Al buio
in un antro di un annoso palazzo
riconoscersi
dall’ odore
dall’ amore
il viso intarsiato nel vuoto
sfiora il mio
pulsano i ricordi
viaggi tradimenti passione fango
anni lunghi come binari
ora sei qui
sei impercettibile
comunque ti sento
fuggita partita
per certo scomparsa
non importa
ora sei qui
ti afferro
sei mia
rendimi il dovuto
misera ladra di cuori.
LADRA
UN’ IMPROVVISA DEVIAZIONE secondo episodio “Blanca”
Terminata la giornata lavorativa recarmi in quel chilometro della strada bonifica era divenuto un appuntamento fisso, maniacale. Lo facevo tutte le sere ormai da diversi giorni, da quella domenica dopo l’incontro con la spagnola. Non so cosa mi era preso ma non riuscivo a distorgliere dalla mente il suo volto, quello sguardo triste, c’era qualcosa che non quadrava, non capivo, ero innamorato? Non amavo Chiara? Mia madre mi disse che aveva telefonato un paio di volte, non mi importò granché, ero in uno stato confusionale, no, non era il termine esatto, ero in una condizione in cui volevo andare oltre, lanciarmi nel vuoto, potevo farmi male sicuramente pericoloso. In quel mio stato mentale affioravano mille anime, curiosità, sfida, perversione, anticonformismo, dove non osano le aquile. Dovevo assolutamente capire cosa c’era dietro quel volto, scavalcare il limite, ero fatto così, non mi bastava mai nulla, dovevo toccare il fondo, non importava se la tipa fosse una puttana era l’ultimo dei problemi,il guaio era che non riuscivo a incontrarla e così vagavo con l’auto ore ed ore per la provinciale cercardola, nulla, di lei nessuna traccia. Finchè una sera chiesi notizie ad una sua collega, occupava il suo posto, la donna disse di non vederla da giorni e aggiunse: Forse avrà cambiato zona.Non seppe darmi altre informazioni. Finalmente andai in ferie era un venerdì. All’imbrunire la vidi, era tornata al suo vecchio posto, senza pensarci felice che fosse lì, arrestai l’ auto. Mi guardò con lo sguardo ombroso e alienata disse:
-trentamila in macchina.-
Era stanca, smunta, tutto ciò non intaccava la sua bellezza.
Sconsolato risposi:
-sali, andiamo!-
Ci avviammo nel posto appartato, in auto non smollai un verbo che fosse uno, lei lo stesso, giunti al gretto del fiume le dissi:
-Mi riconosci? ti ricordi di me?-
Guardandomi in silenzio si denudò, mi spogliai anche io.
Più lei era rigida più io mi innervossivo, non avevo bisogno di scopare con un pezzo di ghiaccio, dai lei volevo amore, la carnalità, la passione, la donna non la puttana. Espletai il rito con rabbia abusando di lei selvaggiamente, lentamente Blanca inziò a sciogliersi come burro sul fuoco, sentivo le sue mani daperttutto, provai a baciarla si ritrasse ma continuò a carezzarmi teneramente, la sentivo fremere, finalmente donna, esplosi in un vortice di tempesta, la sentii mia, la guardai, era meravigliosa la sua scura chioma carezzava il viso sudato, lucente, le sue labbra tremavano, gli occhi avevano cambiato colore un verde denso morboso, ero completamente ipnotizzato. Bisbigliò mille parole che non disse; si vestì, in fine balbettò un:
-te cosa fai rimani nudo?-
Stordito risposi
- no, no, ora mi vesto.-
Salimmo in macchina.
Inquietamente felice la fracassai di domande,di dove sei? Da quanto tempo sei in Italia? come ti chiami? perchè batti? perchè? perchè?
Infastidita e frastornata la sua sola risposta fu:
- tu non puode fare tutte queste pregunde, è così e basta!-
Scese dall’auto.
-Dimmi almeno il tuo nome, insistetti:
-Blanca-
Bianca intorpido ribadii
-Si blanca, me chiamo blanca ciao.-
Rimasi ancora fermo col motore acceso fissandola mentre si aggiustava i capelli, poi il rumore di un altra auto dietro mi indusse ad andar via, lei doveva lavorare. Mi fermai poco più avanti in un squallido bar, la clientela un formicolare di strani individui; prostitute, papponi, ubriachi, personaggi singolari alquanto variopinti, bevvi un paio di birre, tornai a casa. Dopo aver salutato sfuggevolmente i miei salii in camera, esausto mi buttai sul letto, il pensiero iniziò a vagare irrequieto come un puledro allo stato brado; Blanca, Chiara, io, le mie ferie, sarei dovuto andare in Spagna, Torremolinos la destinazione, insieme a Sandro e Antonio, due miei amici, la partenza era fissata per il sette agosto, mancavano solo tre giorni. Pensai m’invento una scusa, non ci vado, rimango qua; dovevo rivedere Blanca a tutti i costi. Il mattino seguente mi recai nel luogo del vizio, c’erano poche auto in circolazione, poche anche le prostitute, Blanca c’era, mi fermai, salì senza indugiare un attimo, andammo nel sacrilego luogo facemmo l’amore, lei prese l’iniziativa fu calda, mi prese in mille modi riempiendo il mio cuore di sussurri, dolci parole, godette in un flusso di sensuali spasmi,poi pianse. Abbracciati rotolammo nell’erba, felici come bambini.
Prima di salire in macchina le dissi:
-Non ti porto al lavoro per oggi basta, te le do io centomila lire, però ora si và al mare. Mi guardò come se avesse visto un alieno e confusa mormorò:
-non puode no posible.-
-Si che puoi! Blanca io devo stare con te, non ne so il motivo ma da quando ti ho conosciuta esisti solo tu, penso di essermi seriamente innamorato di te.-
Lei sfacciata rise…
-No tu non sei innamorato vuoi sfidare te stesso e il mondo,sei un nino capriccioso, io sono puta, compriende? -
-Basta Blanca per favore smettila con questa storia, la baciai.
Facemmo di nuovo l’amore.
Andammo al mare.
UN’ IMPROVVISA DEVIAZIONE primo episodio “CHIARA”
Eccola è lei sapevo di trovarla qui, è proprio bella.
Sono passati solo due mesi da quando l’ho conosciuta, eravamo ricoverati in ospedale entrambi in otorinolarigoiatra, lei a causa di una fastidiosa otite, io per una testata involontaria ricevuta in un incontro di calcio,setto nasale rotto, immediata scoccò la scintilla, passati pochi giorni eravamo già intimi, senza alcuna titubanza posso affermare di essermene innamorato immediatamente. Chiara si confidava con me su tutto, del suo rapporto disastroso con Francesco, il suo fidanzato, il loro matrimonio era fissato per il sette luglio dell’anno seguente. La verità è che lei non lo sopportava più, non gli piaceva stare con lui, le sue sciocche battute, la sue manie, la sua insolenza, le serate del sabato a cena con i soliti noiosi amici a parlare di banali vicessitudini, uomini da una parte, calcio e auto,donne dall’altra vestiti, moda e l’immancabile velenoso pettegolezzo. Chiara gli avveva regalato l’adolescenza, erano otto anni che stavano insieme, da quando ne aveva quindici. Non digeriva neanche la futura suocera, una donna saccente e altezzosa che voleva sempre stare in evidenza organizzando tutto, invadendo la vita del figlio e ovviamente anche la sua. Per dirla in breve Chiara era stufa, in me aveva trovato una persona attenta, dedito ad ascoltare, a suo dire tenero e gentile. A me piaceva molto, era intelligente, simpatica anche se con una sfumatura snob, particolarmente bella, capelli lunghi neri scintillanti, due occhi scuri profondi dove era estasiante perdersi, labbra sottili buone da baciare succhiare mordere, per non parlare del suo seno, due piccole coppe di champagne con due boccioli profumati di crema chantilly, da gustare lentamente, gambe lunghe, morbide vellutate come il muschio a primavera, mi perdevo dentro il suo corpo. La notte durante la degenza, in una sterile camera di ospedale tra lenzuola bianche dal forte odore medicinale facevamo l’amore, mentre l’infermiera di turno era persa davanti alla tv a seguire Dallas o Dinasty, non ricordo. Chiara ed io ci sfiancavamo immersi nel desiderio, insaziabili, giurandoci amore eterno.
Dopo dieci giorni venimmo dimessi, inziammo a stare insieme praticamente ovunque. Per un paio di settimane sembrava tutto funzionare, una meraviglia. Poi lentamente iniziò a mancare gli appuntamenti, quando la sera la chiamavo al telefono dopo avermi accampato le scuse più disparate, rimanevamo in conversazione per ore come se nulla fosse accaduto, sotto i minacciosi strali di mia madre che mi accusava di impengnare troppo l’apparecchio tenendolo occupato e soprattutto consumare troppi soldi, non mi interessava volevo stare solo con Chiara e lei con me; alla fine della telefonata decidavamo di vederci il giorno seguente. Arrivata l’ora fissata, tutto l’amore della sera prima si tramutava in inutili attese, succedeva quasi sempre, erano poche le volte in quel breve periodo che riuscii a vederla, quando succedeva lo scenario era sempre il solito; gigantesco litigio, musi lunghi, poche parole, qualche timido sorriso, poi finivamo a scopare come bestie assatanate amandoci in un turbinio di passione. Dopo ciò il vuoto per giorni, il rapporto diveniva sempre più spigoloso trascinandosi faticosamente. In quella calda domenica di luglio, Chiara disse sarebbe rimasta in casa, non le credetti e mi recai al mare allo “chalet Federica” cui era solita frequentare. Arrivato lì l’amara sorpresa, Chiara in spiaggia, francesco la teneva per mano, che stronza! Una delusione cocente mi avvolse, imprecai sottovoce: “bugiarda, vigliacca ma vai a farti fottere.” In preda ad ira furibonda senza farmi vedere me ne andai.
Decisi di pranzare fuori, scelsi un ristorantino sul mare, ricordo mangiai degli spaghetti con le vongole annaffiati con un bel litro di verduzzo ghiacciato, caffè, una vodka, brillo, stordito decisi di tornare a casa e rintanarmi depresso nel mio dolore. Amavo Chiara.
Una volta in auto non presi la superstrada ma infilai la provinciale Bonifica più ombreggiata e meno noiosa, questa arteria era nota come un territorio frequentato da prostitute, ce n’erano sempre molte, per tutti i gusti e a qualsiasi ora del giorno e della notte, una volta mentre la percorrevo così per gioco ne contai centododici, in un breve tratto di strada di soli quindici chilometri, quel giorno non se ne vedeva neanche una; pensai forse per causa del troppo caldo, non avevo certo intenzione di fare sesso, in vita mia non avevo mai copulato con una prostituta e certo non volevo inziare quel giorno. Proseguivo fumando, ascoltando musica allo stereo, quando ad un tratto sotto un platano la mia vista fu rapita da una giovane donna, sconvolgente nella sua bellezza, decorata in una cascata di lunghi capelli ricci, alta, in carne ma ben proporzionata, un viso angelico, un vero spettacolo della natura. Era sola non sembrava nemmeno una puttana, certo essere in quel posto non era indizio da poco. Feci una breve retromarcia e mi fermai davanti a lei, una ninfa meravigliosa… Occhi verdi come smeraldi, labbra carnose, seni grandi incantevoli. Con lo sguardo stanco indifferente mi osservò, non accennò neanche uno straccio di sorriso, imbarazzato le rivolsi parola:
-Ciao cosa fai?-
la sua risposta fu sintetica:
-jo sono puta, trentamila lire andiamo?-
Sicuramente rosso in viso,in difficoltà mi limitai a rispondere:
-Dove? Cosa facciamo?-
-Andiamo qui dietro, è un luogo seguro, faccio tutto quello che vuoi, ce l’ hai il dinero?-
Si! Risposi netto facendola salire, seduta accanto a me, sembrò ancora più bella, provai a rivolgerle qualche battuta per allentare la tensione non ricevetti nessuno assenso, solo il frinire fastidioso dei grilli spezzava la morsa di nervosismo. Feci pochi chilometri, la ragazza dall’accento latino mi fece svoltare in una bianca polverosa strada secondaria, questa ci condusse in piccolo riparato spiazzo adiacente al gretto del fiume, era veramente un posto tranquillo, non c’era anima viva.
Subito scese dall’auto, appena fuori senza nessun indugio fece cadere quel leggero vestito colorato, rimanendo con i seni scoperti e un minuscolo slip che subito tolse, accarezzata da un malizioso raggio di sole, fu spleditamente nuda, rimasi folgorato. Finalmente accennò un sorriso e disse:
-che fai, non ti spogli?-
Lo feci rapidamente, lei mi infilò il profilattico. Pervaso da totale aberramento, imbranato cercai di possederla sopra al cofano dell’auto, il primo tentativo andò a vuoto anche perchè la prostituta era poco collaborativa, ripresi energia provai ancora, stavo facendo l’amore o meglio stavo scopando, lei si limitò a concedersi passiva, facevo quello che volevo, la presi più volte smisuratamente, nonostante lei rimase statica. Solo sul finire del rapporto sentì leggermente affondare le sue mani sulla schiena, nella carne accompagnate da un impercettibile gemito. Senza parlare ci vestimmo, la riaccompagnai al posto di lavoro, ci salutammo con un sorriso. Nei venti chilometri che mi separavano da casa non feci altro che pensare a tutto ciò mi era capitato in quella strana giornata. Ripensai a Chiara al mare, mano nella mano con Francesco, vigliacca! Rivisitai la scena al fiume con la prostituta di cui non conoscevo neanche il nome. Senza rendermene conto avevo già invertito la marcia, poco dopo ero nel luogo dove avevo rimorchiato la giovane donna. La strada bonifica nel frattempo si stava popolando di prostitute, la presunta spagnola no, non c’era. Cosa mi stava accadendo? Perchè non riuscivo a togliermela dalla testa?
Un bel giorno
Meglio cantare che morire
soffrire
sorridere
non penso al giorno
che me ne andrò
sarà un bel giorno
sicuramente si
un bel giorno
si
volando camminando cantando
onda su onda
nell’aria
bufera o libeccio che sia
chissà dove arriverò
sicuro nel cielo sarò
tra le pagine di un libro
già letto mai scritto
infinito
col vino dal color rosso vermiglio
scarabochierò una sola sensata parola
fine
spoglio orizzonte
mi muovo in un terreno
senza alcun senso di percezione
minima che sia.
è minato
disarmo inquietidutine,
proseguo non ho paura
mine brillano dalla mansueta terra come scintille maligne
son salvo, son vivo, cado, mi sollevo di nuovo
incurante brulico nel vespro
odo speranze assorbo rancori
invidie e gelosie
mi innalzo
il cuore è forte batte pregno nello stomaco rivoltato
Mio Dio vivo Mio Dio amo
la terra la gente l’amico
il nemico maledico
son desto non sogno
sorveglio questo mio vivere
altro non ho da aggiungere
perchè ora
non morirò non posso non devo non voglio
devo raggiungere mio figlio
all’altro lato
dello spoglio orizzonte
dove futuro creerò.
UN FREDDO GIORNO DI GENNAIO
Un freddo 29 gennaio un giardino spoglio, alcuni germogli inappropriatamente facevano capolino, il sole non scaldava, quell’inverno era insolitamente tiepido.Quel giorno invece le temperuture si erano eclissate abbassandosi nettamente tornando sui valori normali del periodo. L’aria pungente sfogava sul viso, Elena ed io eravamo seduti su una panchina avvolti in calde giacche a vento, lei aveva un berretto di lana calcato fino alle orecchie, un buffo pon pon all’estremità, io occhiali da sole scuri, uno sciarpone arrotolato maldestramente al collo. Ermeticamente chiusi in un silenzio inutile, avevamo molte cose da dirci ma dalle nostre bocche fuoriuscivano solo piccole nubi di condensato vapore. Era leggermente ingrassata, inalterata la sua bellezza. Io mi vedevo invecchiato soprattutto nella mente,stanco tornavo dal mio ennesimo viaggio, Londra la mia ultima destinazione. L’umidità e le grigie faccie inglesi mi nauseavano ancora nella memoria. Lei aveva quel suo libro poggiato sulle gambe, l’aveva iniziato un mese prima, il giorno della mia partenza, non era riuscita a leggerne neanche la metà. Provai ad accarezzarle i capelli sottili, lunghi splendenti più del sole, spocchiosa si ritrasse idiosincrasicamente malcelando un inqiueto nervosismo, di scatto mi alzai in piedi accesi una sigaretta, aspirai profonde boccate dicendole:
- Senti dobbiamo prendere una decisione così non possiamo più continuare.- Lei rimase inespressiva non proferendo alcuna sillaba. Nevrastenico aspirai ancora fumo, poi gettai la sigaretta a terra calpestadandola con rabbia, dandomi un barlume di tono incalzai:
- Mi rispondi o no? Non puoi sempre comportarti così!-
-Comportarmi così come?- A me parli di comportamento!?-
-Comeee!… Per esempio riesci a parlare solo al telefono quando sono lontano da casa o nei momenti meno opppurtuni, tipo quando sto lavorando nel mio studio. Rispondi cazzo! Dì qualcosa.-
A questa mia frase Elena inziò a singhiozzare fino a piangere chiudendosi ancor di più in quel irriverente silenzio. Quel suo atteggiamento mi mandò letteralmente in bestia, stavo per esplodere non so quale miracolo fece trattenere il mio lato oscuro. Lei rendendosi conto del mio stato d’animo si sciolse formalmente e sottovoce emise:
-Calmati, arrabbiarti non porta a niente, cerca di essere tranquillo.-
-Spiegami perchè dovrei essere tranquillo, PERCHE’? Spiegami.
Non sò più come prenderti sei sempre scontenta non ti va bene nulla.
-Dai Paolo! smettila mi hai raccontato sempre una marea di cazzate ora basta non le tollero più. Il nostro rapporto oramai si è consumato come legna accesa in un camino, la fiamma è spenta, è rimasta solo la cenere. Il figlio che ho nel grembo non ci stà aiutando anzi stà peggiorando le cose, tu sei preso troppo da te stesso, dai tuoi viaggi, il tuo lavoro e non aggiungo altro… Non abbiamo più nulla da dirci e quel poco che abbiamo non riusciamo a comunicarlo in maniera decente.
E’finita Paolo devi prenderne atto come lo sto facendo io.-
-Ma vaffanculo Elena, sei un’egoista pensi solo a te stessa,non hai capito un cazzo non hai rispetto neanche per questo figlio, comunque hai ragione tu è finita.
-Maldicendo me ne andai, lasciandola sola in quel giardino brullo in quel freddo giorno di gennaio. Non la vidi più.
E’notta fonda. Il chiarore dell’alba è ancora lontano, sono sveglio ho freddo, sudo, mi attorciglio nella coperta. Oggi è ancora un 29 gennaio, stanotte come ogni notte, da dieci lunghi anni, faccio lo stesso identico sogno. Un atroce stillicidio, tutto è uguale a quello sciagurato giorno, lei, io, lo stesso giardino quel litigio. Tutte le notti quest’incubo torna a fracassare il mio breve sonno, non ho riposo. Quel giorno rientrando a casa in quel preciso istante sentii l’auto di Elena allontanarsi rabbiosamente, avrei voluto inseguirla, desistetti.
Dopo circa un’ora venni informato che era stata coinvolta in un incidente stradale, un camion le aveva tagliato la strada era andata a finire sotto il rimorchio del possente articolato, non ci fu scampo per Elena. Morta sul colpo, nostro figlio sarebbe dovuto nascere a marzo.
Da quel giorno non sono più riuscito a riprendermi, ho rinuciato a vivere, ho cambiato città, casa, ho abbandonato il lavoro, ero un promettente ingegnere, non ho più amici, amanti, nulla, solo dolore. Il mio.
Vivo in questo sperduto paese di montagna, ai confini con l’Austria,non conosco nessuno, vado poco in paese non frequento gente, parlo il necessario, quasi niente. Sono sfigurato nell’anima, imbruttito, ho quarant’anni ne dimostro il doppio, non mi interessa. Faccio lunghe passeggiate sui monti, mi guadagno da vivere intagliando legno facendo sculture, le vendo a finti artigiani, commercianti che poi le smerciano ai mercatini spacciandole per loro creazioni, a me non importa non ho voglia di interloquire con le persone, guadagno il tanto che basta per sopravvivere. Sono riuscito a far perdere le mie traccie, sono un fantasma, un uomo senza alcuna identità, volevo farla finita tentai il suicidio tagliandomi le vene, le cicatrici scolpite nei polsi inesorabili me lo ricordano. Fui un pusillanime mentre dissanguavo in extremis riuscii a chiamare il 118, il pronto intervento dei sanitari mi sottraette al trapasso. Forse in quel momento pensai che era troppo semplice farla finita, mi dovevo punire e finchè la sofferenza non sarà al culmine agonizzerò ogni attimo di questa dannata vita.
L’unico contatto esistente è quello epistolare con mia sorella Laura, forse siamo ancora gli unici a comunicare tramite lettera. Non ho televisione nè radio nè computer, cellulare, niente tecnologia. A Laura ho impedito categoricamente di venire a trovarmi, suo malgrado rispetta questa mia volontà. Scrive anche una lettera a settimana, le leggo tutte, non sempre rispondo, se lo faccio, sono sintetico, scrivendo sempre la stessa frase:
- Tutto a posto. Stai tranquilla.
Un abbraccio ti voglio bene.-
Sento un rumore avvicinarsi, lo riconosco è quello di un auto. Oggi deve essere venerdì, il giorno di consegna della posta, esco fuori mi appoggio sulla staccionata, aspetto l’arrivo della piccola utilitaria, eccola sbucare dalla nube bianca di fresca neve. Rosa la postina scende dall’auto. E’una bella donna sulla quarantina, bionda, due occhi da gatta, un volto dall’aria intelligente molto espressivo. Indifferente apostrofa:
“Buongiorno signor Paolo c’è la solita lettera per lei.”
Prendo la missiva dalle sue mani, lei oppone una leggera insolita resistenza prima di lasciarla conclude:
“Mi scusi forse sono inopportuna mi dovrei fare i fatti miei. A lei piace proprio stare solo non ha bisogno di un contatto umano? Non le viene mai la necessità di frequentare qualcuno? Scusi se mi permetto.. Stasera in paese è festa, festeggiamo i giorni della merla, i più freddi dell’anno. La leggenda narra che le fate scendono nei centri abitati per divertirsi e ballare, noi le aspettiamo sulla piazza grande, accendiamo un grande falò bevendo vin brulè ascoltiamo musica… Perchè non viene? Sara divertente vedrà, io ci sarò.”
Prendo la lettera senza rispondere. Rientro nella baita.
Sto intagliando, preso dalla mia scultura dalla finestra noto a valle un bagliore, esco fuori è freddo, un freddo pulito, sano, respiro profondamente. Scorgo nettamente la fiamma del falò di cui parlava Rosa stamane, si eleva danzando nel buio della notte frangendo le poche stelle. Odo leggere note allegre sospiro, rimpiango.
Rientro, vado in bagno mi guardo allo specchio vedo la mia barba sempre più lunga, grigia increspata. Prendo un paio di forbici. Inzio a sfoltirla .
il mio vivere
Mi diverto mentre vivo
canto mentre suono
sorrido alle parole che intaglio
scolpisco
siano gemme preziose o avanzi superflui
versi dolci, aspri, melensi
stonati nel giorno
intonati al vespro
incastonati nella luna, come diamanti splendono
brillano al mio cuore
dissonano nella mia mente
sconforto
speranza
essere
essenza sgorga dal fondo
promiscuo intreccio d’impulsi
irrefrenabile vita
ora lento osservo il mio dire
mentre descrivo il mio vivere
Un Altro Dio

Passi solenni screpitano nel silenzio, lento l’avanzare, le lucide scarpe nere solcano il ghiaccio marmo. Poche donne, figure d’ombra in liturgico pensiero. Le luci deboli non rendono il giusto risalto all’essenziale navata, polveri trasparenti, odore acre di legno, candele accese.
Dietro lo spartano altare i candelabri illuminano il volto sofferente del Cristo, il suo sguardo sembra contrapporsi con il ceruleo dell’uomo, ora devoto si china riverente passandosi la mano dalla fronte al petto nel segno della Croce .Indietreggiando senza voltarsi arriva alla seconda fila di banchi in un rovere sofferente usurato dal tempo, s’inginocchia, da una tasca esterna della dozzinale giacca a quadri estrae il rosario, deglutisce poi con voce afona recita:
-Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo regno e sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra, dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiano ai nostri debitori, non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male Amen.-
Spostando il liso polsino l’uomo guarda l’orologio, gli occhi brillano di uno strano bagliore che mal s’intona con quel sacro luogo, scricchiolii improvvisi di legno, lo starnuto di un’anziana donna dipinta nel nero per qualche suo lutto, solleva una piccola nube di pulviscolo, và a disperdersi nella luce del sole appannato, disperato sfora il cristallo della finestra della navata laterale.
La sagoma umana, tozza nella figura ora si solleva dalla genuflessa posizione, dalle sue labbra appena accennata una smorfia maligna, di nuovo ordinario ripete il rituale facendosi il segno della croce,volge a destra della basilica dove appesi al muro imponenti dipinti sacri, il primo un intensa Natività raffigura una Madonna gaudente con bambino, poi a seguire San Giuseppe Patrono di Bagheria, il terzo un Cristo disteso ai piedi della Croce, sotto ogni immagine ossequioso s’inchina. Si sofferma su quello di Santa Rosalia, patrona della città. Slacciandosi l’ultimo bottone della camicia, mostra un collo taurino, accende una candela in onore della Santa, prega ancora assorto. Solennemente così com’è entrato prende la via d’uscita, non prima di aver bagnato la mano nell’acqua Benedetta e aver espletato l’ennesima riverenza.
Fuori è maggio ad attenderlo sul piazzale due uomini, indossano giubotti di pelle nera, sui volti poco rassicuranti occhiali scuri.
L’uomo tarchiato dallo sguardo glauco smarrito nel grigio delle orbite, senza proferire parola riceve la risposta che si aspettava,i due loschi figuri simultaneamente come marionette, mostrando ghigni feroci chinano la testa in cenno d’assenso. L’ambiguo personaggio ripone il rosario nella tasca, senza scomporsi non nega soddisfazione. Lento scende le scale della chiesa,sulla piazza uno dei due garzoni s’affretta ad aprgli la portiera della vecchia Citroen zx, sale a bordo. Il guardiaspalle lo fà a sua volta ponendosi alla guida, l’altro figuro inforca una potente due ruote, i mezzi scompaiono furtivi nel frenetico traffico dove allampano urla di sirene impazzite.
L’auto confondendosi nel caos quotidiano di Palermo fila via liscia.
L’autista accende lo stereo, da un giornale radio notizie confuse annunciano di una strage avvenuta pochi minuti prima sotto il cielo di Capaci, un esplosione ha squarciato dilaniando un tratto di asfalto coinvolgendo diverse auto. Giovanni Falcone Procuratore della Repubblica, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta sono morti. Un attentato di chiara matrice mafiosa, la città sembra impazzita, coincitata, pattuglie di polizia e carabinieri vagano frastornate. Totò u’curto è sereno,devoto recita ancora:
-Padre nostro che sei nei cieli liberaci dal male come hai fatto oggi, sia fatta la tua e la mia volontà Amen.-
Rivolgendosi all’ autista sussurra:
-Pietruzzo domani dona in forma anonima 20 milioni,scrivici che sono per la festa Di Santa Rosalia, capisti?.
-Si Totò sarà fatto.-
Il capo dei capi assentendo sorride soddisfatto.
Il 23 maggio del 1992 in un attentato mafioso sull’ autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi (oggi Falcone Borsellino)con Palermo, perirono il procuratore antimafia Giovanni Falcone sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: Vito Schifani,Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro.lo stato in quell’ occassione subì una grave onta , una dolorosa sconfitta.
Il 15 gennaio del 1993 alle ore 5 e 30 di una domenica, dopo mesi di estenuanti pedinamenti, il nucleo speciale dei Carabinieri coordinati dal Capitano Ultimo arrestarono Toto Riina. Il Capo dei capi di cosa nostra, poi condannato all’ ergastolo riconosciuto come il mandante della strage di Capaci. Lo stato torna in evidenza consolidando il suo ruolo.
12 gennaio 2012 la camera rigetta l’arresto dell’Onorevole Cosentino accusato di essere colluso con la camorra.
Quale Dio? quale Stato?

Il lento scorrere, il naviglio avvolto in un elegante rosa corallo, le prime stelle discrete iniziano a sbocciare ingannando di fatto il letto del fiume illuminato già dalle piccole scintille artificiali poste ad arco sopra di esso per le festivita Natalizie. Poche le persone in questo primo giorno dell’anno, la temperatura è dolce non sembra sia gennaio, neanche essere a Milano. Amo i navigli, passeggiarci, un oasi di pace. Pare di essere in un ridente paese di provincia, l’atmosfera è magica a volte surreale una cattedrale. I tanti ristoranti, troppi, dallo stile finto tipico propongono piatti di dubbia qualità tanto sono asettici e poco curati sfiorando soltanto il gusto verace della genuinità lombarda, è raro mangiare un ossubuco davvero buono così come le polente,i risotti, tutto condito da prezzi spesso esorbitanti.Le botteghe antiche, i pittori, rigattieri, i liutai, gli artigiani in genere quasi tutti scomparsi, pochi resistono all’ agressione dello sfacciato business, sfrattati da affitti eccessivi. Nonostante tutto nulla riesce ad intaccare il fascino di questo delizioso luogo. Da poco sono venuto a vivere qui, risiedo sul Naviglio Grande, sono in una conchiglia da 1200 euro al mese, il mio lavoro fortunatamente lo permette. Estasiato, tutte le mattine quando muovo i primi passi sul viale e quanto alla sera torno. Amo viaggiare in tram, osservare le figure, le forme che prendono vita fino a consumarla. Amo i volti grigi dei milanesi, compassati neanche più di tanto. Milano che cambia, Milano che non si beve più, Milano capitale della moda, Milano del panettone, anche una Milano meno appariscente più consapevole, oserei dire anche un tantino più sobria, Milano comunque vitale al passo con i tempi. Il buio ruba spazio al pomeriggio, il rosa riflesso è oramai inghiottito dalle morbide acque, mi trovo a passare davanti alla casa di Alda Merini; non ho capito bene, penso la demoliscano per fare altrove una casa museo in suo onore, che senso ha distruggere un luogo dove ha vissuto, amato, sofferto, gioito, pianto, scritto poesie sulle mura? Il luogo dove è morta nell’intimita dei misteri del mondo come recita la targa posta all’esterno. Mi soffermo per la centesima volta a rimirare il presepe galleggiante, proseguo inoltrandomi in luoghi ancor più silensiosi, sento solo il canto dei miei passi che cadono soffici come neve persa nel tempo. Arrivo in una romantica piazzetta, dove pare in eterna contemplazione la piccola chiesa di San Cristoforo, dentro qualche anima in preghiera. Rimango sempre rapito degli splendidi affreschi, alcuni avrebbero urgente bisogno di restauro, nonostante mantengano inalterato il fascino della chiesuola.La leggenda narra di questo omone grande e grosso, burbero e solitario. Egli traghettava di tutto caricandoselo sulle spalle da una sponda all’altra del fiume; un giorno mentre doveva trasportare un bimbo dal fisico minuto faticò tremendamente a guadare il corso d’acqua arrivando all’altra riva stremato, incredulo per lo sforzo sostenuto. Il pargolo si annunciò a lui come Gesù Cristo spiegando al brav’uomo il senso dell’episodio: “Gli uomini non sono nulla senza la fede e l’umiltà, le difficoltà nella vita possono arrivare inaspettate mai peccare di superbia.” Così fu che il burbero ma buono omone prese il nome di Cristoforo, cioè portatore del Cristo.
Dopo aver apprezzato l’artistico presepe esco continuando il mio cammino, dal Grande mi sposto nel Naviglio Pavese a me piace meno con quei suoi barconi adibiti a ristorante comunque sempre degno di essere corteggiato, lo percorro fino alla fine, sono in porta Ticinese, qui rivedo Milano, le auto, i tram, luci smaniose di protagonismo;
Penso sia ora di tornare a casa nel mio guscio. Cambio idea, decido di andare a trovare Mitti la pittrice, ha lo studio sull’alzaia vicino al vicolo Lavandai, una cara persona affabile, l’ho conosciuta esattamente un anno fà.
vicolo lavandai
Era la notte di capodanno gironzolavo con una bottiglia di champagne in mano sorseggiando di tanto in tanto il gustoso nettare insieme alla mia compagna, era appena passata la mezzanotte avevamo cenato nella nostra nuova casa, poi decidemmo di continuare ad assaporare il nuovo anno uscendo. Passeggiando fummo attirati dalle note allegre di un sax, attraverso le vetrine di un atelier di pittura scorgemmo persone dai volti simpatici, festeggiavano, mangiando e bevendo, si divertivano ballando in quello spazio così intimo e colorato. Una signora sorridente con la mano ci fece cenno d’entrare, fu piacevolissimo trascorrere la notte in quel posto, assorbiti dalla cultura, poesie in dialetto meneghino recitate da Paola, i racconti di Giorgio, rigattiere esperto restauratore proprietario fino al 2007 di un’antica bottega sul naviglio “l’arzigozzoviglieria” che aggrappato ancora ai ricordi, preouccupato da un futuro globalizzato a cui sobriamente si oppone. Laura giovane donna ungherese ci deliziava, in madre linqua con canti lirici. Un atmosfera romantica di altri tempi.
Ecco Mitti, assorta al pc mi vede, salutandomi cordialmente, ci scambiamo gli auguri c’è anche Giorgio, gentile come suo solito prende dal frigo una bottiglia di vino bianco e delle olive ascolane dicendomi:
-Assaggia queste, sono buone le ha portate una tua conterranea, non sono quelle industriali.-
Ne assaggio un paio, sono davvero buone, brindiamo.
Maria Teresa, questo è il vero nome di Mitti, mi aggiorna sull’andamento del suo bizzarro quanto nobile progetto, lei insieme al suo inseparabile amico Giorgio hanno costituito un associazione dal nome e di fatto “Coinvolgente,” il progetto tratta la realizzazione di una sciarpa lunga quanto le sponde del naviglio, tutti possono aderire collaborando, portando pezzi che siano di lana, cotone o altro non ha importanza, basta siano larghi trenta centimetri, lunghi quanto ognuno vuole. Lo scopo è quello di proteggere e preservare il naviglio dalle avversità delle troppe modernità estraendo così la vera essenza, la storia la cultura di Milano e dei milanesi.
Mitti è entusiasta di tale inziativa, mi accompagna nel cortiletto retrostante a vedere i primi 600 metri dell’enorme gomitolo consegnatole, mi congratulo con lei condividendo emozione. Beviamo un altro bicchiere di vino, altro brindisi, non fà mai male. Li saluto torno a casa.
la famosa sciarpa .
locandina ufficiale della manifestazione tratta dall’ acquerelllo dipinto da “Mitti”
Sono alla finestra godo ancora dell’incanto che emana il flusso del borgo,una leggera nebbia lo avvolge quasi a proteggerlo le luci affondano soffuse, la magia rimane. Il naviglio continua a scorrere melanconico aspettando una nuova alba.
luci sul canale
le luci fioche violano la quiete della fredda notte
il calore di un falò scalda il canale
dove silenzio riposa
le viscere vitali sono quì
in questo rifugio notturno occultato
dalle frenesie quotidiane
ignoranza rabbia qui casa non hanno.
respiro nascosto tra i miei tiepidi pensieri
acqua cheta scorre
brillando riflessa nei tuoi occhi
domani sarò ancora vivo
ti proteggo
riordino le stuoia, filtro il mio umore.
aromi di caffè
incensi
la notte è tornata ad essere dea
incontrastata regina.
scarne le stelle stasera,
come oscuri presagi
nubi minacciose ammassano nere
ti siedo vicino
spengo la luna
così non potrà disturbare il tuo giacere
ti proteggo guardandoti sognare
sorridi
UN FILO D’ ARGENTO
Accendo una candela, la timida fiamma illumina a stento la buia cantina fredda. Corrente elettrica neanche a parlarne, muffa e altri odori stantii nutrono il mio olfatto. Rovisto nell’instabile scaffale, tra le bottiglie polverose, nulla. Sull’altro ripiano dimenticati, vecchi attrezzi da lavoro, tenaglie, martelli, chiodi arrugginiti. Tappi di sughero disseminati dappertutto coprono ingialliti fogli di carta illeggibili, la polvere respirata mi crea micro allergie procurandomi fastidiosi starnuti, smucino vorticosamente nel ciarpame, tutto inutile nessuna traccia dell’oggetto cercato. Eccolo finalmente! Sotto un volume logoro dei Promessi sposi un’usurata etichetta della levi’s, cazzo! Doveva essere qui la memoria non mi ha tradito. La scrollo violentemente per renderla leggibile, nella parte posteriore inciso in un fiammante inchiostro rosso un numero; 2012. Ricordo ancora bene quel giorno di primavera del 1981 son passati trent’anni, appena maggiorenne passeggiavo nel parco con Tiziana la mia fidanzata, cercavamo un angolo tranquillo al riparo da occhi indiscreti quando sulla nostra via incontrammo una figura bizzara, una zingara allegra dai capelli ramati, decorata con variopinte collane e un infinità di strani bracciali ai polsi. Immediata attaccò bottone ignorò Tiziana volgendo l’attenzione su di me, voleva predirmi il futuro, lo fece malgrado le mie ardue reticenze. Prese la mia mano, la scrutò attentamente, il suo viso goliardo si oscurò all’improvviso, funesto presaggio, in breve si distese nuovamente rassenerandosi, con aria solenne sentenziò:
-Vedi ragazzo, la tua vita sarà come un lungo filo d’argento, metallo prezioso ma stai ben attento dovrai averne sempre cura, dovrai essere solerte, tenace guardiano altrimenti brunirà, diverrà opaco, triste, non brillerà più di luce propria.
Quindi occhio ragazzo, solo tu sarai il padrone responsabile del tuo argento non permettere mai a nessuno di curarlo al tuo posto, fartelo custodire o peggio rubare. Se seguirai i miei consigli arriverà l’anno buono, per te il 2012 sarà il momento della svolta, il destino ti sarà amico, tutto andrà per il verso giusto abbi fiducia, credi ad una vecchia zingara che nulla pretende.
Allibito sorrisi come un bambino fà quando vede Babbo Natale. Inebetito la fissai. Poi di colpo fulminea fece volteggiare il suo braccio dietro la mia schiena io mi irrigidii non capendo cosa volesse fare, rapida strappò dai miei jeans questa strucida etichetta, dal mezzo del suo prosperoso seno estrasse una biro rossa scrisse sul lacero cuoio un ben marcato 2012. Aprì bocca e sottilmente disse ancora:
-Tienila ragazzo riponila, questa data è importante, ricordalo.-
Incredulo sorrisi di nuovo, dalla tasca tirai fuori l’unica banconota giacente cinquecento lire, gliela stesi, lei la prese carezzandomi lievemente il viso. poi facendosi seria, complice un raggio di sole il suo volto si colorò d’oro apperendomi così fiabesco.
- Grazie, Dio ti benedica, tu sei argento tu sei vita, abbine cura, non aver mai timore.-
In un mulinare di vento scomparve tra gli arbusti del parco, non la vidi più.
La fiamma della candela si arrende facendosi inghiottire dal buio del tetro scantinato, la mia vita passata scintilla nel fragore del silenzio davanti ai miei occhi. In un angolo un luccichio, un bracciale d’argento si materializza dal nulla, lo afferro stringendolo forte nella mano. Dalla lampada fin ora appesa inutilmente al soffitto, luce.
BUON ANNO. BUON 2012. GRAZIE DI CUORE CON AFFETTO UN ABBRACCIO SINCERO A VOI TUTTI
E COME SI DICE DALLE MIE PARTI………POZZA I Bè…….
Zè…….
UNA DONNA.
I volti avvolti nella fosca sera riminese si susseguivano distratti, rapidi, sorridenti, altri accigliati ombrosi. Essenze umane si incontravano, teneri abbracci, saluti. Questo fù il proscenio che si presentò davanti ai miei occhi una volta scesa alla stazione. Era trascorso molto tempo dall’ ultimo viaggio fatto in treno, infinito. Incerta sui tacchi trascinavo il trolly, attraversai il sottopasso, ingorda di vizio mi accesi una sigaretta, era calma apparente la mia? Non lo sapevo, non lo sò neanche adesso. Mi indirizzai verso il bar avevo voglia di un buon caffè, l’aria umida, a tratti pungente spruzzava frizzante sul mio viso, avevo bisogno di ritoccare il trucco.
Strano il suo cellulare era spento, l’avevo sentito fino ad un ora prima, era anche vero, aveva problemi con la batteria, comunque avrebbe provveduto, daltronde il telefonino era l’unico mezzo per comunicare. Costeggiando i binari incrociavo faccie anonime, sconosciute, mentre cercavo il bar, ad un tratto un volto spaccò il mio ansioso incedere s’infranse netto nell’intimo dei miei stupiti occhi. Noo! Non poteva essere! Cosa ci faceva lui qui? Era proprio lui? Si nessun dubbio era lui; l’avevo amato troppo e per tanto tempo, non mi era bastato io avrei voluto per sempre. Non l’ho mai dimenticato, come si può dimenticare l’AMORE?
Quello sconvolgente che ti fà sognare, fremere,che irradia emozioni cambiandoti la vita, quello definito vita stessa. No impossibile.
Come una statua di sale immobile iniziai ad osservarlo,erano trascorsi dieci anni, dall’ultima volta non l’avevo più visto. Non era cambiato, i capelli si erano romanticamente colorati d’argento intervallati da ciocche brune, il suo volto si era lievemente segnato, rughe nuove lo solcavano,eternamente bello, elegante in quel suo cappotto grigio fumo di londra, le scarpe nere lucide. Madonna mi tremavano le gambe, Madonna cosa ci faceva in quella stazione il diaciasette dicembre a trecento chilometri di distanza da casa sua? Sapevo si era sposato con quella vegetariana del cavolo, lui amante del buon cibo del buon vino, lei era affascinante, giovane, colta anche ricca giocava a fare l’artista. Lui opportunista,immediato si era tuffato come un tonno fà nel mare. Riuscii a stento a sedermi su una panchina, presi una rivista finsi di leggere, non volevo mi vedesse. Chiamarlo? Per dirgli semplicemente ciao, come stai? Non ne fui capace, l’emozione paralizzava il mio ventre, il mio cervello atrofizzato.
Massimo l’uomo della mia vita, dieci anni insieme bellissimi, pieni, densi come cioccalata calda sempre profumati, poi in tre mesi tutto tracollò sgretolandosi, finche una mattina, disse:
-mi dispiace tra noi non funziona più, vedi io son fatto male ma son così,cerca di star bene,tu meriti altro,ciao.-
Se ne andò.
Esterefatta non riuscii a pronunciare mezza sillaba, piansi tre giorni e tre notti,fui attanagliata da malessere per un interminabile periodo, mangiavo pochissimo, dormivo niente. Per lui avevo lasciato mio marito, avevo litigato con mia figlia, per ricostruire un buon rapporto con lei avevo impiegato quasi due anni. Ora a cinquantanove anni sono felicemente madre e nonna, ma solo nonna e madre, per il resto è tutto sbiadito, sola, affettivamente senza amore. Ecco perchè mi trovo in questa banale stazione, in chat ho conusciuto Claudio è simpatico sembra un brav’uomo. Magari sarà una storia per farci un pò di compagnia, a sessantanni la vita non è al copolinea, tutt’altro,sento che posso dare ancora molto, forse non ci sarà amore, un pò di sano affetto quello almeno si.
Sono stata sempre una guerriera non mi sono mai arrresa di fronte alle avversità, come l’Araba fenice sono sempre risorta. Massimo, ora cosa c’entra? Si cosa c’entra. Cosa stà a fare quì dopo dieci anni? Adesso che faccio?
Lui era a pochi metri da me andava avanti indietro, quando veniva in mia direzione il cuore ammutoliva, timido tremava come foglia in autunno. Fumava, guardava nervosamente ora il cellulare ora l’orologio, non appariva tranquillo. Spezzai gli indugi, chiamai Claudio, volevo scappare andar via, perchè non arrivava? Niente quel suo cellulare sempre spento.
Nella mia mente i ricordi volteggiavano come scimmie impazzite, sfumature di azzuro, le nostre vacanza al mare, i baci al chiaro di luna sulla spiaggia, le passeggiate in montagna. L’ ardente passione, il nostro far l’amore per ore intere, eravamo felici come due ragazzini, puff………Tutto svanito in un attimo, dieci anni cancellati da una vegeteriana del cazzo. Chissà se sono ancora insieme? Massimo aveva quindici anni in più. Potevo alzarmi e chiedergli, “scusa brutto stronzo stai ancora insieme con la tipa delle verdure? Ti prepara ancora le zuppe di farro?” Non lo feci rimasi rannicchiata dietro la mia rivista.Pensavo, perchè non se ne va? Chi starà aspettando? Claudio questo demente, perchè non arriva? Almeno accendesse quel cavolo di cellulare, ammesso sia scarico, può essere che non trova un telefono per chiamarmi? Non è che morto? Sfigata come sono. Cosa sono venuta a fare in questo posto? Mi posi mille interrogativi quel venerdi sera del 17 dicembre.
Ad un tratto passi ansimanti verso di me, una voce coincitata disse:
- Scusa Angela, sono Claudio piacere, mi è successo un casino, ti spiego con calma, Come stai? Il viaggio è andato bene? Lo guardai, aveva indosso una giacca a quadri, era sudaticcio, pochi capelli un viso estraneo non sincero, un mazzo di brutti fiori in mano, tutto mi sembrò irreale che cosa stava accadendo? In quale film ero? Claudio non era attraente, dov’era l’uomo dal volto simpatico visto in foto? Chi era costui? Soprattutto cosa voleva? Atterita e con finta noncuranza mi limitai a dire:
-Non sono Angela, signore lei stà sbagliando persona.-
Il suo viso rosso sbiancò all’improvviso, sbigottito emise solo uno sciocco:
-Davvero te non sei Angela? Ma la foto? La voce? No non scherzare sei tu.-
-No signore mi dispiace non sono Angela.-
Ribadii decisa, me ne andai lasciandolo lì come uno stoccafisso. Intrufolandomi nella nebbia scomparsi, giunsi nel piazzale della stazione salii su un taxi, al conducente chiesi di portarmi in un albergo qualsiasi sull lungomare.
Una volta in camera, feci un bagno, immersa coccolata dal tepore dell’acqua rimuginavo sulla mia vita, un sms scombinò l’instabile tranquilità.
Ciao Angela, sono Massimo, scusami oggi non ho avuto il coraggio di rivolgerti parola, cosa ci facevi in stazione? Sei sempre bella, il tuo viso non conosce stagioni. Scusami sono ancora mortificato per come ti ho mollato quel giorno. Se ti va chiamami anzi ti prego fallo, il mio affetto per te è inalterato, rivedendoti ho capito quello che ho perso lasciandoti. Ciao unico vero AMORE.
Sorrisi.
Non feci in tempo a realizzare cosa veramente fosse scritto su quel display, immediato un altro sms, non era di Massimo come pensavo fosse.
Perchè ti sei negata? perchè? Tante ore in chat, tante ore al telefono, tante risate, tante belle parole, poi? Non ti sono piaciuto? Ti aspettavi qualcosa di più? oggi è stata veramente una brutta giornata per me. Scusami ancora. TI PREGO CHIAMAMI. Ciao Claudio.
Rilessi entrambi i messaggi diverse volte.
Oggi è la viglia di Natale stò raccontando ad Angelica la mia nipotina, la storia di una anziana signora che senza rimpianti tra un passato incastonato di ricordi meravigliosi come diamanti e un futuro insignificante,aveva scelto se stessa, essere nonna, madre, donna, comunque una degna persona. Aveva scelto il presente.
-Ora piccola mia andiamo a dormire è tardi-
-Ma nonna non aspettiamo Babbo Natale? Non viene?-
-Si amore viene stanotte e ti porterà tanti bei regali.-
-lo vedo?-
-Non credo, ma se dovessi vederlo, ricorda sempre è comunque un uomo, pur buono voglia essere, non credere mai a tutto ciò che dice.
BUON NATALE.
tre poesie
attende primavera solitario il mandarino
i suoi fiori rideranno per me.
semi rubati, abiti appesi,
illussioni.
Collane colorate, abbandono
altri occhi nei tuoi occhi
smarrita ho tremato
barcollando ho sperato
di sentire l’ odore del tuo inutile ritorno.
Il mio viaggio è appena iniziato
il tuo spirito finalmente svelato;
disprezzo
attingo dal mio cuore la forza che non ho
mi volgo indietro
arido, solo deserto
pietre…
timido,tenero nasce un sottile filo d’ erba.
voglia di ricominciare.
ALTRO GIRO ALTRA GIOSTRA
Stelline colorate
carte profumate
parole nuove sempre uguali
giochi perduti realtà svelate
amori traditi amori trovati
sorrisi diversi
capelli più lunghi
carezze
dolcezze
dovevo sapere invece non sò
questa è la mia vita
di più non ho
miseria e tradimento non sono cosa mia
prenditi tutto e portati via;
via da me
va bene un’ altra lei
sorridi e menti
così sei
altro giro altra giostra
tu un’ altra;
che botta
ferita piango non importa
non sono morta
lontano da te ritroverò la via
abbraccio il mio cuore mi sorrido e rido
sono poesia
un fiore, un treno, un canto, un suono
struggente malinconia
ripulisco le ali, guardo il cielo
e volo
ciao allegria fammi compagnia.
NON TORNERO’
rimaranno di me ricordi felici
gaie risate
abbracci nudi piedi intrecciati
profumi bracciali anelli dimenticati
una fontana a me cara fiori colorati
la tua gente
il mio canto
profumo di fresco
gli occhi tuoi blù
la tua voce che dice non tornare più
ROSI
ROSI HA VOLUTO CHE LE PUBBLICASSI……UN ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA. COMUNQUE è BRAVA….. ORA GIUDICATE VOI. CIAO Zè
“ORDINARIE INQIETUDINI” EPISODIO UNICO
Linda tritava la cipolla, annoiata ascoltava jazz alla radio, non aveva particolari aspettative nè programmi in quel sabato di dicembre dal sapore primaverile. Natale s’avvicinava minaccioso, lei non amava particolarmente qualla festività, era sola, separata da oramai troppo tempo, l’unico figlio lontano da lei chilometri, al nord per lavoro, stabile nel cuore.
Antonella spalancò la finestra, fece entrare aria pulita, il sole filtrava sminuzzando a piccole fette la scarna stanza. Aveva appena finito di correggere i compiti in classe dei suoi ragazzi, era molto arrabbiata con loro, avevano combinato dei veri e propri pasticci, insegnare storia dell’arte in un istituto professionale è un’impresa ardua. Non sopportava più quei suoi studenti cosi idiosincratici allo studio, avezzi solo a far nulla, impregnati di menefreghismo totale. Decise di dedicarsi alla lettura, prese un libro,”Edipo re” Di Pasolini, iniziò a leggerlo, era sola,sconsolatamente depressa.
Paola piangeva,l’ hiphone in mano, era su facebook, cercava traccie del suo amore, un segno un messaggio un destino nulla. Dissolto nel vento.Inviava sms a raffica, nessun fremito,nessuna risposta.
Silvia aspettava Lucio,suo marito. Era già mezzogiorno, doveva essere tornato da un pezzo, ancora non si vedeva, il cellulare spento, strano. Rapidamente tracollava in ansia.
Antonella prese in mano il telefonino, non aveva voglia di star sola in quella giornata di sabato, compose un numero.
Un trillo interruppe il rumoroso sfriggere, Linda si pulì le mani alla meglio sul primo strofinaccio trovato. Rispose.
“Ciao che fai?”
“Oh sei tu! Ciao, non faccio nulla,oggi pensavo di stare a casa”
“Perchè non usciamo? Approffitamo della bella giornata andiamo a fare una passeggiata, magari al parco,che ne dici?”
“Non sò bo! Non ho molta voglia.”
“E dai cosa stai a fare a casa?”
“Va bene mi hai convinta, però prometti di non parlare di quel bastardo del mio ex marito.”
“Stà tranquilla di quello stronzo non ne voglio più sentir parlare nemmeno io.Ti passo a prendere alle tre va bene?”
Si Antonella va bene, ci vediamo dopo ciao”
“Ok ciao”
Paola si spogliava, faceva scorrere acqua calda nella vasca, convinta che un buon bagno le poteva far bene, quantomeno l’ avrebbe distolta da insani pensieri.
Sivia era entrata ufficialmente in ansia. Lucio era sempre spento.
Il rumore dell’acqua coprì per qualche istante il suono nervoso del citofono Paola rispose:
-Ciao apri, sono io.-
-Cosa vuoi? Sei venuto a riprendere la tua lercia tuta? Cazzo vuoi non ho nulla da dirti, soprattutto nulla da ascoltare; Va via bastardo!-
- DAI! Non fare la stronza, apri stò fottuto portone, altrimenti lo butto giù.-
-VA VIA! Torna da tua moglie bastardoooo.-
Silvia ora era in pieno panico tra poco sarebbe tornato da scuola Federico. Doveva preparare da mangiare, nulla era pronto; Di Lucio nessuna traccia; Perchè il telefono era spento? perchè non tornava? perchè?
Di solito era puntuale, se tardava premuroso avvertiva.
Vattene urlava Paola in preda ad una crisi isterica, da sotto al citofono l’uomo grossolanamente ribadiva feroce.
-Apri, apri, non è finito nulla tra noi, ti prometto, oggi al massimo domani lascio mia moglie, le dico tutto.
-NON TI AMO PIU’! BASTA MI HAI TROPPO FERITO SEI UN CAZZARO.-
-Ragiona Paola, per favore fammi salire, ti prometto che sistemo tutto, io ti amo.-
Disse Lucio abbassando il tono della voce.
-Lascia stare sei troppo vigliacco, va via non ti voglio più vedere! SPARISCI DALLA MIA VITA!-
Riagganciò il citofono, piangendo tornò in bagno.
Lucio guardò l’orologio, l’una e trenta! Cazzo era tardissimo. Prese il cellulare chiamò.
-Ciao Silvia, scusami ho avuto dei contrattempi, poi ti spiego.-
-Dove sei? Quando torni? -
-Tra dieci minuti al massimo sono lì, stai tranquilla è tutto a posto.-
-Ero preouccupata, dai tesoro torna presto ti aspetto.-
-Non è successo nulla,tu prepara pranzo. Ciao. -
-Ciao Amore -
Rincuorata tornò in cucina.
Linda aveva finito di mangiare i suoi spaghetti, guardava il tg.
Era insofferente, qualcosa di impercettibile rodeva dentro di lei.
Paola cercava di rilassarsi immersa nella fragrante schiuma, cullata dal tepore dell’acqua. Era ancora scossa dall’episodio avvenuto poco prima con Lucio.
Inviava sms, nessuna risposta il display rimaneva desolatamente inespressivo. Non poteva essere tutto finito, perchè una bella storia d’ amore si polverizza solo per un capriccio, un banale atto sessuale, perchè? Aveva sbagliato, si è vero ma cazzo, si può, si deve perdonare, perchè lei non veniva mai perdonata? Quando si è giovani si possono commettere degli errori che diamine.
Silvia si stava tranquillizzando,suo figlio Federico era appena tornato, stava pranzando. Lucio ancora no.
Linda accusava improvvise vampate di calore, maledetta menopausa.
Che palle, viene Antonella, perchè ho acconsentito ad uscire con lei?
Non ne ho per niente genio, poi depressa com’è la menerà ancora su Lucio quasi non bastasse averlo già sposato… Stò bastardo. Poverina però le voglio molto bene è tanto dolce,va bè, uscire mi distrarrà un pò, non mi farà certo male respirare aria fresca e godermi questo sole, magari andiamo anche in quel negozio di via Malta, così finalmente acquisto quegli stivali che mi piacciono tanto.
Antonella colta da isterica claustrofobia, tovato a caso il primo giubbotto lo infila, cosi come era senza nemmeno truccarsi esce di casa, salì in macchina andò.
Lucio non arrivava, Silvia era assallita da totale panico, fracassata cerebralmente.
Squilla il telofono fisso.
-Lucio ma dove sei?-
_Ma che cazzo di Lucio sono Marco_
-Oh ciao scusami, ti passo federico?-
_Si passamelo, tu come stai?_
-Bene, si bene, sono preouccupata Lucio non torna è uscito stamattina non so dove sia.-
_In quali mani ho messo mio figlio? Ti sei separata da me perchè non ero affidabile ed ora…_
-Dai te lo passo, Lucio si è sempre comportato bene e comunque non va a puttane come ci andavi tu.-
_Ma falla finita passami Federico che è meglio Ciao._
-Ciao, eccolo è qui.-
Ciao papà …………
Silva si allontanò, col mobile chiamò ancora, Lucio non rispose.
Paola girava nuda per casa, era scossa un’anima in pena, si chiedeva perchè le cose non andavano mai per il verso giusto; Ho venticinque anni e non capisco ancora niente, continuo a ripetere gli stessi errori, sono una scema dò fiducia a chi non la merità.
Linda si era appena vestita fumava nervosamente, il suono del citofono la fece sobbalzare,
” chi è?”
“Sono Antonella scendi?”
“Non sali neanche un attimo?”
“No. Scendi ti prego fai veloce”
“E’successo qualcosa?”
“Ti spiego appena scendi”
“Arrivo.”
In ascensore il trillo disordinato del telefonino,
“pronto”
_Ciao mamma sono Filippo come stai?_
“Filippo che hai? non ti sento per niente bene”
_Mamma, mi hanno telefonato dall’ospedale, Papà è li dicono che è grave._
“Cosa stai dicendo? che ha?”
_Non sò nulla di preciso ho solo poche notizie confuse. Stò andando all’ aeroporto prendo il primo aereo per Roma e vengo subito, chiamo Andrea o qualche altro amico, mi faccio venire a prendere appena atterato._
“Filippo non farmi stare in pena, se hai altre notizie dammele, io cerco di andare subito, in quale Ospedale è?”
_Al San Camillo. Ora ti saluto fammi andare ci sentiamo poi, comunque grazie,ciao Mamma. _
“Ciao piccolo, stai attento cerca di stare tranquillo, ciao.”
Agitata chiuse la chiamata. Aprì il portone trovò di fronte Antonella, cadaverica, tremante piangeva.
“Ora a te cosa è successo? Madonna che caos!Proprio adesso ha chiamato Filippo, dice che Lucio è ricoverato al San Camillo è molto grave, sta malissimo, pensavo mi potevi accompagnare ma vedo che non stai bene, vuoi tornare a casa? chiamo tua sorella? Ti faccio venire a prendere? Dimmi cosa hai?”
Antonella rinvigorì il suo pianto, copiose lacrime le inondarono il viso affondando in una laguna di singhiozzi.
“Cazzo l’auto… cosa hai fatto? Mamma mia! Hai avuto un incidente? con chi? è rovinatissima… tu stai bene? sei sotto choc? piccola… Madonna che giornata.”
Arrivò un SMS,la professoressa lo lesse.
Mittente Paola:
Amore perdonami, basta non posso più vivere senza te. Ti prego rispondi chiamami, fai qualcosa. Dammi un cenno. CON LUI ho chiuso definitamente è stata solo una cazzata. Dai Prof, sei tu la mia vita, il mio amore bellissimo….. TI AMO.
Antonella snervata asciugandosi le lacrime si rivolse a Linda:
“Dai andiamo all’ospedale, ti accompagno. La mia vita è rovinata non capisco più nulla sono a pezzi.” si accomodò alla guida del malconciato mezzo, Linda oramai arresa agli eventi, salì.
Silvia era travolta da mille paranoie, in totale confusione cercava dei tranquillanti. Ancora il telefono, rapida rispose:
-Pronto chi è?-
Una voce sterile all’altro capo:
_La signora Sgattoni Silvia? _
-Si sono io-
Buongiorno signora,è l’ospedale San Camillo, Lucio Sgattoni è stato ricoverato qui._
Cosaaa? E’grave? Che ha fatto? Cosa gli è successo?-
_Signora venga prima che può, io le posso dire solamente, la situazione non è delle più semplici, è stato investito da un auto pirata, ora è in rianimazione.Deve essere operato d’urgenza_
Un tonfo… La cornetta schiantò a terra.
FINE
PERSONAGGI.
LINDA:EX MOGLIE DI LUCIO, MAMMA DI FILIPPO, AMICA DI ANTONELLA.
ANTONELLA:LA PROFESSORESSA,EX FIDANZATA DI PAOLA E ANCORA INNAMORATA.
PAOLA: EX FIDANZATA DI ANTONELLA, EX AMANTE DI LUCIO.
SILVIA:ATTUALE MOGLIE DI LUCIO, MAMMA DI FEDERICO.
LUCIO:BASTARDO.MARITO DI SILVIA,EX MARITO DI LINDA,EX AMANTE DI PAOLA, PAPA’ DI FILIPPO.
MARCO: EX MARITO DI SILVIA, PAPA’ DI FEDERICO.
FILIPPO FIGLIO DI LINDA E LUCIO.
UN FOGLIO BIANCO.
Su questo foglio bianco
inchiostro non cade,
sospiri di vita intrisi d’amore
di silenzi,
di pace.
Non trovo versi che gli donan vita.
Un foglio bianco che senso ha?
Riluce nel cuore, davanti ai miei occhi smarriti.
Giacciono parole non dette, non scritte
le più belle.
Il foglio rimane espressivamente vuoto
nuvole di velata malinconia.
All’ ombra dell’ ultimo sole. ultimo episodio “LOLA”
Avvolti nella fosca sera genovese i due come squali affamati ripresero il loro girovagare spostandosi nel centro del porto. La luce dello scooter perforava il buio illuminando le poche forme di vita presenti.
Ad un tratto Andrea arrestò il mezzo, si sfilò il casco, parlò con il suo “socio” :
– Ascolta la vedi? Eccola li è lei la nostra vittima; Lola!-
No! Lola no! non ci stò.-
Rispose Antonio con tono deciso.
-Dai non rompere scemo, è sicuramente carica di soldi, cosa ti frega di lei, è solo un trans del cazzo.-
– Ci conosce, poi la Lola no!-
ribadì confuso Antonio.
-Senti bello qui comando io! si fa così punto.-
Lola una transessuale, brasiliana, un istituzione lì al porto, famosissima per le sue prestazioni sessuali, non solo per quelle. Da sempre attiva nel sociale, aiutava i ragazzi a non cadere nel tunnel della droga,collaborando con associazioni di volontariato impegnate nel recupuro di prostitute.
Molti clienti andavano da lei solo per parlare, per sfogarsi, raccontare i propri guai,Lola sapeva ascoltare aveva sempre una buona parola.
Tutti le volevano bene, anche Antonio, la riteneva un essere speciale soprattutto un’amica.
Andrea era inamovibile, il suo obiettivo era Lola.
Ancora una volta il debole compare si arrese alla prepotenza del riottoso amico.
Si rimisero i caschi, Andrea accellerò rabbiosamente, in un attimo piombarono addosso al malcapitato trans. Antonio strappò la borsa, il trans non mollò opponendosi con disperato vigore, il ladro tirò forte strattonando con forza isterica, lo scooter faticava ad avere una marcia regolare, Antonio estraette la pistola e con il calcio sferrò un poderoso colpo al viso centrando la bocca, schizzi di sangue e denti spezzati volarono via come frammenti di mosaico, Lola barcollò stramazzando pesantemente al suolo schiantando il bel viso sul asfalto ruvido. Lo scooter riprese potenza e sibillò rapido sparendo nelle brume novembrine del porto.
Una volta al riparo da occhi indiscreti,Andrea si fece dare dal complice la borsa maltolta, frugò dentro avido, immediatamente scoppiò in una grassa risata di soddisfazione:
– Ah ah ah che ti dicevo guarda qua belin.-
con la mano tirò fuori una fronda di banconote, il colore verde spiccava vistoso.
- Belin sono più di cinquecento euro, bel colpo! siamo stati grandi, proprio bravi. Problemi risolti, ok! Questa è la tua parte, bravo scemo.-
Così dicendo allungò una banconota da cento euro ad Antonio che rimase col palmo della mano aperto aspettando il rimanente denaro. Andrea lo guardò schifato, non s’intenerì di fronte al volto impaurito e scioccamente attonito del suo complice, infilandosi il resto del denaro in tasca e con la solita volgare spavalda risata disse:
-Belin che cazzo vuoi ancora, siamo a posto così.-
Antonio provando ad indurire il tono della voce replicò:
-Cosa dici? Questa non è mica la metà del bottino! Mi devi almeno altri trecento euro.-
La risposta dello spregievole individuo fù una risata disgustosa infine deglutendo saliva schiumò rabbiosamente:
- Ubriacone vai a bere! Adesso togliti dai coglioni.-
Mentre accendeva lo scooter, sentì un gelido brivido in fronte, Antonio gli aveva puntato la pistola.
Il gradasso non ebbe tempo né di pensare né di dire.
Antonio premette il grilletto….. nulla….. il solo rumore, la solita risata sguaiata di Andrea che aggiunse:
- Scemo pensavi davvero che ti affidavo una pistola carica, proprio a te!? Squilibrato come sei.-
Rise ancora avviò lo scooter e se ne andò.
Antonio rimase immobile frastornato con la misera banconota in una mano e nell’altra la pistola che face cadere sordamente a terra.
Rivide il volto fracassato della Lola inzuppato in una maschera di sangue. Riecheggiarono le urla della prima giovane prostituta rapinata, non si dava pace per quello che aveva commesso e come si era fatto incastrare da quel farabutto di Andrea. Depresso s’incamminò. Giunto sotto il portone di casa incontrò Lisetta una vecchina con una vistosa zoppia ad una gamba. Lisetta lo salutò con la solta affabilità,
- Ciao Antonio come stai? hai lavorato oggi? tutto a posto?-
Antonio rispose con un abbraccio e di soppiatto fece scivolare nella tasca della sciatta vestaglia da camera le cento euro, la baciò sulla fronte. Lisetta sorrise.
Salito in casa Antonio fù assalito dallo squallore triste che quell’ appartamento emanava così come la sua insulsa vita, era svuotato, defraudato nell’anima, nessun pensiero logico lo attraversava.Lo perseguitava vivida l’immagine della sua povera amica Lola avvolta nella maschera di sangue. Abbandonata sopra un sudicio mobile della cucina trovò un audio cassetta l’inserì nel malridotto mangianastri, l’indimenticato De Andrè prese vita, la musica ebbe il sopravvento, si sentì sollevato, aprì la finestra, fece entrare vaporosa aria fresca. Si chinò sotto la sdrucita poltrona, nascosta dietro al cuscino una vecchia pistola e in una piccola scatola dei proiettili, caricò la pistola, tornò di nuovo alla finestra, guardò la sua Genova, il suo vicolo,Cesare stava abbassando con il solito fracasso l’arrugginita sarracinesca del bar.
Inspirò quell’aria umida, buona, si puntò la pistola alla tempia
l’insegna del bar emise il suo ultimo rantolo spegnendosi
note tristi disegnarono il vuoto.
ALL’ OMBRA DELL’ ULTIMO SOLE
s’era assopito un pescatore
aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso
venne alla spiaggia un assassino
due occhi grandi da bambino
due occhi enormi di paura
eran gli specchi di un avventura
all’ ombra dell’ ultimo sole
s’era assopito un pescatore
TRA LA LA LA LALLA TRA LA LA LA LALLA ……………..
fine
sull’ uscio

Sull’uscio ti guardavo andar via.
un aspro raggio di sole
luceva sul tuo viso
che voltar non si volle.
foglie umide, di rosso bagnate
sospiravano immerse nel vento
svanivano
tristi come la mia anima
tristi come me, come i miei occhi
ma lacrime non versai
da quell’azzurro mare
in quell’inutile addio.
solo parole
parole spaventate.
mai dette, che tacciono.
pugni allo stomaco.
parole dolci soavi che accarezzano;
taglienti,come lame impietose;
affabili.
stridenti come oscure pale meccaniche.
senza senso,
con troppo senso;
arroganti spavalde insicure.
senza motivo, che accolgono che scacciano;
parole come trame di seta.
offensive, tenere;
lucide, offuscate, inutili;
al vento.
false pure coraggiose pavide.
parole di tenebra bestemmiate nelle tempeste della vita.
parole d’amore;
che muoiono che vivono
solo parole soltanto parole.








