Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Coriandoli

006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un fiocco di neve, un coriandolo

inconsapevoli fluttuano nella fredda sera

fino a cadere, bagnarsi, uccidersi

una maschera di un inimmaginabile fantoccio

li scruta, serioso ride

la vita pensa fosse sua

lui pensa sia così

la piazza è vuota

le gialle luci di lampioni ornati elegantemente

chiudono il sipario

si spengono

la festa è finita

un chiarore di timida luna

illumina il  riflesso dell’argentea goccia

riversi su se stessi un mucchio di stracci

sgualciti abbandonati

un triste sorriso

e una degradata maschera

altro non resta

altro non trovo

soltanto degli illusi coriandoli morti

Un penoso viaggio

immagini 057

Riemergevo, fatiche di un penoso viaggio

sporte di fatica e pane secco

immane scorcio monotono orizzonte

franchigie senza passaporto

manicomi di esseri rubati al purgatorio

anime in pena

vagavo e remavo in quel mare ossuto e fremente

terra ferma non ce ne era

non la vedevo

arti dolenti occhi salati

luce di un fuoco

il sospiro di una sposa

bianche le oche, verde lo stagno

sono a casa gli anni trascorsi polvere e ruggine

il cammino è terminato

cielo, nubi gonfie di acqua

cado nel letto, sopito, confuso da un alba e un tramonto

altri segnali non annoto la vita mi aspetto

qualcosa accadrà

 

 

 

Quando i limoni.

070

Due occhi si incontrano, stanchi si confrontano

in un velo, un fosco tormento

si guardano, si scrutano

stanchi, obsoleti

allerta

ti vedo sai? Mi biasimi,

ti amo?

Mi cerchi? Mi vuoi ancora?

Sono tua? Sferri guardinga

Chi siamo o meglio cosa siamo divenuti?

Il vino e  il caffè, un pasto fuori orario

la notte, la tv accesa, la luna, qual è la differenza?

Mio figlio, tua figlia dove sono?

E noi dove siamo?

apparenze sottovuoto

umili servili ci prostriamo indecisi a quello cui ci ostiniamo e definiamo amore

dolce, testarda e dolce,

osservo

e nella stagno di una notte indefinita

ti amo

così per tradizione, per sentito dire, per abitudine

perché ci sei?

Perché ti sento mia, perché ti ho scelta, ci siamo scelti

nella buona e nella cattiva sorte

amore di fronte all’amore

ti amo e amerò e per sempre sarò,

saremo

quando i limoni gialli brilleranno al sole

noi saremo felici sorridendo al tempo che fu nostro

ancora, ora, adesso.

Instanbul

Per prima cosa buon Anno a tutti

Questo racconto è abbastanza lungo se avrete tempo e voglia di leggerlo lo trovate qui

Abbracci e un caro saluto a tutti voi

089

Con enorme fatica anche il terzo trolley fu chiuso, la cerniera compressa era li per esplodere, un ultimo giro di perlustrazione: macchina fotografica, documenti, soldi (importantissimi), carica batteria vari, cellulari, biglietto, ah…. i guanti, là dicono farà molto freddo. Ok potevamo andare, davvero era tutto pronto. Infilai il giubbotto, aspettai ancora qualche minuto che Angela rifinisse il trucco al viso, desse un ultima occhiata al rubinetto del gas, interruttore generale della luce, sì, era tutto a posto non dimenticavamo nulla. Il portoncino di casa silenzioso fu chiuso. Erano le sei, fuori regnava ancora il buio, l’aria pungente del mattino rinfrescò i nostri visi. Agostino il fratello di Angela era già sul piazzale, fumava e camminava avanti indietro, ci accolse con un sonoro buongiorno, il motore della sua auto acceso, lo stava facendo scaldare, con lui c’era anche sua figlia Vanessa, gli avrebbe fatto compagnia durante il tragitto di ritorno. In poco entrammo in tangenziale il traffico era moderato in quel giorno del ventinove dicembre, in tre quarti d’ora avremmo raggiunto l’aeroporto della Malpensa da li preso il volo per Istanbul dove avevamo deciso di passare il capodanno. Al controllo passaporti le prime avvisaglie che qualcosa di nefasto si aggirava molesto sopra le nostre teste, il poliziotto alla dogana mostrò titubanze riguardo la carta d’identità di Angela, era stata plastificata e sigillata a caldo e secondo il suo parere non era valida perché il codice a barre o roba simile sarebbe stato inefficace a un certo tipo di controlli, non è che capii molto, ma mi adeguai, comunque dopo una bella ramanzina Angela varcò la linea di confine. Eravamo in volo, lasciammo una Milano bagnata dal sole e atterrammo in un tempo buio e grigio, iniziava a piovigginare, Istanbul davanti a noi. Il fatidico momento stava per materializzarsi, eravamo in coda al controllo documenti, tesi come due corde di violino, le parole del poliziotto italiano avevano lasciato il segno. Io da una parte Angela dall’altra in contemporanea i due agenti turchi vagliavano la validità delle nostre carte di riconoscimento, il mio, dopo pochi minuti con un mezzo sorriso e uno strascicato welcome me la restituì. L’altro continuava a passarsi il documento di Angela tra le mani e la sua faccia diveniva sempre più dubbiosa, alzava gli occhi al cielo e storceva il naso, finché non chiamò un collega, molto probabilmente un suo superiore. I due iniziarono a parlottare in un fitto intreccio di parole, naturalmente a noi incomprensibili visto che parlavano turco. Dopo cinque minuti buoni, praticamente un’ eternità l’ ufficiale con un sorriso austero fece intendere ad Angela che lo doveva seguire, io provai ad andare con loro, non fu possibile, mi fu intimato di attendere dove mi trovavo. Li vidi entrare da una porta dove c’ era l’ufficio doganale e col cuore in gola mi misi seduto e aspettai, non potevo fare altro. I minuti trascorrevano, si allungavano, era già passata mezz’ora da quando Angela era entrata, mi trovavo in un stato di completa paranoia. Vedevo persone entrare e uscire dall’ufficio di dogana, ma niente, di lei neanche l’ ombra. Era scoccata un’ ora da quando Angela era segregata nel posto di polizia, nel nugolo delle persone che si muovevano concitate nella aerostazione sbucò un agente e mi fece segno di seguirlo, entrai nella stanza di dogana. Angela era seduta con con i gomiti appoggiati su di un piccolo tavolo e con il palmo delle mani si sorreggeva la testa. Appena mi vide i suoi occhi si gonfiarono di lacrime minute e silenziose e disse:- Questi non mi fanno entrare è stato fatto anche un tentativo col consolato italiano, ma pare non ci sia nulla da fare, devo proprio tornare in Italia, ho un volo alle diciassette e per te non c’è neanche il posto, scusami. L’ abbracciai ero molto dispiaciuto e quel’ evento inaspettato aveva spento tutta la mia euforia maturata per la vacanza all’estero. Si erano già fatte le tredici e ci recammo in un fast food a mettere qualcosa nello stomaco. Iniziammo ad elaborare ipotesi e strategie, lei poteva andare a Milano risolvere il problema con la carta d’ identità poi riprendere un volo e tornare nella terra della mezza luna. Un’ altra e che io l’ indomani potessi ritornare in Italia così da rinunciare a trascorrere il capodanno in Turchia, in compenso l’ avrei passato insieme a lei e tutto sommato andava bene così. Altre soluzioni non s’ intravedevano. Tutto ciò era vincolato alla disponibilità dei posti liberi nei voli. Contattammo anche l’ agenzia che aveva organizzato il tour, Daniele, il titolare immediato si adoperò per poter risolvere il problema, ma col passare del tempo le speranze si affievolivano, voli non ce ne erano, o meglio uno sì, ma il tempo impiegato tra scali (tre) soste e volo, in totale raggiungeva le cinquantuno ore e addirittura avrei trascorso la notte del 31 dicembre a Dusseldorf in Germania e sarei sbarcato a Malpensa alle dieci del mattino seguente, inutile, risolveva davvero poco. Cazzo avrei fatto insieme ai tedeschi buttato su di una qualsiasi sedia di una scialba sala d’ aspetto di un banale aeroporto? Il nostro morale era decisamente sotto i tacchi e anche di più. Intanto le sedici erano scoccate e poco meno di sessanta minuti rimanevo a disposizione per uscire da quel tremendo impasse. L’aero si schioccò nel cielo ed io ero rimasto un unico elemento di una coppia che voleva baciarsi e festeggiare il capodanno sotto la notte di Istanbul.  Con le guance rigate dalle lacrime e negli occhi impresso il viso deluso di Angela con una stretta al cuore rivisitai il lungo abbraccio che sancì la nostra momentanea quanto dolorosa separazione e titubante presi la via dell’ uscita. Sferzate di vento gelato irrompevano furiose  sul mio viso bastonandolo, non sapevo cosa fare, avevo perso lucidità. Presi un taxi e mi feci condurre in Hotel, si trovava in una zona centrale, per l’ esattezza a Sultanahmet sicuramente una delle più belle e caratteristiche della città.

305

Istanbul al primo approccio mi era parsa caotica, una megalopoli, un traffico della miseria, dove tutti sembravano dei bei pazzi. L’ hotel non era grande ma a vista mi parve confortevole. In uno stentato inglese riuscii a dialogare col personale della reception e capire l’indispensabile e così raggiunsi la mia stanza. Guardai l’ orologio e considerai che in Italia erano le diciannove, per via del fuso orario in Turchia le diciotto. Telefonai, ma il cellulare di Angela risultò spento, probabilmente era ancora in volo. Sconfortato mi stesi sul letto e iniziai a leggere un libro per non pensare. Finalmente ci riuscii a parlare, era arrivata, il viaggio? Tutto bene nessun problema, la sentii arresa e iniziò a filosofeggiare, cercava di elevare il morale di entrambi, era si triste, comunque non si era fatta travolgere negativamente dal fastidioso contrattempo, almeno non del tutto. Notai era leggermente più rilassata rispetto a quando l’ avevo salutata, mi disse di stare tranquillo e soprattutto di fare il bravo, di lasciar perdere le turche perché non era roba per me e mentre lo affermava le scappò anche una lieve risata, rimasi impassibile e col cuore addolorato la salutai augurandole la buonanotte. Uscii dal hotel, avevo fame a pranzo un mezzo panino, l’altra metà finita nella spazzatura turca. Trovai un locale poco turistico e abbastanza caratteristico, mangiai carne e un piatto tipico, composto da involtini di foglie di vite ripieni con qualcosa somigliasse a carne amalgamata con dello yogurt, devo affermare che il piatto mi piacque, fu gustoso, così come lo spezzatino piccante e speziato al punto giusto, bevvi un vino locale e scambiai qualche parola col personale. Non era tardissimo più o meno le undici e Istanbul vestita di notte mostrò un altra faccia, cheta e tranquilla, sembrava di passeggiare in una qualsiasi cittadina di provincia del nord italia. Rispetto alla massa di gente che poteva contenere, in strada ce ne era molto poca, ed anche vero il continuo inasprirsi del freddo era un ottimo deterrente, neanche i locali si mostravano affollati, anzi, tutt’altro e molti già chiusi. La città mezza asiatica, mezza europea ai miei occhi tristi apparve comunque affascinante, le fontane colorate, le maestose moschee con le cupole dorate e illuminate senza sfarzo, ma dipinte in una sontuosa eleganza. La mia attenzione fu colpita dai bambini mezzi nudi e tremanti nel gelo agli angoli delle strade, chiedevano l’ elemosina, aberrai al pensiero di quando il mondo e i suoi inquilini potevano essere crudeli. Spensi la luce e dalle finestre velate in tendaggi chiari del palazzo di fronte al mio hotel potevo scorgere figure di giovani ragazze coinvolte in movenze quotidiane: mangiavano, si truccavano, leggevano, qualcuna dormiva, doveva essere una specie di ostello per donne, visto che dei maschi non ne scorsi sagoma. In uno velato intorpidimento e distrutto dal freddo e dalla stanchezza accumulata in giornata crollai esausto tra le pieghe del voluminoso cuscino. Appeno sveglio mandai un sms  ad Angela, poco dopo il telefono vibrò, risposi, era lei. Parlammo a lungo fregandocene del possibile elevato costo della tariffa e dopo circa una trentina di minuti con mestizia attaccammo. Misi il naso nel mattino di Istanbul, la solita buriana sconvolse il mio instabile umore e infagottato a dovere presi a girovagare. Il tambureggiare dei popoli, il traffico, il mercanteggiare perpetuo avevano ripreso l’usuale forma vitale, la megalopoli era di nuovo in corsa. Col tram ne visitai una buona parte, almeno quella d’ interesse turistico. Quando entrai nella moschea blu rimasi incantato dallo splendore, così come quando ne visitai altre. Nel tardo pomeriggio come un demente, ma fu più per ripararmi dal freddo e dalla neve gelata che cadeva copiosa, mi sorpresi in un bar a fumare il narghilè e sorseggiare un fumante tè alla mela verde e dopo alcune ore stancamente la giornata si concluse. Una volta raggomitolato sotto le coperte, provai a leggere cercando di prendere sonno che nonostante la spossatezza tardava a sopraggiungere. Angela mi mancava da morire. L’ ultimo giorno dell’ anno si presentò meteorologicamente mansueto almeno più di quelli che l’ avevano preceduto, faceva freddo, ma non sussistevano precipitazioni di alcun tipo e questo lo rendeva abbordabile. Avevo parlato a lungo con mia moglie, avrebbe trascorso la sera di San Silvestro con le sorelle e parenti vari, oramai si era rassegnata e nonostante le avversità il suo proverbiale buon senso stava prevalendo sullo stato delle cose. Dopo le solite raccomandazioni: stare attento, non mettermi nei guai e soprattutto non farle le corna, tra svolazzanti ti amo e altre belle parole e un consistente magone ci salutammo con la promessa che ci saremmo risentiti nel tardo pomeriggio. In un ristorante al porto mentre mangiavo dell’ottimo pesce mentalmente intelaiavo delle considerazioni: i turchi tutto sommato un buon popolo, arruffone e arraffone, mercanti sempre pronti a trattare e disposti alla mediazione fisiologica, confusi tra occidente e oriente, fra tradizioni e futuro, cosparsi di un islam certo non integralista ma ben marcato. Infatti una guida turistica di un gruppo d’ italiani dove clandestinamente mi ero intrufolato mentre visitavo il palazzo del Sultano sosteneva:- la Turchia è paese laico e libero e di conseguenza ognuno ha la possibilità di scegliere, ad esempio le donne possono o non possono indossare il velo, si può o no andare in moschea, non è obbligatorio pregare. Certo, Erdogan il nostro  premier sta cercando di spingere la nazione verso una religione più vicina agli integralisti, ostentando anche dichiarazioni farneticanti, tipo quella davvero scellerata di come le donne non siano uguali agli uomini, ma da considerarsi esserei inferiori che hanno il privilegio di mettere al mondo i figli. Roba da non credere- disse sospirando la guida poi proseguì nelle spiegazioni. -Ovviamente il popolo rema dall’altra parte e focalizza l’ interesse solamente sul buon momento dell’ economia e i salari che stanno crescendo di pari passo con essa. Questo spinge le popolazione al consumismo e devia il baricentro dalla parte dell’Europa e l’ occidente in genere

394Passeggiavo nel porto, inalavo brezza e foschia pensando a quando fosse bella quella città se gli avessero tolto il cellophane che la rendeva così plumbea. Osservavo gli stormi dei gabbiani che ornavano l’ attracco delle navi nei moli, le gesta della gente, i lustra scarpe, i venditori ambulanti di dolci racchiusi in  scrigni colorati su ruote, i tanti, troppi adescatori di clienti davanti ai ristoranti, le donne, le urla, i sorrisi. Istanbul baci e abbracci. In hotel dopo una buona doccia calda mi rilassai, scambiai gli auguri con Angela e sintonizzai la sveglia sul cellulare alle venti e trenta, avrei dormito circa un oretta e mezza, cosi successe. Indossai la camicia nuova, stile Bonolis avrebbe considerato mia moglie, un maglione grigio argento, un paio di jeans, giaccone e cappello a tese. Eccomi, ero pronto per affrontare la notte conclusiva del 2014. La solita temperatura rigida accompagnò i miei passi. Vagavo alla ricerca di un posto carino che in un certo qual modo potesse ammaliarmi e così da farmi godere con tranquillità la serata. Nell’aria si respirava una frenesia crescente, anche se mi accorsi che il popolo della mezza luna non aveva nella corde festeggiare quella ricorrenza, era un’ usanza che lentamente si stava incuneando nella loro cultura, ma solo per fini turistici e nonostante  piano piano con il passare degli anni li stava coinvolgendo, soprattutto le generazioni più giovani.

Sessanta euro tutto compreso,la moneta nazionale è la Lira turca, ma gli euro vengono accettati  ben volentieri. “Food, drink unilimited, music, tutto, tutto, ok, mucho fiesta.” Quelle le scalcinate parole mi aveva ripetuto ossessivamente l’ omino adescatore davanti al locale. Dopo aver buttato una breve occhiata all’interno, letto fuggevolmente il menu, decisi che in quel posto avrei trascorso la notte di San Silvestro. Il locale era grande e carino i tavoli quasi tutti occupati, rimasti liberi quelli da due coperti, a me bastava da uno. Già, ero solo, forse, anzi sicuramente quello fu il primo capodanno che festeggiavo da per me e per di più in terra straniera. Mi fu offerto il drink di benvenuto, un prosecco della Valdobbiadene, per niente male e mi accomodai al tavolo assegnato. Roteavo lo sguardo a trecentosessanta gradi, tanto per rendermi conto di chi ci fosse e quali erano i compagni di viaggio di quella sera. Angela avrebbe detto, ” vida quale furno fuma”espressione tipica lombarda, ovviamente scherzo, lei era cresciuta a Milano, le sue origini chiaramente calabresi. Molte comitive, molti giovani, qualche famiglia, per lo più turisti. Il tanto personale s’ affannava in un fare elegante cercando di assegnare le ultime sistemazioni. Il mio morale non era a mille, ma oramai c’ero e dovevo impegnarmi a non deprimermi più del dovuto, avevo portato anche un libro e nel frattempo aspettando le prime portate  iniziai a leggerlo. Mi accorsi che al tavolo accanto al mio si stava accomodando una donna, il mio sguardo indugiò gravemente su di lei, alta, con un corpo che man mano si privava degli indumenti si mostrava stupendo, pressoché perfetto. Si esibiva in movenze eleganti così come lo era il suo abbigliamento semplice e di classe, i suoi occhi grandi scuri sprigionavano un’ essenza esotica, la chioma dei lunghi capelli neri brillava ai soli artificiali del locale, rendendola bella come una Madonna in un dipinto di Michelangelo, un opera d’ arte. Aspetterà sicuramente qualcuno, impossibile una donna di rara bellezza come lei possa essere sola. Il suo uomo non tarderà ad arrivare, magari è in bagno. Con quel pensiero distolsi lo sguardo dalla celestiale figura e tornai a leggere, non ci riuscivo, tanto ero rimasto catturato da quel meraviglioso quadro di fianco a me. Iniziarono a servire gli antipasti e con stupore notai che la mia vicina era stata privata del secondo coperto proprio come era successo a me, di conseguenza sarebbe rimasta l’ unica presenza di quel tavolo. Mi scappò da sorridere e iniziai ad assaggiare le pietanze, in quel’attimo fu la prima volta che il nostro sguardo s’ incontrò. La serata fluttuava serena senza particolari sussulti, le persone affluite mangiavano, ridevano, si divertivano. Un trio: due musicisti e una cantante, una bionda finta dall’aspetto cafone, comunque proprietaria di una discreta voce, allietavano il convivio, niente di che, comunque non si stava male. Il mio umore di molto migliorato grazie anche a l’ alcol che si addensava costantemente nelle vene. Il mio pensiero volgeva spesso ad Angela nella serata ci eravamo scambiati diversi sms, il mio sguardo invece in direzione della fata accanto e devo dire spesso beccavo i suoi occhi materializzarsi su di me e sinceramente la cosa non mi dispiaceva affatto, anzi faceva gonfiare smisuratamente le irriverenti fantasticherie sul suo conto. Era rimasta impassibile tutta la sera, composta al suo tavolo, mangiando e bevendo tè, intenta anche a fronteggiare la processione di uomini che di tanto in tanto si recavano in pellegrinaggio al suo cospetto. Sorrideva ci scambiava qualche parola e poi il pellegrino di turno se ne andava e tutto tornava come prima. Meno tre, due, uno. Buon anno e in un’ aria di festa abbastanza plastificata ci fu lo scontato quando tradizionale brindisi, il mio calice andò a imbattersi immediato con un altro illuminato da un sorriso terso, quello della mia vicina, a sorpresa mi abbracciò baciandomi sulle guance e lievemente all’orecchio bisbigliò un sottile quanto delicato Buon Annè. Il cuore per un secondo frenò, poi ripartì, fugai immediato il mio impaccio e ricambiai l’ affetto, tutto mentre fuori dei modesti fuochi d’ artificio  brillavano inconsapevoli, tra schiamazzi, urla e risa. Happy New Year.

Mi chiese di sedere con lei al suo tavolo, si chiamava Alina, era turca e aveva diversi anni meno di me, comunque non una bambina. Parlava molte lingue, oltre a quella madre, inglese e francese benissimo, masticava lo spagnolo e il russo, ma esibì anche un discreto italiano, al contrario di me che conoscevo cento vocaboli in inglese, settanta in spagnolo, e cinquanta in francese, praticamente un poliglotta. Fu interessante dialogare con lei, aveva girato il mondo, mi raccontò molti suoi momenti di vita e i nostri argomenti vorticavano come biglie impazzite dentro un flipper, parlammo delle cose più svariate. Aveva dei modi raffinati spesso illuminati da quel sorriso prodigioso. Il tempo si dilapidò rapido tanto da non esserci accorti di essere rimasti soli con i camerieri, stanchi stavano mettendo in ordine la sala. Non osavano cacciarci, noi capimmo, non era il caso di allungare la nostra permanenza e ce ne andammo. Una volta sotto il cielo di Istanbul dove qualche timida stella sfidando il gelo brillava ci guardammo negli occhi, le parole rimasero congelate nell’aria, lei mi prese per mano e solennemente espresse “se vuoi puoi salire da me” e indicando un portone adornato da isteriche luminarie suggerì “quello è il mio hotel.” Risucchiato in un incantesimo, non so come, mi trovai all’interno di una elegante stanza dove luci soffuse la rendevano ancor più calda e accogliente. Alina era in bagno e in un fascio tenue di luce apparve nella penombra della camera, aveva indosso soltanto una trasparente vestaglia chiara, sotto, il suo corpo nudo sfolgorava di luce propria, sensualmente si avvicinò a me e in un suono fragrante disse: –  vuoi fare l’ amore con me? Vero?- Senza darmi il respiro di rispondere proseguì nel dire “la mia tariffa è di 900 lire, 300 euro, così potremmo  stare insieme almeno un paio d’ ore senza alcuna fretta, cosa ne pensi? Senza fornire alcuna risposta sfilai il portafoglio dalla tasca posteriore dei jeans, presi i soldi e li poggiai sul piano del suo comodino e muto iniziai a svestirmi, non maturai alcun pensiero, lei fece scivolare dal suo corpo l’ ultimo lembo di pudore, sorrise e si adagiò nel letto, la imitai. Quando il suo splendido corpo si avvinghio al mio sospirai e in un tono basso scandii deciso le parole, “ascolta Alina non voglio far l’ amore, mi piace l’ idea di riposare insieme a te, annusare la tua pregiata pelle, palpare le tue gemme, sfiorare la seta dei tuoi capelli, credimi altro non voglio. Il silenzio arroventò fino a bruciarsi e nel buio sentii spifferare un deluso “va bene”. Le volsi le spalle ponendomi su di un fianco e poco dopo senti il velluto del suo corpo accarezzarmi la schiena e un delicato abbraccio mi intorpidì il cuore.  Era già mattino fatto, la luce monotona filtrava nella stanza, Alina dormiva, mi divincolai dal suo tenero abbraccio facendo attenzione a non svegliarla, tacitamente feci una doccia, mi vestii e lasciai la stanza per andare a fare colazione, nessuno notò la mia presenza nel salone e dopo un ricco e buon pasto ero pronto ad andarmene. Appena uscì all’aperto la mia fronte raggelò, cazzo avevo dimenticato il capello in stanza, dopo qualche iniziale perplessità ruppi gli indugi e salii sopra, bussai. Alina aprì subito e con il fascino inalterato della sera precedente disse” lo sapevo che eri tu, ho visto il tuo orrendo cappello.” “Non è orren…” non riuscii a terminare la frase e mi fu addosso in una stretta di violento amore, il mio sesso reagi, io e ancora non capisco per quale oscuro motivo ebbi la forza di rifiutare quella esplicita quanto magnifica proposta. Fece qualche passo indietro allontanandosi e amareggiata disse, “va bene italiano rispetto la tua scelta, ma stai tranquillo io e te presto o tardi ci rivedremo.” mi avvicinai e la baciai con trasporto. Prima di chiudere la porta le soffiai un bacio mimando il gesto con la mano e me ne andai voltando definitamente pagina. Il suo sorriso di quel’ istante lo porto ancora con me.

Il mio animo era leggero, non so darmi ancora delle spiegazioni, ma mi sentivo contento come un bambino, una donna così bella nella mia vita non mi era mai capitata e con molta probabilità non ricapiterà neanche se dovessi vivere cento vite. Mentre cercavo l’ accendino frugai nella tasca interna del giubbotto sentii che dentro c’era qualcosa, dei fogli di carta li tirai fuori e con enorme sorpresa costatai che erano trecento euro confuso tra loro un biglietto, in rosso una scritta. “Sei stato il regalo più bello potessi sperare, sento che il mio anno sarà fantastico e altrettanto auguro a te, non ti dimenticherò mai. Infinitamente Alina.” Piansi stravolto dalla commozione. Il giorno del primo dell’ anno me lo godetti scattai una miriade di foto, mi rilassai in una mini crociera sul Bosforo bevendo vino bianco e chiacchierando con altri italiani presenti in barca.

464

A mezzogiorno del due gennaio in perfetto orario l’aero della Turkish Airlines poggiò le gomme sul suolo della Malpensa. Appena sbrigate le formalità di sbarco e uscito dal terminal uno, in mezzo alla folla scorsi il viso radioso e sorridente di Angela, con assoluta certezza pensai; quella poteva essere una risposta dei miei rifiuti ad Alina, sì, credo sia proprio così.

Maggio inoltrato il sole batte solido sui navigli sono a passeggio con il mio amico Marco e blandamente parliamo del più e del meno. Quando un immagine su di un cartellone pubblicitario cattura la mia attenzione reclamizza oro, anelli, bracciali, la slogan recita;”Amo l’italia e gli italiani amano me.” Il volto inconfondibile, è quello di Alina. Stento a credere, minimizzo la paresi in corso e chiedo al mio amico “sai chi è quel fantastico essere sul manifesto?”

Bella fica, è? Penso sia una famosa attrice turca, ho letto da qualche parte in questi giorni sta girando un film proprio qui a Milano. Risponde svogliato Marco.

Il mio cellulare sta squillando, Pronto…

491

Dicembre a Istanbul

images

Il gelo intriso nella pelle, nelle ossa

babilonia di popoli

futuro tradizioni antiche

si scontrano scompaginate fuggono

prendono le distanze

il canto il chiamarsi la preghiera

cupole d’oro rossi tramonti, minareti

speranze incertezze confusioni

spezie incensi variopinti mercati

instabili equilibri eterni bambini

opache emozioni attendono nuove primavere

dicembre, nevica a Istanbul

sorrisi deboli delicate sberle

gli occhi l’oriente l’ occidente

nonostante sorrisi

E’ Natale

023

Qualcosa di strano accade

in questa notte tempestata di ghiaccio e eclatanti stelle

frusci di note e destini s’incontrano

nel rumore dei tempi trasognato contemplo

alchimie lente e nostalgici tesori

il passo si arresta

un vessillo di luce si frange nel cobalto colore

una tiepida brezza accarezza il mio cuore

il mio cammino è finito

al tuo pianto di vita commosso m’ inchino

è Natale, ti sarò per sempre vicino

 

 

 

BUON NATALE A VOI TUTTI.

Nazzareno

Kira

index

Vorrei piangere fino a urlare

il dolo e anche il dolore si spegne ne alcun rumore

un iniezione qualcosa si chiude

ricordi, una vita, lampi, tempi passati il gioco e le passeggiate

ne alcun risposta ti ho presa ti ho amata

te ne vai rimarrai nel cuore nella mente nei quotidiani gesti

per sempre sarai parte di me, insignificante importante atomo

tu Kira, tu, io, la stanza, i segreti, i pianti, cose tra noi

un inchino, un ciao, un plauso

per sempre, fedele anima silente, pur sempre gioiosa

tu cara amica, ti sarò vicina, mi sarai accanto

addio o meglio arrivederci, a quando sarà,

mia piccola dolce amica

in un giorno l’alba sarà più rossa del rosso più viva del cuore

il canto dei venti forte e puro

e io ti vedrò correre, radiosa volta all’ eternità

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