, toccante, una stoccata al cuore. E’autobiografico, tratta la storia di un figlio cui per lunghi anni è sottratta la verità sulla morte della madre, accaduta quando lui aveva solo nove anni. “Fa Bei Sogni” sviscera le paure, il coraggio nell’affrontare la vita, il perenne conflitto con l’atavico mostro nascosto nel profondo di tutti non da tregua estenuando la nostra esistenza fino a straziarla. Solo quando l’avremo sconfitto faremo pace con noi stessi e le nostre realtà diverranno sicuramente più vivibili. Se non l’avete letto, ve lo consiglio.
Come un uccello il pensiero migra su mio figlio, un buco nero, soprassiedo. Non evoca situazioni piacevoli, un gravoso cruccio, è la massa critica del mostro rifugiato in me, con il quale non ho ancora conseguito nessun armistizio.
Matura prepotente quello del mio babbo, defunto da troppi anni, è vero gli è successo in età avanzata, colpa mia, sono nato troppo tardi, quando lui aveva già cinquantadue anni. Una brava persona mio padre, gran lavoratore, onesto, discreto e silenzioso come il volteggiare di una farfalla. In un giorno di marzo se né andato senza recare disturbo a nessuno. Lasciandomi nell’essenziale un vuoto crescente. Non sono riuscito a godermelo come avrei voluto e forse anche meritato.
Infrange i miei pensieri una donna alta, bionda, senza dubbio bella, probabilmente è la titolare. In un accento vagamente straniero, con un sorriso coinciso e di circostanza mi saluta proponendomi i piatti del giorno; declino la proposta optando per un fuori menù; un filetto al pepe verde e patate al forno. Accendo il tablet controllo se ci sono nuove e-mail, ne trovo una di poco conto, è di quell’infame di Passecchia, uno senza coglioni, è il responsabile vendite dell’azienda in cui lavoro, la ignoro è sicuramente una sciocchezza. Inizio a leggere il libro, la televisione accesa mi distrae, vedo inquadrato un viso, vistose rughe lo solcano mettono in risalto la stanchezza, la sofferenza di un uomo; Josef Ratzinger il Papa dimissionario. Un gesto apparentemente coraggioso il suo con il quale ha voluto bloccare il diffuso malessere presente nella chiesa. Evidentemente la bolla stava scoppiando, pungolata dalle troppe lotte di potere, coinvolta anche una lobby di cardinali gay, si parla persino di riciclaggio milioni di euro fluirebbero incontrollati nelle casse dello Ior, l’opulenta banca vaticana. Il mio dubbio è, Ratzinger si è dimesso per sua volontà oppure è stato costretto essendo custode di scabrosi segreti così esponendosi suo malgrado a feroci ricatti?
L’interrogativo è solo questo. Se fosse valida la prima ipotesi a lui andrebbe tutta la mia stima, se invece prevalesse la seconda non muterebbe il mio pensiero sulla sua persona. Una figura discutibile, finto riformatore come le sue formali e inutili scuse al mondo per la pedofilia nella chiesa. Da premettere sono laico, la mia fragile fede la riserbo esclusivamente per il mio intimo, di conseguenza tutto ciò ha solo una rilevanza storica.
Sono fermamente convinto, nessuno rivelerà gli scomodi segreti, almeno nell’immediato futuro.
Sul piccolo schermo le notizie si susseguono negando spazio alla mia lettura, le continuo a guardare. La politica, in onda il tormentone sulle elezioni. Si doveva capire chi avrebbe governato, invece né scaturito uno scenario kafkiano di totale confusione. Le ha “vinte”, se così si può dire la coalizione di centro sinistra, purtroppo per il paese non c’è la necessaria maggioranza al senato, alla camera invece sì, questo significa ingovernabilità. Il leader è il floscio Bersani l’uomo dei giaguari, delle bambole non pettinate, favorito al giovane e rampante, Matteo Renzi, attuale sindaco di Firenze. A detta di molti se ci fosse stato quest’ultimo l’alleanza di centro sinistra avrebbe stravinto. Il tempo dei se è finito, riservato solo ai perdenti e gli inconcludenti. Ora il “buon” Bersani ha l’incombenza di formare un governo; mission impossible. Monti, presidente del consiglio uscente non ha sfondato, anzi ha totalmente fallito, gli italiani hanno bocciato la politica di lacrime e sangue attuata dal suo governo tecnico. Il caimano sembrava spacciato invece con una campagna elettorale alla sua maniera è riuscito in una rimonta sorprendente, non è bastata per vincere. Il nano ha sette vite come i gatti, spara cazzate a raffica e milioni di elettori ancora gli credono. Beati loro. La vera novità di questa tornata elettorale è Beppe Grillo, il comico genovese e il suo movimento a Cinque Stelle con le sue arringhe scoppiettanti ha conquistato le masse, vulcanico e strafotente nell’argomentare, cavalcando l’insoddisfazione e la rassegnazione di un popolo oramai stremato ha guadagnato giorno dopo giorno consensi, riempito le piazze, fino ad avere un successo elettorale di enormi proporzioni. Il suo motto, “fuori tutti” riferito ai vecchi mestieranti della politica ha funzionato portando i Cinque Stelle oltre il venticinque per cento dei consensi. A me Grillo non piace, penso dietro ai suoi discorsi rivoluzionari e populisti si nasconda qualcosa di losco. Spero di sbagliarmi. Rimango preoccupato perché nessuno di questi signori discute seriamente sul problema lavoro. Giocano, litigano, s’increspano sulle riforme, assolutamente necessarie, altresì s’infervorano come abbassare i costi della politica, sacrosanto anche questo. Nessuno però affronta in maniera decisa come arginare la fuga delle industrie verso siti più convenienti e il preoccupante agonizzare della piccola e media impresa. In pochi concetti, garantire il diritto primario per la sopravvivenza di ogni cittadino. Non dimentichiamoci un punto fondamentale della democrazia, l’articolo uno della nostra costituzione; “L’Italia è una Repubblica fondata sul LAVORO.
Mentre cerebralmente gioco a scacchi divagando tra nugoli di pensieri, mi viene servito il pranzo. Inizio a mangiare continuando nel viaggio introspettivo. Ricordo quando giovanissimo, decisi di smettere con la scuola, ero indolente, non avevo nessuna voglia di studiare avevo solo sedici anni. I miei anche se con sommo dispiacere rispettarono la decisione. Mia madre si limitò nel dirmi: Non hai voluto studiare, va bene, certo mi dispiace, soprattutto per te, a me sarebbe piaciuto se avessi preso un”pezzo di carta” il diploma, lei lo definiva così, è andata, pazienza. Adesso non hai altra possibilità devi andare a lavorare; hai due opportunità; la prima un posto da idraulico, la seconda il cameriere, scegli tu, io sarei per la prima. La guardai e con piglio deciso con sua buona pace, scelsi la seconda. Non avevo ben definito cosa volessi fare da grande, sapevo quello che non volevo fare, sicuro non intendevo sporcarmi le mani.
A distanza di anni posso affermare è uno dei miei pochi obiettivi centrati.
Il giorno dopo ero all’Osteria Dei Poeti, più noto come “Da Pierì.”
Pierino il titolare era in cucina, Gina sua moglie parlandogli a bassa voce e con riserbo gli disse: “Questo è il nuovo cameriere.” Lui non mi degnò neanche uno sguardo, sconvolto tra le braci dei suoi arrosti si limitò solo a un lieve movimento del capo. Quattordici ore al giorno, cento coperti a pranzo, operai e rappresentanti, altrettanti coperti a cena, quasi tutti militari. Tutto questo lo dividevo con Mimmo il mio collega; un bravo ragazzo, non l’ho più visto.
Li iniziai a districarmi tra i meccanismi basilari e le necessarie controindicazioni per campare. Ho dovuto fronteggiare situazioni assurde, ho avuto a che fare con personaggi di tutti i tipi, fatto conoscenze importanti, una su tutte quella che ha modificato il mio futuro. Li ho conosciuto Doriana, con lei ho scoperto il sesso, l’estasi della prima volta. Le prime sigarette, le prime sbornie, le tante litigate con Pierì, dai miei occhi ancora bambini spesso scorrevano lacrime a fiumi. Per fortuna c’era Gina, dolce e affettuosa, aveva sempre la parola giusta, sapere lei ci fosse, per me era di grande conforto. Pierì non era un cattivo uomo, tutt’altro, ma aveva un carattere del cazzo: Definirlo instabile era dire poco.
Quel posto essendo molto simile a un porto di mare tanto era frequentato fu una vera e propria scuola di vita, le materie e i professori variavano, io dovevo solamente avere le capacità di afferrare gli insegnamenti utili e in pochi attimi estrapolare il buono dal cattivo.
Un fastidioso mal testa si è materializzato: Strani presentimenti m’infondono improvvisi impulsi negativi. Stravolto dai ricordi e pregno di riflessioni ho terminato senza quasi accorgermene il pranzo, chiedo un caffè e subito il conto. La procace bionda mi da l’arrivederci con il solito sorriso formale e coinciso. Esco, sono fuori, piove.
Un trillo, no… lo squillo sbagliato, cazzo me lo sentivo. Rispondo, rigide le parole, fredde come il marmo…”alle quindici devi essere all’aeroporto di Falconara, hai un volo alle sedici, altre istruzioni seguiranno. Clik. Guardo l’ orologio, sono già le quattordici e trenta, è vero l’ aeroporto è vicino comunque devo sbrigarmi. La pioggia si è trasformata, gocce dure come sassi bastonano la mia frastornata testa, entro in auto e sparo al cielo un poderoso Dio che va a fracassarsi contro il tettino. Penso ad alta voce quasi urlo:
-Balle sempre balle! Adesso devo trovare delle scuse con la ditta, anche per Romina, quali? Le solite coliche? Oppure spengo il telefono, poi dirò si era rotto No, non posso spegnere il telefono: Ci penso.
Che palle… maledetto me, maledetto quel giorno.-
Incazzato nero volsi in direzione dell’aeroporto.
Scusatemi
Mille annni, stagioni vissute passate
indivenire di immagini, suoni e perché no?
Orchidee, feste e celebramenti
sconquassi ormonali;
faccende affaccendate solo cazzate
poveri noi, povero me
a chi ci ha creduto a chi ci crede ancora
a chi non ha mai capito niente
a chi ha capito tutto
a chi pensa che l’amore sia gratis
violini rose e belle parole
la mattina non c’è nè più
d’altronde lo diceva anche Mina
è un illuso e s’attacca al fuso
spesso ci sbatte il muso
son deluso son depresso
ora scusatemi vado al cesso
Aiutami.
Il lume paranoico affoga
nelle macchie sofferte d’inchiostro
nero più della notte più della paura
surrogato di alchemiche memorie
fionda la sua insignificante fastidiosa luce
insorgere di albeggi sfumati d’argento
riflettore spietato di un volto
perso nell’infinito del suo smeraldo sorriso
non c’è vento, non aliti, brezze o tramontane
che possono dar vita ai fulgidi capelli
ti guardo, sono qui
aiutami a vivere
se puoi perdonami
Il PRANZO DELLA DOMENICA
Passo sicuro, rapido, testa bassa, portamento inutile; eccola passare. i soliti noti davanti al bar stritolano commenti, di tutto, sempre gli stessi, insipide fantasie portate all’eccesso.
Avvolta nel suo pastrano color cammello, abbottonato fino allo stremo come i suoi misteri, trafelata entra dalla porta secondaria nella chiesa di San Germano, si accomoda al solito penultimo banco della fila sinistra, immediata s’inginocchia in religioso raccoglimento, il consueto brusio accompagna il gesto che è interrotto dal rituale scampanellio. Don Giorgio è pronto ha finito di indossare il paramento liturgico, seguito da due svogliati chierichetti, dopo essersi genuflesso davanti al Cristo prende posto al centro del altare, dando inizio alla celebrazione della santa messa domenicale del mezzodì. Nel Nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo e cosi il vecchio parroco sempre più in affanno, per via della sua cagionevole salute, tra pause, sbadigli, colpi di tosse, riesce ad arrivare a conclusione della funzione. Per i fedeli presenti sembra sia davvero una liberazione è triste vedere Don Giorgio, sacerdote infaticabile, uomo dal bel aspetto, così mal ridotto. Nella navata centrale, tra strette di mano, saluti, sorrisi di circostanza, anche no, inchini virtuali e leccate di culo all’assessore Domenico L. la chiesa pacatamente si svuota. Laura è ancora al suo posto sempre coperta in preghiera, quando la voce di Giacinto il sacrestano lievemente risuona:
-Signora mi scusi devo chiudere… se vuole le lascio aperta la porta secondaria?-
No, mi scusi lei, me ne vado immediatamente, non si preoccupi. Grazie.-
-Davvero Signora non volevo disturbarla.-
Ringraziando ancora si sciolse dalla genuflessione e sempre dall’uscita secondaria prese la via della strada.
Quarant’anni, una vita condotta in modo austero, di lei nessuno sapeva niente, solamente che era un’artista, una pittrice, anche qui segreti nessuna mostra, nessuna traccia di critiche o recensioni delle sue opere, l’unica cosa vera sembrava lavorasse per il clero. Sicuramente in quella piccola casa situata nella romantica via Delle Stelle viveva da sola. I vicini sospettavano, addirittura neanche ci abitasse sempre, tanto era il silenzio che ci si addensava. Laura come un fantasma spariva e appariva; l’unica certezza era di vederla uscire la domenica mattina poco prima del mezzogiorno per recarsi a messa. Le rare volte si incontrava, rispondeva solo se salutata, i grandi occhi, avrebbero potuto brillare come pianeti, erano perennemente spenti come moccoli. Questa donna enigmatica inquietava. Il pettegolezzo nei suoi confronti era praticamente perpetuo.
Gina una grassa donna, dall’aspetto sciattamente volgare, a dirsi in breve una cafona; un giorno mentre si trovava nel negozio di generi alimentari della signora Maria, tra una vampata di calore e l’altra; confidò ai presenti di averla vista più volte rientrare a casa con dei grandi sacchi neri, poi nelle ore tarde della notte udire lugubri lamenti accompagnati da stridule nenie. La cafona concluse nel dire che in quella casa succedevano cose strane, sicuramente stregoneria, si per la cicciona quella donna taciturna era inconfutabilmente una strega e lei abitando a soli venti metri di distanza dall’ abitazione della presunta fattucchiera, aveva una dannata paura, se avesse ancora sentito o visto strane cose avrebbe chiamato i carabinieri.
I racconti della grassa donna certamente erano frutto di fantasie maligne, dettate anche da tanta o poca ingiustificata invidia. Il punto era che nella piccola cittadina laziale,gli uomini parlavano molto di Laura perché essendo una bella donna, si trovava spesso al centro di morbose attenzioni, apprezzamenti insani. Davvero qui il market della chiacchera mostrava le merci più variegate. Per molti era lesbica, per alcuni una povera donna in uno stato di depressione cronica, lasciata da qualche fidanzato, magari il giorno stesso delle nozze. Per altri ancora una figura asessuata, gelida e arida, i più arditi si contrapponevano sostenendo potesse essere una donna dalla doppia vita, Santa di giorno, puttana di notte. Mario, l’autista dei bus di linea con Roma affermava averla trasportata più volte nella capitale, gli sarebbe stato riferito (fonti sicure) di questa donna, dallo stile di vita sobrio alquanto grigio, fosse invece una accattivante meretrice e in nome del Signore; udite, udite, le sue frequenti visite nei morigerati palazzi vaticani, la pittura non era altro una copertura, in realtà il suo vero ruolo era quello di una puttana affamata di sesso e soldi. Sempre secondo le fonti sicure di Mario; si narrava che tra i suoi migliori clienti, annoverasse vescovi e cardinali, alcuni anche molto conosciuti. Questo era il quadro con cui Laura era costretta a convivere, a lei sembrava non interessare nulla, impermeabile a tutto. Si era trasferita in quella città circa vent’anni prima, poco più di una ragazzina, ha abitato sempre in compagnia della sua amica, la solitudine. Ugo, postino in pensione, ricorda di quando gli consegnava le missive appena arrivata in città:
- Ragazzi la dovevate vedere quanto era bella, con quel suo camice bianco, sempre intrisa di colori col viso impiastricciato, tutti quei ricci scompigliati e folti, somigliava a una Dea. Un viso dolce, gentile, me l’avrei rubata e portata via. Era così splendente da far impallidire anche il sole. L’unica cosa, non l’ho mai vista sorridere; MAI! Non riesco a ricordarne una sola volta. Un giorno la povera Memena, morta pochi anni fa, abitandogli vicino mi confidò di questa ragazza; si diceva avesse perso la madre da poco tempo e si era trasferita qui per stare vicino a suo padre. Non si è mai saputo con esattezza se esistesse questa fantomatica figura, mai è stato visto. La sua casa non è stata mai frequentata da nessuno.
Si era fatta l’una passata, l’ora del pranzo; la piazza in un baleno fu vuota.
Laura nel suo piccolo terrazzino stendeva la biancheria ad asciugare, sotto le onde di un timido sole. Spostò un cavaletto, prese delle tele di pittura le rientrò, chiuse le persiane. Infilò il pastrano, inforcò un paio di occhiali da sole e uscì. Salì a bordo della sua utilitaria e dopo qualche chilometro fu fuori città, giunta in aperta campagna, imboccò una strada brecciata, dal verde della vegetazione prese corpo un piccolo casolare in pietra, oltrepassò il vecchio cancello in legno, uscì dall’auto e salì di corsa le scale. Entrò in casa:
-Ciao ci siete?- L’uomo in cucina senza voltarsi rispose:
-Ah… sei arrivata? Alla buon ora, è quasi pronto.-
Cosa hai cucinato di buono?-
-Tagliatelle al sugo di castrato e per secondo castrato in umido e broccoli ripassati, ti va bene?-
Si certo, a me va sempre bene quello che cucini tu. Lui dov’è?-
-Di la nel salottino, guarda la tv… se non ti ha sentito è perché forse s’è addormentato.-
Laura va nella piccola sala, lo vede col volto sereno seduto in poltrona appisolato. Dolcemente con voce sottile lo sveglia:
-Ciao papà-
L’uomo ha un lieve sobbalzo, la vede, sorride e con tono di voce dorata annuncia ah sei tu? Sei arrivata? Bene, poi alzando la voce di un tono, autoritario prova a graffiare:
- E’ pronto da mangiare?-
-Si è pronto, accomodatevi a tavola.- Rispose l’uomo dalla cucina.
-Dai alzati, piano, piano, vieni, a proposito come ti senti?- Sussurrò Laura.
-Come mi voglio sentire, come un povero vecchio con un tumore e sa che presto il signore se sarà misiricordioso se lo richiamerà con Lui.-
La donna arrossendo disse:
- Dai non dire così, non è detto potresti vivere ancora a lungo.
Laura non raccontare bugie, è peccato, so perfettamente qual’è il mio destino; i medici hanno diagnosticato al massimo quattro mesi di vita. Un’altra chemio non la ripeto, non ce la farei a sopportarla, con molta probalità non servirebbe a niente.
-Basta con questi discorsi, tuono il cuciniere è ora di mangiare, Laura per favore stappa quella bottiglia di rosso sulla credenza.-
Don Giorgio, prima di sedersi, recitò:
- Signore benedici questa tavola, liberaci da tutti i mali e non c’indurre in tentazione. Amen.-
Baciò sua figlia sulla guancia, le sorrise:
- Sei proprio una brava e bella ragazza, ti voglio molto bene. Ora mangiamo.
Giacinto servendo le porzioni,disse: E’veramente bello il pranzo della domenica tutti insieme. Padre e figlia annuirono iniziando a mangiare.








