Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Banale amore

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Banale; un tramonto  perso nel rosso del proprio fuoco

un cielo; troppo vasto, ma da perdersi nei tuoi incredibili occhi

e banalmente mi ci perdo anche io

questa giornata che agonizza lenta

respiro la mia vita

e mi perdo nella tua

banale; amarti, mera attidudine, fin troppo facile

banale; rimanere a fissarti, guardati, vederti,

fino ad immaginarti

per poi perdermi di nuovo

banale; versare lacrime per te

vorrei vivere mille volte

e perdermi ancora

per amarti e ancora amarti,

volge l’ orizzonte

vele leggere prendono il largo

il tuo sorriso illumina la via

sono sicuro di essere perso

in un banale scorcio di tempo

il nostro

immerso nel profondo

di un banale  amore

Nevica

Fiocchi puri ne offese, nessuna infamia

silenzio e punge l’ aria

si ode il canto degli dei

nevica in Ascoli, cristalli

un plauso nel blu argento

io ritorno bambino

respiro la vita affondando i  miei passi nel vanto

sospirando, inalando sognando

e qualcosa rimane nel cuore, nell’anima

qualcosa rimane nel tempo che verrà

nevica in Ascoli, nevica.dsc_4649

un tram

dsc_4055Il giallo tram urlò e arrestò la sua corsa

il fumo del letto cosparso di poca acqua avvolse il paesaggio

fiocchi grossolani come vischio bianco nel cielo sparsero

fino a cadere, a morire

lei scese

bella, bellissima, elegante come una farfalla

ricamata in seta bionda, persa nel blu incanto dei suoi occhi

un visibilio nel marasma di una sera come tante

confusa tra le vite altrui prese a camminare

non la vidi più

sagoma devastante dei miei infiniti incubi

dei i miei rari sogni

l’amore che volge al desio

un teso ricordo rimane nelle inutili e vuote tasche

un dolore crocefisso al mio cuore

un tram che non si è più fermato

Buon anno

dsc_4367Il cielo sprigionò una luce irreale, fosforescente. Il buio sgretolò, l’alba si fece coraggio e rinsavì, finalmente il futuro apparve, roseo come la pelle di un bimbo appena nato. Qualcuno esclamò “alleluia” il vento è buono, ora vado, spiego le vele al mondo, dono il cuore al mare, l’ anima al cielo, volo. Sono vivo, davvero sono vivo. Ci credo, il sole, la pioggia, nessun timore, volo, nell’infinito vivo. 2017 e oltre AUGURI A TUTTI

Testa Vuota

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Vi voglio raccontare un storia piccina e poverella che di nessuna pretesa si adornà.

In un paese qualunque, abitato da gente qualunque, viveva un uomo con il viso un po’ liso, mai privo di sorriso e, un bel nasone color porpora definiva il tarocco. Aurelio disse di chiamarsi. Io lo soprannominai Testa Vuota.

In una piazza seduto su una seggiola, si contorceva, sbraitava e, con un stecchino si torturava i denti, un vero ossesso, pregno, appariva molto sicuro di se. A me faceva ridere, diventammo amici, mi era simpatico, dopo tutto un gran burlone, un goliardo, un gran contaballe, ma alcuna pretesa attestavo, questo pensavo, ma sbagliavo e non sapevo.
Parlava, cianciava, diceva, disfaceva, ancora divulgava del tal pensiero che fosse questo o quello, nulla importava.
Erudito:  spiegava, estrapolava, confabulava, nel contorto dialogo tramava, a volte tradiva e qualche volta sguaiato rideva.
Testa Vuota secondo il suo immodesto ardire era il migliore, il più capace e già signori miei come lui nessuno. Degli arcani del mondo il padrone.
Indignato, puntava il dito contro ognuno non condivideva il suo pensiero. A giorni; insolente derideva, perfino insultava, fino a prendersela anche con i cani che passavano in quel posto per caso, a qualcuna di quelle povere bestiole tirò anche dei sassi. Nonostante mi sforzassi, non ho mai capito il motivo di tanta ira.
Venne scoperto in diverse occasioni nel buio della sua più profonda egocentria, altezzoso levare la mano destra diritta verso il cielo, si credeva un gerarca, un vero podestà,
un paladino di onestà.  Con presupposta coerenza arrovellava parole sicure, decise come tagli di scure e per certo di indiscutibile moralità. Non c’era contraddittorio, non l’ ammetteva.
Un dì rinsavii e provai compassione per quel fantoccio e non lo sopportai più. Io povero sciocco mi stancai  dei suoi dissoluti sermoni, della brama nel primeggiare, delle sue derisioni e soprattutto della sua inutile finzione. Fu così lo abbandonai sulle strade dell’ indomabile saccenza. Rimpiansi il giorno cui pensai fosse mio amico, ma lui non aveva amici.

In un giorno di sole, dove tutti seguivano il corso naturale delle cose, lo vidi rannicchiato su se stesso, innegabilmente depresso. Forse si era accorto, sicuramente con enorme ritardo che da tempo nessuno più lo ascoltava e tanto meno lo frequentava. Frugò nelle stanze tra le tante menzogne e con stupore si accorse di non avere niente da mangiare, la sua adorata moglie, defunta da qualche ora, in un pallido sgomento di una vita sbagliata mormorò mentre l’abbandonava; ” ahimè! Se mi fossi accorta in tempo che quello credevo fosse l’amore, il migliore degli uomini, non era altro che un trucido millantatore, un illuso spavaldo, un fautore di pericolose inezie.” Una lacrima le rigò la bianca pelle, un sorriso amaro apparve tra le sue labbra, con un cenno del capo salutò il poco pubblico intervenuto e finalmente libera si librò spedita nel terso cielo.
Testa Vuota sprofondò in un panico perfetto, non accusò dolore, soltanto rabbia. Perché era stato lasciato in un assoluto abbandono, inveì contro la sua cara estinta e versò inchiostro nero dalle grigie pupille. Un tronco alla deriva oramai, nessuno lo aiutava, nessuno usciva più con lui, nessuno gli pagava la pensione, non ne aveva avuto il diritto, d’altronde non aveva mai lavorato, non ne trovava mai il tempo, accampava sempre una scusa per sgusciare dal gravoso dovere. Nella sua miserevole vita il suo scopo principale fu fondato sullo sproloquio, rigurgitare ingiurie e offese  a chiunque. Una pianta tossica chiamata invidia, trovando tanto spazio era cresciuta nella sua testa e giorni gli causava un gran male, ma tutto era inutile neanche il patimento distoglieva il suo spirito maligno e perso s’ intestardiva sulle sue confutabili convinzioni. Questa volta era davvero solo, temerario non si arrese e continuò a cianciare a predicare e miliardi di parole uscirono dalla sua bocca ormai abbandonata anche dagli ingialliti denti. Da che mondo è mondo, si sa che gli spaghetti riempiono la pancia e le chiacchiere procreano soltanto pidocchi, ma lui mai apprese codesto proverbio e fu così che Testa Vuota morì sommerso nella tracotante stupidità, intrappolato nel proprio io. Nessuno se ne accorse, tranne il vento che negli anni aveva raccolto le tante parole inutili anche le più cattive, quelle più indegne e le troppe blasfeme. Ne fu sollevato e in un giorno di burrasca se ne liberò gettandole nel profondo degli abissi, dove alcuno pote più ascoltarle. Il ricordo di quell’uomo banalmente crudele che credeva tutti fossero stupidi e sempre e soltanto lui il migliore si spense nel breve tempo come una candela stremata. Povero Testa Vuota.

Ora in quella piazza giacciono: una sedia sgangherata, uno stecchino spezzato, un salvadanaio vuoto e poco altro. Miserie di una finzione, un dramma di cui l’attore non ne fu mai consapevole, aveva vissuto cento anni senza rendersi conto di essere stato davvero vivo. Neanche un attimo.

Noi non ci saremo

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Nuvole grigie, tristezza e fumo nero

macerie

mi aggiro nel vuoto nella bufera

desolazione ricordi e rabbia

nulla si può

inermi alla tragedia

madre terra scossa si è difesa

ribellata alle ingordigie dell’umano essere

vergognoso teatrante artefice di maschere mostruose

invaso e invasato, ora barcolla

ora ha paura

nel cielo velato di nostalgia

preghiere nell’ assurdo

non siamo nulla,

polvere nient’ altro che polvere

piccoli come  insetti

vuoti come scatole di cartone

inezie dannose nel progetto immenso

inesauribile.

Noi non ci saremo nessuno ci sarà

 

 

Un pensiero alle vittime di tutti i terremoti, le guerre, le carestie.

L’ uomo  distrugge l’ uomo.

la fine è all’inizio

 

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Avrei risolto le mere facezie nel non nulla
Oscar dissentiva
la donna osservata vestita di sola pelle
drogata aspirava miscele primitive
uomini sbavavano, un papa reggeva il dissesto
inferno di vino in vino
bicchieri a oltranza
la fine è all’inizio
fiamme e champagne aragoste e noci
un banchetto diabolico
nessuno avrà l’ assoluzione
nessuno morirà sul serio
orgie di corpi e parole
verbi distanti, dissonanti
nessun re nessuna reggina
fuoco in paradiso
sciami di veleni
soltanto illuse gioie
nessun dolore nessuna resa
coaguli di voluttuose perversioni
un oceano di vere ipocrisie

niente altro che convinzioni squilibrate

basate nell’urgenza di una dissennata oscura avidità

non ho mai incontrato te

e credo mai succederà

ora proseguo nel mio astratto vagare

solo, fino alle fiamme, nel fondo, fino al cuore.

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