Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Fiesta

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Come quando un giorno

i fiori torneranno al risveglio

il miscuglio di riluttanti sofferenze svanirà

i popoli saluteranno gioiosi tra mille colori la vita

la ballerine di flamenco tambureggeranno il sacrale movimento

i tori saranno ancora potenti

poveri non ce saranno

le guerre spente dal fragore di un lampo

simboli di pace simboli dell’umanità sopraffaranno l’odio

quando tutto ciò accadrà la saetta avrà trafitto il cuore

tu sotto la pioggia danzerai

l’ amore testimone dell’ ora emozionerà

e fiesta semplicemente sarà

 

A chi crede

Un sogno, un utopia, un giorno di sole…

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Le scale salite all’ alba

i canti lontani, il pane caldo, il brusio del fuoco

la fiamma ancora accesa. La donna e i figli

la notte è stata breve, il tepore dimenticato.

Nevica, lunghe ore aspettano, il sudore del giorno

la guerra quotidiana rigurgita, straniero tra gli stranieri

il fumo, la fabbrica, volti imbruttiti

nostalgie del tempo al paese, del sole, del mare

forme grigie distanti svicolano intorno a me

mi ignorano

Giorni di gennaio freddi, gelidi, una birra il venerdì

umiliazioni, sempre capo chino e fatica

le scale salite all’ alba

riposo, nella mente nel cuore

sono tornato a scrutare l orizzonte

ora veglio, guardo di nuovo il mare

A chi è lontano…1502880664176

La preghiera di Amir

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Di conto cosa mi è rimasto

sguardi tristi, sofferenza, miseria

il fardello del migrare, la terra promessa.

Promessa da chi? Fuggire per cosa?

La morte che aleggia giorno dopo giorno

insistente e vigliacca

il mare, la speranza; miraggi di vita.

Il dolore morde il cuore, la salvezza è lontana

un sogno che allo scocco dei minuti,

tra l’urlo delle onde cade in frantumi

sfruttati derisi da secoli, un popolo minore, alcuna importanza.

Egoismi, denari, malvagità svendute per nulla.

Il porto è lontano, soltanto un flagello perpetuo si ode

racchiude il mondo, il mio mondo.

Fuggo, prego, e disperato scruto l’ orizzonte

non ho scelto dove nascere,

in quel profondo luogo ho visto la prima luce

ora supplico e, ancora prego

Mi chiamo Amir e non sono nessuno

soltanto un essere umano.

 

Parla con lui

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Torna indietro

rovista nelle miserie delle anime

le tue

guarda tuo figlio

in fondo dentro al cuore

cosa vedi? Dimmelo

sei un uomo stanco, fin troppo

hai perso mille volte e non riesci a vedere

ora ti sollevi ti scrolli la polvere

esci dalla gabbia

un leone ferito un uomo sgualcito

povero, ammaestrato

hai ferito leso ucciso

ora guarda tuo figlio

parla con lui

non aver timore

parla con lui

infliggi al suo cuore, non urlare

sussurra dolcemente

vedrai lui ti ascolterà

lui saprà

lui capirà

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Quando il dolore divora la ragione

il vento non soffia più

triste vedere i tuoi cari occhi spegnersi lentamente

e il vento non soffia più

vederti combattere e  stancamente vivere

sperare un giorno, magari oggi, torni a sorridere

e il vento non soffia più

ti sei arreso ti sei spento

un puledro volato in altre praterie

e il vento sospinge, rimuove l’eclissi

un alito si spande miracoloso

morire per vivere, cantare, correre e giocare

e li vento soffia ancora

per te, per noi, per la vita che è stata

e sarà ancora più forte

più bella fino a estasiarsi, crederci

continuare a esserci, tumulti del cuore

il coraggio di un sogno chiamato amore

e il vento soffia ancora

 

A chi ha perso la speranza

Il balbuziente

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Edo, all’ anagrafe Edoardo Bianchetti era un bravo ragazzo e soprattutto timido, molto timido, a volte (spesso) quando le emozioni superavano un qualsiasi limite, diveniva goffo, iniziava a balbettare contorcendosi in milioni di spasmi. Dalla vergogna inceneriva in uno stato di catalessi e addirittura finiva col non parlare più. Era deriso da tutti, anche da qualche professore. Non aveva amici e di ragazze neanche a dirlo. Il classico sfigato. In una giornata di aprile dove il sole picchiava forte e un caldo eccessivo si era appropriato di un mese non suo, Edo se ne tornava a casa dopo essere stato a scuola. Ciondolava svogliato, fino a perdersi nel nulla. Sapeva i suoi genitori lo stavano aspettando, ma a lui pareva non interessargli, non in quel giorno. Certo, si sarebbero arrabbiati, ma faceva niente. Una idea all’ improvviso gli illuminò lo spirito e senza alcuna titubanza decise di scendere al fiume. Sotto il ponte di San Liberato prese il viottolo che conduceva giù e dopo poco si ritrovo sull’argine destro. Una sensazione strana gli fece vibrare il corpo, era contento, si sentì bene, come da mesi o forse anni o addirittura mai era accaduto.  Sedette sulla riva e iniziò a lanciare sassi nell’acqua che scorreva senza sussulti e nessun clamore, utilmente scorreva. Sassi bianchi, piatti,  gesti banali.  Edo sorrideva e un’ emozione gli squassò il cuore, si sentì libero.Padrone di se stesso. L’ ennesimo scherzo subito a scuola nella mattinata dai suoi compagni oramai un lontano ricordo. Come al solito al momento ne era uscito distrutto, ma d’altronde cosa erano un paio di pantaloni sporchi di colla? I prepotenti  l’avevano spalmata meticolosamente sulla sua sedia e la rabbia provata per loro in quell’ attimo si trasformò in serena commiserazione. Sì, gli imprimevano tenerezza, poverini, prendersela tutti insieme, tutti i giorni con un ragazzo indifeso e cagionevole era da assoluti vigliacchi, da esseri di poco conto. Loro erano i perdenti, non lui. D’altronde contro la sua asma poteva farci poco o addirittura niente e sicuro fronteggiarla non era un gioco da ragazzi. Negli anni lo aveva sfiancato,  gli impediva di praticare sport e di vivere serenamente il normale andirivieni quotidiano, poi c’era anche quella maledetta balbuzia. Però in quel giorno e in quel momento non se ne curò e dette modo ai suoi pensieri di sollevarsi, li lasciò brillare. Si nutrì delle carezze che il sole elargiva amorevolmente, si sentì protetto, coccolato. Così decise di togliersi gli indumenti e si sdraiò sul manto di fresca erba, rimanendo soltanto con gli slip addosso; volò. Torno a casa quando il pomeriggio aveva fatto già il suo tempo, sua madre come lo vide, urlò: “Cosa ti è successo? Dove sei stato fino a quest’ ora? Mi hai fatto allarmare. ” Edo la guardò teneramente e facendo spallucce innocente replicò, “sono stato al fiume, ho riposato, poi mi sono librato nell’infinito, nel cielo blu e oltre, ora sono tornato, perciò non ti preoccupare è tutto a posto.” Alle parole scolpite dal figlio la madre restò immobile e allibita, con la bocca aperta a meta non sospirò più alcun verbo. Lo fece andare  incontro al suo destino. Edo inforcò le scale e salì al secondo piano, entro nella sua camera, chiuse la porta. Edo non scese per la cena, ne per la colazione. Edo non scese più. Scomparso, come volatilizzato, di lui si perse traccia. A volte a qualcuno parve di incrociare il suo sorriso bambino, il suo volto magro, di certo non più sofferto. Di Edoardo Bianchetti non si seppe più nulla. In alcuni giorni le pagine di un libro,  appoggiato su quello che era stato il suo letto iniziavano a sfogliarsi solitarie, come se volteggiassero, ali di farfalla. Una musica dolce si stendeva nell’aria infondendo amore a tutti quelli  l’ avevano conosciuto. Indifferentemente a tutti, senza alcun riserbo e distinzione. Edo amava ed era finalmente sereno. Soprattutto non balbettava più.

Sussurravo in quel monte silenzioso, dove il mare e il cielo fondevano in un unico orizzonte. Il vento bruiva tenue, il tuo sorriso illuminava il mio volto,
la bellezza fioriva dal paesaggio e tutto il resto non contava niente. Ero felice. Poi un orribile nube oscurò il cristallo, il sole si spense, i delfini presero altre rotte. Il giocattolo era inerme, abbandonato e infinite fratture lo schernivano. Non funzionava più. Ripresi a camminare come chiuso in uno scantinato, una galera di spine. I miei passi di colpo pesanti, il respiro affannoso, le gambe dolenti arrancavano. Il tuo sorriso scomparso, come se non fosse mai esistito. Il mio volto si contorse tra mille rughe, di getto invecchiò. Adamo era vestito e doveva di nuovo soffrire, di Eva se ne era dimenticata l’ esistenza. I figli di Abramo erano spaesati, il Sinai un lontano ricordo. Le acque si chiusero una volta per tutte, per sempre. Il tuo cuore triste batteva lontano,infinitamente, molto più di quello che credevo, tanto da non ascoltare il suo battito. Il mio transumava senza alcuna metà e alcuna virtù, semplicemente si prostituiva come una delle tante puttane che distraggono la notte. Qualsiasi luogo era valido; porti, stazioni, perfino a casa tua. Angosce e depravazioni. Venni battuto da cento mille, spettri e la leggenda dell’immortalità sgretolò. Non ci fu nessun funerale, bruciai alle fiamme della giustizia, la mia. Non seppi mai cosa fossero gli inferi e per questo motivo rabbrividii. In un angolo di un vicolo di Napoli mi trovarono ubriaco e ancora vivo. Le ustioni sul corpo non visibili, ma l’ anima era stata compressa, accartocciata e rubata dagli zingari che la vendettero per pochi miserabili denari. Una brutta storia, pessima. Tutto il resto una maledetta noia.DSC_1660

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