Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Fuori è maggio

039
Fuori è maggio: delizie e canti
bevute, gioie, amici e pianti
una figura adagia
nel letto stanca
una fiaba di sole solitaria filtra, rarefatta soccombe
un volto gentile si allunga nell’ombra
docile sul petto un petalo si cheta
boccioli: rose della terra amica,
un sorriso caro, aggraziati versi
dagli occhi si schiude
un cenno, una lacrima
le ore son poche, ho dato, ho vissuto
rimango ancora, lo faccio per voi
di nulla ho rimpianto
raccolgo la spiga frumento di vita
dei tuoi fiori mi orno e ne gusto l’essenza
è maggio: il tramonto un tenero incanto
la paura una rima, infonde coraggio
un altro viaggio mi attende
non allungate l’istante che fuori per voi:
è ancora maggio

A Claudio

Ti penso

009
Ti penso

Nel vento si sparse
come onda verde in un frusciare
melodie di primavera
bianche le nubi,
giocano
sbarazzine si sfuggono
la terra, il bosco,la montagna
assorto nell’infinito
ascolto il sereno sgorgar dell’acqua
la speranza
la saggezza
l’amore
luce al mattino tu irradi
ci sei
bambino avvolto in un puro sentimento
ti penso

Auguri Mamma

Anche se in ritardo auguri a tutte le mamme

Eroi

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Nel fumo degli incendi bruciati
nella desolazione delle fabbriche chiuse
nei cortei senza storia senza odore
nessuna voglia di lottare, finta indignazione
flagelli di cuore, benedizioni senza alcun valore
processioni inutili
brandelli di speranza cristalli in frantumi
rassegnazione, sconforto
eroi miserevoli, mutevoli
ricordi di vaga democrazia
sfilano indottrinati,minuscole formiche
sbiaditi poster affissi ai muri
vecchie rivoluzioni
storie di ieri, tempi andati, emozioni sfumate
ideologie dimenticate
fantasmi
eroi del consumo approssimativo
selvaggio ottuso
eroi in balia
venduti al miglior offerente
mercanti nel tempio ruffiani e decadenti
eroi di carta straccia, verdura marcia
eroi del nostro tempo,
guerrieri annichiliti
esseri sconfitti trafitti immaginati
eroi del nulla, da niente

A chi non riconosce se stesso perchè ha smesso di sognare

183

Questa non è, e non vuole essere la storia di una cenerentola qualsiasi, no, assolutamente no. Cenerentola è un altra cosa, lei era bella.

Mi chiamo Angela e sono seduta nel più elegante caffè cittadino, lo storico Marsetti. Non è mia abitudine frequentarlo tutto altro. Esco poco, sono una tipa casa lavoro e chiesa. Impiegata amministrativa presso uno spocchioso studio notarile. Non ho amiche, posso esibire solamente qualche buona conoscenza, alle spalle una famiglia normalissima, composta da due genitori che si sopportano amorevolmente e un fratello carabiniere che non c’è, perché presta servizio in altra città.

Sono l’unica figlia a portata di mano e nonostante non crei problemi e non ne ho mai creati e figuriamoci se comincio adesso che sono già alla soglia dei trent’anni e mi sento vecchia e inutile e già vicina alla deriva. Nonostante ciò mi riempiono di attenzioni e raccomandazioni, sovente inutili, soprattutto mia madre, ansiosa e iperprotettiva. Oltre recarmi a lavoro come detto non esco quasi mai da casa e di conseguenza tutto l’affanno dei miei è praticamente superfluo. Mi isolo nel mio piatto mondo, indottrinata su poche certezze e stereotipati dogmi, davvero niente di che. Leggo libri, qualche rivista, guardo la tv, mi piacciono molto i film e per questo motivo mi sono abbonata a sKy cinema, uno dei pochi lussi che mi sono concessa nella miserevole vita. Comunque va bene qualsiasi programma televisivo, Barbara D’Urso compresa, anche se a dire il vero non la sopporto affatto anzi mi è proprio antipatica. Non ho un ragazzo, soltanto qualche flirt in tenera età, poi il vuoto assoluto. Dimenticavo la cosa più importante. Sono vergine. In questo mondo di libertà assolute non ho ancora fatto sesso, tutto si è limitato a qualche isolato bacio perso negli anni. L’apice dell’intimo lo raggiunsi nella gita scolastica di quinto ragioneria, si chiamava Armando, non era brutto, tutt’altro; moro, alto, quasi perfetto. Il suo carattere un po’ meno: introverso e molto timido. Quella sera in albergo era ubriaco e si fece inconsapevolmente intraprendente nei miei confronti. In fondo era simpatico che male c’era se mi fossi concessa una storia con lui e così decisi di assecondarlo. Ci isolammo in un posto tranquillo ed ero superlativamente decisa, avevo proprio voglia di starci, non dico fare l’amore, ma in qualche modo volevo sentirmi sua. D’altronde avevo diciannove anni e da qualche parte dovevo pure cominciare. Mi accorsi in un attimo che era ancor più imbranato di come lo immaginassi, dopo avermi palpato i seni goffamente, ricordo i suoi impacciati tentativi nello slacciarmi il reggiseno, non ne venne a capo, scoppiai a ridere e se avevo pensato di combinare qualcosa insieme a lui vedendolo in quello stato confusionale la voglia già divenuta fragile scomparve in un baleno. Non riuscivo a smettere di ridere, sicuramente ero preda di un’isteria e quel riso era la sua conseguenza e alla fine non accadde proprio un bel niente. Da quel giorno carestia, un eterna quaresima.
Mi manca il sesso? Non lo so, non credo. Ogni tanto raramente mi capita di toccarmi, immagino sognando ad occhi aperti di far l’amore con Scamarcio o Raul Bova, ma credo di non essere la sola a intingermi nell’erotica fantasia. Sono frigida? Bella domanda? credo di no. Sono come Rosi Bindi? Speriamo di no. Vi chiederete se sono bella? No, direi proprio di no. Vesto male o meglio non curo il mio abbigliamento, non vado spesso dal parrucchiere, ignoro dove sia un’ estetista, mi depilo da sola e raramente. A detta di Carlo, un mio collega, sono una delle poche donne brutte in circolazione, gli do ragione, penso sia inconfutabilmente vero. Ecco: siamo arrivati al punto focale, quante donne brutte ci sono in giro? Io ne vedo davvero poche, cavolo son tutte belle o quantomeno ognuna di loro sfoggia un suo che, per dirla in verbo maschile posseggono sempre un qualcosa che attizza, in me neanche a parlarne. Possibile non nascono più donne brutte? Una volta il mondo, ma lasciamo perdere il mondo, andiamo nel ristretto, questa cittadina ne era piena e ora puf… sparite come volatilizzate, soprattutto nelle vie del centro o nei vanitosi e affollati ambienti commerciali dove più di andare a fare la spesa sembra partecipare a sfilate di moda. Davvero di sciatte non se ne vedono. Ad esempio, oggi sono qui in questo monumentale caffè avvolta negli affreschi ottocenteschi accolta da un ambiente dal sapore retro’, sono come sempre sola e sorseggio un banalissimo tè al limone, osservo il quieto andirivieni di un sabato pomeriggio in provincia. Sono appena le diciassette e vista l’ora in giro si vedono molte donne, i maschietti meno, magari sono a giocare a calcio, oppure sono al bar o meglio dormono. Le donne sono attive, escono, fanno e disfanno, hanno molte cose da dire e in qualche maniera si sentono di dover recuperare il tempo scippato loro nei secoli di oscurantismo. Nel tavolo a fianco al mio ce ne sono tre; saranno intorno ai cinquanta e anche loro bevono tè. Belle, eleganti, si atteggiano chiacchierando amabilmente. Faccio finta di leggere un opuscolo e sbircio nella loro direzione, ne osservo una in particolar modo. Capelli mesciati sul biondo chiaro, due perle azzurre gli occhi, ornati da belle sopracciglia da sembrare finte e con tutta probabilità lo sono, una bocca delicata, decorata da un bel rosso porpora. Veste in jeans, una camicetta beige sbottonata al punto giusto, un giubbotto blu adatto a questa giornata di tiepida primavera, si mostra sportiva e nello stesso tempo si lascia distinguere da una sobria eleganza, ha il suo stile favorendo un’ottima impressione. Si esprime in modo disinvolto calamitando l’attenzione delle sue amiche. A guardarla bene mi accorgo che il suo naso non è perfetto, la punta è spostata lievemente a sinistra ed è anche un tantino ingobbito. Il suo seno non è un granché grande, ma solamente ben esposto e per di più deve essere anche di bassa statura, ma se la osservi empassà può sembrarti affascinante, e si classifica in una delle tante che va ad arricchire il carnet delle ex racchie. Noto delle ragazze entrare, tacco alto, pantaloni attillati, minigonne strepitose, capelli ben acconciati, visi dolci, pelle liscia. Sono giovani non hanno bisogno di nascondere le rughe tirandosele, come probabilmente hanno fatto le mie vicine di tavolo. Ormai ero persa nello stratosferico mondo di venere, le guardo tutte. Uscita dal caffè attraverso la piazza e più donne vedo e più il mio umore scivola nel tetro degli abissi. Non capisco cosa mi stia succedendo, il mio intelletto farnetica, sto per caso impazzendo? Girovago nelle vie del centro, sono imbalsamata in un leggero e persistente stato d’ imbarazzo, continuo a focalizzare il mio interesse su loro, le donne. Più ne guardo e più mi convinco che l’unica femmina a essere scialba e assolutamente trasparente, be… si, non ci sonno dubbi… quella sono proprio io. Un centro estetico, mi soffermo davanti l’ingresso, cartelli pubblicitari esaltano diverse promozioni: massaggi drenanti, pulizia del viso, effetto luminoso, effetto angelo, depilazione laser, bagni di fanghi, di vino, creme e contro creme, per il corpo, le mani, il viso, ciglia finte, labbra tatuate. Convenzioni e vantaggi per piccoli interventi di chirurgia estetica. Un vulcano tronfio e eruttante di offerte, tutto ciò per cosa? Per piacersi e volersi bene o  per trasformarsi in delle nuove Belen? Ciondolare in giro e far sbavare i sottomessi maschietti. Lo specchio di fianco l’ingresso del salone estetico indugia impietoso sulla mia patetica figura sfiorita, mi colgo enormemente ridicola, con questi occhiali composti da un’ingombrante montatura preistorica. Lenti a contatto no? Potrebbe essere un idea? I miei capelli arruffati e mal sistemati, né un filo di trucco né altro. Indosso un anonimo giaccone di tela nocciola, un dozzinale maglione a collo alto e per completare l’opera degli orrendi jeans scampanati dove sotto sbucano scarponcini a carrarmato consumati. Mamma mia!… sono davvero ridicola, mi vedo grassa, bassa, un cesso infinito, davvero brutta. Ho voglia di piangere, resisto. Non piango. Colta da raptus improvviso anziché prendere la strada di casa volgo ancora verso la piazza. Si è fatta l’ ora degli aperitivi c’è molta gente in giro, i bar sono affollati, prendo coraggio ed entro in uno di essi, il Caffè Centrale, penso sia un locale molto alla moda da come è frequentato. Stasera è gremito, mi faccio spazio nella calca ignorata dalla multiforme massa. Sono al cospetto del barman, chiedo un cocktail alcolico, come una ladra lo strappo dal piano del banco e defilata esco fuori, inizio a sorseggiarlo, buono, ma amaro, sarà tanto forte? Mi ubriacherà? Io sono astemia. Non bevo mai. Il loggiato trabocca di gente, donne e uomini, molti sono giovani. Ragazze e donne sbucano da tutte le parti, sono dappertutto, ognuna con il suo portamento, diverse, ma uguali, sì alla fine si somigliano una con l’altra, anelli di una sola catena. Hanno carattere, quantomeno lo mostrano, sfrontate in un fremente visibilio trasformano la sera in un spettacolare luccichio di profumi. Un giudizio si esula dal mio contorto stato d’animo; sono arroganti e anche tendenti al volgare, forse non sono obiettiva, semplicemente frustrata e invidiosa della loro strabiliante apparenza? Non so dirlo, sono confusa. Perché sono venuta in centro? Perché non me ne torno nel mio guscio casalingo? Cosa ci faccio qui? Poi travolta da volti, fragranti essenze e risa estraggo un’altra considerazione, quella che anche le ragazze vestite in un abbigliamento così detto casual con i loro volti puliti non lasciano nulla al caso, è tutto curato, pianificato, anche la semplicità nei modi e nel gestire il loro finto non atteggiarsi, credono di essere alternative, ma alternative a cosa? Anonima col mio cocktail mi aggirò silenziosamente nel frivolo mondo del sabato sera, sbircio discorsi. C’è chi pianifica la serata organizzando cene a ristorante e il conseguenziale dopo, c’è chi vuole ubriacarsi e strafare a furia di follie. Trasgredire è il verbo principe della serata. Un nugolo di trentenni chiacchierano di uomini, li definiscono stupide prede, adatte solo per scopare e da buttare immediatamente, ovviamente dopo aver saziato le loro oscene voglie. Usare e gettare, tutto si consuma, si trangugia voracemente, il tempo dell’attimo. Sono nauseata, la donna meraviglioso essere si sta trasformando in qualcosa di informe. Questo sentenzia il mio obsoleto punto di vista. Nella confusione scorgo sbucare una giovane coppia. Lui: non alto, minuto, delicatamente affascinante, biondo con una barbetta che non riesce a indurire il volto bambino. Uno sguardo terso lo segue a ravvicinata distanza, deve essere la sua compagna, anche lei bionda, viso dolce, carina, semplicemente sensuale. Ha una bimba in braccio, un viso angelico, simpatico, coperto da boccoli dorati è l’immagine dei suoi genitori. Simpatici i due salutano gli amici e lui dopo aver teneramente offerto un bacio ad ognuna delle sue donne si accomiata per entrare all’interno del locale e uscirne poco dopo con un vassoio, appoggiati due bicchieri di vino e un succo di frutta che porge gentilmente al suo giovane nucleo. Schiudo le labbra, sorrido e penso: questa sì è una famiglia, uno dei migliori scatti che la vita possa regalare. Mi sento spingere, una donna di buona età vistosamente truccata sospesa su delle straordinarie scarpe dai tacchi vertiginosi si accalca, buzzurra tenta di farsi intrappolare in un selfie, oggi gli autoscatti si chiamano così, la vittima un ragazzo apparentemente molto più giovane di lei e sembra avere tutta la voglia di farsi divorare dalla Messalina del duemila. In me sfuma l’immagine della famigliola, viene surclassata dall’ingombrante bailamme. Abbandono il bicchiere ancora mezzo pieno e fuggo via dal caos. Le meningi mi fanno male, comprimono il mio assurdo vivere. Dopo poco sono a casa stordita e distrutta.
Ceno e dialogo a malavoglia con i miei genitori, li abbandono subito lasciando mio padre appollaiato al suo divano davanti la tv e mia madre intenta nello sbarazzo domestico, nella mia famiglia i ruoli sono definiti, non si discutono, gli equilibri rimangono inalterati, è giusto così? Forse sì.
Sono in camera, accendo il 23 pollici, rovisto su sky e un film attira la mia attenzione, Frida; narra la storia della piccola grande artista messicana, donna non bella, ma dal carattere possente e dotata di un estro artistico favoloso. Davvero una persona straordinaria. Ecco il punto; persona, sì, una persona e poi che sia donna va bene. Lotta contro la sfortuna, le tante malformazioni fisiche, causa di un grave incidente automobilistico, non si piega davanti a nessuno, nemmeno al feroce regime del suo paese, ribelle per genesi. Ama, avida succhia il midollo della vita, non soccombe di fronte a nulla neanche a suo marito, che si le voleva bene, ma essendo conformato in un carattere guascone ed egocentrico era fisiologicamente predisposto a tradirla di continuo. Una meravigliosa storia di passione e furore ne rimango estasiata. Frida kahlo un emblema di coraggio, un modo autentico di essere donna, di sentirsi vivi nonostante. Chiudo gli interruttori, nella stanza solo notte, regna un malinconico silenzio, dalla finestra filtrano furtive briciole di luna e stelle. Negli occhi chiusi scorrono scorribande di parole, volti, pensieri. Il mio stato di instabilità improvvisa mi contorce non riesco a capire cosa mi sia preso, dove è finita l’illusione di misera tranquillità? Il sonnolento corso della vita? Il mio piccolo povero mondo è scomparso, ma dove si è finito? Mi alzo dal letto, accendo la luce, mi spoglio, sono nuda davanti allo specchio, chi vedo? Cosa sono? Vorrei, cosa vorrei? Dal cassetto del comò prendo una maglia, mi bendo, non vedo, non sono. Io Angela, non sono. A tentoni mi dirigo allo scrittoio, inciampo in una seggiola mi causo male al ginocchio, indifferente al dolore tasto, cerco, trovo. Una penna, no, non è quello che mi serve. Eccola, una matita, sì, va bene, ora serve un foglio di carta, lo sento tra le mia dita, lo faccio mio. Sono carne, sono donna, un’anima vorace. Siedo vestita di nulla, eccitata, prigioniera di un bisogno intenso, polpa succulenta, voglia di fare l’amore e voglia di riceverne. Provo a disegnarlo, la punta scorre lieve e sicura sul bianco foglio, sto creando, nel preciso istante, ora, adesso, inchiodata al presente. Io, la matita, il foglio, null’altro. Continuo nei tratti, la mano è sicura, sto bene, linfa, brezza al mattino, una vergine sensazione. Sono me stessa, mi stavo cercando, finalmente ho iniziato a svelarmi a comprendermi. Regalo al buio la nuda pelle, rimango cieca. Dopo ore cado esausta nel letto. E’ finita; o semplicemente cominciata?
Il sole si catapulta a frotte nella camera non lo distinguo, ne ascolto il calore, lo percepisco, è sicuramente mattino fatto. Percezioni vitali iniziano a nutrire il fluire del rosso sangue, il cuore pulsa regolare. Non vedo, ho ancora la maglia agli occhi, la tolgo. D’istinto la mia immagine si riflette nello specchio, non sono così grassa e neanche bassa, ho due bei seni, senza gli assurdi occhiali il mio viso si rivela aggraziato, ha una bella luce, deve solamente risaltare un pelo di più è oscurato dal disordine, come piante rampicanti ci cadono le malformate ciocche di capelli. Un tango si diffonde nell’aria, la mia anima è viva e danza espandendosi rinvenendo fino a elevarsi. Meraviglia; come nelle favole la rana si è trasformata in una bella principessa, non ci sono principi, fa niente, arriveranno e se non saranno propriamente delle figure regali non sarà importante, ciò conta che quando incontrerò l’uomo con cui penserò di dividerci il cammino terreno sia una buona persona e se ciò non avverrà non ne farò una ragione e scalerò la montagna da sola, finché morte non mi separi. Per terra i miei disegni: figure di donne, uomini, bambini, una piazza vuota trafitta dal sole, una fontana. Mi commuovo sorpresa, sono davvero belli, non pensavo di poter realizzare estasianti forme d’arte. Bendarmi mi ha offerto la consapevolezza di trovarmi, ero cieca, lo sono stata per anni, incanalata da schemi in cui ero prigioniera. In quelle ore di totale cecità per la prima volta ho visto davvero, tutto è risultato chiaro. Ora so che posso farcela, non è rilevante se sia donna o uomo, finalmente riconosco il mio ruolo, so di poter essere madre, moglie, diligente ragioniera o eclettica artista, posso e devo vivere sfoggiando la mia dignità, dare sfogo alle passioni, curare il mio aspetto e assolutamente non trascurare lo spirito, il profondo dell’anima. Oscar Wilde scrisse:-Amare se stessi è l’inizio di un idillio che dura una vita.- Non solo aggiungo io; volersi bene è apprezzare tutto ciò è intorno a noi, vederlo con gli occhi generosi dell’amore che inequivocabilmente significa avvicinarsi al prossimo. L’amore per essere considerato tale innanzi tutto deve saper donare, il ricevere è solo conseguenza. Non cadrò più nel tranello dei luoghi comuni, ci presterò molta attenzione e mi inoltrerò decisa nel futuro, consapevole di potercela fare. Un respiro di serenità si aggrappa al cuore, il risveglio è iniziato. La vita mi aspetto. Nel palazzo di fronte una donna si affaccia alla finestra, un viso delicato, pastelli i suoi colori, agrumi al sole. Stende i panni ad un filo, canta, è naturalmente femmina. Un’aroma di caffè gorgoglia vivace spruzzandosi nell’aria, la terra ruota su se stessa, gira, noi irrequieti equilibristi siamo sempre attenti a non cadere e cerchiamo di non lasciarci intimorire dalle intemperie della vita e cauti oscuriamo il vuoto.

Il coraggio di sentirsi vivi.

A me…

Prego

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Stupori di assolati mattini
il silenzio, la preghiera
un fiore, un bisbiglio
sono stanco, sono logoro
il cuore e la voglia di andare
il cielo
credo una possibilità
non venga a me negata
nascondo l’amaro
sorrido

La foto sopra esposta è stata selezionata tra le finaliste per il concorso fotografico Ascoli Piceno: “la poesia del travertino”
questi sono i versi che l’hanno accompagnata.

Il mio amico Enzo

 

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Il cielo mutava repentino, le nuvole si rincorrevano come fanno i bambini quando giocano a guardia e ladri. Un vento di tramontana sormontava spaventoso. Intirizzito imbastivo pensieri, allungavo il passo faticosamente. Affrontavo un sentiero di buon dislivello, avevo superato di molto peggio, ma quel giorno le cose non andavano come dovevano. Le gambe erano legnose, il respiro affannoso, ormai c’ ero e indisponente proseguivo nella salita, la vetta era ancora un miraggio, per di più meteorologicamente la giornata non annunciava nulla di bello. Enzo andava avanti indietro, senza avere pause o riflessioni, frenetico scodinzolava abbaiando ai rumori del monte. Un cucciolo, il mio labrador, soltanto sei mesi, me lo avevano regalato i miei nipoti per il Natale appena trascorso. All’inizio non l’ avevo presa bene, anzi l’avevo presa proprio male, il solo pensiero di dover curare e in qualche modo essere responsabile di un altro essere non mi garbava per nulla. Io così abituato a essere solo, facevo fatica già a badare a me stesso, figuriamoci se ero capace di prendermi cura di qualcun’altro. Vederlo piccolo, indifeso e premuroso di attenzioni mi ero affezionato a lui molto presto, tanto da decidere di tenerlo e cambiargli nome, lo avevano chiamato Tommy, l’ho tramutai in Enzo, sicuramente più italiano, un nome fa la storia di chi lo indossa, e quel nome era del mio babbo. Brava persona mio padre: onesto e lavoratore, esiliato troppo in fretta da questa ruvida terra, una profonda ingiustizia. Il colpevole? Un cancro, un maledetto cancro. Mi ha lasciato un vuoto enorme, i nostri silenzi e gli sguardi persi pieni di senso. Una voragine, come quella che mia madre ha pensato di regalarmi buttandosi da un banale ponte qualche mese dopo il decesso del marito… povera madre. In eredità oltre al dolore ricevetti la bottega di alimentari con osteria annessa. Da solo non riuscivo a gestire il tutto, così ad aiutarmi venne Olga, una polacca, un donnone, rosea come una pesca, grassa come una cicciona. Il vecchio a cui accudiva era morto da poco, Olga era una badante, la nuova frontiera dell’ est europeo. All’inizio ero entusiasta, mi piaceva fare quello che facevo , quello il mio luogo, il mio altare, poi col tempo mi accorsi che le cose e soprattutto i conti non tornavano. Olga mesceva nel suo rubicondo corpo molto del vino destinato ai clienti, io, altrettanto. Ci ubriacavamo tutti i giorni e scopavamo come laidi, lei per ricompensa rubava parte dell’incasso quotidiano. Penso sia, perché ancora è viva, anche se è paralizzata, la maggior parte della sua esistenza la trascorre su di una sedia a rotelle, una delle poche polacche disoneste, per dirla tutta, una ladra, una lurida troia, una fantasmagorica pantomima di donna. Oramai distrutto, avevo massacrato in breve tempo tutto quello che i miei genitori avevano costruito in una vita fondamentalmente composta di sudore e fatica. Io peggio di mio fratello Bruno che se ne era fuggito dal borgo per la via di Firenze devastato dalla vergogna causata dalla nostra amata e assurda madre quando aveva deciso di fare quel famoso tuffo in un anonimo torrente toscano in un giorno buio e tempestoso. Ricordo i tempi andati, quando entrambi giocavamo da bambini nello spiazzo davanti alle botteghe di famiglia. Bruno due anni più grande di me, tiranno e bastardo, mi puniva oltraggiandomi se perdevamo a calcio tennis con gli altri ragazzi o a qualsiasi altro gioco. Ricordo all’osteria: Nenè, il Boccia, Filungo, ridere, bestemmiare per nulla, così tanto per sentirsi vivi. I cacciatori con i loro avventurosi racconti sulle battute di caccia al selvatico cinghiale, i pescatori e le loro trote sempre troppo grandi e smisuratamente lunghe. Storie di paese, leggende di mezza montagna, fatte da gente semplice, ignorante e genuina, ero affascinato dallo scialacquare di figure pur sempre uguali e allo stesso tempo mutevoli nell’istante. Il cambiamento degli umori era dovuto dal tempo, dalle disfatte quotidiane e soprattutto dalla misura dell’alcol ingerito. Prima che mi occupassi della gestione delle botteghe cosa facevo? Secondo i miei niente, di fatto non era così, sfruttavo gli studi di chimica svolti a scuola. Mi scervellavo ricercando una molecola adatta a comporre una sostanza innovativa contro la muffa delle mura, quando ci riuscii speranzoso andai a proporla a una nota azienda del settore in Emilia, mi risero in faccia, dicendo che il mio prodotto non valeva nulla. Con enormi sacrifici, dopo qualche tempo la commercializzai, gli affari iniziavano ad andare per il meglio, ma la vita è vigliacca e ti pugnala alle spalle e così fui vittima di un atto ignobile; mi rubarono il brevetto e con  un semplice stratagemma apportando al prodotto un’insignificante modifica risolsero il problema. Conseguenza tutto risultò legale. Dopo penose battaglie in tribunale dovetti cedere al Golia dei prodotti per l’edilizia e non ci fu Davide che tenne contro quei colossi. Io non ero altro che un insignificante artigiano e fui polverizzato e la mia ditta fallì maldestramente. Tornai al paese con il capo chino e iniziai a bere e fare il muratore, mi arrangiavo e tutto sommato mi piaceva anche. Trovai l’amore con Giulia, bellissima donna Giulia. Dopo appena un anno, per via del mio carattere instabile e burrascoso l’idillio svilì e la storia si concluse. Rimasi ancora solo e qualche mese dopo l’epilogo; l’abbandono dei miei cari vecchi, che ancor così vecchi non erano.

Giunto al rifugio delle Macinaie mi fermai, sembravo un vecchio treno a vapore per quanto sbuffavo, non capivo o meglio non volevo capire il motivo del malessere fisico di quel giorno così mi accontentai di osservare il panorama. Il vento si era chetato, le nubi ammassate nel cielo minacciose non elargivano messaggi positivi. Dopo aver bevuto un buon mezzo litro d’acqua e aspirato placidamente alcune boccate di toscano sollecitato da Enzo prosegui nel cammino, il sentiero quel giorno solitamente molto frequentato era pressoché deserto non avevo incontrato anima viva e pensando di avere tutto il monte a mia disposizione mi addentrai nella faggeta centenaria. Dopo pochi minuti ansimando scarpinavo sulla tenera terra. Ad un tratto il mio cane si acquattò e smise di scodinzolare ed esibendosi in un ringhiare acerbo che non incuteva terrore a nessuno che ancora a ripensarci bene mi sembrò un spettacolino comico niente male e di cuore mi ci scappò anche da ridere per quanto fu buffo vederlo provare a travestirsi da cane cattivo. A debita distanza per nulla intimorito il motivo della sua aggressività, altezzoso e immobile sopra di un costone un bel esemplare di capriolo, sfiorava con lo sguardo le nostre improbabili figure, ricambiai l’attenzione, calmai Enzo che ancora digrignava i denti e andammo avanti. L’animale si dileguò in un flusso vanitoso, scomparendo nella vegetazione. Il sentiero saliva sempre più ripido e qualche goccia di pioggia iniziò a frangersi sul mio viso. Testardo come un mulo, come sempre sono stato, invece di tornare indietro puntai in alto, la vetta del monte iniziava a slargarsi tra i faggi ed era più vicina. Non potevo rinunciare, in montagna non avevo mai mollato, nella vita sì. Sui monti riuscivo sempre a centrare l’obbiettivo, avevo raggiunto centinaia di vette e quel dì non esisteva che abdicassi. Certo c’era stata qualche resa e in un sprazzo di memoria ricordo quando sul versante francese del monte Bianco fui travolto da una valanga di neve e solo per miracolo ne uscii vivo, oppure quando scivolai da una ferrata sul Monte Civetta, affrontata incautamente senza essermi assicurato con le corde, il solito sfrontato, anche in quel caso andò bene.

Il cielo a stento tratteneva la sua acqua, la faggeta era oramai alle spalle il sentiero era mutato, da terriccio molle, a duro e ghiaioso, il verde dei prati sfioriva e il paesaggio diveniva aspramente mistico. Quando mi trovavo in alto e avevo un contatto ravvicinato con l’immenso ero pervaso da stupende emozioni e mai simili l’una con altra. In montagna mi ritrovavo, ero me stesso, i miei fallimenti, le disfatte che costellavano il mio vissuto svanivano. Mi sentivo forte e invincibile, ma quel giorno assolutamente no, non era così, anche il mio giovane amico a quattro zampe sembrava essersene accorto. Anche in quella giornata di inizio maggio di qualche tempo trascorso da non troppo, mi sentivo forte e invincibile, qualcosa però non andò per il verso giusto, quel maledetto chiodo si conficcò in un punto dove la roccia era troppo friabile e non fece presa e il mio compagno di cordata, sotto di me di qualche metro precipitò fratturandosi il bacino. Fortunatamente dopo una lunga decenza ospedaliera guarì e non  riportò nessuna conseguenza fisica. Da quel giorno non accompagno più nessuno in montagna, le camminate e le arrampicate le affronto da solo. L’ennesimo divieto posto alla mia esistenza, pian piano mi sto privando di tutto, devo ammettere che però ultimamente grazie all’arrivo di Enzo sto rivalutando alcune cose e ho una visione meno solitaria della vita e forse anche più ottimistica, quantomeno ho ripreso l’abitudine di tornare in osteria e bere in compagnia, fino a qualche mese fa mi ubriacavo in solitaria.

Il cielo s’ affossò e le nubi non si trattenerò, la pioggia iniziò a cadere selvaggia, una cortina di foschia ci aveva circondato, Enzo la perforava a grandi guizzi, saltellando a destra e manca. Tuoni e lampi, rumore e squarci ondeggiavano sopra di noi. Sulla montagna era calata un’ atmosfera dal fascino spietato, qualcosa d’ incredibile.  Mi coprii alla meglio, nello zaino non avevo messo granché per cambiarmi, anzi quasi niente, siccome il percorso non era dei più difficili e neanche troppo lungo avevo pensato non ce fosse stato bisogno, avevo solo la mantella d’incerata e la indossai. Sperperai una buona imprecazione contro il diavolo, in altri tempi avrei bestemmiato il creatore, ma quel dì non lo feci e puntai diritto alla vetta. Oramai c’ero, avevo già iniziato il tratto dove il pendio era decisamente arduo, le scalette, detto così per via delle rocce che formavano una sorta di scala naturale. Scivolavo, cadevo, mi rialzavo, non capivo se stavo male, il temporale mi aveva neutralizzato, non avevo più nessuna cognizione, andavo avanti per inerzia e soltanto la mia esperienza che avevo acquisito negli anni sulle svariate creste mi fu d’aiuto. Finalmente ero in vetta, doveva essere un gioco da ragazzi, invece era divenuta una delle mie più belle conquiste e per di più era la prima di Enzo che per niente impaurito scodinzolava abbaiando ai tuoni. Alzai le braccia al cielo, la pioggia divenne mia amica mi godetti lo scroscio lavava il cuore e mi sentii molto vicino a Dio, forse ero felice, stavo bene. All’improvviso, un fragore, una polvere, cristalli di luce, un boato straziante e realizzai che a pochi metri dalla grande croce in ferro posta in vetta, un fulmine si era squassato con violenza bruciando la pietra, la croce oscillò vertiginosamente, non cadde, d’istinto mi buttai a terra a pancia sotto, chiusi gli occhi, dopo poco li riaprii, era tutto finito. Sollevandomi da terra subito mi accorsi della scomparsa, il mio labrador non c’era più, Enzo era sparito. Mi dannai a cercarlo nell’affilata cima, lo chiamavo, fischiavo, imprecavo, urlavo battendo le mani come un pazzo, niente come dissolto, non lo vedevo, non lo trovavo più e le lacrime sgorgarono dai miei stanchi occhi e si confusero alla pioggia che era tornata a essere mia nemica e piombava a un ritmo incessantemente drammatico. Mi catapultai rapido per le scalette e iniziai la discesa a valle, superai quel costone scivoloso non senza assumermi rischi e sempre urlando il nome del mio cane imboccai il viottolo di ghiaia. Fu in quel momento che avvertii delle strane sensazioni appropriarsi del mio corpo, la carne mi doleva, un male sacrificale, inenarrabile, come se qualcuno me la stesse strappando di dosso a piccoli pezzi.  Un abbandono totale s’impadronì della mia anima e fu buio.

La piovosa primavera è riposta agli archivi, così come l’insipida estate, la fiamma del camino è tornata a brillare, sono a casa di Ausonia e Gino che ha ottanta anni, la moglie qualcuno di meno e ora sta imprecando contro sky, il motivo è semplice: il segnale al primo alito di vento scompare e lei non riesce a seguire la partita della sua amata Juventus. Il suo sogno è quello di recarsi a Torino, entrare allo stadio e seguirla dal vivo. Donna particolare Ausonia, a parte che forse è l’unica toscana a essere tifosa della vecchia madama bianconera, cura il suo fisico in maniera ossessiva, ama tenersi in forma, fa jogging tutte le mattine e in una terra di carnivori è una delle poche vegetariane. Ama pescare, le trote quando capitano al suo amo sono felici, perché sanno che poi vengono ributtate nel torrente. Una grande persona, saggia e con un cuore buono come il vin santo.  Gino era un amico di mio padre, un uomo paziente sa ascoltare parla pochissimo, ma nel momento del bisogno non ti abbandona mai. Sono quasi quattro mesi che sono ospite a casa loro. Dopo essere stato ricoverato in ospedale per diverso tempo e non potendo vivere da solo da quando sono stato dimesso loro non hanno avuto un sol momento di esitazione mi hanno accolto come un figlio, che tra parentesi,  per volontà di Dio come sovente ripetono non ne hanno potuti ricevere. Un coma diabetico, una maledetta forma di diabete si abbattuta in me in quel giorno di furiosa tempesta sul monte. Ora ne sto lentamente uscendo, sto guarendo, certo non potrei bere, ma in certe occasioni come si fa a dire di no. Oggi è il compleanno di Gino e qui a casa sono venuti a trovarci molti amici: Pierone, il mitico Zambrone, il cotica, Filungo e insieme a loro un altro manipolo di bischeri, giochiamo a carte, si parla, si ride, si scherza e il tempo diventa favola. Tra tutti ne manca uno, il migliore degli amici, eccolo che ritorna dal suo vagabondare, è bagnato, fuori piove, placido scodinzola, educato per atto dovuto prima saluta me leccandomi la mano, poi è la volta del padrone di casa, non disturba Ausonia che finalmente sta riuscendo a vedere la partita con una certa continuità, il segnale sembra essere finalmente stabile, esausto si stende davanti alla fiamma, sbadiglia e si addormenta quasi subito. Grande Enzo, fui lui a salvarmi la vita, infrangendosi nella tempesta corse fino al borgo, si aggrappò alle gambe delle poche anime che avevano il coraggio di sfidare la torrenziale pioggia, le tirava per i giacconi, le strattonava, ma non venne né ascoltato né compreso, non pago bussò nella case, entrò all’osteria e alla fine riusci a mobilitare un piccolo esercito di volontari e li condusse fino a me dove giacevo in fin di vita. Con l’eliambulanza fui soccorso e trasportato all’ospedale civile di Firenze ed ora eccomi qui con la voglia di sorridere e di tornare a scarpinare in montagna. Riassaporare l’aria fresca, ispirare il vento, farmi scompigliare i capelli e su quel sentiero rivedere mio padre che con energia e amore mi tenne in vita. Grazie Enzo.

A mio padre Bernardo un uomo giusto. 31 marzo 1996

A Briciola che ora non c’è più 23 marzo 2015

110

 

Buona Pasqua a voi tutti

Nel nome

 

 

 

038

Nel nome del figlio del padre

e dello spirito alcolico

bevo alla salute dei miei avi

dei miei eredi e di quello che fu e sarà

bevo

seduto su un irto monte

scruto l’ orizzonte

dissacro tutto ciò mi appare alla vista

osservo il trascorso e giudico il mondo intero

sono un sorso d’ acqua mai bevuto

puro, neve fresca, un bimbo non ancora nato

sono un dio, un essere fuori dal comune

onnipotente come il creatore, sì

ebbene sì, sono io il mio dio.

e ora dannato brucio alle fiamme dell’ inferno

il mio.

sono io il diavolo.

sono io la causa di me stesso

solo e sono soltanto io

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