Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Nel nome

 

 

 

038

Nel nome del figlio del padre

e dello spirito alcolico

bevo alla salute dei miei avi

dei miei eredi e di quello che fu e sarà

bevo

seduto su un irto monte

scruto l’ orizzonte

dissacro tutto ciò mi appare alla vista

osservo il trascorso e giudico il mondo intero

sono un sorso d’ acqua mai bevuto

puro, neve fresca, un bimbo non ancora nato

sono un dio, un essere fuori dal comune

onnipotente come il creatore, sì

ebbene sì, sono io il mio dio.

e ora dannato brucio alle fiamme dell’ inferno

il mio.

sono io il diavolo.

sono io la causa di me stesso

solo e sono soltanto io

Scoiattoli

Nella mansueta campagna circondata da strisce di malmesso asfalto in una piazzola di breccia parcheggiai la mia auto. Un grigio leggero sosteneva il paesaggio, svanito il verde brillante nei campi in vanitosa mostra solamente qualche giorno prima quando il sole imperioso spiccava nel cielo e la temperatura scaldava generosa e mandava in confusione un povero febbraio abitualmente sbarazzino e pungente. Dobbiamo rassegnarci, abituarci oramai all’improvviso e costante mutare meteorologico e i suoi considerevoli sbalzi termici, dove si può oscillare dagli zero gradi del primo mattino ai venti delle ore centrali. Tutto ciò non si può più definire un fenomeno anomalo, ma un assodato dato di fatto e noi lo dobbiamo tenere presente e assimilarlo nei meccanismi quotidiani. Il corpo umano e la natura non riescono a tenere il colpo e affaticati arrancano. In quella giornata era tutto monotono, un silenzio ossessivo rimbombava piatto, il colore dei campi aveva perso smalto, i peschi sviliti e dalle fioriture intermittenti sembravano versare lacrime sulla già umida terra, la gialla mimosa prematuramente colorata iniziava a dare vistosi segni di cedimento. Sì, è vero le stagioni non sono più quelle di una volta, tutto è cambiato, il mondo stesso si è trasformato, la gente intristita. Miliardi di persone affollano l’inerme pianeta che ansima ed è sempre più in difficoltà sfigurandosi in una lenta costante decomposizione. I ghiacciai si sgretolano, uragani e tifoni si scatenano dando vita a devastanti piogge torrenziali, la terra trema, vibra in tentativi di autodifesa, in qualche modo cerca di ricollocarsi come meglio può. Il deserto nelle povere regioni africane allunga il suo regno estendendosi a dismisura bruciando le misere culture e seminando morte. L’acqua, il bene più prezioso della vita e fonte della stessa si confonde in falde acquifere fasulle prosciugandosi sul nascere, così da diminuire ogni anno vistosamente soprattutto nei continenti più caldi. Stiamo implodendo, sembra che per la terra in questo universo non ci sia più una naturale collocazione. I soldi, il fantasmagorico business che ruota intorno all’industria, la deforestazione dei polmoni verdi che alimentano il pianeta hanno generato un inquinamento spaventoso, il famoso buco nell’ozono oramai è divenuto più che una voragine. Le informazioni diramate dai media sullo stato di salute della terra  non sono certo ottimistiche, sfiorano il dramma e figuriamoci tutto quello che viene occultato, perché molto non si deve conoscere, il popolo deve stare tranquillo, non si debbono creare inutili allarmismi, si deve crescere, consumare, comprare, spendere, è un meccanismo irrefrenabile fuori controllo e di difficilissima gestione, su di esso gravano soltanto una miriade di parole e spesso non sono neanche esatte, una miriade di sciocchezze. Non sono qui a impartire lezioni a nessuno e di conseguenza non voglio dilungarmi nel complesso argomento finirei con l’annoiare e così proseguo nel racconto. Cercavo un agriturismo, -Il Vecchio Mulino- volevo pranzarci in quel sabato triste. Dopo diverso peregrinare sbagliando svariate volte strada, (non possiedo un navigatore. Lo odio) finalmente ero riuscito a trovarlo, sembrava fosse chiuso, davanti parcheggiate solo un paio di auto, ma oramai c’ero e cosi mi avviai per verificare. Passai davanti a un casolare e da dietro la siepe intravidi far capolino un corpo minuto, si appoggiava a un bastone da passeggio, sotto i capelli color neve uno sguardo vispo e attento, un volto sereno che a me risultò noto. La signora Teresa, certo, era proprio lei in carne e ossa, a dire il vero di carne ce ne era davvero ben poca. La nonna di Pino, un mio caro amico. Non immaginavo abitasse da quelle parti. Mi guardò senza riconoscermi e il suo sguardo interrogativo volgeva nella mia direzione come se cercasse di mettere a fuoco il mio volto, sicuramente confuso tra i tanti visti negli innumerevoli anni vissuti. Cento, compiuti qualche mese fa, immaginate cosa possono essere cento anni? Un’infinità. Nata nel 1914, prima della grande guerra, sobbarcato il ventennio fascista, immagino nel suo cuore impressi il dolore, la sofferenza, la fame di chi ha dovuto sopportare i drammi della seconda devastante guerra mondiale e poi chissà quanti giorni immersi nel lavoro in campagna, curva sull’aspra terra e il resto del tempo dedicato alla casa e alla famiglia. I suoi figli, i nipoti, i pronipoti il riconoscimento del tanto sudore versato. La salutai con un sonoro buongiorno, avevo alzato il tono della voce pensando fosse sorda, rimase perplessa come se fosse affondata in uno stato di profonda riflessione, rimase immobile poi schiuse le labbra e in un tenue sorriso rispose “buona sera signore.” Immediata archiviò la pratica dello sconosciuto e il suo interesse tornò sui gerani sfioriti e i boccioli di margherite. Rapida si catapultò nel mio intorpidito cerebrale una riflessione “dicono per le donne l’aspettativa di vita sia di ottantacinque anni, la signora Teresa l’ha di molto superata e importante anche in uno buono stato di salute.” Sono passati pochi anni quando la ricordavo nello spazio adiacente al capannone di suo nipote Pino dove lui ancora adesso gestisce la sua autofficina, scalza rincorreva le galline, non perché era pazza, ma semplicemente per farle rientrare nel pollaio. Mai ferma, instancabile curava l’orto ed era sempre affaccendata in altre mille cose da sbrigare. Per gli uomini le aspettative di vita sono minori, arriviamo ad appena ottantadue anni che comunque non sono pochi e, poi tutto dipende dai punti di vista. Io ne ho cinquantatre, se considero bene trequarti di vita se ne sono già andati e se tutto va bene ne mancherebbe un solo quarto e sottolineo se tutto va bene. La mia vita me lo sono fumata, screpolata è andata in frantumi centinaia di volte, un matrimonio distrutto, un figlio che non c’è e non c’è mai stato, o forse sì, ma soltanto quando era piccino. Convivenze disfatte, consumate dal mio insano approccio all’amore. Ho provato e riprovato a raddrizzarmi a trovare la retta via, inutile, tutto è risultato vano. Non sono riuscito a parte in qualche raro momento condurre un quotidiano normale, la costanza non è proprio il mio punto forte, ho rovinato tutto quello che di buono ho costruito. Alcol, puttane, cocaina, notti bruciate, assassinate. Giorni interi a riprendermi dagli stravizi, dalla troppa droga sniffata, dal troppo alcol consumato. Ho rischiato di morire diverse volte: morto ammazzato o vittima di qualche infarto fulminante. Sono stato rapinato, malmenato, non mi giovava niente, nessuno riusciva a fermarmi. Svolgevo il mio lavoro, inviavo i miei servizi e inesorabilmente sprofondavo nell’incognito dei tuguri di tutto il pianeta, da Bangkok a New York, Istanbul, Nairobi, Amsterdam. Il resto del tempo lo passavo sperduto negli aeroporti errando come uno zingaro per il mondo. Il mestiere del reporter mi ha infilato in una fitta rete di storie, vite borderline, miseria, guerre, ignoranza, delinquenza. Ho intervistato criminali, faccendieri, politici senza alcun scrupolo, crudeli dittatori, ho conosciuto anche molta gente onesta, ma da loro non sono riuscito mai ad apprendere nulla, la mia controversa personalità ha sempre respinto il logico equilibrio, in spicce parole ero repellente al normale. Su quest’ultima parola, citata già altre volte in questo racconto ci si potrebbe aprire un dibattito eterno, una vita non basterebbe. Sì, sono un cronista, fino a qualche anno fa in carriera, ho lavorato per importanti testate giornalistiche; cito un’ episodio su tutti: quando Saddam Hussein fu giustiziato a Baghdad, io c’ero e i miei articoli e le foto hanno fatto il giro del mondo. Ho guadagnato molti soldi, forse troppi, ma come affermava George Best mitica ala del Manchester United degli anni sessanta, quando gli chiedevano cosa avesse fatto dei suoi guadagni rispondeva “i miei soldi li ho spesi per le donne, auto e alcol, il resto l’ ho sperperato.” Io posso affermare l’identica cosa e per onestà intellettuale è giusto aggiungere un elemento: la cocaina.

Immerso nel mondo dei ricordi in una profonda espansione di pensieri non mi ero reso conto che davanti al mio tavolo all’interno dell’agriturismo sostava un omone dal viso circolare addobbato da una barba rossastra, aspettava paziente e infine con una voce da tenore si annunciò “Buongiorno, disturbo? E’ qui di passaggio o magari gradisce mangiare qualcosa?” Rise sonoramente. Rinvenni dal momentaneo torpore e sorrisi, col capo della testa assentii. Iniziai con gli antipasti, assaggiai poco di tutto: torte salate, una curata di fegato d’agnello ripassata con uova strapazzate, veramente da leccarsi i baffi, poi un paio di piccoli primi e come secondo scelsi una faraona ripiena affogata al vino bianco, ottima. Conclusi con una crostata pera e ricotta fatta in casa, anche questa niente male, tutto risultò buono e ben cucinato.

Vi chiederete cosa facevo in quel periodo per vivere? Collaboravo con alcuni giornali locali, ogni tanto mi pubblicavano degli editoriali. Scrivevo qualche libro, quello che stavo ultimando era già il quinto. Per carità nulla di speciale, romanzi, storielle rielaborate in base alle mie esperienze vissute, tutte rigorosamente condite da un ingrediente fondamentale, la natura umana. Certo qualche copia l’ avevo anche venduta, qualche decina di mila, più o meno, mi accontentavo. Mi ero appoggiato a una piccola casa editrice, una di quelle serie e qualche spicciolo riuscivo a vederlo. La retribuzione più consistente proveniva dal lavoro che svolgevo per una nota guida enogastronomica recensivo trattorie, ristoranti, agriturismi, in base ai miei giudizi veniva deciso se segnalarli o meno nel prestigioso volume. Mi piaceva tutto ciò? Tirate le dovute somme direi proprio di sì. Nonostante lo sperpero di denaro a flusso continuo degli anni trascorsi ero economicamente sereno. E’da dire comunque che la mia vita si era drasticamente modificata, un po’costretto da una salute cagionevole e un po’perché lo volevo. Non sniffavo più, la sera uscivo poco, donne? Poche o niente e per dovere di cronaca è onesto aggiungere che avevo avuto diversi problemi, chiamiamoli di natura tecnica e per essere più precisi li definirei di natura idraulica, questione di pompe. Non ne feci un dramma, ma assoggettai il problema e tirai avanti. Fumavo?  Sì, dalle sigarette a nastro ero passato a qualche sigaro, per l’ esattezza i toscani. Bevevo? Ebbene sì, non potevo certo privarmi di tutto, meno quantità più qualità, davanti a un buon bicchiere di vino non riuscivo mai a negarmi. Ero solo, è vero, non c’era nessuno a farmi compagnia, nessuno che mi aspettava la sera, non c’erano sorrisi, carezze, abbracci, cene pronte, ma neanche le monotone chiacchiere e le sterili litigate, niente di niente. Restavano oscillando nel quotidiano una moltitudine di ombre, figure del mio devastato passato che alternandosi venivano spesso a farmi compagnia. Avevo paura? Non necessariamente, ma a volte devo ammettere di sì, soprattutto la notte e per non farmi mancare nulla ero anche ateo e credetemi non avere fede e pensare che finita questa vita non ci sarà altro che il silenzio eterno è veramente faticoso.

Ognuno sta solo sul cuore della terra

trafitto da un raggio di sole

ed è subito sera

Una poesia, per me tra le più belle in assoluto, versi dove mi riconosco. Salvatore Quasimodo; in poche parole ha racchiuso la gioia, il dolore, la solitudine causata dalla fatica nel comunicare, in sunto la precarietà della vita. Perché essere vivi vuol dire semplicemente avere un contratto a tempo determinato con il creato.

Il locale era semi deserto, in un angolo una coppia, i due sembravano ben assortiti, parlavano, soprattutto lei, ridevano soprattutto lui, probabilmente erano felici, magari avevano trascorso una serata piena di passione cullati dalle magie dell’amore che forse era anche clandestino, ma in fondo a me cosa importava? Fatti loro. Comunque impersonavano la voglia di vivere, tanto sembravano entusiasti. In un altro tavolo da sola una bella signora, avrà avuto circa una sessantina d’anni, raccolta in un portamento raffinato elegantemente con flemma degustava il pasto leggendo un libro. Altro non annotai, anche io avevo un libro con me, ma non riuscivo a digerirlo a dire poco pesante, Istanbul di Orhan Pamuk, uno scrittore turco dotato di una sintassi interessante, ma sovente affonda nei contenuti sconfinando in preziosismi retorici fin troppo monotoni. Meglio concentrarsi sugli spaghetti appena serviti, guanciale e broccoli, ottimi, ma nonostante ciò i ricordi della mia vita precedente tornarono ad invadere il mio cerebrale. Il mio amico Paolo, cinquantasei anni, il suo cuore ha ceduto prematuramente, ha mollato, non ha voluto più accompagnarlo nel faticoso cammino di questa dannata e pur sempre emozionante vita. Ora è retorico affermare che era una brava persona, un buono, ma è la sacrosanta verità. Conduceva una vita regolare: una moglie, un figlio, un buon impiego al comune, gli amici di sempre e le cose semplici di tutti i giorni. Certo qualche stravizio di tanto in tanto se lo concedeva, ma niente di che, tutto nella norma. Lo conoscevo da quarantanni, Paolo uno dei miei migliori amici, uno della cricca storica. Quante ne abbiamo passate insieme, quante belle serate, giornate, il concerto dei Rolling Stones a Napoli, le vacanze in Spagna, le tante notti a parlare e, a immaginarci il nostro futuro, eravamo orgogliosi di essere la generazione, la linea di confine tra due millenni, affascinante pensarlo mentre ammiravamo le stelle. Ora non c’è più, inghiottito nella notte dei tempi. La vita: recita una novella popolare, è come la scala del pollaio corta e piena di sterco. Forse è vero, forse no, davvero non lo so. Certo nei miei tanti momenti di perforante depressione l’ho pensato. Eclissato nelle refrattarie considerazioni dalla filosofia spicciola sentii e vidi la porta d’ ingresso del ristorante aprirsi, non feci in tempo a realizzare cosa stesse accadendo che due funambolici animaletti fecero il loro ingresso, scoiattoli, si tuffarono nel buffet dei dolci, rapidi sgraffignarono delizie e altrettanto velocemente fuggirono via tra l’ ilarità dei presenti. In un baleno sparirono nel fosco dei campi e con loro il prezioso bottino.

Il simpatico siparietto nell’ambiente portò buono umore e noi pochi commensali presenti commentammo l’accaduto tra risa e sarcasmo. Giacomo il titolare, l’omone con la barba rossastra, rideva più di tutti, a un tratto di soppiatto sparì, per tornare poco dopo con una bottiglia di grappa fatta da lui stesso, con fare genuino ce la offri, così da coinvolgere noi quattro clienti a relazionarci. Andrea ne bevve un bicchiere tutto di un fiato, poi passandosi la lingua tra le labbra compiaciuto esclamò :- buona, davvero buona Signor Giacomo.- L’omone rise ancora e cosi come d’incanto nell’ambiente s’instaurò una complicità inaspettata. L’anonimo silenzio perdurato fino a pochi attimi prima si dissolse e il pomeriggio di un sabato avvilito si trasformò in un chiassoso ritrovo tra amici. Anche Sandra, la moglie di Giacomo si era unita a noi, oltre essere una cuoca provetta risultò molto simpatica e di buona compagnia. Ancora qualche bicchiere di grappa e tutti ci mostrammo più loquaci e la chiacchierata assunse in breve dei toni alquanto confidenziali. Così appresi che Andrea ed Emanuela stavano insieme da pochi mesi, lui già separato dalla moglie e senza figli, Emanuela viveva ancora insieme al marito, condividevano per ragioni economiche un tetto e una figlia di dodici anni, Cristina. Purtroppo il loro matrimonio si era concluso prematuramente, sepolto sotto le macerie delle incomprensioni e dei feroci silenzi, andavano avanti staticamente per forza d’inerzia. Una storia come ce ne sono tante. Ora lei provava a rimettersi in gioco e aveva individuato in Andrea l’uomo che la potesse far risorgere dalla abulia coniugale. Tilde, parlava e beveva meno di tutti anche lei aveva le sue storie da narrare e i segreti da tacere, era discreta, ma non indisponente e con un candore inaspettato tra un discorso e l’altro senza che nessuno gliela avesse chiesta rivelò la sua età. Settantanni, caspita! Tutti rimanemmo sorpresi da tale scoperta, non li dimostrava assolutamente, anzi. Tilde era stata segretaria di produzione per tanti anni in R A I,  poi aveva concluso la sua carriera come dirigente nel gruppo del biscione, quello di Berlusconi tanto per essere chiari. Non si era mai sposata ne aveva avuto figli. Viveva a Milano, ma adorava le Marche, per quel motivo metà dell’ anno lo trascorreva nella regione adriatica, nei mesi meno caldi vagava nell’entroterra, d’estate preferiva il mare. Essendo economicamente ben messa risiedeva in alberghi o agriturismi, non aveva mai una fissa dimora. Viaggiava da sola ed era appagata da quel suo modo di porsi alla vita.

Il sole nasce, l’alba di un nuovo giorno sorge. Il mare al mattino, sintonie di calde brezze. Una terrazza, stupendo il panorama. In bella mostra sul tavolo Plumcake, torte di frutta, latte, caffè, succo d’ananas. Ti guardo sei bella e in una istantanea rincorro la mia perduta vita, bruciata sul rogo del peccato e quando con enorme sforzo l’ avevo faticosamente recuperata e indirizzata su un binario morto facendola scorrere inesorabilmente monotona al fatidico punto zero. D’incanto due piccoli ladri, la vivacità del momento, la magia ed eccomi come risorto. Eccoci qui. Buongiorno Tilde, buongiorno cara. Rido e ancora rido, ripenso e immagino. Mi guardi radiosa, sorseggi il tuo succo, carezzi la mia pelle con il tuo sorriso. Sono vivo, siamo vivi. Scoiattoli.

scoiattoli (1)

 

A Paolo

Dolce notte

 

020

Ascolto il calar della notte

veli di nostalgia

il riposo accanto a te il ristoro dell’anima

dolce notte cara

dolce notte o mia adorata sposa

dolce notte e fai che i miei sogni siano i tuoi

in un cantar di stelle scorgo il tuo viso

oh mio Dio quanta porpurea bellezza

respiro di primavera

profumo intenso di rosa

grato a te infinitamente

di un dono ti voglio omaggiare

la perlacea luna e uno spruzzo di mare

altro non possiedo

al mio cuore chiedo un pentimento

un candido sentimento

ti guardo e ancora

bella come ora non lo sei mai stata

dolce notte cara

dolce notte a te, mia adorata sposa

 

Nugoli di parole con l’ esigenza di curar il tuo tempo

a te che mi ami incondizionatamente.

Nazzareno

Coriandoli

006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un fiocco di neve, un coriandolo

inconsapevoli fluttuano nella fredda sera

fino a cadere, bagnarsi, uccidersi

una maschera di un inimmaginabile fantoccio

li scruta, serioso ride

la vita pensa fosse sua

lui pensa sia così

la piazza è vuota

le gialle luci di lampioni ornati elegantemente

chiudono il sipario

si spengono

la festa è finita

un chiarore di timida luna

illumina il  riflesso dell’argentea goccia

riversi su se stessi un mucchio di stracci

sgualciti abbandonati

un triste sorriso

e una degradata maschera

altro non resta

altro non trovo

soltanto degli illusi coriandoli morti

Un penoso viaggio

immagini 057

Riemergevo, fatiche di un penoso viaggio

sporte di fatica e pane secco

immane scorcio monotono orizzonte

franchigie senza passaporto

manicomi di esseri rubati al purgatorio

anime in pena

vagavo e remavo in quel mare ossuto e fremente

terra ferma non ce ne era

non la vedevo

arti dolenti occhi salati

luce di un fuoco

il sospiro di una sposa

bianche le oche, verde lo stagno

sono a casa gli anni trascorsi polvere e ruggine

il cammino è terminato

cielo, nubi gonfie di acqua

cado nel letto, sopito, confuso da un alba e un tramonto

altri segnali non annoto la vita mi aspetto

qualcosa accadrà

 

 

 

Quando i limoni.

070

Due occhi si incontrano, stanchi si confrontano

in un velo, un fosco tormento

si guardano, si scrutano

stanchi, obsoleti

allerta

ti vedo sai? Mi biasimi,

ti amo?

Mi cerchi? Mi vuoi ancora?

Sono tua? Sferri guardinga

Chi siamo o meglio cosa siamo divenuti?

Il vino e  il caffè, un pasto fuori orario

la notte, la tv accesa, la luna, qual è la differenza?

Mio figlio, tua figlia dove sono?

E noi dove siamo?

apparenze sottovuoto

umili servili ci prostriamo indecisi a quello cui ci ostiniamo e definiamo amore

dolce, testarda e dolce,

osservo

e nella stagno di una notte indefinita

ti amo

così per tradizione, per sentito dire, per abitudine

perché ci sei?

Perché ti sento mia, perché ti ho scelta, ci siamo scelti

nella buona e nella cattiva sorte

amore di fronte all’amore

ti amo e amerò e per sempre sarò,

saremo

quando i limoni gialli brilleranno al sole

noi saremo felici sorridendo al tempo che fu nostro

ancora, ora, adesso.

Instanbul

Per prima cosa buon Anno a tutti

Questo racconto è abbastanza lungo se avrete tempo e voglia di leggerlo lo trovate qui

Abbracci e un caro saluto a tutti voi

089

Con enorme fatica anche il terzo trolley fu chiuso, la cerniera compressa era li per esplodere, un ultimo giro di perlustrazione: macchina fotografica, documenti, soldi (importantissimi), carica batteria vari, cellulari, biglietto, ah…. i guanti, là dicono farà molto freddo. Ok potevamo andare, davvero era tutto pronto. Infilai il giubbotto, aspettai ancora qualche minuto che Angela rifinisse il trucco al viso, desse un ultima occhiata al rubinetto del gas, interruttore generale della luce, sì, era tutto a posto non dimenticavamo nulla. Il portoncino di casa silenzioso fu chiuso. Erano le sei, fuori regnava ancora il buio, l’aria pungente del mattino rinfrescò i nostri visi. Agostino il fratello di Angela era già sul piazzale, fumava e camminava avanti indietro, ci accolse con un sonoro buongiorno, il motore della sua auto acceso, lo stava facendo scaldare, con lui c’era anche sua figlia Vanessa, gli avrebbe fatto compagnia durante il tragitto di ritorno. In poco entrammo in tangenziale il traffico era moderato in quel giorno del ventinove dicembre, in tre quarti d’ora avremmo raggiunto l’aeroporto della Malpensa da li preso il volo per Istanbul dove avevamo deciso di passare il capodanno. Al controllo passaporti le prime avvisaglie che qualcosa di nefasto si aggirava molesto sopra le nostre teste, il poliziotto alla dogana mostrò titubanze riguardo la carta d’identità di Angela, era stata plastificata e sigillata a caldo e secondo il suo parere non era valida perché il codice a barre o roba simile sarebbe stato inefficace a un certo tipo di controlli, non è che capii molto, ma mi adeguai, comunque dopo una bella ramanzina Angela varcò la linea di confine. Eravamo in volo, lasciammo una Milano bagnata dal sole e atterrammo in un tempo buio e grigio, iniziava a piovigginare, Istanbul davanti a noi. Il fatidico momento stava per materializzarsi, eravamo in coda al controllo documenti, tesi come due corde di violino, le parole del poliziotto italiano avevano lasciato il segno. Io da una parte Angela dall’altra in contemporanea i due agenti turchi vagliavano la validità delle nostre carte di riconoscimento, il mio, dopo pochi minuti con un mezzo sorriso e uno strascicato welcome me la restituì. L’altro continuava a passarsi il documento di Angela tra le mani e la sua faccia diveniva sempre più dubbiosa, alzava gli occhi al cielo e storceva il naso, finché non chiamò un collega, molto probabilmente un suo superiore. I due iniziarono a parlottare in un fitto intreccio di parole, naturalmente a noi incomprensibili visto che parlavano turco. Dopo cinque minuti buoni, praticamente un’ eternità l’ ufficiale con un sorriso austero fece intendere ad Angela che lo doveva seguire, io provai ad andare con loro, non fu possibile, mi fu intimato di attendere dove mi trovavo. Li vidi entrare da una porta dove c’ era l’ufficio doganale e col cuore in gola mi misi seduto e aspettai, non potevo fare altro. I minuti trascorrevano, si allungavano, era già passata mezz’ora da quando Angela era entrata, mi trovavo in un stato di completa paranoia. Vedevo persone entrare e uscire dall’ufficio di dogana, ma niente, di lei neanche l’ ombra. Era scoccata un’ ora da quando Angela era segregata nel posto di polizia, nel nugolo delle persone che si muovevano concitate nella aerostazione sbucò un agente e mi fece segno di seguirlo, entrai nella stanza di dogana. Angela era seduta con con i gomiti appoggiati su di un piccolo tavolo e con il palmo delle mani si sorreggeva la testa. Appena mi vide i suoi occhi si gonfiarono di lacrime minute e silenziose e disse:- Questi non mi fanno entrare è stato fatto anche un tentativo col consolato italiano, ma pare non ci sia nulla da fare, devo proprio tornare in Italia, ho un volo alle diciassette e per te non c’è neanche il posto, scusami. L’ abbracciai ero molto dispiaciuto e quel’ evento inaspettato aveva spento tutta la mia euforia maturata per la vacanza all’estero. Si erano già fatte le tredici e ci recammo in un fast food a mettere qualcosa nello stomaco. Iniziammo ad elaborare ipotesi e strategie, lei poteva andare a Milano risolvere il problema con la carta d’ identità poi riprendere un volo e tornare nella terra della mezza luna. Un’ altra e che io l’ indomani potessi ritornare in Italia così da rinunciare a trascorrere il capodanno in Turchia, in compenso l’ avrei passato insieme a lei e tutto sommato andava bene così. Altre soluzioni non s’ intravedevano. Tutto ciò era vincolato alla disponibilità dei posti liberi nei voli. Contattammo anche l’ agenzia che aveva organizzato il tour, Daniele, il titolare immediato si adoperò per poter risolvere il problema, ma col passare del tempo le speranze si affievolivano, voli non ce ne erano, o meglio uno sì, ma il tempo impiegato tra scali (tre) soste e volo, in totale raggiungeva le cinquantuno ore e addirittura avrei trascorso la notte del 31 dicembre a Dusseldorf in Germania e sarei sbarcato a Malpensa alle dieci del mattino seguente, inutile, risolveva davvero poco. Cazzo avrei fatto insieme ai tedeschi buttato su di una qualsiasi sedia di una scialba sala d’ aspetto di un banale aeroporto? Il nostro morale era decisamente sotto i tacchi e anche di più. Intanto le sedici erano scoccate e poco meno di sessanta minuti rimanevo a disposizione per uscire da quel tremendo impasse. L’aero si schioccò nel cielo ed io ero rimasto un unico elemento di una coppia che voleva baciarsi e festeggiare il capodanno sotto la notte di Istanbul.  Con le guance rigate dalle lacrime e negli occhi impresso il viso deluso di Angela con una stretta al cuore rivisitai il lungo abbraccio che sancì la nostra momentanea quanto dolorosa separazione e titubante presi la via dell’ uscita. Sferzate di vento gelato irrompevano furiose  sul mio viso bastonandolo, non sapevo cosa fare, avevo perso lucidità. Presi un taxi e mi feci condurre in Hotel, si trovava in una zona centrale, per l’ esattezza a Sultanahmet sicuramente una delle più belle e caratteristiche della città.

305

Istanbul al primo approccio mi era parsa caotica, una megalopoli, un traffico della miseria, dove tutti sembravano dei bei pazzi. L’ hotel non era grande ma a vista mi parve confortevole. In uno stentato inglese riuscii a dialogare col personale della reception e capire l’indispensabile e così raggiunsi la mia stanza. Guardai l’ orologio e considerai che in Italia erano le diciannove, per via del fuso orario in Turchia le diciotto. Telefonai, ma il cellulare di Angela risultò spento, probabilmente era ancora in volo. Sconfortato mi stesi sul letto e iniziai a leggere un libro per non pensare. Finalmente ci riuscii a parlare, era arrivata, il viaggio? Tutto bene nessun problema, la sentii arresa e iniziò a filosofeggiare, cercava di elevare il morale di entrambi, era si triste, comunque non si era fatta travolgere negativamente dal fastidioso contrattempo, almeno non del tutto. Notai era leggermente più rilassata rispetto a quando l’ avevo salutata, mi disse di stare tranquillo e soprattutto di fare il bravo, di lasciar perdere le turche perché non era roba per me e mentre lo affermava le scappò anche una lieve risata, rimasi impassibile e col cuore addolorato la salutai augurandole la buonanotte. Uscii dal hotel, avevo fame a pranzo un mezzo panino, l’altra metà finita nella spazzatura turca. Trovai un locale poco turistico e abbastanza caratteristico, mangiai carne e un piatto tipico, composto da involtini di foglie di vite ripieni con qualcosa somigliasse a carne amalgamata con dello yogurt, devo affermare che il piatto mi piacque, fu gustoso, così come lo spezzatino piccante e speziato al punto giusto, bevvi un vino locale e scambiai qualche parola col personale. Non era tardissimo più o meno le undici e Istanbul vestita di notte mostrò un altra faccia, cheta e tranquilla, sembrava di passeggiare in una qualsiasi cittadina di provincia del nord italia. Rispetto alla massa di gente che poteva contenere, in strada ce ne era molto poca, ed anche vero il continuo inasprirsi del freddo era un ottimo deterrente, neanche i locali si mostravano affollati, anzi, tutt’altro e molti già chiusi. La città mezza asiatica, mezza europea ai miei occhi tristi apparve comunque affascinante, le fontane colorate, le maestose moschee con le cupole dorate e illuminate senza sfarzo, ma dipinte in una sontuosa eleganza. La mia attenzione fu colpita dai bambini mezzi nudi e tremanti nel gelo agli angoli delle strade, chiedevano l’ elemosina, aberrai al pensiero di quando il mondo e i suoi inquilini potevano essere crudeli. Spensi la luce e dalle finestre velate in tendaggi chiari del palazzo di fronte al mio hotel potevo scorgere figure di giovani ragazze coinvolte in movenze quotidiane: mangiavano, si truccavano, leggevano, qualcuna dormiva, doveva essere una specie di ostello per donne, visto che dei maschi non ne scorsi sagoma. In uno velato intorpidimento e distrutto dal freddo e dalla stanchezza accumulata in giornata crollai esausto tra le pieghe del voluminoso cuscino. Appeno sveglio mandai un sms  ad Angela, poco dopo il telefono vibrò, risposi, era lei. Parlammo a lungo fregandocene del possibile elevato costo della tariffa e dopo circa una trentina di minuti con mestizia attaccammo. Misi il naso nel mattino di Istanbul, la solita buriana sconvolse il mio instabile umore e infagottato a dovere presi a girovagare. Il tambureggiare dei popoli, il traffico, il mercanteggiare perpetuo avevano ripreso l’usuale forma vitale, la megalopoli era di nuovo in corsa. Col tram ne visitai una buona parte, almeno quella d’ interesse turistico. Quando entrai nella moschea blu rimasi incantato dallo splendore, così come quando ne visitai altre. Nel tardo pomeriggio come un demente, ma fu più per ripararmi dal freddo e dalla neve gelata che cadeva copiosa, mi sorpresi in un bar a fumare il narghilè e sorseggiare un fumante tè alla mela verde e dopo alcune ore stancamente la giornata si concluse. Una volta raggomitolato sotto le coperte, provai a leggere cercando di prendere sonno che nonostante la spossatezza tardava a sopraggiungere. Angela mi mancava da morire. L’ ultimo giorno dell’ anno si presentò meteorologicamente mansueto almeno più di quelli che l’ avevano preceduto, faceva freddo, ma non sussistevano precipitazioni di alcun tipo e questo lo rendeva abbordabile. Avevo parlato a lungo con mia moglie, avrebbe trascorso la sera di San Silvestro con le sorelle e parenti vari, oramai si era rassegnata e nonostante le avversità il suo proverbiale buon senso stava prevalendo sullo stato delle cose. Dopo le solite raccomandazioni: stare attento, non mettermi nei guai e soprattutto non farle le corna, tra svolazzanti ti amo e altre belle parole e un consistente magone ci salutammo con la promessa che ci saremmo risentiti nel tardo pomeriggio. In un ristorante al porto mentre mangiavo dell’ottimo pesce mentalmente intelaiavo delle considerazioni: i turchi tutto sommato un buon popolo, arruffone e arraffone, mercanti sempre pronti a trattare e disposti alla mediazione fisiologica, confusi tra occidente e oriente, fra tradizioni e futuro, cosparsi di un islam certo non integralista ma ben marcato. Infatti una guida turistica di un gruppo d’ italiani dove clandestinamente mi ero intrufolato mentre visitavo il palazzo del Sultano sosteneva:- la Turchia è paese laico e libero e di conseguenza ognuno ha la possibilità di scegliere, ad esempio le donne possono o non possono indossare il velo, si può o no andare in moschea, non è obbligatorio pregare. Certo, Erdogan il nostro  premier sta cercando di spingere la nazione verso una religione più vicina agli integralisti, ostentando anche dichiarazioni farneticanti, tipo quella davvero scellerata di come le donne non siano uguali agli uomini, ma da considerarsi esserei inferiori che hanno il privilegio di mettere al mondo i figli. Roba da non credere- disse sospirando la guida poi proseguì nelle spiegazioni. -Ovviamente il popolo rema dall’altra parte e focalizza l’ interesse solamente sul buon momento dell’ economia e i salari che stanno crescendo di pari passo con essa. Questo spinge le popolazione al consumismo e devia il baricentro dalla parte dell’Europa e l’ occidente in genere

394Passeggiavo nel porto, inalavo brezza e foschia pensando a quando fosse bella quella città se gli avessero tolto il cellophane che la rendeva così plumbea. Osservavo gli stormi dei gabbiani che ornavano l’ attracco delle navi nei moli, le gesta della gente, i lustra scarpe, i venditori ambulanti di dolci racchiusi in  scrigni colorati su ruote, i tanti, troppi adescatori di clienti davanti ai ristoranti, le donne, le urla, i sorrisi. Istanbul baci e abbracci. In hotel dopo una buona doccia calda mi rilassai, scambiai gli auguri con Angela e sintonizzai la sveglia sul cellulare alle venti e trenta, avrei dormito circa un oretta e mezza, cosi successe. Indossai la camicia nuova, stile Bonolis avrebbe considerato mia moglie, un maglione grigio argento, un paio di jeans, giaccone e cappello a tese. Eccomi, ero pronto per affrontare la notte conclusiva del 2014. La solita temperatura rigida accompagnò i miei passi. Vagavo alla ricerca di un posto carino che in un certo qual modo potesse ammaliarmi e così da farmi godere con tranquillità la serata. Nell’aria si respirava una frenesia crescente, anche se mi accorsi che il popolo della mezza luna non aveva nella corde festeggiare quella ricorrenza, era un’ usanza che lentamente si stava incuneando nella loro cultura, ma solo per fini turistici e nonostante  piano piano con il passare degli anni li stava coinvolgendo, soprattutto le generazioni più giovani.

Sessanta euro tutto compreso,la moneta nazionale è la Lira turca, ma gli euro vengono accettati  ben volentieri. “Food, drink unilimited, music, tutto, tutto, ok, mucho fiesta.” Quelle le scalcinate parole mi aveva ripetuto ossessivamente l’ omino adescatore davanti al locale. Dopo aver buttato una breve occhiata all’interno, letto fuggevolmente il menu, decisi che in quel posto avrei trascorso la notte di San Silvestro. Il locale era grande e carino i tavoli quasi tutti occupati, rimasti liberi quelli da due coperti, a me bastava da uno. Già, ero solo, forse, anzi sicuramente quello fu il primo capodanno che festeggiavo da per me e per di più in terra straniera. Mi fu offerto il drink di benvenuto, un prosecco della Valdobbiadene, per niente male e mi accomodai al tavolo assegnato. Roteavo lo sguardo a trecentosessanta gradi, tanto per rendermi conto di chi ci fosse e quali erano i compagni di viaggio di quella sera. Angela avrebbe detto, ” vida quale furno fuma”espressione tipica lombarda, ovviamente scherzo, lei era cresciuta a Milano, le sue origini chiaramente calabresi. Molte comitive, molti giovani, qualche famiglia, per lo più turisti. Il tanto personale s’ affannava in un fare elegante cercando di assegnare le ultime sistemazioni. Il mio morale non era a mille, ma oramai c’ero e dovevo impegnarmi a non deprimermi più del dovuto, avevo portato anche un libro e nel frattempo aspettando le prime portate  iniziai a leggerlo. Mi accorsi che al tavolo accanto al mio si stava accomodando una donna, il mio sguardo indugiò gravemente su di lei, alta, con un corpo che man mano si privava degli indumenti si mostrava stupendo, pressoché perfetto. Si esibiva in movenze eleganti così come lo era il suo abbigliamento semplice e di classe, i suoi occhi grandi scuri sprigionavano un’ essenza esotica, la chioma dei lunghi capelli neri brillava ai soli artificiali del locale, rendendola bella come una Madonna in un dipinto di Michelangelo, un opera d’ arte. Aspetterà sicuramente qualcuno, impossibile una donna di rara bellezza come lei possa essere sola. Il suo uomo non tarderà ad arrivare, magari è in bagno. Con quel pensiero distolsi lo sguardo dalla celestiale figura e tornai a leggere, non ci riuscivo, tanto ero rimasto catturato da quel meraviglioso quadro di fianco a me. Iniziarono a servire gli antipasti e con stupore notai che la mia vicina era stata privata del secondo coperto proprio come era successo a me, di conseguenza sarebbe rimasta l’ unica presenza di quel tavolo. Mi scappò da sorridere e iniziai ad assaggiare le pietanze, in quel’attimo fu la prima volta che il nostro sguardo s’ incontrò. La serata fluttuava serena senza particolari sussulti, le persone affluite mangiavano, ridevano, si divertivano. Un trio: due musicisti e una cantante, una bionda finta dall’aspetto cafone, comunque proprietaria di una discreta voce, allietavano il convivio, niente di che, comunque non si stava male. Il mio umore di molto migliorato grazie anche a l’ alcol che si addensava costantemente nelle vene. Il mio pensiero volgeva spesso ad Angela nella serata ci eravamo scambiati diversi sms, il mio sguardo invece in direzione della fata accanto e devo dire spesso beccavo i suoi occhi materializzarsi su di me e sinceramente la cosa non mi dispiaceva affatto, anzi faceva gonfiare smisuratamente le irriverenti fantasticherie sul suo conto. Era rimasta impassibile tutta la sera, composta al suo tavolo, mangiando e bevendo tè, intenta anche a fronteggiare la processione di uomini che di tanto in tanto si recavano in pellegrinaggio al suo cospetto. Sorrideva ci scambiava qualche parola e poi il pellegrino di turno se ne andava e tutto tornava come prima. Meno tre, due, uno. Buon anno e in un’ aria di festa abbastanza plastificata ci fu lo scontato quando tradizionale brindisi, il mio calice andò a imbattersi immediato con un altro illuminato da un sorriso terso, quello della mia vicina, a sorpresa mi abbracciò baciandomi sulle guance e lievemente all’orecchio bisbigliò un sottile quanto delicato Buon Annè. Il cuore per un secondo frenò, poi ripartì, fugai immediato il mio impaccio e ricambiai l’ affetto, tutto mentre fuori dei modesti fuochi d’ artificio  brillavano inconsapevoli, tra schiamazzi, urla e risa. Happy New Year.

Mi chiese di sedere con lei al suo tavolo, si chiamava Alina, era turca e aveva diversi anni meno di me, comunque non una bambina. Parlava molte lingue, oltre a quella madre, inglese e francese benissimo, masticava lo spagnolo e il russo, ma esibì anche un discreto italiano, al contrario di me che conoscevo cento vocaboli in inglese, settanta in spagnolo, e cinquanta in francese, praticamente un poliglotta. Fu interessante dialogare con lei, aveva girato il mondo, mi raccontò molti suoi momenti di vita e i nostri argomenti vorticavano come biglie impazzite dentro un flipper, parlammo delle cose più svariate. Aveva dei modi raffinati spesso illuminati da quel sorriso prodigioso. Il tempo si dilapidò rapido tanto da non esserci accorti di essere rimasti soli con i camerieri, stanchi stavano mettendo in ordine la sala. Non osavano cacciarci, noi capimmo, non era il caso di allungare la nostra permanenza e ce ne andammo. Una volta sotto il cielo di Istanbul dove qualche timida stella sfidando il gelo brillava ci guardammo negli occhi, le parole rimasero congelate nell’aria, lei mi prese per mano e solennemente espresse “se vuoi puoi salire da me” e indicando un portone adornato da isteriche luminarie suggerì “quello è il mio hotel.” Risucchiato in un incantesimo, non so come, mi trovai all’interno di una elegante stanza dove luci soffuse la rendevano ancor più calda e accogliente. Alina era in bagno e in un fascio tenue di luce apparve nella penombra della camera, aveva indosso soltanto una trasparente vestaglia chiara, sotto, il suo corpo nudo sfolgorava di luce propria, sensualmente si avvicinò a me e in un suono fragrante disse: –  vuoi fare l’ amore con me? Vero?- Senza darmi il respiro di rispondere proseguì nel dire “la mia tariffa è di 900 lire, 300 euro, così potremmo  stare insieme almeno un paio d’ ore senza alcuna fretta, cosa ne pensi? Senza fornire alcuna risposta sfilai il portafoglio dalla tasca posteriore dei jeans, presi i soldi e li poggiai sul piano del suo comodino e muto iniziai a svestirmi, non maturai alcun pensiero, lei fece scivolare dal suo corpo l’ ultimo lembo di pudore, sorrise e si adagiò nel letto, la imitai. Quando il suo splendido corpo si avvinghio al mio sospirai e in un tono basso scandii deciso le parole, “ascolta Alina non voglio far l’ amore, mi piace l’ idea di riposare insieme a te, annusare la tua pregiata pelle, palpare le tue gemme, sfiorare la seta dei tuoi capelli, credimi altro non voglio. Il silenzio arroventò fino a bruciarsi e nel buio sentii spifferare un deluso “va bene”. Le volsi le spalle ponendomi su di un fianco e poco dopo senti il velluto del suo corpo accarezzarmi la schiena e un delicato abbraccio mi intorpidì il cuore.  Era già mattino fatto, la luce monotona filtrava nella stanza, Alina dormiva, mi divincolai dal suo tenero abbraccio facendo attenzione a non svegliarla, tacitamente feci una doccia, mi vestii e lasciai la stanza per andare a fare colazione, nessuno notò la mia presenza nel salone e dopo un ricco e buon pasto ero pronto ad andarmene. Appena uscì all’aperto la mia fronte raggelò, cazzo avevo dimenticato il capello in stanza, dopo qualche iniziale perplessità ruppi gli indugi e salii sopra, bussai. Alina aprì subito e con il fascino inalterato della sera precedente disse” lo sapevo che eri tu, ho visto il tuo orrendo cappello.” “Non è orren…” non riuscii a terminare la frase e mi fu addosso in una stretta di violento amore, il mio sesso reagi, io e ancora non capisco per quale oscuro motivo ebbi la forza di rifiutare quella esplicita quanto magnifica proposta. Fece qualche passo indietro allontanandosi e amareggiata disse, “va bene italiano rispetto la tua scelta, ma stai tranquillo io e te presto o tardi ci rivedremo.” mi avvicinai e la baciai con trasporto. Prima di chiudere la porta le soffiai un bacio mimando il gesto con la mano e me ne andai voltando definitamente pagina. Il suo sorriso di quel’ istante lo porto ancora con me.

Il mio animo era leggero, non so darmi ancora delle spiegazioni, ma mi sentivo contento come un bambino, una donna così bella nella mia vita non mi era mai capitata e con molta probabilità non ricapiterà neanche se dovessi vivere cento vite. Mentre cercavo l’ accendino frugai nella tasca interna del giubbotto sentii che dentro c’era qualcosa, dei fogli di carta li tirai fuori e con enorme sorpresa costatai che erano trecento euro confuso tra loro un biglietto, in rosso una scritta. “Sei stato il regalo più bello potessi sperare, sento che il mio anno sarà fantastico e altrettanto auguro a te, non ti dimenticherò mai. Infinitamente Alina.” Piansi stravolto dalla commozione. Il giorno del primo dell’ anno me lo godetti scattai una miriade di foto, mi rilassai in una mini crociera sul Bosforo bevendo vino bianco e chiacchierando con altri italiani presenti in barca.

464

A mezzogiorno del due gennaio in perfetto orario l’aero della Turkish Airlines poggiò le gomme sul suolo della Malpensa. Appena sbrigate le formalità di sbarco e uscito dal terminal uno, in mezzo alla folla scorsi il viso radioso e sorridente di Angela, con assoluta certezza pensai; quella poteva essere una risposta dei miei rifiuti ad Alina, sì, credo sia proprio così.

Maggio inoltrato il sole batte solido sui navigli sono a passeggio con il mio amico Marco e blandamente parliamo del più e del meno. Quando un immagine su di un cartellone pubblicitario cattura la mia attenzione reclamizza oro, anelli, bracciali, la slogan recita;”Amo l’italia e gli italiani amano me.” Il volto inconfondibile, è quello di Alina. Stento a credere, minimizzo la paresi in corso e chiedo al mio amico “sai chi è quel fantastico essere sul manifesto?”

Bella fica, è? Penso sia una famosa attrice turca, ho letto da qualche parte in questi giorni sta girando un film proprio qui a Milano. Risponde svogliato Marco.

Il mio cellulare sta squillando, Pronto…

491

Tag Cloud

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 248 follower