Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Il mio amico Enzo

 

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Il cielo mutava repentino, le nuvole si rincorrevano come fanno i bambini quando giocano a guardia e ladri. Un vento di tramontana sormontava spaventoso. Intirizzito imbastivo pensieri, allungavo il passo faticosamente. Affrontavo un sentiero con un buon dislivello, avevo superato di molto peggio, ma quel giorno le cose non andavano come dovevano. Le gambe erano legnose, il respiro affannoso, ormai c’ ero e indisponente proseguivo nella salita, la vetta era ancora un miraggio, per di più meteorologicamente la giornata non annunciava nulla di buono. Enzo andava avanti indietro, senza avere pause o riflessioni, frenetico scodinzolava abbaiando ai rumori del monte. Un cucciolo, il mio labrador, soltanto sei mesi, me lo avevano regalato i miei nipoti per il Natale appena trascorso. All’inizio non l’ avevo presa bene, anzi l’avevo presa proprio male, il solo pensiero di dover curare e in qualche modo essere responsabile di un altro essere non mi garbava per nulla. Io così abituato a essere solo, facevo fatica già a badare a me stesso, figuriamoci se ero capace di prendermi cura di qualcun’altro. Vederlo piccolo, indifeso e premuroso di attenzioni mi ero affezionato a lui molto presto, tanto da decidere di tenerlo e cambiargli nome, lo avevano chiamato Tommy io l’ho tramutai in Enzo, sicuramente più italiano, un nome fa la storia di chi lo indossa, e quel nome era del mio babbo. Brava persona mio padre: onesto e lavoratore, scacciato troppo in fretta da questa ruvida terra, una profonda ingiustizia. Il colpevole? Un cancro, un maledetto cancro, in me ha lasciato un vuoto enorme, i nostri silenzi e gli sguardi persi pieni di senso. Una voragine, come quella che mia madre ha pensato di regalarmi buttandosi da un banale ponte qualche mese dopo il decesso del marito… povera madre. In eredità ricevetti la bottega di alimentari con osteria annessa. Da solo non riuscivo a gestire il tutto, così ad aiutarmi venne Olga, una polacca, un donnone, rosea come una pesca, grassa come una cicciona. Il  vecchio a cui accudiva era morto da poco, Olga era una badante, la nuova frontiera dell’ est europeo. All’inizio ero entusiasta, mi piaceva fare quello che facevo , quello il mio luogo, il mio altare, poi col tempo mi accorsi che le cose e soprattutto i conti non tornavano. Olga mesceva nel suo rubicondo corpo molto del vino destinato ai clienti, io, altrettanto. Ci ubriacavamo tutti i giorni e scopavamo come laidi, lei per ricompensa rubava parte dell’incasso quotidiano. Penso sia, perché ancora è viva, anche s’ è paralizzata e molta della sua esistenza la trascorre sulla sedia a rotelle una delle poche polacche disoneste, per dirla bene, una ladra, una lurida troia, una fantasmagorica pantomima di donna. Oramai distrutto avevo massacrato in breve tempo tutto quello che i miei genitori avevano costruito in una vita fondamentalmente composta da sudore e fatica. Io peggio di mio fratello Bruno che se ne era fuggito dal borgo per la via di Firenze devastato dalla vergogna causata dalla nostra amata e assurda madre quando aveva deciso di fare quel famoso tuffo in un anonimo torrente toscano in un giorno buio e tempestoso. Ricordo i tempi andati, quando entrambi giocavamo da bambini nello spiazzo davanti alle botteghe di famiglia. Bruno due anni più grande di me, tiranno e bastardo, mi puniva oltraggiandomi se perdevamo a calcio tennis con gli altri ragazzi o a qualsiasi altro gioco. Ricordo all’osteria: Nenè, il Boccia, Filungo, ridere, bestemmiare per nulla, così tanto per sentirsi vivi. I cacciatori con i loro avventurosi racconti sulle battute di caccia al selvatico cinghiale, i pescatori e le loro trote sempre troppo grandi e smisuratamente lunghe. Storie di paese, leggende di mezza montagna, fatte da gente semplice, ignorante e genuina, ero affascinato dallo scialacquare di figure pur sempre uguali e allo stesso tempo mutevoli nell’istante. Il cambiamento degli umori era dovuto dal tempo, dalle disfatte quotidiane e soprattutto dalla misura dell’ alcol ingerito. Prima che mi occupassi della gestione delle botteghe cosa facevo? Secondo i miei niente, di fatto non era così, sfruttavo gli studi di chimica svolti a scuola. Mi scervellavo ricercando una molecola adatta a comporre una sostanza innovativa contro la muffa delle mura, quando ci riuscii speranzoso andai a proporla a una nota azienda dell’ Emilia, mi risero in faccia, dicendo che il mio prodotto non valeva nulla. Con enormi sacrifici, dopo qualche tempo la commercializzai, gli affari iniziavano ad andare per il meglio, ma la vita è vigliacca e ti pugnala alle spalle e così fui vittima di un atto ignobile; mi rubarono il brevetto e con  un semplice stratagemma apportarono un’ insignificante modifica al mio prodotto, di conseguenza tutto risultò legale. Dopo penose battaglie in tribunale dovetti cedere al Golia dei prodotti per l’edilizia e non ci fu Davide che tenette contro quei colossi. Io non ero altro che un insignificante artigiano e fui polverizzato e la mia ditta fallì maldestramente. Tornai al paese con il capo chino e iniziai a bere e fare il muratore, mi arrangiavo e tutto sommato mi piaceva anche. Trovai l’amore con Giulia, bellissima donna Giulia. Dopo appena un anno per via del mio carattere instabile e burrascoso l’ idillio svilì e la storia si concluse. Rimasi ancora solo e qualche mese dopo l’epilogo; l’abbandono dei miei cari vecchi, che ancor così vecchi non erano.

Giunto al rifugio delle Macinaie mi fermai, sembravo un vecchio treno a vapore per quanto sbuffavo, non capivo o meglio non volevo capire il motivo del malessere fisico di quel giorno così mi accontentai di osservare il panorama. Il vento si era chetato, le nubi ammassate nel cielo minacciose non elargivano messaggi positivi. Dopo aver bevuto un buon mezzo litro d’acqua e aspirato placidamente alcune boccate di toscano sollecitato da Enzo prosegui nel cammino, il sentiero quel giorno solitamente molto frequentato era pressoché deserto non avevo incontrato anima viva e pensando di avere tutto il monte a mia disposizione mi addentrai nella faggeta centenaria. Dopo pochi minuti ansimando scarpinavo sulla tenera terra. Ad un tratto il mio cane si acquattò e smise di scodinzolare ed esibendosi in un ringhiare acerbo che non incuteva terrore a nessuno che a ripensarci bene mi parve un spettacolino comico niente male e mi ci scappò anche da ridere per quanto fu buffo vederlo provare a travestirsi da cane cattivo. A debita distanza per nulla intimorito il motivo della sua aggressività, altezzoso e immobile sopra di un costone un bel esemplare di capriolo, sfiorava con lo sguardo le nostre improbabili figure, ricambiai l’attenzione, calmai Enzo che ancora digrignava i denti e andammo avanti. L’animale si dileguò in un flusso vanitoso, scomparendo nella vegetazione. Il sentiero saliva sempre più ripido e qualche goccia di pioggia iniziò a frangersi sul mio viso. Testardo come un mulo, come sempre ero stato, invece di tornare indietro puntai in alto, la vetta del monte iniziava a slargarsi tra i faggi ed era più vicina. Non potevo rinunciare, in montagna non avevo mai mollato, nella vita sì. Sui monti riuscivo sempre a centrare l’obbiettivo, avevo raggiunto centinaia di vette e quel dì non esisteva che abdicassi. Certo c’era stata qualche resa e in un sprazzo di memoria ricordo quando sul versante francese del monte Bianco fui travolto da una valanga di neve e solo per miracolo ne uscii vivo, oppure quando scivolai da una ferrata sul Monte Civetta, affrontata incautamente senza essermi assicurato con le corde, il solito sfrontato, anche in quel caso andò bene.

Il cielo a stento tratteneva la sua acqua, la faggeta era oramai alle spalle il sentiero era mutato, da terriccio molle, a duro e ghiaioso, il verde dei prati sfioriva e il paesaggio diveniva aspramente mistico. Quando mi trovavo in alto e avevo un contatto ravvicinato con l’immenso ero pervaso da stupende emozioni mai simili l’una con altra.  In montagna mi ritrovavo, ero me stesso, i miei fallimenti, le disfatte che costellavano il mio vissuto svanivano. Mi sentivo forte e invincibile, ma quel giorno assolutamente no, non era così, anche il mio giovane amico a quattro zampe sembrava essersene accorto. Anche in quella giornata di inizio maggio di qualche tempo trascorso da non troppo, mi sentivo forte e invincibile, qualcosa però non andò per il verso giusto, quel maledetto chiodo si conficcò in un punto dove la roccia era troppo friabile e non fece presa e il mio compagno di cordata, sotto di me di qualche metro precipitò fratturandosi il bacino. Fortunatamente dopo una lunga decenza ospedaliera guarì e non  riportò nessuna conseguenza fisica. Da quel giorno non accompagno più nessuno in montagna, le camminate e le arrampicate le affronto da solo. L’ ennesimo divieto posto alla mia esistenza, pian piano mi sto privando di tutto, devo ammettere che però ultimamente grazie all’arrivo di Enzo sto rivalutando alcune cose e ho una visione meno solitaria della vita e forse anche più ottimistica, quantomeno ho ripreso l’ abitudine di tornare in osteria e bere in compagnia, fino a qualche mese fa mi ubriacavo in solitaria.

Il cielo s’ affossò e le nubi non si trattenerò, la pioggia iniziò a cadere selvaggia, una cortina di foschia ci aveva circondato, Enzo la perforava a grandi guizzi, saltellando a destra e manca. Tuoni e lampi,  rumore e squarci ondeggiavano sopra di noi. Sulla montagna era calata un’ atmosfera dal fascino spietato, qualcosa d’ incredibile.  Mi coprii alla meglio, nello zaino non avevo messo granché per cambiarmi, anzi quasi niente, siccome il percorso non era dei più difficili e neanche troppo lungo avevo pensato non ce fosse stato bisogno, avevo solo la mantella d’ incerata e la indossai. Sperperai una buona imprecazione contro il diavolo, in altri tempi avrei bestemmiato il creatore, ma quel dì non lo feci e puntai diritto alla vetta. Oramai c’ ero, avevo già iniziato il tratto dove il pendio era decisamente arduo, le scalette, detto così per via delle rocce che formavano una sorta di scala naturale. Scivolavo, cadevo, mi rialzavo, non capivo se stavo male, il temporale mi aveva neutralizzato, non avevo più nessuna cognizione, andavo avanti per inerzia e soltanto la mia esperienza che avevo acquisito negli anni  sulle svariate creste mi fu d’aiuto. Finalmente ero in vetta, doveva essere un gioco da ragazzi invece era divenuta una delle mie più belle conquiste e per di più era la prima di Enzo che per niente impaurito scodinzolava abbaiando ai tuoni. Alzai le braccia al cielo, la pioggia divenne mia amica mi godetti lo scroscio mi lavava il cuore e mi sentii molto vicino a Dio, forse ero felice, stavo bene. All’improvviso, un fragore, una polvere, cristalli di luce, un boato straziante e realizzai che a pochi metri dalla grande croce in ferro posta in vetta, un fulmine si era squassato con violenza bruciando la pietra, la croce oscillò vertiginosamente, non cadde, d’ istinto mi buttai a terra a pancia sotto, chiusi gli occhi, dopo poco li riaprii, era tutto finito. Sollevandomi da terra subito mi accorsi della scomparsa, il mio labrador non c’ era più, Enzo era sparito. Mi dannai a cercarlo nell’affilata cima, lo chiamavo, fischiavo, imprecavo, urlavo battendo le mani come un pazzo, niente come dissolto, non lo vedevo, non lo trovavo più e le lacrime sgorgarono dai miei stanchi occhi e si confusero alla pioggia che era tornata a essere mia nemica e piombava a un ritmo incessantemente drammatico. Mi catapultai rapido per le scalette e iniziai la discesa a valle, superai quel costone scivoloso non senza assumermi rischi e sempre urlando il nome del mio cane imboccai il viottolo di ghiaia. Fu in quel momento che avvertii delle strane sensazioni appropriarsi del mio corpo, la carne mi doleva, un male sacrificale, inenarrabile, come se qualcuno me la stesse strappando di dosso a piccoli pezzi.  Un abbandono totale s’ impadronì della mia anima e fu buio.

La piovosa primavera è riposta agli archivi, così come l’insipida estate, la fiamma del camino è tornata a brillare, sono a casa di Ausonia e Gino che ha ottanta anni, la moglie qualcuno di meno e ora sta imprecando contro sky, il motivo è semplice: il segnale al primo alito di vento scompare e lei non riesce a seguire la partita della sua amata Juventus. Il suo sogno è quello di recarsi a Torino, entrare allo stadio e seguirla dal vivo. Donna particolare Ausonia, a parte che forse è l’ unica toscana a essere tifosa della vecchia madama bianconera, cura il suo fisico in maniera ossessiva, ama tenersi in forma, fa jogging tutte le mattine e in una terra di carnivori è una delle poche vegetariane. Ama pescare, le trote quando capitano al suo amo sono felici, perché sanno che poi vengono ributtate nel torrente. Una grande persona, saggia e con un cuore buono come il vin santo.  Gino era un amico di mio padre, un uomo paziente sa ascoltare parla pochissimo, ma nel momento del bisogno non ti abbandona mai. Sono quasi quattro mesi che sono ospite a casa loro. Dopo essere stato ricoverato in ospedale per diverso tempo e non potendo vivere da solo da quando sono stato dimesso loro non hanno avuto un sol momento di esitazione mi hanno accolto come un figlio, che tra parentesi,  per volontà di Dio come sovente ripetono non ne hanno potuti ricevere. Un coma diabetico, una maledetta forma di diabete si abbattuta in me in quel giorno di furiosa tempesta sul monte. Ora ne sto lentamente uscendo, sto guarendo, certo non potrei bere, ma in certe occasioni come si fa a dire di no. Oggi è il compleanno di Gino e qui a casa sono venuti a trovarci molti amici: Pierone, il mitico Zambrone, il cotica, Filungo e insieme a loro un altro manipolo di bischeri, giochiamo a carte, si parla, si ride, si scherza e il tempo diventa favola. Tra tutti ne manca uno, il migliore degli amici, eccolo che ritorna dal suo vagabondare, è bagnato, fuori piove, placido scodinzola, educato per atto dovuto prima saluta me slinguando la mia mano, poi è la volta del padrone di casa, non disturba Ausonia che finalmente sta riuscendo a vedere la partita con una certa continuità, il segnale sembra essere finalmente stabile, esausto si stende davanti alla fiamma, sbadiglia e si addormenta quasi subito. Grande Enzo, fui lui a salvarmi la vita, infrangendosi nella tempesta corse fino al borgo, si aggrappò alle gambe delle poche anime che avevano il coraggio di sfidare la torrenziale pioggia, le tirava per i giacconi, le strattonava, ma non venne né ascoltato né compreso, non pago bussò nella case, entrò all’osteria e alla fine riusci a mobilitare un piccolo esercito di volontari e li condusse fino a me dove giacevo in fin di vita. Con l’eliambulanza fui soccorso e trasportato all’ospedale civile di Firenze ed ora eccomi qui con la voglia di sorridere e di tornare a scarpinare in montagna. Riassaporare l’aria fresca, ispirare il vento, farmi scompigliare i capelli e su quel sentiero rivedere mio padre che con energia e amore mi tenne in vita. Grazie Enzo.

A mio padre Bernardo un uomo giusto. 31 marzo 1996

A Briciola che ora non c’è più 23 marzo 2015

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Buona Pasqua a voi tutti

Nel nome

 

 

 

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Nel nome del figlio del padre

e dello spirito alcolico

bevo alla salute dei miei avi

dei miei eredi e di quello che fu e sarà

bevo

seduto su un irto monte

scruto l’ orizzonte

dissacro tutto ciò mi appare alla vista

osservo il trascorso e giudico il mondo intero

sono un sorso d’ acqua mai bevuto

puro, neve fresca, un bimbo non ancora nato

sono un dio, un essere fuori dal comune

onnipotente come il creatore, sì

ebbene sì, sono io il mio dio.

e ora dannato brucio alle fiamme dell’ inferno

il mio.

sono io il diavolo.

sono io la causa di me stesso

solo e sono soltanto io

Scoiattoli

Nella mansueta campagna circondata da strisce di malmesso asfalto in una piazzola di breccia parcheggiai la mia auto. Un grigio leggero sosteneva il paesaggio, svanito il verde brillante nei campi in vanitosa mostra solamente qualche giorno prima quando il sole imperioso spiccava nel cielo e la temperatura scaldava generosa e mandava in confusione un povero febbraio abitualmente sbarazzino e pungente. Dobbiamo rassegnarci, abituarci oramai all’improvviso e costante mutare meteorologico e i suoi considerevoli sbalzi termici, dove si può oscillare dagli zero gradi del primo mattino ai venti delle ore centrali. Tutto ciò non si può più definire un fenomeno anomalo, ma un assodato dato di fatto e noi lo dobbiamo tenere presente e assimilarlo nei meccanismi quotidiani. Il corpo umano e la natura non riescono a tenere il colpo e affaticati arrancano. In quella giornata era tutto monotono, un silenzio ossessivo rimbombava piatto, il colore dei campi aveva perso smalto, i peschi sviliti e dalle fioriture intermittenti sembravano versare lacrime sulla già umida terra, la gialla mimosa prematuramente colorata iniziava a dare vistosi segni di cedimento. Sì, è vero le stagioni non sono più quelle di una volta, tutto è cambiato, il mondo stesso si è trasformato, la gente intristita. Miliardi di persone affollano l’inerme pianeta che ansima ed è sempre più in difficoltà sfigurandosi in una lenta costante decomposizione. I ghiacciai si sgretolano, uragani e tifoni si scatenano dando vita a devastanti piogge torrenziali, la terra trema, vibra in tentativi di autodifesa, in qualche modo cerca di ricollocarsi come meglio può. Il deserto nelle povere regioni africane allunga il suo regno estendendosi a dismisura bruciando le misere culture e seminando morte. L’acqua, il bene più prezioso della vita e fonte della stessa si confonde in falde acquifere fasulle prosciugandosi sul nascere, così da diminuire ogni anno vistosamente soprattutto nei continenti più caldi. Stiamo implodendo, sembra che per la terra in questo universo non ci sia più una naturale collocazione. I soldi, il fantasmagorico business che ruota intorno all’industria, la deforestazione dei polmoni verdi che alimentano il pianeta hanno generato un inquinamento spaventoso, il famoso buco nell’ozono oramai è divenuto più che una voragine. Le informazioni diramate dai media sullo stato di salute della terra  non sono certo ottimistiche, sfiorano il dramma e figuriamoci tutto quello che viene occultato, perché molto non si deve conoscere, il popolo deve stare tranquillo, non si debbono creare inutili allarmismi, si deve crescere, consumare, comprare, spendere, è un meccanismo irrefrenabile fuori controllo e di difficilissima gestione, su di esso gravano soltanto una miriade di parole e spesso non sono neanche esatte, una miriade di sciocchezze. Non sono qui a impartire lezioni a nessuno e di conseguenza non voglio dilungarmi nel complesso argomento finirei con l’annoiare e così proseguo nel racconto. Cercavo un agriturismo, -Il Vecchio Mulino- volevo pranzarci in quel sabato triste. Dopo diverso peregrinare sbagliando svariate volte strada, (non possiedo un navigatore. Lo odio) finalmente ero riuscito a trovarlo, sembrava fosse chiuso, davanti parcheggiate solo un paio di auto, ma oramai c’ero e cosi mi avviai per verificare. Passai davanti a un casolare e da dietro la siepe intravidi far capolino un corpo minuto, si appoggiava a un bastone da passeggio, sotto i capelli color neve uno sguardo vispo e attento, un volto sereno che a me risultò noto. La signora Teresa, certo, era proprio lei in carne e ossa, a dire il vero di carne ce ne era davvero ben poca. La nonna di Pino, un mio caro amico. Non immaginavo abitasse da quelle parti. Mi guardò senza riconoscermi e il suo sguardo interrogativo volgeva nella mia direzione come se cercasse di mettere a fuoco il mio volto, sicuramente confuso tra i tanti visti negli innumerevoli anni vissuti. Cento, compiuti qualche mese fa, immaginate cosa possono essere cento anni? Un’infinità. Nata nel 1914, prima della grande guerra, sobbarcato il ventennio fascista, immagino nel suo cuore impressi il dolore, la sofferenza, la fame di chi ha dovuto sopportare i drammi della seconda devastante guerra mondiale e poi chissà quanti giorni immersi nel lavoro in campagna, curva sull’aspra terra e il resto del tempo dedicato alla casa e alla famiglia. I suoi figli, i nipoti, i pronipoti il riconoscimento del tanto sudore versato. La salutai con un sonoro buongiorno, avevo alzato il tono della voce pensando fosse sorda, rimase perplessa come se fosse affondata in uno stato di profonda riflessione, rimase immobile poi schiuse le labbra e in un tenue sorriso rispose “buona sera signore.” Immediata archiviò la pratica dello sconosciuto e il suo interesse tornò sui gerani sfioriti e i boccioli di margherite. Rapida si catapultò nel mio intorpidito cerebrale una riflessione “dicono per le donne l’aspettativa di vita sia di ottantacinque anni, la signora Teresa l’ha di molto superata e importante anche in uno buono stato di salute.” Sono passati pochi anni quando la ricordavo nello spazio adiacente al capannone di suo nipote Pino dove lui ancora adesso gestisce la sua autofficina, scalza rincorreva le galline, non perché era pazza, ma semplicemente per farle rientrare nel pollaio. Mai ferma, instancabile curava l’orto ed era sempre affaccendata in altre mille cose da sbrigare. Per gli uomini le aspettative di vita sono minori, arriviamo ad appena ottantadue anni che comunque non sono pochi e, poi tutto dipende dai punti di vista. Io ne ho cinquantatre, se considero bene trequarti di vita se ne sono già andati e se tutto va bene ne mancherebbe un solo quarto e sottolineo se tutto va bene. La mia vita me lo sono fumata, screpolata è andata in frantumi centinaia di volte, un matrimonio distrutto, un figlio che non c’è e non c’è mai stato, o forse sì, ma soltanto quando era piccino. Convivenze disfatte, consumate dal mio insano approccio all’amore. Ho provato e riprovato a raddrizzarmi a trovare la retta via, inutile, tutto è risultato vano. Non sono riuscito a parte in qualche raro momento condurre un quotidiano normale, la costanza non è proprio il mio punto forte, ho rovinato tutto quello che di buono ho costruito. Alcol, puttane, cocaina, notti bruciate, assassinate. Giorni interi a riprendermi dagli stravizi, dalla troppa droga sniffata, dal troppo alcol consumato. Ho rischiato di morire diverse volte: morto ammazzato o vittima di qualche infarto fulminante. Sono stato rapinato, malmenato, non mi giovava niente, nessuno riusciva a fermarmi. Svolgevo il mio lavoro, inviavo i miei servizi e inesorabilmente sprofondavo nell’incognito dei tuguri di tutto il pianeta, da Bangkok a New York, Istanbul, Nairobi, Amsterdam. Il resto del tempo lo passavo sperduto negli aeroporti errando come uno zingaro per il mondo. Il mestiere del reporter mi ha infilato in una fitta rete di storie, vite borderline, miseria, guerre, ignoranza, delinquenza. Ho intervistato criminali, faccendieri, politici senza alcun scrupolo, crudeli dittatori, ho conosciuto anche molta gente onesta, ma da loro non sono riuscito mai ad apprendere nulla, la mia controversa personalità ha sempre respinto il logico equilibrio, in spicce parole ero repellente al normale. Su quest’ultima parola, citata già altre volte in questo racconto ci si potrebbe aprire un dibattito eterno, una vita non basterebbe. Sì, sono un cronista, fino a qualche anno fa in carriera, ho lavorato per importanti testate giornalistiche; cito un’ episodio su tutti: quando Saddam Hussein fu giustiziato a Baghdad, io c’ero e i miei articoli e le foto hanno fatto il giro del mondo. Ho guadagnato molti soldi, forse troppi, ma come affermava George Best mitica ala del Manchester United degli anni sessanta, quando gli chiedevano cosa avesse fatto dei suoi guadagni rispondeva “i miei soldi li ho spesi per le donne, auto e alcol, il resto l’ ho sperperato.” Io posso affermare l’identica cosa e per onestà intellettuale è giusto aggiungere un elemento: la cocaina.

Immerso nel mondo dei ricordi in una profonda espansione di pensieri non mi ero reso conto che davanti al mio tavolo all’interno dell’agriturismo sostava un omone dal viso circolare addobbato da una barba rossastra, aspettava paziente e infine con una voce da tenore si annunciò “Buongiorno, disturbo? E’ qui di passaggio o magari gradisce mangiare qualcosa?” Rise sonoramente. Rinvenni dal momentaneo torpore e sorrisi, col capo della testa assentii. Iniziai con gli antipasti, assaggiai poco di tutto: torte salate, una curata di fegato d’agnello ripassata con uova strapazzate, veramente da leccarsi i baffi, poi un paio di piccoli primi e come secondo scelsi una faraona ripiena affogata al vino bianco, ottima. Conclusi con una crostata pera e ricotta fatta in casa, anche questa niente male, tutto risultò buono e ben cucinato.

Vi chiederete cosa facevo in quel periodo per vivere? Collaboravo con alcuni giornali locali, ogni tanto mi pubblicavano degli editoriali. Scrivevo qualche libro, quello che stavo ultimando era già il quinto. Per carità nulla di speciale, romanzi, storielle rielaborate in base alle mie esperienze vissute, tutte rigorosamente condite da un ingrediente fondamentale, la natura umana. Certo qualche copia l’ avevo anche venduta, qualche decina di mila, più o meno, mi accontentavo. Mi ero appoggiato a una piccola casa editrice, una di quelle serie e qualche spicciolo riuscivo a vederlo. La retribuzione più consistente proveniva dal lavoro che svolgevo per una nota guida enogastronomica recensivo trattorie, ristoranti, agriturismi, in base ai miei giudizi veniva deciso se segnalarli o meno nel prestigioso volume. Mi piaceva tutto ciò? Tirate le dovute somme direi proprio di sì. Nonostante lo sperpero di denaro a flusso continuo degli anni trascorsi ero economicamente sereno. E’da dire comunque che la mia vita si era drasticamente modificata, un po’costretto da una salute cagionevole e un po’perché lo volevo. Non sniffavo più, la sera uscivo poco, donne? Poche o niente e per dovere di cronaca è onesto aggiungere che avevo avuto diversi problemi, chiamiamoli di natura tecnica e per essere più precisi li definirei di natura idraulica, questione di pompe. Non ne feci un dramma, ma assoggettai il problema e tirai avanti. Fumavo?  Sì, dalle sigarette a nastro ero passato a qualche sigaro, per l’ esattezza i toscani. Bevevo? Ebbene sì, non potevo certo privarmi di tutto, meno quantità più qualità, davanti a un buon bicchiere di vino non riuscivo mai a negarmi. Ero solo, è vero, non c’era nessuno a farmi compagnia, nessuno che mi aspettava la sera, non c’erano sorrisi, carezze, abbracci, cene pronte, ma neanche le monotone chiacchiere e le sterili litigate, niente di niente. Restavano oscillando nel quotidiano una moltitudine di ombre, figure del mio devastato passato che alternandosi venivano spesso a farmi compagnia. Avevo paura? Non necessariamente, ma a volte devo ammettere di sì, soprattutto la notte e per non farmi mancare nulla ero anche ateo e credetemi non avere fede e pensare che finita questa vita non ci sarà altro che il silenzio eterno è veramente faticoso.

Ognuno sta solo sul cuore della terra

trafitto da un raggio di sole

ed è subito sera

Una poesia, per me tra le più belle in assoluto, versi dove mi riconosco. Salvatore Quasimodo; in poche parole ha racchiuso la gioia, il dolore, la solitudine causata dalla fatica nel comunicare, in sunto la precarietà della vita. Perché essere vivi vuol dire semplicemente avere un contratto a tempo determinato con il creato.

Il locale era semi deserto, in un angolo una coppia, i due sembravano ben assortiti, parlavano, soprattutto lei, ridevano soprattutto lui, probabilmente erano felici, magari avevano trascorso una serata piena di passione cullati dalle magie dell’amore che forse era anche clandestino, ma in fondo a me cosa importava? Fatti loro. Comunque impersonavano la voglia di vivere, tanto sembravano entusiasti. In un altro tavolo da sola una bella signora, avrà avuto circa una sessantina d’anni, raccolta in un portamento raffinato elegantemente con flemma degustava il pasto leggendo un libro. Altro non annotai, anche io avevo un libro con me, ma non riuscivo a digerirlo a dire poco pesante, Istanbul di Orhan Pamuk, uno scrittore turco dotato di una sintassi interessante, ma sovente affonda nei contenuti sconfinando in preziosismi retorici fin troppo monotoni. Meglio concentrarsi sugli spaghetti appena serviti, guanciale e broccoli, ottimi, ma nonostante ciò i ricordi della mia vita precedente tornarono ad invadere il mio cerebrale. Il mio amico Paolo, cinquantasei anni, il suo cuore ha ceduto prematuramente, ha mollato, non ha voluto più accompagnarlo nel faticoso cammino di questa dannata e pur sempre emozionante vita. Ora è retorico affermare che era una brava persona, un buono, ma è la sacrosanta verità. Conduceva una vita regolare: una moglie, un figlio, un buon impiego al comune, gli amici di sempre e le cose semplici di tutti i giorni. Certo qualche stravizio di tanto in tanto se lo concedeva, ma niente di che, tutto nella norma. Lo conoscevo da quarantanni, Paolo uno dei miei migliori amici, uno della cricca storica. Quante ne abbiamo passate insieme, quante belle serate, giornate, il concerto dei Rolling Stones a Napoli, le vacanze in Spagna, le tante notti a parlare e, a immaginarci il nostro futuro, eravamo orgogliosi di essere la generazione, la linea di confine tra due millenni, affascinante pensarlo mentre ammiravamo le stelle. Ora non c’è più, inghiottito nella notte dei tempi. La vita: recita una novella popolare, è come la scala del pollaio corta e piena di sterco. Forse è vero, forse no, davvero non lo so. Certo nei miei tanti momenti di perforante depressione l’ho pensato. Eclissato nelle refrattarie considerazioni dalla filosofia spicciola sentii e vidi la porta d’ ingresso del ristorante aprirsi, non feci in tempo a realizzare cosa stesse accadendo che due funambolici animaletti fecero il loro ingresso, scoiattoli, si tuffarono nel buffet dei dolci, rapidi sgraffignarono delizie e altrettanto velocemente fuggirono via tra l’ ilarità dei presenti. In un baleno sparirono nel fosco dei campi e con loro il prezioso bottino.

Il simpatico siparietto nell’ambiente portò buono umore e noi pochi commensali presenti commentammo l’accaduto tra risa e sarcasmo. Giacomo il titolare, l’omone con la barba rossastra, rideva più di tutti, a un tratto di soppiatto sparì, per tornare poco dopo con una bottiglia di grappa fatta da lui stesso, con fare genuino ce la offri, così da coinvolgere noi quattro clienti a relazionarci. Andrea ne bevve un bicchiere tutto di un fiato, poi passandosi la lingua tra le labbra compiaciuto esclamò :- buona, davvero buona Signor Giacomo.- L’omone rise ancora e cosi come d’incanto nell’ambiente s’instaurò una complicità inaspettata. L’anonimo silenzio perdurato fino a pochi attimi prima si dissolse e il pomeriggio di un sabato avvilito si trasformò in un chiassoso ritrovo tra amici. Anche Sandra, la moglie di Giacomo si era unita a noi, oltre essere una cuoca provetta risultò molto simpatica e di buona compagnia. Ancora qualche bicchiere di grappa e tutti ci mostrammo più loquaci e la chiacchierata assunse in breve dei toni alquanto confidenziali. Così appresi che Andrea ed Emanuela stavano insieme da pochi mesi, lui già separato dalla moglie e senza figli, Emanuela viveva ancora insieme al marito, condividevano per ragioni economiche un tetto e una figlia di dodici anni, Cristina. Purtroppo il loro matrimonio si era concluso prematuramente, sepolto sotto le macerie delle incomprensioni e dei feroci silenzi, andavano avanti staticamente per forza d’inerzia. Una storia come ce ne sono tante. Ora lei provava a rimettersi in gioco e aveva individuato in Andrea l’uomo che la potesse far risorgere dalla abulia coniugale. Tilde, parlava e beveva meno di tutti anche lei aveva le sue storie da narrare e i segreti da tacere, era discreta, ma non indisponente e con un candore inaspettato tra un discorso e l’altro senza che nessuno gliela avesse chiesta rivelò la sua età. Settantanni, caspita! Tutti rimanemmo sorpresi da tale scoperta, non li dimostrava assolutamente, anzi. Tilde era stata segretaria di produzione per tanti anni in R A I,  poi aveva concluso la sua carriera come dirigente nel gruppo del biscione, quello di Berlusconi tanto per essere chiari. Non si era mai sposata ne aveva avuto figli. Viveva a Milano, ma adorava le Marche, per quel motivo metà dell’ anno lo trascorreva nella regione adriatica, nei mesi meno caldi vagava nell’entroterra, d’estate preferiva il mare. Essendo economicamente ben messa risiedeva in alberghi o agriturismi, non aveva mai una fissa dimora. Viaggiava da sola ed era appagata da quel suo modo di porsi alla vita.

Il sole nasce, l’alba di un nuovo giorno sorge. Il mare al mattino, sintonie di calde brezze. Una terrazza, stupendo il panorama. In bella mostra sul tavolo Plumcake, torte di frutta, latte, caffè, succo d’ananas. Ti guardo sei bella e in una istantanea rincorro la mia perduta vita, bruciata sul rogo del peccato e quando con enorme sforzo l’ avevo faticosamente recuperata e indirizzata su un binario morto facendola scorrere inesorabilmente monotona al fatidico punto zero. D’incanto due piccoli ladri, la vivacità del momento, la magia ed eccomi come risorto. Eccoci qui. Buongiorno Tilde, buongiorno cara. Rido e ancora rido, ripenso e immagino. Mi guardi radiosa, sorseggi il tuo succo, carezzi la mia pelle con il tuo sorriso. Sono vivo, siamo vivi. Scoiattoli.

scoiattoli (1)

 

A Paolo

Dolce notte

 

020

Ascolto il calar della notte

veli di nostalgia

il riposo accanto a te il ristoro dell’anima

dolce notte cara

dolce notte o mia adorata sposa

dolce notte e fai che i miei sogni siano i tuoi

in un cantar di stelle scorgo il tuo viso

oh mio Dio quanta porpurea bellezza

respiro di primavera

profumo intenso di rosa

grato a te infinitamente

di un dono ti voglio omaggiare

la perlacea luna e uno spruzzo di mare

altro non possiedo

al mio cuore chiedo un pentimento

un candido sentimento

ti guardo e ancora

bella come ora non lo sei mai stata

dolce notte cara

dolce notte a te, mia adorata sposa

 

Nugoli di parole con l’ esigenza di curar il tuo tempo

a te che mi ami incondizionatamente.

Nazzareno

Coriandoli

006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un fiocco di neve, un coriandolo

inconsapevoli fluttuano nella fredda sera

fino a cadere, bagnarsi, uccidersi

una maschera di un inimmaginabile fantoccio

li scruta, serioso ride

la vita pensa fosse sua

lui pensa sia così

la piazza è vuota

le gialle luci di lampioni ornati elegantemente

chiudono il sipario

si spengono

la festa è finita

un chiarore di timida luna

illumina il  riflesso dell’argentea goccia

riversi su se stessi un mucchio di stracci

sgualciti abbandonati

un triste sorriso

e una degradata maschera

altro non resta

altro non trovo

soltanto degli illusi coriandoli morti

Un penoso viaggio

immagini 057

Riemergevo, fatiche di un penoso viaggio

sporte di fatica e pane secco

immane scorcio monotono orizzonte

franchigie senza passaporto

manicomi di esseri rubati al purgatorio

anime in pena

vagavo e remavo in quel mare ossuto e fremente

terra ferma non ce ne era

non la vedevo

arti dolenti occhi salati

luce di un fuoco

il sospiro di una sposa

bianche le oche, verde lo stagno

sono a casa gli anni trascorsi polvere e ruggine

il cammino è terminato

cielo, nubi gonfie di acqua

cado nel letto, sopito, confuso da un alba e un tramonto

altri segnali non annoto la vita mi aspetto

qualcosa accadrà

 

 

 

Quando i limoni.

070

Due occhi si incontrano, stanchi si confrontano

in un velo, un fosco tormento

si guardano, si scrutano

stanchi, obsoleti

allerta

ti vedo sai? Mi biasimi,

ti amo?

Mi cerchi? Mi vuoi ancora?

Sono tua? Sferri guardinga

Chi siamo o meglio cosa siamo divenuti?

Il vino e  il caffè, un pasto fuori orario

la notte, la tv accesa, la luna, qual è la differenza?

Mio figlio, tua figlia dove sono?

E noi dove siamo?

apparenze sottovuoto

umili servili ci prostriamo indecisi a quello cui ci ostiniamo e definiamo amore

dolce, testarda e dolce,

osservo

e nella stagno di una notte indefinita

ti amo

così per tradizione, per sentito dire, per abitudine

perché ci sei?

Perché ti sento mia, perché ti ho scelta, ci siamo scelti

nella buona e nella cattiva sorte

amore di fronte all’amore

ti amo e amerò e per sempre sarò,

saremo

quando i limoni gialli brilleranno al sole

noi saremo felici sorridendo al tempo che fu nostro

ancora, ora, adesso.

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